La Gloria di Vladìmir Nabòkov

In quest’epoca che coll’uso indiscriminato dell’iperbole ha fatto di ogni pollo deceduto nel suo brodo un cuoco g-astronomico, finisce che nemmeno del bello e del buono dovuto alla maestria dell’ingegno e della passione artistica autentica vien voglia di dirne geniale nella desolata constatazione che di quell’aggettivo è andata perduta l’ascendenza a favore di una discendenza di cretini che abbiano stipulato un patto di compiacenza col social in luogo d’olimpo e se ne sentano cantóri. Cioè creativi, termine che alle spicce assimila Federico Fellini al cugino vlogger… Che simpatico, direbbe di nuovo Paolo Stoppa se tornasse dalle profondità di Siamo uomini e caporali*.  Compiuto questo saccente quanto antipatico preambolo, l’antipatia è gusto per la forma che si afferma e conferma, La gloria.

Fa parte di una sorta di collezione, i cosiddetti romanzi russi, di Vladìmir Nabòkov, russi perché scritti all’origine in russo, prima che il Nabòkov acquisisse la cittadinanza americana e il diritto degli autori in lingua inglese. Ora dire del suo Lužin, del Pnin, che ho solo sfogliato come farebbe l’amante all’osservare senza toccare l’amata, di questo o quell’altro lavoro, di Lolita, raffrontarli, no, non mi pare il caso né sarei capace, mancandomi com’è noto qualsiasi verve critica; anche se di Lolita, che è un monumento, mi pare si possa dire che non a caso è una cittadina sulla statale 616 del Texas e a sud del lago Texana (Estados Unidos), una metafora del nulla in ciabatte, smalto rosa e brachette corte che l’America stessa è, grande seduttrice, rozza, aggressiva e brutale con bambini o intellettuali maturi ma non abbastanza da non perdersi nella trappola per sènex di quell’aeterna puella. Mi pare che i recenti recuperi di verginità sconciate e postume di una nazione di femminielle in frégola, stia nel quadro di un paese nato nel ’41 ma non ancora cresciuto che stigmatizza e non sa -l’uso del bidet per esempio- ma che s’impone proprio grazie a questo. E piace. Cielo se piace.

Gloria, cedo alla forza dell’iperbole, è un capolavoro che segna il tempo al punto di volersene smarrire. Gloria, bene è leggere a proposito del titolo la prefazione del Nabòkov stesso, non ha storia, come diceva Céline, né trama, ogni trama è un’inganno per polli, ma racconta il procedere di uno, Martin, verso la conclusione o un’esclusione dalla storia. Per non essercene una possibile. In un certo senso è il racconto tragico per se ipso dell’esilio in quanto nocciolo di un carattere, condizione imperturbabile dell’anima, ma così sorridente e olimpico che non ridere, come un santo zeus al vedere cedere i troiani all’impeto dei greci, è impossibile. La catastrofe è comica. E la memoria di quel riso è tremenda. Un basso continuo cui, per chi ama la letteratura in quanto Proust, è necessario intonarsi…

Se indicassi i punti deboli del romanzo, faciliterei troppo le cose a un certo tipo di recensori (in modo particolare a quegli sprovveduti insulari sui quali le mie opere hanno un effetto talmente strano da far pensare che io li ipnotizzi da dietro le quinte inducendoli a gesti sconvenienti.) Basti dire che il romanzo, evitando soprattutto di scadere nel falso esotismo o nella commedia banale si innalza a livelli di purezza e malinconia quali ho raggiunto solo molti anni dopo con Ada.

V. Nabòkov – Gloria-Prefazione – Adelphi pag. 13

* Totò e Paolo Stoppa in https://www.youtube.com/watch?v=fYBXo4UgN2Q

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About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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