Nel nome del padre

La faccio breve a muso lungo. L’atto unico serio del povero Clìntor, lo sguardo che invecchia, fu quello di subire lo stato di accusa per le attività volontarie sotto la  sua scrivania. Lo schifo è grande ma per cinquemila lire, rispose un femminiello di Napoli alla nonna di mia moglie, che lo interrogava circa il suo modo di guadagnarsi il pane, nel dopoguerra. Si cercano femminielli e femminielle per più di una scrivania. Ma… mica risparmiarsi figliole, ve lo chiede la patria. Atto di carità.

C’è nel finale del film Good Morning Vietnam, una battuta; detta da Robin Williams l’attore genio e depresso per questo, ha il senso di una rivelazione che nessuno né Freud né Marx intuirono, né il dottor Ricalcato così attento a far da babbo a Renzolo, il suo Telemacco di fave personale. La battuta è, Mai nella storia si vide uomo bianco più bisognoso di un pompino (fellatio)… https://www.youtube.com/watch?v=Rew_Ts1d7zYed… riferita a un cupido e trucido sergente con potere di veto… eh già. Veto sul vedere, in virtù del credere e in difesa delle macchinerie che la meccanica inclemente dei sistemi, il militare lì, il finanziario qui… il religioso una tantum sembra assente gesùstificato in quanto la religione dominante è quella dello spread, parola che detta com’è vale, per noi che parliamo la lingua più bella al mondo, qual è lassù tra i Nibelunghi, sputazzo, sberleffo, rigurgito, rutto, flatus culi alla salsiccia dopo il rin tin tin beneducato delle posate, degli specoli, tra le chicchere e i piattini del fundus MONAtario impunito. Io li odio. Odio, autentico, pronto all’omicidio; e sa l’improvvida provvidenza se ce ne vorrebbero di assassini, di Ravachol, di Caserio, di Bonnot, ma organizzati, sistematici, eroici, santi, poeti, e non si esclude navigatori pronti a non farsi prendere ma a vendere cara la pelle. Come mio padre gappista che girava sereno col coprifuoco, due bombe a mano senza sicura in tasca, pronto a farsi saltare in caso di cattura. Acqua trapassata.

Non spiego qui perché la signora Kanker ha gettato la maschera e indossato la sua vera faccia da Kakancelliera. Intestino di kalcestruzza. La kancellierassero. Non ho né tempo, né acutezze, né esperienza da giornalista, né struttura da pensatore ma da ribelle, da lanciatore di sassi, palestinian way, e soprattutto nessuna voglia di commentare. Ho voglia di fare qualcosa di piccolo, quel che mi si addice, da piccolo che vorrebbe fare la sua vitarella, senza vedersi sempre sull’orlo della sopraffazione. Dunque, già non li compro ma sputerò su pomodori, melanzane, persino peperoni, indivie belgiche, olandiane, europompiste, inciterò alla rivolta le massaie, travestirò da indiani i colonizzati che siamo, sì che gettino le casse di questa merdaglia pallida sotto le ruote dei Tir. La rivolta dei piccoli alla continua quotidiana inondazione di coretti polifemici, che parlan troppo, o, al contrario, Stitichelli, Cacarelli, Ma… tarelli. Pagherò di più, mangerò meno, del resto sono vegetariano, ma solo pomodori sardi, valtellinesi, apulici. O poveri, marocchini a 99 centesimi il chilo. Che cosa va in tasca al contadino domandarselo. Merde alors.

p.s. vedremo se ho torto, vedremo se nelle caserme già non ungono i manganelli.

psssss. Non ho torto e i manganelli eccoli qua. In attesa che bolla l’acqua per il tè, leggo per caso, da Il Fatto quotidiano: Il commissario Ue Oettinger: “I mercati insegneranno agli italiani a votare in modo giusto”

Non conosco questo Oettinger ma non occorre, è il tipo di tedesco che il mondo conosce bene, il caporale. Credo in Lombroso, È commissario, ma  la sua foto è segnaletica. La distribuirei in tutti gli esercizi pubblici, caffè, ristoranti, posaterie, verdurieri, bancarelle, gioiellerie, pizzerie, pizzzicherie, alberghi della penisola.

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About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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