Chiesa contro Chiesa

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Clive Smith (1967) – Interiors

In Philosophie pratique (Editions du minuit pag. 20) Gilles Deleuze di Spinoza scrive: Dans toute sa manière de vivre et de penser, Spinoza dresse une image de la vie positive, affirmative, contre les simulacres, dont les hommes se contentent. Non seulement ils s’en contentent, mais l’homme haineux de la vie, honteux de la vie, un homme de l’autodestruction qui multiplie les cultes de la mort, qui fait l’union sacrée du tyran et de l’esclave, du prêtre, du juge et du guerrier, toujours à traquer la vie, la mutiler, la faire mourir à petit au long feu, la recouvrir ou l’étouffer avec des lois, des propriétés, des devoir, des empires: voilà ce que Spinoza diagnostique dans le monde, cette trahison de l’univers et de l’homme.* 

Non cito Deleuze per il gusto di assumere i panni del filosofo che non sono; quanto al breve estratto ciascuno, com’è naturale, vorrà interpretarlo a suo modo, persino preti, giudici e guerrieri… e giornalisti, oh oh contestandolo o irridendolo, Ah Deleuze, chi che iera costui…  ben che vada di qualcuno che ha pensato, passato prossimo, si dice che è superato ó-ché-sì-mà… tuttavia e per mia buona sorte non ho 14/15mila influenced ma solo duecentosessantasette lettori fluttuanti, quindi oh men di trecento incliti e forti saltiamo sul treno in cui stato possibile in un giorno di qualche giorno fa, imbattersi in una manica di Appartenenti; ovvero sia una donna, certa nell’occultare l’età che si fa inesorabile certezza di sé, e che appartiene a una qualche confraternita sportiva, occhilosà, e importante, a giudicare dalle scarpe accurate, dall’abito scelto e che per un’ora circa chiama, chiude, aggancia, riaggancia dei qualcuni mascherati dietro/dentro il su’ telefono; e parla e parla di giurie, di giurati, di ordini, di date di date di date di Sulmone e di Frosinoni con il tono del comando incapsulato nelle corde vocali. Accanto a me una batteria di dirigenti, agenti, cogenti dell’editoria, un maschio con tre femmine in un frùllero di ipad, squadernati ordinatori, telefoni, uno per mano, di diagrammi, e di pro-memoria e di manda-melò-ché-télo-màndo-mandato-telò, e compiacimenti nel mostrarsi in treno tanto ma tanti, di dove e quando e come mettiamo questo con quello e a che ora facciamo l’intervista… siamo in prossimità fisica e intenzionale al salone dell’immobile, il libro, di Torino. Tutta gente che appartiene, penso, e dal mio angolo di vista non sono nuovo al senso di estraneità che ogni ambiente, dai compagni delle elementari, ai bambini del quartiere, in su e in avanti, mi ha sempre suscitato, lì dalle corde del ring che è l’esistenza comune – trovai modo di definire vita finta quella del teatro in cui mi trovavo a lavorare, Napoli, San Carlo, maggio 1980 – dove dell’appartenenza si fa vessillo necessario, da sbandierare appunto nei corridoio di una frecciarossa scagliata sulla ferrovia insieme con tutti i segni del potere, tutte le macchinette elettroniche che tutti insieme li porterà lontano tanto lontano da pietre e palestine, come chiamarle non saprei, magari dal reale della realtà. Chi appartiene, appartiene prima a un fantasma. C’è da chiedersi se non si tratti di schizofrenia per procurato aborto, ovvero che si procura il suo corridoio di certezze e vincoli che la tengano attaccata all’immaginario della sua condizione. Questo mi pare l’appartenere. Il costituirsi in chiesa poi, il costruire da pietre, mannaggia, chiese; il fabbricarne una e più e tali che possano combattersi, e/o andare a braccetto. Un tendenza dell’umano parrebbe quella di trovare tutto uguale quel che non può spiegare e/o che teme e allora con ciò va a patti. La differenza sconcerta, rende incerta l’esistenza, la giustificazione della comune che non abbia fatto comunione e cresima di soldato d’un quale che sai sia redentore. Per questa necessità di chiese, di ogni tipo, professionali e accademiche, nate sull’esempio delle forti e cattive, le massonerie, le mafie e le camorre… la camorra gestisce stipendi ai miserabili, la massoneria ordisce stipendi in più ai ricchi… la chiesa di Roma non è che il prototipo e il modello de luxe di tutte le chiese possibili. Anche quelle della sportivissima e dei dirigenti editoriali sul treno per Torino. Non appartenere è faticoso e difficile. A volte ci si domanda perchè mai mancare il traguardo della prima comunione che ti assolve dai peccati e ti immette sui mercati. Manca poco alle cinque del mattino e sto scrivendo e a centinaia le voci degli uccelli, celate tra le fronde si preparano al risveglio, alle opere loro, a un universo senza scopo o ragione. Ascolto quel che è il dire degli uccelli, così meraviglioso canto alle mie orecchie, o chissà sia lamento, appollaiato anch’io da qualche parte; sicché agli uccelli, ai ragni, ai gatti alle foglie d’acanto che salgono al cielo senza sforzo a todo eso voy, de todo eso vengo e appartengo. Al canto. Che mi spegne. 

Spinoza ne croyait pas dans l’espoir ni même dans le courage; il ne croyait que dans la joie, et dans la vision. Il laissait vivre les autres pourvue que les autres le laissent vivre. Il voulait seulement, inspirer, réveiller, faire voir. ( G. Deleuze, ibidem pag. 22/23)

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*  In tutto il suo modo di vivere e di pensare, Spinoza apparecchia un’immagine positiva, affermativa contro i simulacri, di cui si contentano gli uomini. Non solo se ne contentano ma l’uomo,  della vita astioso, che della vita ha vergogna (o che da essa si nasconde n.d.t.), un uomo dell’autodistruzione che moltiplica i culti della morte, che attua la sacra unione tra tiranno e  schiavo, del prete, del giudice e del guerriero, sempre allo scopo di braccare la vita, mutilarla, per farla morire poco a poco a fuoco lento, per seppellirla o soffocarlo con leggi, proprietà, doveri, imperi: voilà ciò che Spinoza diagnostica nel mondo, questo tradimento dell’universo e dell’uomo.  2. Spinoza non credeva nella speranza e nemmeno nel coraggio; non credeva in altro che nella gioia e nella visione. Lasciava che gli altri vivessero purché  gli altri vivere lo lasciassero. Voleva soltanto ispirare, risvegliare, far vedere. 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Chiesa contro Chiesa

  1. Biuso says:

    Il legame che hai posto, caro Pasquale, tra Spinoza e una gaia solitudine è confermato da queste parole di Roger-Pol Droit:
    ===========
    Les vrais lecteurs de Spinoza forment continûment comme une confrérie secrète. Ils n’écrivent pas nécessairement de commentaires sur ses livres et se contentent de l’aimer vraiment. On ne les reconnaît donc à aucun signe convenu. Ils trouvent simplement rassurant que cet homme ait existé, qu’il ait su résister, avec tant de joie calme, à l’adversité. Ils lui sont reconnaissants d’avoir pu formuler, avec tant d’exactitude, une si puissant pensée. Ils tentent de s’en servir pour être vivants. Seul hommage qui vaille.
    (Spinoza. Le philosophe de la joie, “Le Point”, 12 luglio 2007, p. 78)

    • dascola says:

      Carissimo Alberto, ti ringrazio del bell’accostamento ma come sai ho solo trovato una relazione, sa il cielo dove l’ho trovata, tra le parole di Deleuze sul complicato Spinoza, e dei fattacci di cronaca quotidiana; sai, mein eigenes Pläsierchen, ogni mattino a colazione è bere il mio tè -caffè solo a certe ore senza qualifica se non quella di servire a bere il caffè – osservando la meraviglia delle piante con le quali il figlio giardiniere, quand’era con noi, ha trasformato gli otto metri quadri del terrazzo in un giardinino di Babilonia per poveri – come i gatti sono le tigri della povera gente ( Baudelaire, non mi chiedere dove ché non ricordo) – e che mi bastano.Le osservo con affetto, osservo come decidono di prendere questa o quella direzione, come esporsi alla luce, come vegetare che per loro – esseri animati – significa il contrario di quel che accade al bipede, rimbambanito spesso anche quando è vigile ( penso ai fastdiosi giovinotti che scoreggiano per procura con le loro motorette a due tempi, sfregiando il silenzio che è tela dei grandi pittori). Vedo come le piante si prendono il tempo, come sono tempo. Sicché cammino a destra e a manca come un visitatore che stempera il proprio col tempo di un enorme galleria d’arte qui fuori, di cui le piante, non escludo le pietre, sono il pezzo forte. Osservo anche gli orrori; me ne dispiaccio ma ci posso fare un bel Nietzsche. Caramente Psq.

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