Le quattro sragioni

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Into Taihu, 2010  Liu Xiaodong (1963)
A volte una pagina vuota presenta molte possibilità…
in Paterson di Jim Jarmush – finale
(da Haruki Mantasma – Tokidoki)

Preciso che la mia esistenza è all’ombra dell’inutilità; dell’estetica. Dovrebbe essere chiaro a chi un po’ m’ha seguito ma precisarlo conviene. Non ho fatto né un mestiere né alcun pratica a vantaggio del prossimo; e se per quello nemmeno di me stesso stante che l’unica carriera che ho compiuto è quella di pensionato dello Stato, per dire che non ho rendite o capitali o quelle economie che fanno la vita migliore; posso dire di essere un duro e puro dell’inutile, avendo scelto se non preferito la strada dell’ombra appunto, fin dell’oscurità, dell’occuparmi di preferenza di cose che importano a me e a pochi altri, questo bloggo per esempio; escludo dal computo un pugno di studenti volonterosi e capaci che, dicono loro, dai miei sproloqui sull’arte trassero, dicono sempre loro, meraviglie. Ciò non toglie che anche a far l’arte e metterla da parte, cioè in banca, ci si può guadagnare oltre al pane e il companatico anche lo champagne. Ricordo qui per scherzo che nel suo testamento Vittorio Gassman scrisse di desiderare che il suo catàfero svuotato e imbalsamato e impagliato e ben vestito fosse posto all’ingresso di sua casa; servo muto o monito. La notizia è riferita dal figlio Alessandro che, con qualche umorismo precisa non essere stato possibile eseguire questa volontà, datosi che l’Italia impedisce di impagliare congiunti e affini. Bene bene bene, ora sto ascoltando e in pratica scrivo sotto dettatura de Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi (1678-1741), capolavoro che, sembri o non sembri ovvio, varrebbe la pena di ogni defatigante studio musicale e solo per poterlo suonare ed ascoltare come, per analogia, sapendo qualcosina di pittura, di un Guardi (1712-1793) o Canaletto (1697-1768), accostamento di sconcertante banalità, si possono apprezzare e distinguere la ricchezza e la capacità -con maraviglia- di combinare tratti e segni e gesti differenti e indifferenti gli uni agli altri, per ottenere l’insieme coerente ed equilibrato di una realtà laterale -collaterale- operazione, m’è capitato di ripeterlo in occasioni ripetute, a scuola e talvolta anche da questa sede, operazione che è tipica del fare arte. A motivo di ciò i suoi prodotti, che risalgono o discendono dal lavoro d’arte sono, a mio modo di vedere, l’antidoto alla vita, stante o nonostante che la nostra di umani è finta per definizione, ficta, creata; a differenza di quella degli scimpanzè o della api o delle formiche, o delle piante, immediata, decisa, definita, senza o quasi senza variazioni dalla nascita alla morte. Le piante non conoscono l’inutile, vivono di essenziale, sono belle per lo più ai nostri occhi, più di uno scimpanzè, vivono d’acqua e di luce, attingono a una bene bruto; vederle come vegetano in pizzo a cuspidi di sabbiaccia e argille cattive e franose alle Balze di Volterra o come prosperano lungo le linee ferroviarie e chisseneimporta di freccirossi e bianchi; vivono muoiono nella perfezione del loro sistema, senza interessi. Beate poi sono le pietre, i cristalli che vivono di niente, di nulla hanno bisogno, sono e resteranno, salvo disintegrazione del pianeta, evento per ora remoto e di cui nulla può importare a noi, e nemmeno a quelli che con tutta probabilità periranno più prima che dopo pel folle furore della specie rapinatrice e carogna, l’uomo. Per natura, il dramma biologico che si svolge tra le quattro mura dell’individuo, assediato per drénto dal male, alla natura non importa; il modesto io che si lagna le è indifferente; è un pezzo, un lavoro in pelle come per i nazisti lo erano i prigionieri e ognuno di noi è prigioniero della biologia. Essa è; gli enti, noi, transitiamo da un campo all’altro fino all’auschwitz finale. Per questo essere vaccinati con un Velasquez o accompagnati da un orchestrina che zigozìga è importante. Delle stagioni di Vivaldi parlare mi renderebbe cretino agli orecchi di chicchessia, ma io ho ascoltato dunque anche Le quattro stagioni riscritte da Max Richter (1965) e sul tema arrivo, non da critico né da musicista, ma dal punto di vista che mi sono attribuito gratis e per lunga pratica, qualche nozione e molto fiuto, di osservatore estetico. Ora giro a largo. Qui sul lago, su entrambi i rami pullulano le costruzioni, le antiche e le altre; a Gravedona in particolare, sede di un ottimo ospedale, esiste in riva una piccola costruzione, direi quattrocentesca. Le case più antiche, intatte o toccate appena da ripristini conservativi, a pelo d’acqua o su per le coste scoscese, hanno in comune con quest’ultima la forma sicura di sé e soprattutto l’equilibrio della forma stessa, l’armonia, la misura, le proporzioni, normali in Toscana, la ratio, con una sola volontà, quella di sostentarsi senza voler apparire con nessun altro pregio di là da quelli elencati. Uno stile, una misura che furono del romanico e in toscana sin degli edifici di campagna degli innumerevoli contadini che pietra su pietra battezzarono le loro case. Poi, sempre qui sul lago ci sono le case dei sciur-parùni del periodo peggiore dell’architettura, quello della sfida all’eterno senza la voluttà, la mistica, l’erotìa scriverebbe Gadda, dello stile. Innumerevoli costruzioni con tetti aguzzi, elevate al cielo per mostrarsi da lontano ai visitors, accozzaglie di materiali e colori e stili – che si dice equalmente assenza di stile- facciate immense con finestrine ine ine e sproporzionate come lo sarebbero gli occhi strizzati d’una faccia tonda, abuso di materiali che, in epoche recenti, diventò abuso di calcestruzzo, di eccesso. L’eccesso è la malta angolare dello sviluppo. Di questo i regimi, dal paleolitico fascismo al comunismo nucleare coreano, si sono resi colpevoli e i maggiori interpreti. Non si possono dimenticare i deserti di casette di los angeles, da cui los angeles sono scappati, le sue spianate inospitali se non per tribù di lupi squali e sciacalli d’ogni risma. Vedi un film americano e ti viene la nostalgia di Rogoredo… vedere per credere. Il vegetale, il cui scopo inconsapevole pare è lo sviluppo, sa dove fermarsi, oltre s’immencisce, in ogni modo si ferma, spinge la linfa fino alle proprie estreme propaggini ma non va oltre. Conosce la fermata. La mistica, la religione dello sviluppo non capisce questo elementare principio, quello del limite, là dove principio e fine si toccano e che a Vivaldi, il veneziano, nato su una scommessa, una finzione acquatica, era ben chiaro; egli scrisse da mortale, opere per lo più anonime come edere, numeri, n°1, N°12, con per titolo solo la tonalità, Do, Si, diesis, bemolli: la sua musica non finisce, non si interrompe, tace, ignora la ridondanza, centellina, sfuma, tace là dove solo la memoria dell’ascoltatore può inseguirla e ripetersela e prolungarla, come di un buon profumo, la sua eco, la sua persistenza accompagna chi lo ascolta, perché anche il profumo ha una sua tonalità. La memoria definisce una persona e le sue estensioni, importa poco di che qualità. Sto parlando di metafisica non di letto. Eccoci giunti a Genova dunque cioè all’ascolto che ho fatto di Max Richter di cui non discuto il successo e la notorietà, buon per lui, non discuto nemmeno se ha scritto altro e di buono, ma lavori che mi paiono tutti per un film, a parte questa riscrittura delle vivaldesi cui Richter distrugge, al mio orecchio, l’equilibrio della forma stessa, l’armonia, la misura, le proporzioni, la ratio con una sola volontà quella di sostentarsi senza voler apparire con nessun altro pregio di là da quelli elencati. A un’osservazione immediata Richter riempie dove Vivaldi tolse, anzi nemmeno, non mise, eguale al giapponese antico che da un mobile non leva il vaso, non lo mette proprio e poi leva il mobile o lo riduce. Richter aggiunge la dismisura, la ripetizione l’ossessione del suono che insegue sé stesso, un po’ alla Nymann (1944) se vogliamo, di cui Richter usa il vezzo di troncare. Giusto, a furia di ripetere non si può fare altro. La decapitazione. Da qui da questo fare a dismisura d’uomo, a dispetto del minimalismo dichiarato -guai all’opera che si isma o diventa enteroclisma- non si vede altra via d’uscita che la decapitazione senza le ragioni di una rivoluzione. Quando si gira a vuoto senza sapere dove andare, tipica della demenza. La demenza non ha fine. Si decapita da sé.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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