Film brutto o della non misura

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Quale sia e se vi sia un criterio per definire una demarcazione tra il bello e il brutto, senza esitazioni, il canone di un’estetica per dir così scientifica, si sa ch’è stato studiato, proposto voltato e rivoltato in vari modi, per lo più accapigliandosi tre loro le teorie e i teorici; sfioro l’argomento, mio ma solo nella pratica non nella grammatica. Alle grosse quindi mi azzardo a dire che gran parte delle persone dabbene concordino che l’oratorio sfrancesco di sales (che non pochi diranno ormai seels), sotto casa, con annessa scritta gusùcìama, necessiterebbe della devastante puntualità d’una bomba ma molto intelligente, e che il parroco reo dello scempio, dell’immissione di calcestruzzo nell’anima umana, ebbene quello avvitarlo a una croce, drildrildrill col blackedecker. Di là dal joking (vedrete che torna la paroluccia incolpevole) solo pochi imbecilli si beano dei palazzacci polifemi, non solo nelle periferie, delle villette di cubature al cubo, dei via vai di capannoni lungo le vigevanesi di tutto il mondo unite, dei texas e degli abudhabi, implacabili, resistenti alle magnitudo di qualechesia terremoto o tsunami. La bruttura è come il cancro, non sei tanto sicuro di debellarlo e quando ricompare è già metastasi.

Girellare per Macerata; è confortevole piaceretto assorbire la bellezza (oh sì bellezza) sontuosa del laterizio che struttura ogni palazzo dal principesco a quel del magazzino, fino alla Sferisterio, bellezza che pure qualche architetto valente, e senza speranza, ha tuttavia cercato di conservare nei palazzi fuor delle mura. Per i Greci, per gli antichi il bello coincise grosso modo con l’armonico, col misurato; non che avessero torto i Greci perché di certo questo è uno dei criteri, senza andare sul difficile, senza entrare nel territorio dell’arte, per distinguere un bicchiere dell’Ikea da un di bric-à-brac cinese; per i Greci chissà, la signora Teresa in estasi sarebbe risultata brutta e vattelapesca le opere di Gaudí, un pastrocchio insostenibile alla vista; difficile domandare a Fidia che cosa penserebbe dei tortiglioni barocchi.

È utile ricordare del resto che qualcuni meglio di me attrezzati, Edmund Burke (delightful horror A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, 1757 ), Immanuel Kant e Shiller e, e, e Schopenhauer si preoccuporno di andar oltre il bello a caccia di sublime, sintesi e contrasto di orrido e magnifico, di Dionisiaco e Apollineo, avrebbe concluso Nietzsche; finché, nel 1947 per Presses universitaires de France, M. Gabriel Deshaies, dottore in lettere e capo del dipartimento di Clinica all’università di Parigi, pubblicò un libretto, L’Esthétique du pathologique, l’estetica del patologico dal quale la preziosa immaginetta qui sopra. Ora si guardi allo specchio chi non si è visto allo specchio e chi non ha provato brividi di attrazione per un volto devastato dall’acne cistica o per il corpo mutante di un’obesità endocrina. Ora, mi pare che la quistione del criterio uno e infallibile corra dietro a una fenomenologia del bello, in quanto gradevole (ma per chi?) o del brutto( idem) che terrebbe conto di molteplici fattori e di tre paradossi, il proprio mi piace non mi piace, mi (con)muove non mi (con)muove, e mi attira non mi attira; tensioni molteplici quanto vaghe che, a mio avviso, rendono l’estetica un etica differenziale, scienza solo nella proprorzione in cui manifesta alla coscienza non l’uno ma il variabile, commensurabile; destino della sensibilità che, sia ben chiaro e tondo, senza educazione, studio e apprendimento a coltivare, non va più in là d’un tremotìo ddi’ ccore.

Me ricorda che da piccino amava i colori criardi di una brutta enciclopedia per bambini, Conoscere mi pare si chiamasse, con tavole che oggi non giudicherei nemmeno kitsch; poi si cresce e s’impara ad estasiarsi fronte alla Madonna del parto, del Piero della Francesca, non saprei dire se di più ma certo diversamente che in vista del kouros, esposto a Catania (cfr. A.G.Biuso in https://www.biuso.eu/2019/10/30/unestetica-teologica/); mi fossi fermato all’ouverture 1812 di Čajkovskij oggi potrei ascoltare solo la banda dei carabinieri che suona La leggenda del Piave; invece, a furia di ascolti, rifiuti e rapimenti, sono arrivato a Schönberg su su fino a Fiona Apple (1977 -); chi non conosce quest’ultima provi a sorprendersene. Con gran divertimento ricordo adesso che fui preso per frocio, in gioventù per i miei gusti sub-limi ( ci fu un greco anonimo che scrisse di ciò che va sub limen, dentro, sotto le righe più alte) anche in materia di fimmine, datosi che la che maggiormente m’attizzava ieri e tutt’oggi, ma con molto ponderati effetti emotivi, è la ballerina, alta e affilata, dalla modesta seconda di seno, appunto perché il pettone da balia me ne guasterebbe l’immagine armonica; l’androgino Primavera del Botticelli, Ofelia di Millais o Persefone di Rossetti dotato di sorprendente mobilità. Brutte donne (o brutti uomini) secondo il punto di vista, per la maggior parte dei maschi docg, tutti granito e salamelle. Duole osservare ora che tutta questa varietà corrompe di ogni arte il motivo conduttore, la ratio, equabile e ben temperata della misura che allontana gli eccessi della possessione del soggetto da parte di un inconscio onnipotente, scatenato, preteso espressionista quando è solo demente, precostituito assassino della forma. Misfatto di Pandore e Pandori, Via il tappo dai vasi e buonanotte al secchio. Ovvero bugliolo, ché anche la merde è espressione, direbbe il Manzoni, quel che l’inscatolava.

Così, in compagnia di questi lugubri, ma non per certo sensati pensamenti, sono uscito infastidito dalla visione di un film osannato; più che di una qualsiasi artigianalità, secondo me prodotto da un marketing oculato e con lo stile della noia; raffazzonato copincolla di opuscoli di psichiatria democratica, di fumettoes e marx-sìsmo hippie; eh ciao sì, ippiahéh ippiahòh. Un film brutto ma senza l’attenuante o il pregio di essere deteriore. Intendo dire che fossi costretto preferirei, ma senza esitazioni, I mercenari di Stallone, con Schwarzenegger. Ma questo Joker al contrario prenderà l’Oscar, statene certi, oh lettori, ormai è destino; e l’automa, il burattino that struts and frets his hour upon the set, in front of a camera, signifying nothing, sarà il miglior attore, vista l’assenza di un regista a regolargli le molle; apoteosi della sedicente espressione, del far schizofrenia invece che, almeno, spettacolo. Non dirò dell’assenza di strategia narrativa, di scrittura meditata, non dirò delle sequenze a mmuzzo, di dronerie, carrelli, gru, steadycam, se non ho visto male anche di gabbiani (il seagull è per antonomasia inquadrare l’inutile), confusione e sbadigli; non dirò del finale di folla in rivolta come noi assistentini della Scala (Teatro alla) avremmo meglio di meglio fatto, e facemmo in Otello (Verdi, a1/s1) ordinati da Franco Zeffirelli a capire che la massa va distribuita a saturare il quadro o mille figuranti sembrano cinquanta o i cinquanta, due; e che ogni singolo deve fare qualcosa che crei movimento e attenzione, come in un quadro futurista, o in Kurosawa. Avesse visto ‘stu reggisto joking, non si dice studiato, soltanto visto, osservato con qualche attenzione una scena di insieme concertata da Fellini eh bè, sì bè ho visto un film… che piangeva a esser così malfatto e insensato, brutto che parlarne oltre annoia chi scrive e quindi basta così. Ma andate andate a vedervelo il Joker. Punizione meritata. Giurare che qualcuno lo troverà bellissimo e adatto alla conversazione a cena, non so se imbesuito ma certo addestrato dalla pubblicità al gusto corrente del riempirsi il carrello di assorbivulve e salsicce saltinbocca. Ite, messo lì.

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Il kouros ritrovato – Catania -Castello Ursino

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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6 Responses to Film brutto o della non misura

  1. Celia says:

    Embé embé embé, che fare se non piacciarti pur non condividendo del piacciuto il contenuto?

    • dascola says:

      Gentile Celia che un po’ per burla/ un po’ per non morir, dopo tanto aspettar,/ palesa col suo mi piace un non mi accordo/, piacerebbe per lo tanto a me che nel criticar/ fosse puntuale e non per celia,/ma per concedere al contrasto la virtù/ dialettica, che piace e può attirar.
      Se vuole mi farà piacere. Grazie.

      • Celia says:

        Or che tu mi sollecita m’appresto a rispondere,
        perquantopoi poc’abbia da aggiungere.
        Fatto gli è che il Jocherello mi piacque,
        trovavoci io una certa qual forma piacente
        tanto nel fanciullo istesso – ma questa è faccenda laterale e poco pulchra
        quanto nello scritto detto copievole da copiar sul palco che creò, dello sceneggiante, la mente.
        Magari inelegante, falso anarchica ma forma pur sempre,
        con sua logica, parte commerciale ma con ciò non aberrante.
        E niente, questo è quanto e non è critica ma sentire dissonante, ove
        sentire è da intendersi non come afflato cardiaco scomposto, ma
        come filtro pensante differente.

        Cordialmente la saluto,
        con facile assonanza,
        ma del resto “vincere facile” piaciuto m’è sempre 🙂

        diccì

      • dascola says:

        Celia o Celia dal replicar cortese,
        di mia curiosità faccio le spese.
        Il suo bizzarro dire mi rammenta,
        nella diversità ci si contenta.
        Non lo nascondo, il so, nacqui all’affanno,
        a poca simpatia per chi fa danno;
        Siena beh no, l’intorno, mi fé severo,
        ancor di più età e mestiere, altero,
        uso a lodar chi sa, l’altrui talento,
        chi non nasconda il trucco, chi sia vero.
        Mi gioverò in futuro per lo tanto
        se lo vorrà d’ogni suo commento.

        Sentitamente a presto. D’Ascola

      • Celia says:

        A presto, riverisco ed acconsento.

      • dascola says:

        Come disse Totò:’ Ogni debbito è una promessa’
        Alla prossima.

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