Non è detto che il volto umano sia il migliore

Federico Fellini – Satyricon –

Occidente; mai il termine si trovò ad essere più pertinente di quanto pare oggi; questa è la sensazione che provoca l’osservare statico: dal quale è difficile prescindere, perché osservare è come vivere ma non del tutto,  à côté, che meglio o peggio implica distanza, il non fraintendersi, un prospettivismo, per usare un termine caro a Benn – nel campo che mi appartiene el de la poesia –, senza prospettive.

Tu ricorderai in quell’opera fantastica di Federico Fellini, il Satyricon, la scena dei patrizi che lasciano tutto andare e si tagliano le vene con un bellissimo stiletto, centellinando del vino probabilmente squisito da due bellissime coppe, circondati dalle cose belle che hanno posto intorno a sé, estensioni di sé, la bella casa di squisita architettura alle spalle, gli schiavi liberati, i pavoni – non si fa fatica a immaginarne la fine per mano di qualche qualche barbaro, di un qualche mercenario assatanato –un giardino di luce e sabbia; ( la direzione che tutto il lavoro di Fellini mi pare indicasse è che per vivere occorre un set – mare, barche, case, la luce, tutto costruito, immaginato – una finzione che renda tollerabile la noia del dolore che altrove rende l’essere dolenti intollerabile indolenzimento, bref: solo nel set – la scrittura solitaria ne rappresenta una versione più a portata di borsa – si recupera qualche centilitro di fiato dall’acqua alla gola della realtà che altrimenti affoga e basta. Ecco perché vivere in Oriente, Cina, Corea, Chilosà, è praticaemnte impossibile, occorre lavorare in una scatola condominiale e schiattare in una fornace y punto. Condannati per così dire in un film realista – A uno squid game di sistema). Prima di sedersi per compiere l’ultimo rito della loro esistenza, i bei nobili, chissà epitomi dello Steiner organista suicida in La dolce vita, osservano i bambini allontanarsi in carretta con le nutrici e qualche servo, persone dell’altro mondo, del condominio. Lo sfondo è che sopravviveranno. Gli imperi che, occorre dirlo, sono stati tutti bene o male mondi, civilizzazioni o tentativi di costruirne e imporne, crollarono tutti per cause interne. Le due guerre mondiali mi pare sono state – tu tieni sempre in conto che qui, ripeto, si tratta di sensazioni– ferite profonde ma non mortali dell’Impero del Carbone e dell’Acciaio: la disfatta non è alle porte. Le ha già passate. Il resto è asfissia.

Non ho né talento, né pretesa, né attitudine per la sociologia. Non sono filosofo di campagna o da compagnia. Conosco un po’ di storia e di letteratura, di arte sì nei suoi generi… anche lgbt ah ah. Vedi che mi spiace non poco pensare e trascrivere probabili sciocchezze appena fuori dal mio campo di osservazione, quello noto dell’arte. Non nego che è una probababile nota depressiva e l’angoscia a guidare la fabbricazioni di oggetti fittizi come questa scrittura che riempie la pagina – noterai che riempie un vuoto poco consistente in sé, trattandosi della traduzione del pensare in bit di informazione, misteriosi, Quanti noti solo alla macchina in uso; la materia, lo sporchevole l’inchiostro, la palpabile carta, sono mezzi di produzione volontariamente alienati –. Ma chi fa arte non può non osservare, anche se di sfuggita; e subire i climi messi in atto, non da oggi, con pervicace protervia da bande politiche e dirigenti e bravi dal zuffo e piccole zoccole (ratti in napoletano).
Mentre il Madagascar affonda, alla lettera, per effetto della sciagurata indifferenza ai guasti del clima, ecco da Parigi si annuncia (Le Figaro-Venerdì 29/10) che una ditta – Bugatti mi pare – ha messo a punto un auto a benzina capace di 400 km/h. E gli studenti del Politecnico per ora fanno cena con un panino e una busta di prosciutto in attesa chissà di divorare il possibile e i bambini malati pazientano sotto il gamma-knife – 201 punti di luce al cobalto –. Il sapere, anche soltanto di un infermiere o di tecnico di radiologia tuttavia non attrae le masse. Le messe sì.

Le due righe ultime inquadrano il limite dell’osservazione a seguire. Limite temporaneo. Limite variabile. Come pare lo siano tutti i limiti. Limiti limiti. Del resto pare che per i disastri intensivi occorre preparazione alle disfatte locali. Peraltro, oh il bell’avverbio, fatti persuaso che appartengo a quella specie di viventi che al notare un fiore che sfiorisca, cerca di trattenerne i petali anche quando sieno caduti – occasione che pare irripetibile e lo è –;  un vivente che, con estrema sottigliezza, percepisce il tempo della fine del tempo ma mosso tuttavia dal desiderio. Il desiderio senza oggetto. Forse persino senza soggetto. O con un soggetto altro, un avatar o eterònimo che si assoggetta a farsi me a furia di dirsi tale. Desiderio che è tratto caratteristico dell’esistenza – insomma te statti alla larga dal che si fa, si droga di annichilimento dei desideri o dice o si convince di non averne; non è improbabile stia pianificando di farti fuori. Sturmunddrànghete.

Allora pare che la questione sia circa la qualità più della forma che ha assunto e va assumendo l’ordine in cui siamo. E il mondo pare non macigno che ti schianta, ma frana o slavina che ti soffoca pian piano.
Si corre in autostrada contromano.
I motorini degli adolescenti sono artatamente rumorosi e fuorilegge ma quale sindaco, quale assessorato, quale dei quali oserebbe alienarsi le simpatie dei genitori paganti in vista delle prossime elezioni.
La raccolta differenziata, uffa mica ho tempo di levare lo scotch alle confezioni di cartone.
Ci si fa benedire, chiese aperte e vaccinare per il trip in Thailandia: si passeggia tra le guardie di regimi efferati, in mezzo a miseria inenarrabile, sudicio, sifilidi, ma non si tollera un green pass a prescindere.
Un attore chiamato a testimoniare in un tribunale contro un politico, di questo atto non è inteso degno. Tuttavia si segnala un pregiudicato – si badi bene del sistema non un vero pregiudicato che ne è fuori – alla carica di presidente della repubblica. Polacchie e Ungarie hanno concezioni del diritto che spostano i limiti all’arbitrio del loro primate – il politico inteso salvatore che nessuno però cerca di crucifiggere, anzi, spedito al cielo senza tagli – oggi e domani sempre un pochino più in là. Il forno crematorio industriale è la tentazione.

Regole utili alla convivenza che hanno valore di garanzie atte alla sopravvivenza individuale, non si tollerano in nome, non si scomodi qui il diritto, ma della libertà aleatoria e del tutto virtuale di chi se la fa da sé, in nome dunque del diritto di spostarne il limite, oltre ogni limite di un sé ipertrofico: zuccheri e grassi animali a volontà. A titolo personale. Il personale è fondato sull’esaltazione di un ego ego ego ( ego sum abbas cucaniensis) Chi fa da sé se la fa addosso ma questo è il diritto nella vulgata. Diritto del terrorista non di un ladro che sposta carta moneta verso un uso che gli pare, con qualche ragione, proprio al semplice godimento non al potere.

Per quanto mi rattristi tuttavia non mi dà soddisfazione alcuna, al contrario di sicuro di D’Annunzio, trovare eventuali epiteti colorati a chi detesto e che detestare, dovrebbe venire naturale a chiunque. Uno scrittore italiano del secolo, a scorsoio più che scorso, bravo egli ma troppo montato a neve ferma per mettersi a distanza di sicurezza dal proprio specchio, la spia fascista Dino Segre ossia Pitigrilli, in Dolicocefala bionda, tuttavia scrisse, Capisco il bacio al lebbroso, la stretta di mano al cretino no.

Incubi si aggirano sulle acque. Ma tutti cagoia come alla conferenza di Monaco (29/30 settembre 1938), Chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare: Totò, in Pasquale. Il comico, tra gli artisti, percepisce il precipizio con largo anticipo e mette i rimedi alla berlina. Ma al precipizio, bada, si va in berlina. O suv grigio metallico. Scrivere è terrorismo con altri mezzi.

Totò e Mario Castellani in Pasquale (solo audio)

About dascola

P.E.G.D'Ascola, alla sorda anagrafe lombarda privato dell’apostrofo, è eteronimo o pseudonimo di sé medesimo; tende all'anonimo: avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia alla fine più che a Racine a un Déraciné, sradicato. Ma come Cioran, "con la tentazione di esistere", egli scrive.
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2 Responses to Non è detto che il volto umano sia il migliore

  1. azsumusic says:

    👺

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