“O Nacht! Ich nahm schon Kokain, / und Blutverteilung ist im Gange”… Gottfried Benn – O Nacht*

C’è qui nel mio condo una brava e pia donna, impeccabile professora e benestante; le rare volte in cui la incontro per le scale e le chiedo, per buona creanza, del figliolo, la brava e pia donna lamenta il fatto che quello a 15 anni non viva che per disegnare. Frequenta il liceo artistico, è mite, riservato, alto, bellino, aggraziato e, Disegna disegna tutto il giorno, si affligge la matrona. È un’illazione ma, a giudicare dal suo tono accorato, immagino che la brava e pia donna sospetti nel ragazzo una qualche deviazione; in sintesi che sia fidanzato con le penne e aspiri al matrimonio con Photoshop. Ragazze non ne circolano nel palazzo. Nè ragazzi.

Non annuncio alcuna novità: l’arena politica è lo specchio di un paese, di molti paesi: la Russia applaude Putin, se l’è cercato, la Turchia Erdogan, la Spagna a 47 anni dalla fine dalla tirannide ottusa e feroce  di quel calzacorta sanguinario di Franco  ne insegue con voluttà rinovellate la Vox, poi c’è l’talia, l’Italia che appesta… inutile seguitare l’elenco dei paesi dove il vile, lo sconcio, il rozzo e triviale e infine il criminale costituiscono la massa democratica che sceglie i propri regolatori dell’umore – ché a questo ruolo ruolo mi pare intesa  la casta dei politici che ha confinato la politica – tra i peggiori tra i vili e gli sconci, tra rozzi, triviali e criminali…  a propria immagine e somiglianza. È uno dei detti che la Bibbia ha diffuso con nessuna cautela.

È noto che Beethoven non salvò i tedeschi dal trasformarsi in SS. Nella musica trovarono anzi l’espressione del superomismo magico di cui erano selvaggi ubriachi. L’alcool e le ideologie sono una miscela tossica, chissà la peggiore. Quella dell’alcool del resto è un’ideologia. Ma è noto che in Germania si diedero alla fiamme i poeti, in effigie; in Russia invece in corpore vili. È senza paragoni la decimazione praticata con metodo tra gli artisti. Se alcuni sopravvissero bisogna imputargli il peccato di aver voluto salvare la pelle: non so, modestamente, se posto di fronte alla minaccia del gulag offrirei il petto alla mitraglia. Riuscendo mi sarei travestito e sarai scappato col gatto e il violino. Atto questo che medito nel caso si avveri la minaccia che i più rozzi, i più triviali, il più delinquenti, i più vili, i più sconci vincano le prossime elezioni. Democratiche signora mia democratiche.  

Per quarant’anni ho predicato con umili risultati la necessità che in tutte le scuole e  persino nelle scuole d’arte, per esempio nei conservatori, si affermasse la necessità di un’educazione estetica. Ci ho scritto un saggio, Il pieno è il vuoto?,  e perseguito in tal senso un’intesa didattica con gli studenti, non dissimile da quella di Patch Adams con i pazienti. Ovvero la pratica della sensibilità capace e intelligente. Non si creda la scala e l’arpeggio non sono veicoli che di sé stessi. Non rivelano nulla che non sia meccanica di artigli se non c’è un corpo in ascolto: una mente prossima all’innamoramento e alla dedizione, altruismo, abnegazione dell’amore. C’è nella musica, nell’arte in toto, un rivolto che non si apprende coi precetti. È la parte pura e malinconica della materia d’arte.  Un humus, da cui humile. È da quel terreno che nascono i Modigliani e, appunto, i Gottfried Benn… etc.

Ora invito a leggere questo editoriale di una rivista che di recente ha cambiato forma, di Pangea il Panottico. Io la leggo, e l’approvo quasi sempre, di là dall’enfasi  e dalla veemenza che impiegano i suoi redattori nel disperarsi. Ecco l’ultimo editoriale firmato dal sig. Davide Brullo

https://www.pangea.news/poetica-della-politica-poesia-elezioni/

Speciale elezioni! I nostri futuri governanti imparino a scrivere una poesia. Sapremo valutarli come si deve

Secondo Iosif Brodskij – formulò questo pensiero nel discorso di accettazione del Nobel per la letteratura – i capi di Stato, insomma, i padroni delle nostre vite, andrebbero scelti dopo un dibattito intorno a Stendhal, Dickens, Dostoevskij. Non bisogna interpellare costoro su questioni politiche – dicono tutti le stesse inutili cose – ma interrogarli intorno agli scrittori e ai libri che hanno cambiato la loro vita. A dire del poeta,

“Già per il fatto che il pane quotidiano della letteratura è l’umana diversità e perversità, la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana”.

Che molti elettori non conoscano Stendhal, Dickens, Dostoevskij, ma neppure Manzoni, Leopardi e Montale, non è indice di un decadimento della civiltà ma il sintomo di un tempo inchinato all’istante, genuflesso al presente e a un asfittico, sfitto individualismo, proprio di una società, per lo più, di schiavi. Soltanto la letteratura in particolare e l’arte in generale, infatti, liberano dalla prigionia dell’oggi, dalla protervia petulante del più abbiente, del più forte, del più scaltro. Ecco: una civiltà che ha destituito la sprezzatura in favore della scaltrezza, che preferisce le basse manovre delle iene alla sapienza, è degna di fogna.

Iosif Brodskij, tuttavia, ne fa una questione morale e infine laterale (i politici, alla bisogna, sapranno esprimere un giudizio anche sull’opera di Salman Rushdie). Brodskij crede nel primato della letteratura e, in fondo, al suo compito educativo. Orrore, errore. A me basta la decenza formale – la poesia non educa ad altro che all’eversione dal verbo –, purché sia l’asse su cui si regge la formula politica.

La dico così: “poetica della politica”. No, non si tratta di cipria colta sul ceffo del politico: i poeti in campagna elettorale fanno la figura dei pagliacci. Piuttosto, vuol dire recuperare una prassi antica, arcana, alle origini della strategia politica. I grandi sovrani erano, spesso, consapevoli letterati: alternavano il compito della guerra alle necessità della penna. Il potere, dagli albori, è impaniato nel poetare. Così – irriflessi residui di conoscenza liceale – Giulio Cesare, eccelso stratega, scrive il libro che fonda l’impianto grammaticale romano, la struttura del pensiero latino: il De bello Gallico ha l’austera eleganza di un acquedotto, di un ponte, di una strada; pura architettura della conquista. L’imperatore Marco Aurelio ha scritto uno dei testi più affascinanti del tardo stoicismo; Augusto dettò le Res gestae con la nobile perentorietà che distingue la raccolta dei detti di Aśoka, sommo sovrano indiano. L’imperatore giapponese Junna canta l’autunno e la magnificenza del paesaggio – “Da sempre il nostro sire volge il cuore ad ameni paesaggi” – mentre Lorenzo il Magnifico magnifica la giovinezza e le ragioni della gioia, istintuale.

I poeti che frequentavano le corti – da Orazio a Poliziano, da Otomo no Yakamochi a Wang Wei –, necessari a fondare l’immaginario di una civiltà, non erano figure d’ornamento, bestie impagliate o grigi copisti, ma autentici sapienti. La presenza di un poeta a corte, cioè, a tratti assumeva i contorni del fool: era un punto di discordia, un segno di contraddizione e di maldicenza, non alieno a ribellioni più o meno plateali. Il dominio della parola incute timore. Eppure, il Mikado indossava la stessa dedizione nell’allargare i propri possedimenti come nell’organizzare immani antologie in versi, imperituro monumento al proprio governo. Il più noto di questi vertiginosi abbecedari lirici, il Kokin Waka shū insegna che

“La poesia, senza ricorrere alla forza, muove il cielo e la terra, commuove perfino gli invisibili spiriti e divinità, armonizza anche il rapporto tra l’uomo e la donna, pacifica pure l’anima del guerriero feroce”.

Ecco il compito sottilmente politico della prassi poetica, che resta, nel suo intimo, magica – visto che scarta la comprensione in favore dell’ispirazione, scosta l’utilitarismo della grammatica in virtù della liturgia musicale, adempie l’oracolo non certo il vocabolario. I grandi imperatori bandivano gare di poesia per scegliere tra i propri consiglieri chi sapeva commuovere e stupire, geniale scrutatore dei cuori. D’altronde, fino all’altro ieri i funzionari cinesi per essere assunti e assurgere agli scranni più alti della dignità politica, dovevano passare estenuanti esami di retorica e di poetica, dimostrando la perfetta conoscenza dei “Cinque Classici” raccolti da Confucio. La disciplina storica – simboleggiata dagli “Annali delle primavere e degli autunni” – era congiunta a quella divinatoria; la sapienza poetica – il “Libro delle Odi” idolatrato da Ezra Pound, che ne ha dato traduzione in The Classic Anthology Defined by Confucius – era ritenuta la quintessenza dell’abilità politica (il sistema di reclutamento politico in Cina è spiegato nel romanzo di Inoue Yasushi Tun-Huang, ancora inedito in Italia, si può leggere in inglese). D’altronde, la Rivoluzione russa attecchisce ed esplode grazie alla forza dei poeti prima che degli ideologi – che poi, passato dallo stato liquido a quello stabile un governo brighi per sbarazzarsi dei poeti è viltà nota.

Intendo dire. Torniamo a scremare le ‘forze politica’ tramite la prassi poetica. Il futuro politico, il parlamentare e il ministro che, ci piaccia o meno, governerà i nostri averi, la nostra identità, abbia l’obbligo di conoscere i classici della poesia italiana, s’impegni nello studio della metrica, impari quando scegliere il novenario piuttosto che l’endecasillabo e quando è utile il verso libero o la prosa poetica, si eserciti nel sonetto, nella canzone, nel sirventese o nell’ode; abbia dimestichezza con l’ottava e il madrigale. Impari a scrivere una poesia sulla primavera, una sulla guerra incipiente, un’altra sull’amata, coniugando l’emozione nell’efficacia estetica, stabilizzando l’estasi.   

Il punto, ovviamente, non è letterario ma pratico. Non c’interessa che un politico sappia scrivere buone poesie – la poesia, da sempre, è altrove – ma che ben governi. Beh, saper governare le parole, condurre in forma appropriata i propri pensieri, domare il caos in formule esatte, è il principio del governo. La poesia – dicono i romantici – esprime l’essenza dell’uomo: il compito di un politico, essenzialmente, è conoscere l’uomo, prevedere i suoi desideri, orientare le sue attese. Dedicarsi alla poesia – cioè: calare l’estro nella regalità del verbo – è già un gesto di potere: chiarisce i propri atti, percuote di dubbi le proprie fatue certezze, impone l’arguzia del conciliare e la perizia nel non demordere.

Ah, certo, diranno i gonzi, quelli che la sanno lunga, che sanno tutto, c’è ben altro a cui pensare, altro che la poesia… Benemerita idiozia scolastica che ha ridotto la sapienza marziale del poetare in svago iniquo, domenicale, da dopolavoro per puri di cuore. Non esiste attività più seria, per la propria ascesi, che la poesia – il resto, è baccano, infamia, illecito in chiacchiere, lo sfregio del blabla, l’oggi.

©Davide Brullo-Pangea

* O Nacht -:
 
O Nacht! Ich nahm schon Kokain, / und Blutverteilung ist im Gange,
das Haar wird grau, die Jahre fliehn / ich muß, ich muß im Überschwange
noch einmal vorm Vergängnis blühn.
 
O Nacht! Ich will ja nicht so viel, / ein kleines Stück Zusammenballung,
ein Abendnebel, eine Wallung / von Raumverdrang, von Ichgefühl.
 
Tastkörperchen, Rotzellensaum, / ein Hin und Her und mit Gerüchen,
zerfetzt von Worte-Wolkenbrüchen -: / zu tief im Hirn, zu schmal im Traum.
 
Die Steine flügeln an die Erde, / nach kleinen Schatten schnappt der Fisch,
nur tückisch durch das Ding-Gewerde / taumelt der Schädel-Flederwisch.
 
O Nacht! Ich mag dich kaum bemühn! / Ein kleines Stück nur, eine Spange
von Ichgefühl – im Überschwange / noch einmal vorm Vergängnis blühn!
 
O Nacht, o leih mir Stirn und Haar, / verfließ dich um das Tag-verblühte;
sei, die mich aus der Nervenmythe / zu Kelch und Krone heimgebar.
 
O still! Ich spüre kleines Rammeln: / Es sternt mich an – es ist kein Spott -:
Gesicht, ich: mich, einsamen Gott, / sich groß um einen Donner sammeln.
 
(Fonte: Benn Gottfried: “O Nacht -:”. In: Gedichte. Reclams Universal-Bibliothek Nr. 8480. Philipp Reclam jun.: Stuttgart 2006. S. 24/25.)

About dascola

P.E.G.D'Ascola, alla sorda anagrafe lombarda privato dell’apostrofo, è eteronimo o pseudonimo di sé medesimo; tende all'anonimo: avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia alla fine più che a Racine a un Déraciné, sradicato. Ma come Cioran, "con la tentazione di esistere", egli scrive.
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5 Responses to “O Nacht! Ich nahm schon Kokain, / und Blutverteilung ist im Gange”… Gottfried Benn – O Nacht*

  1. PP53 says:

    Apprezzo

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  2. Leonardo Taschera says:

    Caro Pasquale, scrivo poco perché non ho qui il computer e sul cosiddetto smartphone non mi trovo a mio agio. Il tuo inno al poetare è per me prima di tutto commovente, non solo per la profonda verità che esprime ma per il coraggio della fede nel potere della parola governata dalla forma. Io ormai in generale dispero. La parola non governata dalla forma e dal pensiero che la regola pervade tutti i campi. In un supermercato, negli scaffali riservate ai rotoli di carta ho scorto un pacco di carta igienica, non ricordo di che marchio, che recava la scritta “pulito totale”. Chi si riconosce nella volgarità di una simile pubblicità quali politici vuoi che esprima? Credo sempre più nella necessità del ritiro in una dimensione conventuale in cui coltivare e conservare le alte forme del pensiero da consegnare ad altre epoche o ad altri mondi, visto che il nostro pare irrimediabilmente in via di autodistruzione…Un abbraccio

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  3. azsumusic says:

    La signorina, quest’oggi, ha parlato. Lo sport come pratica per sfuggire alle perdizioni. Non la cultura come base ma il solo esercizio fisico. Questo mi ricorda qualcosa. E a voi? Peraltro, proclama enunciato da chi non avrebbe il fisico per sollevare null’altro che polveroni. Un déjà vu. Beh, come diceva la sempre attraente Miley, giorni addietro: “Lo sport è l’oppio dei popoli”. Vedremo, dunque, corse di maratoneti ai matrimoni anzichè marce nuziali? Vedremo. Vedremo se riusciranno ad arrivare al giorno prima della “scelta” senza un maxi scandalo a corredo. Sono andato a giocarmi la schedina. Vediamo se vinco.

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