L’ElzeMìro di Martedì 17 Settembre

Mille+Infinito-La psicologia del personaggio

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Direttamente nel menu di testata della rivista Gli amanti dei libri , a cura di Barbara Bottazzi, e nelle categorie L’ElzeMìro e Spazi della rivista stessa, si trovano l’ultimo in ordine di tempo e tutti i racconti precedenti quest’ultimo

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BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

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Papi popi e ùpupe

Qui nello stivale i non credenti, cioè quelli che non se la bevono su nulla, né hanno sete di bicchieri pieni, non esistono, o non sono tra i noti blà blà mainstream. Ho l’impressione di essere un caso isolato, come di quelle malattie che non hanno sufficiente valenza statistica. Vabbè ricordo, caro mio, di avere sempre sghignazzato al sentire lodare questo papa coi parapà perepè dei self nominated laici o addirittura non credenti che, come il defunto Scalfari, avevano e hanno sempre un angolino di cuore devoto a Maria ( e alle cattedre di Vita e Salute) non fosse che fosse la loro vicina di pianerottolo. Ho sempre sghignazzato dei cosiddetti e anche mi sono sempre ‘n tanticchia incazzato al vederli sbrodolare in osanna, alleluja, e lo vedi che il papa è di sinistra. Ma va là, il papa non dice quello che pensa ma quello che conviene e quando non conviene più se ne esce con questa bella tirata sull’eguaglianza tra Harris e Trump. Ma non c’è da stupirsi, la demenza lascia andare l’autentico di quello che resta di una persona. Prima cultura e autocontrollo sono solo potenti freni inibitori. Quando sono rotti addio fichi. Nemmeno l’accortezza di andar giù in prima col freno a mano. Ciao.

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Agli aratri non far sapere…

È Salvini che traccia il solco ma è Meloni che lo difende.

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Geografie senza espressione

Da abitante e piccolo elettore in questa geografia nostrale dall’espressione truce , caro mio, la mia impressione è che questi fascisti al governo, qui in scranno e affacciati alle tribune altrove, siano degli incapaci anche di delinquenza comune. Non sanno che il capitan Fracassa era una maschera della Commedia dell’arte. Ma i metodi di governo sono simili agli antichi : parenti e serpenti infilati per ogni buco a mordere e arraffare e spetacciare sotto lo sguardo bovino di opposizioni che non si oppongono a nulla. Poi ci sono Trump e il suo omologo, i suoi omologhi ; lui è un pericoloso schizofrenico e chissà stupido ( indossa la permanente come un burqa, sotto è difficile fare diagnosi) tenuto in piedi da una banda di ricchi delinquenti e agito da una folla demente ma armata di roncole e fucili non meno che, altrove o altrimenti, di Bibbie, telefonini, media al servizio e servizi così poco segreti che ognuno li vede agire e approva. Delle folle, anche di turisti in piazza del Duomo a Firenze, e delle approvazioni provo fastidio e spesso paura. Vedi tu. Penso poi alle altre espressioni geografiche d’Europa che, da metà ottocento in poi non hanno fatto altro che agitarsi, frignare e assassinare Arciduchi e ora, più di un secolo dopo, mettere veti. Sarà Jevo. Boh.

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Sogni

Ho fatto un brutto sogno : che nascevo in Italia e poi… poi mi sono svegliato. Finisce così Non è un paese per vecchi, il film dei Cohen e il libro di McCarthy e la maggior parte dei racconti di sogno.

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L’ElzeMìro – September song

17 Settembre

La psicologia del personaggio

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Conciossiaccosaché

I confess, che fino in pratica ai  trent’anni quando mi presi una scuffia per il Kung Fu così che  mi strapazzai fino ai sessanta per allenarmi quotidianamente, da piccolo invece e poi da giovane nutrivo un’avversione metodica per lo sport. Un po’ per snobismo perché vigeva in casa il detto, e chissà perché dal momento che i’ mi’ babbo era stato giocatore di hockey su ghiaccio e schermitore ( mia nonna conservava la sua maschera  e la sua spada), in casa vigeva dunque il detto testa di calciatore.  In tutta evidenza era un insulto e per carità ognuno ha diritto a insultare chi vuole e i miei erano schiavi del preconcetto che esiste un solo tipo di intelligenza, cioè quella speculativa, filosofica o politica o logico matematica. L’intelligenza del corpo, delle mani, dei piedi ob brob brio. Ricordo in proposito una mia strenua difesa della mente musicale o pittorica , insomma artistica che sì, secondo mio padre era intelligente ma non come… aggiungi il nome che vuoi dal firmamento dei geni fisico matematici. Se mio padre avesse solo pensato un attimo si sarebbe intelligentemente accorto dello sproposito che andava difendendo. E dunque me della sciocchezza mia nel non volere giocare al calcio, che confondevo col tu che squadra tieni ( o peggio,  di che squadra sei) . Ebbene piccolissimo riuscì a farmi escludere dal gioco tirando delle gran cannonate nella porta libera che era la mia e facendo dei gran falli, di mano, di quel che ti pare. Via via sei negato. Snobismo quindi e con molta maggiore probabilità un voler evitare il confronto che confondevo con scontro, l’aggirare la possibilità di perdere. Ed ecco perché l’educazione dovrebbe per forza comprendere qualsiasi sport di competizione e di squadra. È così che gli Inglesi hanno vinto le guerre, patendo e sopportando le sconfitte. Credo. Poi sotto sotto mi è sempre sembrato che lo sport fosse un’esaltazione, che non mi piaceva punto, di un virilismo del cazzo – alla lettera –  e le Olimpiadi una roba da sollevatori di pesi bulgari. Roba da maschi, categoria dalla quale mi sono sempre tenuto lontano. Non so che cosa mi è successo quindici giorni fa. Non solo ho seguito con curiosità l’apertura dei giochi e tutto il rituale di contorno e la tenacia di tutti sotto un’acqua che diolamandàva ma da quel giorno a ieri sera, chiusura dei giochi, ho seguito tutto quello o quasi che Sky mi condiva :  ciclismo, nuoto, tuffi, arrampicata, taekwondo, judo ( facile quello, mi piace e un po’ ci capisco), scherma tanta ( viste le sconfitte italiane e senza rammarico perché parteggio soltanto per la bravura, l’ardimento, il gioco a prescindere dal colore che indossa), lotta, la finale magnifica della maratona femminile, gli skaters, gli arrampicatori, persino la boxe femminile ( che è molto femminile) e tanta ginnastica e nuoto artistico. Morale, mi è parsa una festa questa Olimpiade ( e forse sono tutte così) una festa finalmente pagana, un grecismo di abilità e intelligenza ( prova tu a giocare senza prove una partita di pallavolo che è tutta improvvisazione e calcolo del momento) e infine di bellezza. Bellezza autentica nei volti vittoriosi anche sulle lacrime, di corpi magnifici come monumenti, e soprattutto di donne, altro che, donne combattive, fiere, bellissime a prescindere, decise, precise, eleganti… un’Olimpiade delle donne. Cosa mi dici dei quella corridora britannica truccata come Amneris nei 1500 metri?  O delle incredibili ginnaste dell’artistica, lascia perdere un attimo la Biles che è una dea di un Olimpo di dee – che meraviglia – ma hai visto le cinesi, hai visto le bulgare e anche le italiane, le farfalle  di nome e di fatto, le hai viste?  Hai visto i logaritmi  di quella Egonu – cui vorresti ma assomigliare Vannaccio Mustaccio altro che lineamenti ditaliani povero  babalone – o della sua compare Miriam eQualcosa ( inutile che cerchi il nome tanto lo dimentico) ? Cioè hai avuto la visione?  Sfolgoranti e buffe e ingenue. Donne. Alcune bambine. Senza genere. Dèe. Dèi. E a dispetto dei segni della croce che qui mi hanno fatto la stessa impressione delle corna napoletane o dei tocchiamo ferro, tutti pronti a battersi per un attimo and then is heard no more. Testimoni dell’impermanenza. Del magnifico caduco.  Pagani. Oh.

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L’ElzeMìro – “Settembre andiamo è tempo di migrare”

Mille+Infinito

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L’ElzeMìro di Martedì 30 Luglio

Mille+Infinito-Acqua, ammoniaca e latrar di cani

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

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Gaetano! Tromba!

Per ascoltare questa esortazione occorre aspettare il minuto 4:27 del video https://www.youtube.com/watch?v=h0OFOrXWNfY. Enzo Dara, per la mia generazione, che ci ha lavorato e più di una fiata, Enzo era un mito di gentilezza professionale e umana, educazione, misura, umorismo e ovviamente, sapere e non solo musicale e infine quel che più conta, musicalità che è quel quantum che separa l’acrobata a muzzo dall’artista di ogni arte. Guarda Kubrick. Ricordo Arthur Rubinstein che facendo il verso del tacchino sfotteva i pianisti vistosisti, i funamboli, gli equilibristi, il circo dei coriandoli in frack. Ricordo anche la Carla Fracci, la Luce nel Ballo Excelsior del Crivelli alla Scala, che la piroettava oh come che la, miliardi di volte mentre la sala ne scandiva la conta come sul ring l’arbitro, fino al boato, all’acclamazione finale dell’invicta quando terminava il numero infinito dei volteggi fini a sé stessi. Ma il ballo Excelsior era quella roba lì. Anche in questo caso solo acrobatica, olimpiadi volendo vedere, musica(→) da circo MA con il correttivo della grulleria : solo in quel contesto l’Oscurtantismo cadeva fulminato dalla luce di Edison. Chi ama la musica (→), chi lo fa è sospetto in tal senso, si domanda dov’è la differenza tra la soprano che fa i picchettati sul sì bemolle e il ragno-di-lecco appeso a un chiodo. La differenza con la funambola bistrata del circo che volteggia a 30 metri di altezza appesa ai suoi denti è nulla. In entrambi i casi si tratta. a mio avviso, di un malinteso estetico. Che spaccia per estetica una per quanto grande capacità meccanica. Ci fu un amico di mio padre capace di mangiare 50 uova sode a un pranzo di nozze. E allora. Ma pare che molti non distinguano in arte, l’esercizio meccanico o peggio, a volte, il come si ottiene questo o quel risultato con quel quantum di cui ho detto.

Quando ero ragazzo e appassionato cinefilo ricordo un mio compagno che si sdilinquiva per le triplici panoramiche circolari di non so che film. Ancora oggi nella critica vige il pregiudizio sui significati ma con attenzione , ciò nonostante, al se il tale o tal altro regista fa un piano sequenza di 18 minuti a metà film. Allora in 1917 tutto l’inizio è un piano sequenza. E va bene perché mozza il respiro, rende il ritmo dell’azione concomitante inesorabile, rende l’idea, è espressivo non puro esercizio che, sia detto una volte per tutte, non è mai di stile. Lo stile non ha niente a che vedere con gli esercizi o, come affermava un mio collega in Conservatorio, allora chi fa da 10 e lode gli esercizi del Concóne (→), sarebbe Ravel. Resta l’ovvio, cioè che per ottenere un certo risultato di coinvolgimento emotivo, vero, non di stupore per il mostrum, di arte, che è il gioco condiviso tra pubblico e artista, per ottenere questo e, aggiungo, nell’ambito della musica eurocolta cui assimilo anche i Queen o Battiato, per quest’ambito è indispensabile un livello molto alto di abilità meccanica. O le dita non si muovono sulla tastiera. Ma l’abilità non coincide con l’arte. L’arte è quello che avviene quando si supera l’abilità. Guardare un quadro di Klimt per rendersene conto.

Ora, sono andato a sentire – sentire no perché prima dovetti tapparmi le orecchio poi tapparmele con la carta di un fazzoletto di carta, poi scappare – a tentare un concerto di questo osannato Paolo Fresu, il che non poco si osanna, perché appunto concentrato di questo che dico : abilità, diecimila note e stronfi e sospiri, non un istante di musica. Certo è bastato il primo battere di tam tam perchè i piedini e le testoline del pubblico si agitassero in controtempo. ; se osservi, l’audience arriva quasi sempre sul levare ma è contenta lo steso di sintirisi chissà gospel ; le abbronzature di stagione contribuiscono molto all’illusione di chiesa metodica del Missipipì, qual’è quella del pubblico jazzante, che non rischia mai il linciaggio. Per il resto domenica il Fresu e la sua compare 52enne Petra Magoni mi hanno costretto alla fuga dopo nemmeno un’ora di concerto ( ah, ho scoperto che i concerti adesso si chiamano spettacoli e che si vanno a vedere non ad ascoltare, amen). Lei stona ( non è Mina e nemmeno Milly, forse ha usato male la voce in passato e alla sua età non regge i filati cui si ostina per far bello e bara) ma riempie il microfono di borborigmi, squittii, vocette, zan zang tumb tumb che interessano poco la musica (→) ma molto i fedeli ; poi saltella qua e là, si agita, vuol farsi vedere. C’è poco. Però almeno si impegna a ricordarsi del pubblico che ha pagato. Lui no, lui entra in scena, non saluta, nemmeno uno sguardo alle persone, aggiusta le sue macchinette e poi fabbrica note con la tromba e lo sguardo quasi sempre puntati al legno del palco, qualche volta a lei, qualche volta agli altri della band. Alla lettera non guarda in faccia nessuno e se non fosse perché è l’unico a suonare la trombetta non sapremmo chi è. Una regola di palcoscenico e dell’educazione che ne consegue, vuole che l’interprete si veda, sia riconoscibile, che saluti il pubblico e che non si presenti con una maglietta da marinaio a righe. Con la maglietta a righe ci stai a casa tua o in sala di registrazione. Il pubblico vuole e merita le piume e i lustrini o l’abito che fa il monaco e anche il principe di Galles in parata. Il pubblico deve potere dire è lui. Quindi da un punto di vista di educazione e di musica non c’era motivo di restare al concerto. Per scappare sì : le note erano quella cosa lì autoriferita che è il jazz o quello che è, chiesa metodica nel parlare una lingua morta, il setting della diffusione sonora sregolato, saturato, sono sicuro che i vumetri picchiassero sul rosso anche sui piano, cioè a volumi tali che si sentiva male tutto, coperto dal chiasso vicendevole. Le mie orecchie, che lo so sono sensibilissime al rumore, mi hanno costretto alla fuga. Ma l’impressione di fuffa e di truffa resta. Oltre al non poco stordimento. Sai che ti dico, me ne fresu, Gaetano, tromba!

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