L’ElzeMìro di Martedì 16 Luglio

Mille+Infinito-CONTIGUITÀ

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Direttamente nel menu di testata della rivista Gli amanti dei libri , a cura di Barbara Bottazzi, e nelle categorie L’ElzeMìro e Spazi della rivista stessa, si trovano l’ultimo in ordine di tempo e tutti i racconti precedenti quest’ultimo

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BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

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Stupidario

Trump non è stupido, non più di qualsiasi fascista nostrale, anzi brilla di quell’intelligenza che serve ai peli per crescere sullo stomaco e poi star ritti. Per questo piace. Nella scala evoluzionistica non è salito di un gradino ed è in ottima compagnia mondiale. Dice che nel 2080 l’umanità, intesa come sia possibile intenderla, smetterà di moltiplicarsi. Questa è un’ottima notizia per i virus che finalmente vedranno la possibilità di una rivincita. Buona domenica.

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L’ElzeMìro di Martedì 2 Luglio

Mille+Infinito-La doppiatrice

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Il grande sonno

Non lo so. Scrivo questa nota con l’augurio che qualcuno mi voglia contraddire da tanto mi annoio ogni giorno da me allo specchio, al constatare che vorrei, sono pronto dal 1964 a vivere come in quel mio tema quasi vincitore di un concorso lombardese, in un Europa dove i chirurghi operano a distanza, i treni sfrecciano, le foreste forestano e il parlamento è Eurpèpèo e basta : espressioni geografiche nazionali tabula rasa ; e invece eccoci qui in attesa che qualche somaro serbo o ungherese o ceco ( non ne avessero mai passate a sufficienza) a non parlare or dei franchi or dei sanniti che poco ci manca, decida di far fuori qualche arcidìacono di Brussella così che oilì eilà alalà tutti in trincea la meglio gioventù a soddisfare alleanze pubiche. Schifo e noia, schifanoja o schifani. Gran bella merda.

Allora : ho ascoltato le parole della signora Segre, prive di ambiguità sul fascismo. Poi su istigazione di mia moglie, che mi dice astratto dalla materia vile di cui è fatta l’informazione nazionale, ho leggiucchiato, con vivo e vibrante boh, del caso Fanpage. Non ho guardato i video ; li immagino ché sono nuovi per i fessi e per i concorrenti di 4matrimoni; chiunque abbia una certa età e un livello critico di senso critico i Sieg heil e vival-buce li ricorda benissimo, ah ah signora mia, a Milano fuori dal MSI (di Almirante, il repubblichino non l’attore, che alle Tribune politiche di Bernabei sfoggiava i suoi dico agli amici del PCI), e poi i Caradonna (→) e i picchiatori truzzulenti in via Mancini angolo XXII Marzo (che non si legge icsicsii) appostati come le vedette dei narcos o della camorra; c’è chi ha visto i saluti romani ai funerali di Annarumma – proletario in divisa – al suon di I-ta-lia repeat without fading e che quindi si sente il mutante di BladerunnerI’ve seen things you people wouldn’t believe.

Stante che questi sono gli epifenomeni, come dici tu, di un paese geneticamente fascista, leggo però che nessuno si stupisce del flirting tra fasci ed ebrei (ma il definirsi tali, consento al mio modo analitico di percepire, è in sé una dichiarazione razzista) ; nessuno si stupisce, e da una lettura superficiale dei files più che altro evinco che il neo, inteso anche per grain de beauté, di FDIsz è di essere non fascista ma antisemita ; ovvero allora : confessati, fai abiura, abbracci un rabbino meglio se capo, e sul fascismo si può anche sorvolare e persino, chi lo sa, qualche scranno in più, no? Non lo so, fantastico adesso, ma una cosa che ho sempre affermato [( in una occasione anche in faccia di quei giovani attivisti sionisti, comparse che da noi negri anziani della produzione si facevano portare il cestino ai tempi del film Fratelli d’Italia? – ahi le premonizioni del mio sfortunato amico Barezzi –, film dal quale una bellissima street dance di feroce sarcasmo antifacha dei miei allievi, fu “estirpata” in edizione dal produttore Jarach (con la Kappa) e dai censori del CEDEC (→)] ho sempre affermato che alla comunità ebraica italiana diffusamente il fascismo sembrò una brutta roba solo nel ‘38, come se la brigata mussolina saltasse fuori out of the blue a rompergli i panieri con tutte le uova dentro.

Non sto a dire ma dico di quel mio parente circonciso ( a Trieste austriaca si potevano avere parenti di ogni tipo) antenato e antemorto, che nel ventennio gambali, orbace, gymna da camera e sabati fascisti( mon père mi raccontava) ma poi al momento buon per lui su su per il camino, non so se in Risiera o altrove. Insomma l’occasione per i fasci è offerta adesso di sconfessare non il fascismo e il suo lato coerente nazista, che è loro proprio e che è pure evil al contrario di dottrine pensate, non dall’arroganza scotomica padrona, ma da intellettuali intelligenti come Marx e affini su su fino ai Rosselli e Spinelli quale riscatto dalla miseria, dall’ignoranza, dal pregiudizio, dall’ingiustizia( un peccato la loro manipolazione da parte di natural born killers) ma cattolicamente, il solo razzismo e il solo antisemi ; poi tutti assolti: potete governare Fratelli d’Italia! Mais, ne touchez pas à Nethagnam. Mi spiegai?

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L’ElzeMìro di Martedì 18 Giugno

Mille+Infinito-Istruzioni di ascolto

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L’ElzeMìro di Martedì 4 Giugno

Dopomezzanotte – Ending story

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L’ElzeMìro di Martedì 21 Maggio

Dopomezzanotte – L’orologio

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Il racconto l’Orologio si può trovare anche direttamente nel menu di testata della rivista Gli amanti dei libri  a cura di Barbara Bottazzi.

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Vento d’Auster

Lo sai, il mio punto di vista non è mai né lo dello storico, che non sono, né del critico, che non sono. Ovvero se sono critico lo sono in quanto artigiano. Artista mah ; lo sai che il titolo me lo affibbiò, per disistima verso altri colleghi, un bravo bidello al Conservatorio, un abruzzese di spirito come Flaiano : del complimento gli sono tuttora grato ma scettico.  Però so, per essermi guardato intorno tutta la vita, che ogni artista è artigiano e, ipso facto, critico ; qualsiasi produzione d’arte, scrittura, musica, pittura, pone, a chi fa sul serio, la questione del come, non del che cosa; ovvero sia del che cosa per rapporto stesso e stretto al come : guarda Kiefer. È evidente che per svolgere il suo mestiere d’arte, dopo avere ricevuto la chiamata, uno deve, ma deve proprio avere maturato il proprio senso critico : dall’interno della sua arte. Sono cose queste che tu dirai, vabbè si sanno. È evidente pertanto che la critica che l’artista esercita su sé stesso è consustanziale alla sensibilità che per il, e nel, suo fare ha sviluppato. Ad altri, a chi non fa arte, andrebbe offerta, e io dico conculcata, una educazione estetica, mancando la quale educazione percepire il prodotto d’arte ( ma egualmente o la bellezza non artefatta di un gatto o dell’oceano a La Coruña, o o o ) non solo come tale, nella sua sostanza, è impossibile ; se ascolti lo Jedermann, senti che egli giudica e interpreta e casca subito nell’ideologico, nello psicologico ; benché quello del giudizio è probabile sia un istinto che sopraffà l’umile mi piace non-mi piace, monsieur J. ohibò, ha un Io da ostentare,  e si aggiudica il diritto di sparare giudizi ma osservando  da un campo diverso da quello artistico. Farla semplice : valutare un paesaggio dal punto di vista della portineria. Avrete, sarebbe invece da dire, avrete una buona arte, un’arte che incide, se fabbricherete un buon pubblico. Fin dalle elementari fin dall’utero. Da qualche parte qui nel blog, ho già ricordato il pittore Vella, amico di famiglia, il quale, ricorderai, asseriva con ragione impeccabile, che solo un’artista può intendere un artista. Nel lieve eccesso di questo statement stava, sta l’incontrovertibile. L’arte va difesa dal mercato e dall’università ( ricordi : Schopenhauer disse lo stesso della filosofia come pratica aliena alle cattedre di filosofia) ovvero dalla pratica assurda, molto americana se vuoi, di insegnare letteratura e poi, anche,  scrivere. Dottrine e condizioni inconciliabili. Dal numero di scrittori proclamati che affollano, non so di preciso l’America ma,  è palese l’Italia, si deduce con che lo scrivere non è nel dominio dell’arte, ma un andazzo, simile a quel della pittura di gerani a Bellagio, di cavalli nella spuma marina con clown al mercato.  Andare incontro al pubblico è il mercato, generale : ai generali di Milano dovrebbero aprire un’area-libri insieme con quella della carni, dell’ortofrutta, dei fiori ;  Mecenate-Milano Sudest, è quella la destinazione. L’editoria, il marketting  di un qualsiasi oggetto estetico. O che tale si pretenda. Se il cinema è un fatto ambiguo, malaccorto, zoppicante su quel piano ( il che non ha evitato mai in passato la comparsa di opere d’arte, a dispetto del mercato dico), il libro lo è ancora peggio :  claudicazioni in corpo 11.

Á quoi bon tutta questa pastrufaziata, ti domanderai. Per causa di Auster, il defunto recente. Di là da 4 3 2 1 e adesso di questo suo ultimo pre mortis, 2023, Baumgartner (giardiniere d’albero), conosco niente di Paul Auster, se non l’eccessiva foliazione del primo libro e almeno e per fortuna, la giusta misura del secondo. Di altre opere, ripeto, so niente e possono essere dei capolavori, a me sconosciuti ma che a quel punto ho poca voglia di leggere. Di leggere romanzi contemporanei, aggiungo, ho in generale poca voglia perché sono contemporanei all’epoca vuota, maldestra, furbastra e canaglia di cui a 72 anni vivo non so per quanto ancora gli  ultimi i bollori assassini. Anche questa è una fortuna ma la constatazione di questo degrado, di questa débâcle, di questa caporetto verso cui pare avviato il mondo in mano a sovranìe delinquenti, non allieta ; non è così, è la domanda di cortesia al pensiero di come sarà la vita di generazioni di figli e nipoti se non ci saranno le condizioni per una rivolta prima e per una rivoluzione poi e nel caso di quali nuovi malfattori le rivoluzioni saranno il blocco di partenza e lo starter.

Allora. Ho letto con fatica ma con metodo fino in fondo questo, oh cielo come chiamarlo il Baumgartner, non so, romanzo, appunti, diario, immaginario ma fino a un certo punto. L’ho comprato, il volume, e l’ho letto stuzzicato da una critica ridondante, magnificante, esornativa, superlativista, sai com’è: il libro viene tradotto in quarta di copertina e pare compendio de la vita l’ammore, ‘a morte, spiegate finalmente al poppolo ; ovvero di istanze che non vanno cercate nell’arte, ma il progettare un chi siamo-da dove veniamo-dove andiamo –  l’immane quesito di Woody Allen, non solo dio non esiste ma avete mai provato  a trovare un idraulico a New York –. (Ricordo una specie di tavola  ambigua  anche perché condotta dall’ambiguo perché televisivo e pretino Enzo Biagi, con Pasolini protagonista ; il pretino gli domanda quale consolazione trae dalla lettura del Vangelo ; a tanto  il Pasolini replica sehr piqué che egli non legge nulla né questo né quello, né il Vangelo per consolarsi, che lo legge in quanto opera letteraria. ) A prescindere, ho trovato in Baumgartner è una descrizione continua di pensili, librerie, automobili, lower Manhattan e upper Manhattan, intese come geografie, e faccende autoreferenziali di una coppia dei soliti ebrei niurchési, benestanti ma che si sono fatti da sé, universitario lui con una cattedra in chissà che cosa ma che gli permette di citare Kierkegaard, redattrice di casa editrice lei, l’Anna così citata nel libro :  e come che nuotava bene, e come che stava bene in costume e com’era elegante e come si scopava bene da giovani con lei, ma anche adesso fosse viva – pare che i niurchèsi cattedratici e letterati non siano toccati da rinsecchimento dei tessuti, spanciamenti e impotenza  – e come che la scriveva bene l’Anna e quante quante e belle poesie che la scriveva (127 n.d.r. ) e che bel volume ne verrebbe fuori e quant’è bella quant’è cara/ men la vedo e più mi piace/ ma il mio cor non si dà pace….  Insomma quei fenotipi cliché  di  benestanti borghese cari al sarcasmo di Woody Allen appunto. Bischerate ovvero cose note cose note, mixate nel testo con una poesiola meno che infantile di questa Anna – e la traduzione non nuoce, non potrebbe ; Carducci a 15 anni avrebbe fatto meglio perché almeno avrebbe conosciuto, si sa, la metrica, la tecnica – e qua e là con estratti di testi sempre di questa Anna ma anche di questo Baumgartner, di volta in volta io narrante insieme, pare, all’Auster stesso che con B. si sconfonde, e che non sono nemmeno equivocabili per articoli del NYT che sarebbe invece grasso che cola.   Insomma delle somme nada, il libro pare uno di quei fondi di cassetto Sellerio’s style (Camilleri tira ancora e pubblichiamo anche gli scontrini della sua tintoria come questo l’ultimo volume uscito dal registratore di cassa Sellerio, Un sabato, con gli amici). Qui l’avvento del nuovo lavoro di Auster è anteriore alla sua morte e quindi purtroppo ci si deve aspettare il recupero testi che la sua casa editrice, là negli Stati se nessuno la fermerà , metterà in atto e qui immaginarsi l’È-in-Audi se non si lascerà rimorchiare, o come che paga il personale d’ufficio e gli stend al salone del libro. Per il resto Baumgartner, mi ripeto, è descrizione descrizione descrizione – lo sai non che è altro da narrazione – qua e là da sparsa di morbidezze Perugina, ma senza mai una luce di stile, di letteratura. Insomma il libro mi ha fatto la stessa impressione del vecchio Va’ dove ti porta il cuore : a motivo di ciò spero che Tamara stia in salute.

Tu mi chiedi ma te tu ohi che leggi : non so, Simenon, piuttosto che il solito Céline, il solito Gadda. Ma che soliti.  In generale la domanda che ti pongo, è sul senso che ha la scrittura se non è toccata dal bene dell’arte. E della rivolta : cioè una delle forme della conoscenza ( Anselm Kiefer). Ma questa è un ‘altra storia.

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L’ElzeMìro di Martedì 7 Maggio

Dopomezzanotte – L’avvocata

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Letizia Toni è nell’anima

Lo sai, la tentazione di occuparsi di disastri è prepotente in me e invece scelgo di parlare di amenità che mi interessano e dire bene di un filmetto, non saprei dire se con poche o molte pretese di una regista peraltro da me aborrita, la Cinzia TH Torrini, e che accorpo alla brigata di quei molti italiani che dovrebbero studiarsi i film di Busby Berkley ma anche di Trenker, Camerini, De Sica, Blasetti ( la Nave bianca) per finire al cinema del Reich anche senza saltare sopra  le righe del genietto Riefenstahl. Ma è evidente che questi è tanto se  di Una giornata particolare hanno fatto un’esame formale, della messa in scena, della recitazione, mica come usa da sempre ideologico, ovvero di psicospicciolata… ma vabbè che vuoi pretendere in tempi in cui predomina l’ideologia appunto e non tanto sotto mentite spoglie, anzi mentitissime, quelle della correttezza politica, del woke e in sintesi di un polifascismo ; in cui domina l’opera a tema, cioè di propaganda… di quassicosa. Ti serve che ti dica che questi tempi non mi piacciono affatto anche se riconosco che sono più comodi per la medicina e la chirurgia che corrono avanti, per la farmacologia, per le mille mirabilie della scienza cui nessuno o pochi danno anche solo una delle rette con limite tendente all’infinito, per occuparsi del che nascondono Giorgia ed Ely nei pantaloni … via ‘un mi fa’ ddire.

Dunque il filmetto in questione, Sei nell’anima, un biopic mi pare si dica, su Gianna Nannina, a me è piaciuto. Ma il merito, che è così  lo dico da sempre, va a chi recita. In questo caso questa, mi azzardo a dire bravissima, Letizia Toni che sta proprio nell’anima. Dizione perfetta, toscana generica, non proprio senese e con qualche punta di pisano, ma ci sta tanto chi si accorge oggi dell’italiano. E capacità di spiccicare le parole, di articolare la frase, di prosodia in sintesi e, con termine musicale, di fraseggio. Proprio brava, convincente, emozionante e quel che conta di più musicale. Bella è un di più che aiuta. Dicono poi che canti lei nel film ; non lo so e chissà non si tratti di propaganda dell’ufficio stampa. Se sì però evviva : non solo Letizia Toni ha il dono della parola ma anche della musica che in un mondo di sordomuti e diversamente inabili qual’è quello del cinema italiano mi pare valga il mio augurio personale di una brillante carriera : But please, Letizia, go immediately abroad and choose the directors you would like to work with.

Il film in sé è poca roba ma ha due pregi tra i difetti ( brutta ricostruzione di ambiente, gli anni dal ’70 e oltre  sono abborracciati, fotografia da molino bianco + degradé  quando  un bianco e nero fatto bene ma bene davvero avrebbe deciso della musicalità del filmo –  montaggio ridotto ad incollaggio, tutti i difetti di un film approssimativo anche nei costumi che non segnano il passare del tempo come avrebbero potuto ; la Nannina ha vissuto gli stessi orridi ’70/80 miei e di mia moglie, siamo coevi  con la signora Nannini e noi sappiamo bene come fu orrenda la moda dei minipull nonché degli eskimo e delle penny loafers finte di come tuttavia  fu importante Fiorucci, ma nel film non se ne vede traccia e tutto è una riduzione incerta all’oggi).  Il primo pregio però è che, come mi piace dire, il film è nonostante tutto musicale, un po’ perché tratta di musica e quando non ce la fa più a narrare attacca con una canzone della Nannini e lì si gioca il tutto per tutto con successo perché la musica è asso pigliatutto ( niente male il funerale del padre con Gianna che canta la propria orazione funebre) un po’ perché  è ripreso in diretta benissimo, si sentono le parole, nessuno bisbiglia in scena, miracolo, nessun bisogno di sottotitoli ; poi perché senza parere riesce in qualche modo, e forse non era intenzione degli autori tra i quali anche la Nannini di persona personalmente,  riesce  a mettere a fuoco il tema del creare d’arte, della sua difficoltà intrinseca e della facilità con cui l’arte, che viene giù dagli dèi, informa chi ne è fatto…. lascia da parte il giudizio di gusto ma io non faccio differenze di sostanza tra Mozart e la Nannini perché catturano entrambi in modo diverso m attingendo alla stessa fonte ;  la detta è figlia di Conservatorio, e ha la tecnica, forse meno estesa e complessa ; non so se la Nannina saprebbe comporre un canone a 8 voci ma la sua musica vale l’entusiasmo che l’ha accompagnata negli anni. Insomma il film mi è piaciuto per questo spolverare la pellicola con la narrazione del concetto che chi fa arte non fa è fatto, lo dicevano i Greci mica io, e che questo lo mette in difficoltà, fino alla follia : l’arte è un duro cercare di stare all’altezza, un navigare per aria senza braccioli, se ci si riesce. Visto ieri in Netflix.

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