Verdino

Un film sulle rughe e nemmeno in odor di viagra. Un film da non vedere o al contrario da osservare per darsi conto di quanto l’età, per quanto lontana dall’esito finale, possa devastare la capacità d’intendere e volere. Non succede a tutti. Verdone qui non è che una maschera della morte e procura un orribile fastidio.  Orribile è il film costruito intorno con rara sciatteria, quella di un pensionato che ciabattta fino alla bisca di quartiere per giocarsi la pensione, questa mi pare la definizione più vicina al prodotto Si vive una volta sola. Non ha registri espressivi, non c’è composizione, narrazione, piani, montaggio, fotografia. Zalone è Renoir al confronto.

Comincia con una scena in stile based on Tom Clancy’s novel…, esterno notte, auto nere, lampi blu, campi lunghi telati assai. Ma a seguire dalla più nera delle auto nere l’avatar dell’uomo in bianco, l’errore dei due mondi, nella clinica del famoso chirurgo Verdone; la macchina a mano confusa sul da farsi segue genuflessioni e baciamo mani e anelli. La scena è rivoltante. Ma senza Risi a dirigerne il riflusso. Critica assente; Verdone la dà per scontata, forse ci crede, ma è assente il sarcasmo del dottor Tersilli di Sordi/Salce. Il quartetto dei personaggi cinemedicali del film è sordido, di brutti vecchi, mendici più che medici nelle cui mani nessuno si metterebbe ma che Verdone indica come salvatori di vite. Mmaddeché. Dialoghi da serie televisiva italiana. Vuoti e vuoto scenografico intorno, l’ambiente ospedaliero non è raccontato nemmeno come luogo di lustri lustrini. Chiunque abbia intravisto una sala operatoria da paziente o la magistrale serie di secoli fa, E.R, sa di che parlo. Non è vuota. Peccato.

Il film peraltro da quella scena iniziale non scorre, non corre, non va, non arriva, va alla deriva, si spiaggia su una battigia (si ringrazia la regione Puglia) di volgarità rara, senza paragoni persino con i raccapriccianti Natali a Capecazzo. (in effetti manca in Si vive una sola volta, la svizzeretta appena uscita dal reparto intimo della coop che è la signora Hunziker-rarissmo esempio di inettitudine a recitare che avrebbe in effetti completato il quadro).

Verdone nel film somiglia molto a Verdini. Non invecchiato ma gonfio, bolso, decrepito, scemo. Guardarlo risulta penoso. Ma lui si permette ripetuti character dollies, primi piani in cui sfodera il suo repertorio mimico, quello che lo ha reso grande a suo tempo o non lo avrebbero colmato di meritati riconoscimenti, e che sbuca ma tra le rughe. Per contratto a tutti gli attori, no nomi per pietà, è distribuito lo stesso bilanciato numero di takes. Il resto è un penoso ricorso a’ un romanesco strascinato in una padellata di nun me rompe’ er cazzo, nun m’importa un ~, ma che ~, ma vaffanculo, gliel’ha/ho data che, detto da una signora, Foglietta Anna di anni 42 al trucco 58, risulta ancora più sgradevole per lo sfaglio che l’occhio registra tra il detto e il veduto. Verdone primario nel film ha una figlia forse analfabeta, datosi che parla solo napoletano con accento brasiliano, forse è una drag queen sfuggita da un orfanotrofio brasiliano, la domanda e senza risposta e la figlia senza collocazione drammaturgica. Transitoria la storia del non sono stato un buon padre e il ti voglio bene finale. Ecchisenefrega.

Non si sa che cosa è successo a Verdone. Non è mai stato uno che si preoccupa del punto macchina è vero – del resto nemmanco Monicelli talvolta – ma persino in brutti film come Gallo cedrone, ha fatto letteratura; qui sembra averla dimenticata del tutto, la macchina e la letteratura; come dimenticassi io la penna o, nel caso presente, la tastiera e la griglia di WP: implacabile c’è, ci dovrebbe essere. In quasi tutti i suoi film, a Verdone è bastato mettere sé stesso nell’inquadratura, lasciarsi andare alle sue magnifiche parodie, per dipanare la matassa del racconto; ma qui non c’è parodia, né detti né sottaciuti. Qualche sottaceto al ristorante. C’è, per chi guarda, il disagio nel vedere un artista che si spegne sotto le scarpe da sé, come una sigaretta sulla soglia della RSA. Dispiace. Dispiace davvero. Avrà altre opportunità. Dissolvenza a nero. 

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Battiati

 

C’è un articolo abbastanza competente su Battiato, in El Paìs di oggi https://elpais.com/cultura/2021-05-19/los-utimos-anos-de-battiato-en-el-etna.html?autoplay=1.

Siccome non ascolto i giornali radio italiani (come mio nonno che nel ventennio ascoltava radio Monteceneri e radio Parigi) e non leggo la stampa italiana (tranne Il Post) non ne so ma immagino i coccodrilli e gli ha accompagnato nei/nel momento più buio della – vita in genere – me/una/alcune generazioni . Di Battiato non saprei che dire se non che fu un musicista capace di coniugare con furbizia e un certo grado di esaltazione il tiro del rock, con lo sprechgesang e i melismi arabi classici; tutto avendo in capo le canzoni di Bellini. Ascolto dopo ascolto questa fu la mia impressione. Sommaria come tutte le esecuzioni sul campo. Di lui, evento rarissimo, comprai a suo tempo alcuni album, mi piace e continua a piacermi. 

Con Battiato ebbi in comune un amico caro, Dario Barezzi di cui da queste parti esiste un necrologio. Dario di Battiato fu assistente nel cinema di cui il musico ignorava tutto, mentre Dario tutto sapeva. Quando l’anno scorso di questi tempi Dario morì, si dice prematuramente, telefonai a Catania per darne notizia, ma rispose una segreteria. Una morte insegue l’altra. Dario era parmigiano (so che si dice parmense lo so) anzi di Busseto – il cognome racconta una parentela con chi si indovini – e per vocazione e cultura aveva il gusto della burla. Aveva anche un orecchio mostruoso, e una totale capacità di mimesi vocale. Ricorderò che per un mio compleanno mi regalò il doppiaggio di una scena di Qualcuno volò sul nido del cuculo: doppiava Nicholson con la mia voce dicendo stupidezzi, e il medico con la voce del doppiatore del film. Poteva doppiare ogni cosa e inventare qualsiasi voce. In conservatorio dove venne a fare qualche seminario dava esempi di doppiaggio  in diretta, ovvero davanti a una platea di studenti dalle orecchie sgranate. Battiato fu il bersaglio di  due magnifiche burle del doblador de Busseto. Due telefonate. 

La prima. Con la voce di un vecchio milanese isterico chiamò FB per dirgli che niente la 128 blè era pronta da due settimane, freni frecce, olio, gomme, frizione tutto a posto ma che lui ( FB) se la venisse a ritirare o gli avrebbe imputato il parcheggio. Franco fu colto da tutto, per parecchi minuti non seppe come affrontare la cosa. Dopo parecchio tempo contestò di non avere la patente. Dario replicò che a lui non gliene fregava niente di chi guida la macchina. La macchina era lì da ritirare. Franco provò a dire che abitava a Catania. Dario gli replicò che si prendesse un aereo o mandasse qualcuno a ritirare la macchina e pagasse il conto. La telefonata andò avanti per minuti e minuti con Battiato che non sapeva come cavarsi  d’impiccio perché, mi disse Dario, Non gli piaceva essere scortese ed era pronto a riconoscere di avere la patente e di possedere una 128 blè piuttosto di disgustare un bravo meccanico milanese.

La seconda. Barezzi chiamò Battiato con la voce di un assassino alla cultura ( di Gela mi pare, ovvio di Forza Italia, ovvio in tanfo di mafia, ovvio del tutto ignorante – è un edile, mettiamolo alla cultura –). Battiato non riconobbe la voce imitata. L’assessore Barezzi ci comunicò al maesctro che causa diveggenze in seno consigliare, il previsto vosctro coccerto dell’estate ggelana ( potrebbe essere n’è vero) era stato cancellato per pressioni, Sapete la moglie del sindaco ci piace Pupo e noi con Pupo l’abbiamo sostituita maesctro. Battiato andò sulle furie, armò tutte le sue armi, il contratto, gli avvocati, vi rovino. Pronto a chiamare il sindaco per rivoltarlo. Lì Barezzi ebbe l’intuito di rivelarsi per non scatenare una tempesta politica. E si dichiarò.

Battiato reincarnato o in in lista d’attesa, comunque ride ancora credo per Dario, e piange la, Povera patria, e il, Perduto amor,  piaccia o non piaccia. Buon ascolto

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Hamlet
 – Un’esperienza di teatro totale

Hamlet manifesto. Foto © Masiar Pasquali

Hamlet manifesto. Foto © Masiar Pasquali

Hamlet, il progetto di Antonio Latella al Piccolo, si annuncia come un’esperienza di teatro totale, che, complice il suggestivo spazio del Teatro Studio Melato, accompagna il pubblico in un percorso attraverso il testo di Shakespeare, di cui esplora le pieghe più nascoste.

Hamlet

Teatro Studio Melato dal 5 al 27 giugno

🤪

Lieto che qualche teatro, anche piccolo a metà della tempesta riapra, che gli attori e soprattutto i macchinisti, le sarte e gli attrezzisti, le impiegate/i tutti dell’ente lavorino, le parole dell’ufficio stampa, qui sopra riportate interrogano non poco. Che cosa vuol dire teatro totale e soprattutto esperienza (dal momento che anche star seduti a guardare il mare lo è). Che cosa vuol dire progetto, termine di nessun valore semantico in ambito teatrale perché chi scrive può riferire che di progetti e di laboratori son piene le fosse di ogni tipo di teatrino grande o piccolo, nonché di ogni scuola d’arte, conservatorio o civica di musica e di cucito. Chi mi ricorda, sa che in un tempo molto malandato sfottetti, come mi compiacevo allora,  addirittura il mio direttore, ricordandogli per iscritto che l’ambito del termine laboratorio era la fisica, la biologia, frankenstein, giù giù fino alla colesterolemia-per-il ritiro-presentarsi-di- persona-con- tessera-sanitaria, e quello di progetto, l’architettura, le geometria, il giardinaggio, chernobyl.

Il progetto può consistere in tutto qui nel presentarsi invece con titolo in inglese, Hamlet invece del discutibile Amleto – è prassi consolidata del cinema, titolo in inglese, no mad land, film assente, doppiaggio agghiacciante –. E con foto dell’Ofelia, vedrai che è lei la spettinata. Che magari parla proprio danese; potrebbe essere una proposta, lei la Lofelia – chi non rammenta il terribile Ambleto del Testori lombardone – in danese per un pubblico sordo potrebbe significare una rivoluzione: sciogliamola poverina nel dubbio dell’autismo. Il capello aiuta. 

Quanto alla faccenda di esplorare le pieghe di un testo, addirittura le più nascoste, ah bè certo nella traduzione, largamente pretestuosa – e impossibile come tutte le traduzioni tranne quelle che non vogliono spiegare ma impiegarsi –, dall’inglese barocchetto del birbo bardo. Ma lassa pèrde’ le pieghe, le pliche appartengono all’anatomia ( non che non siano interessanti se sono su carne fresca, altrimenti si tratta di rughe, ogni specchio lo sa); domandarsi il signor Latella a quali allude. Ma egli è noto e vabbè, e qui si fa dell’umorismo e un po’ di sarcasmo circa il linguaggio obsoleto dei tetrantolati avvoltolati sui sé medesimi e i propri riti e misteri eleusini. La cosa avviene con altre modalità appunto anche nel cinema – oppure dipingere non so ma faccio un’installazione; Hitler specialista in installazioni, vedi dove si può arrivare con l’incompetenza in arte –… ne dirò delle belle.

Verrebbe anche voglia di sapere che cosa intende per teatro totale l’antonino la tilla, a quale totalità allude se a quella di Molière nella presentazione al Re del suo Impromptu de Versailles dove, traduco a memoria, si auspica che nel teatro si mescolino, danza e pittura, musica e parole, insomma un pot pourri di buon intrattenimento; oppure se a quella dei vari Craig, o che ne so Mejerchol’d il bio-meccanico sovietico. Insomma che cosa inventano al teatro piccolo che non sia già stato inventato e con ogni probabilità meglio, ecco qua l’interrogatzia. Intrattenere o almeno tenere il pubblico fino alla fine dei suoi sforzi pubici per stare seduto al fine di finirsene fuori con quattro zitelle a dire che sì, Interessante lei brava però, bon, sarebbe già un risultato.

Ma, ripeto, sapere che le sale, una almeno, riaprono, risvegliate dal bacio di speranza e sanità, ripeto ancora  è di non poca soddisfazione. E si esplori, si esplori. Qualcosa resta. Salvo terza ( o quarta) ondata. Vous m’en direz des nouvelles.

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L’ElzeMìro di Martedì 11 maggio

Favolette brechtiane 7 – Le vacche di Enea

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in  www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi
BAMANTI
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Arundhati Roy

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Cremazioni non-stop in Varanasi-India © BBC news – 4 maggio 2021

Arbasino scrisse mille anni fa che gli intellettuali italiani avrebbero fatto bene a fare ogni tanto una gita almeno a Lugano.

Posso sbagliarmi ma non credo sia per caso che la lettera di Arundhati Roy – è una scrittrice notissima si sa – circa la situazione in India non sia stata pubblicata in Italia. Ho fatto una ricerchina, ripeto posso sbagliarmi ma nix ( Iodonna ne parla per detto riferito). Invece è stata pubblicata ieri in El Paìs e quattro giorni orsono dal Guardian. Allego qui i link ai due quotidiani cui sono abbonato. La lettera è troppo lunga perché io mi sia invogliato a tradurla. Ognuno si arrangi con Google translator se non conosce a sufficienza le due lingue.
Ho poco da aggiungere. 

Sì, altri può dire e c’è senz’altro più di una voce a dire che, chi se ne frega di questa scrittrice che bercia contro l’hindofascista Modi ( il modello indiano di dittatore), il suo modo scellerato (ma comune) di comandare un paese, minchie loro, noi… Ecco noi, guardare un mappamondo. Tentare la conta  delle nazioni che in qualche modo possono ritenersi democratiche (diciamo dove l’individuo ha qualche garanzia e buone opportunità di fare la propria vitarella) e osservare con questo motto di Totò che, È la somma che fa il totale. 

(Soffochino il loro forum interiore quelli che devono cavillare su ogni termine come se loro avessero la verità sul senso dei sensi di tutti i sensi. Le persone religiose di ogni tipo di fede in sé stessi. Si includano i filosofi, i giornalisti che in Italia sono come i preti, interpreti delle sacre scritture per lo più e gli intellettuali che adesso non possono nemmeno andare a Lugano e si lamentano.)

Certo ognuno ha le sue rogne ma, ripeto, contare. Ho l’impressione che la più parte del mondo sia intrappolata tra governi fasci e governi religiosi o tutte e due. Anche in Europa. E l’Italia ha dato pasque e natali a un nanetto della Valdarno, laudatore di governi che definire fascisti è eufemistico. Il papa è osannato come santo rivoluzionario. E che dire del nostro parlamento ( minuscolo è d’uopo). Di fatto adesso non saprei che cos’è ma mi pare che il nostro stia da tempo limando i particolari per diventare a tutti gli effetti un paese clericofascista. Sinonimi peraltro.

Ma non ho voglia di polemiche. Non servono a niente, sono già stufo di aver aperto questa parentesi, perciò la chiudo. Ecco la bella lettera e un articolo dal Washington Post di oggi. Ognuno ne faccia ciò che gli piace di più. Lo scopo era quello di rendere nota la voce (si dice così) di un valente Scrittrice. Punto.

The Guardian

https://www.theguardian.com/news/2021/apr/28/crime-against-humanity-arundhati-roy-india-covid-catastrophe

El País 

https://elpais.com/sociedad/2021-05-02/estamos-siendo-testigos-de-un-crimen-contra-la-humanidad.html?prm=enviar_email

WPost

https://www.washingtonpost.com/opinions/global-opinions/indias-sudden-coronavirus-wave-is-not-a-far-away-problem/2021/04/23/f363bda2-a3a3-11eb-85fc-06664ff4489d_story.html

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L’ElzeMìro di Martedì 27 Aprile

The Settlement, 2016 by Peter Martensen

Peter Martensen – The Settlement, 2016

Favolette brechtiane 6 – Il paese dei Pieritto

http://www.gliamantideilibri.it/?p=75732

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L’ElzeMìro di Martedì 13 Aprile

Moebius – The Gardens of Aedena 

Favolette brechtiane 5 -La ricca dama di Efeso

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Lisboa Oriente

In questa nuova piccola pubblicazione il mio racconto Lisboa Oriente.

Da ordinare presso l’editore Orizzonte Atlantico o in Amazon.

https://www.orizzonteatlantico.it/plii2020-antologia

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L’ElzeMìro di Martedì 30 marzo

Tapisserie de Bayeux – Scène 55 : le duc Guillaume se fait reconnaître.

 

Favolette brechtiane 4 -I fratelli d’Otranto

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L’ElzeMìro di Martedì 16 marzo

Favolette brechtiane 3- Il fratello dei Grimm

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