
George C. Tooker (1920-2011) Un ballo en Maschera,1983, litografia, RoGallery
da Martedì 10 Luglio
In Gli amanti dei libri a cura di Barbara Bottazzi
Senza perspicaci postille, mi fa piacere fare eco alla lettera di commento che ho ricevuto ora ora dall’amico dr. Paolo Prato, esperto di aghi e fili. Per sè meritabonda di lettura. D’Ascola
Caro Pasqual,
si inciampa nei dislivelli all’inzù, ma si strapiomba nei buchi all’ingiù. Il delirio aritmetico dilagante sa creare inciampo e voragine: “cintura E bretelle ED un par de chiodi, entro E non oltre…”. Demoniaca pervasione ed evidenza dell’incapacità di portare a compimento un pensiero lieve, fresco e proficuo. Ricordo una delizia di Poli, con Messeri che recava in processione un crocifisso, diligentemente sollevandolo alla massima altezza possibile in sincronia con la citazione dell’Altissimo da parte dell’officiante. Più alto dell’alto, ed ancor più in alto. Sempre più in alto con grappa Bocchino! Ed il Mike restò bloccato sul Cervino. Il mio “grazie!”* voleva sottrarre l’elevato al timbro prefettizio finale, al piombo dello stereotipo, al demonio che si abbarbica alle ali della spiritualità. Se vogliamo, nessuno capiva il latino, ma il latino dava la libertà dal contingente. La spiritualità e l’arte non sono sinonimi, ma di certo non sono fatti amministrativi, ed almeno per questo piangono oggi le medesime lacrime.. Come diceva uno che se ne intendeva, grazzzieaddiosonoateo. Besos da Paolo
* ivi in L’accompagnamento 27.06.18 (n.d.r.)
Que pense de nous la coccinelle ?… Voilà qui est intéressant ! L.F. Céline – Les beaux draps
San Giovanni presso Bellagio, festa di ∼ , 23 giugno 2018, il giorno prima, sera. È un luogo fatato San Giovanni; molto vuol dire il lago, il bosco e i campi e l’insìdiaménto umano discreto, i rifacimenti; funziona la pavimentazione a nuovo, gli usci massicci a custodire qualche fatica, i cristalli modernisti dei b&b, l’accostamento discreto dei colori, tutti i trucchi di bellezza degli architetti, le furberie dei capomastri, vallo a sapere, insomma la messa in bella di un tema antico, il pittoresco. E poi la chiesona ex-romanica, vista lago, darsena, wundeschön, pavimento a spiovero, tutta di crema e nocciola rococò, senza prepotenze devastatrici, proporzioni pesate, un paio di modestissime ingenuità, belle pitture del ‘400, Giotto copiato da un bambino non bravissimo, datosi che il rinascimento arrivò quassù un secolo dopo e così così; impeccabili e stravisti i lavori di intarsio policromo degli altari, il centrale sormontato da un’aguzzeria d’oro, gotico merlettato, gugliata d’angeli e santi. A destra dell’altare in stile le-rovine-dell’Eur, santa Scalpellata, un toc da marmo bianco sottratto alla tomba di una delle demoiselles d’Avignon, star sicuri su commissione di un qualche parroco; ma ci sono anche dei delinquenti non comuni che le regalano certe cose, a far moderno, ovvero la pastorizzazione, pastoralizzazione, seminarizzazione, contabilizzazione dello stile, della musica, della poesia, del canto, bref dell’arte in arte sacra; mica s’è capito che l’arte è tutta sacra, per Zeus, anzi s’è capito benissimo per questo farla fuori, diluvi di orrori, maledizioni, calamità metalliche, giudizi universali a rate. Dopo mille e tanti anni di meraviglie d’arte, di Scrovegni, Colleoni, Medici, Bacon, to’ cristianucci state puniti, pubblicità promessa, chiese otto volante, bretelle di calcestruzzo; solo i romani osarono e riuscirono ad usarlo, leggi Pantheon – Roma I sec. a.c.- d.c. Allora per ricompensare la vista, dell’altare a sinistra la parrocchieria ha lasciato una Santa Volatrice, io dico che si chiama Teresa a giudicare dal panneggio in estasi, ma all’in piedi e a mani in gloria. Amen. C’è un concerto alle nove in chiesa, Keman Quartet, violini due, viola, cello; bene è un’idea dare asilo per poco alla musica in luogo dei santi jingles, ooooaaaaeeeeeiiiii da messa in piega, capita di ascoltarli ai funerali, ai funerali altrui come al proprio spesso non ci si può sottrarre; ventuno di sera, e che sera a guardar fuori i voli di rondini che da soli sono belli indiscutibili, tanto entusiasmo e giravolte solo per papparsi degli insettini e dirsi qualcosa che cosa, superata la consolidata tradizione di mozartìti requiematóse, elevazione spirituale per la festa di San Giovanni recita un pieghevole, il decoroso quartetto d’archi serba per ultimo, non a caso mi pare, una delle meraviglie del secolo scorso, secondo me ci sono delle cose che se ne sono fregate di far storia e sono lì magnifiche implacabili, il valzer n°2 in do minore di Dimitri Shostakovich; suono comme il faut, calante, crescente, stonante decadente m’importa assai, vedo dell’anima danzare sulle corde, farsi arco e freccia e tanto mi basta; ambiente estraneo; la partitura, il suo girotondo di bemolli, bìm-bum-bum bìm bum bum, è la musica sans arrière-pensées. Quando meno te l’aspetti eccola qui. Non di necessità in quelli che Rubinstein chiamava con onomatopea irripetibile i brldrubrlbrblù dei virtuosi; sommare mele e mettere atomi in colonna sono di preciso la stessa cosa, niente magia, mica trascendenza di questo su quello, non si domanda intelligenza in più ( Céline – Les beaux draps –Omniaveritas – pg. 127), ci torno prima o poi. Insomma i quattro suonano e bissano lo stesso brano, vous m’en direz de belles ad ascoltarlo, poi se volete sciacquarvi le orecchiette d’in cima alle rape, trovate dint’o Tubbo la versione più consona alle vostre necessità di sublimato*. Bellezza del valzer, la ronde, il gira e rigira senza e con biondine/i, prima durante dopo, fine, angoscia, strazio, pochezza, grandezza, coraggio, cantori, belli o brutti così fan tutti giò nella caldéra, gira e rigira, un’impennata centrale di zuccheri filati, caramelloni bicolori, torroni, roba da giostra fatata nel paese Youkalì1, accompagnamento all’esistenza dispiegata, che ricomincia se non la si tronca lì, stop. Il così com’è. Vabbè fine, ed ecco che dopo tanta meraviglia, arriva il sagrestano della ragion ciclica, l’aedo dell’altro mondo, alias il parroco, niente tonaca; confondersi con quello che si è, ragionatti, è d’uso ab uso. Sente l’imprescindibile desiderio l’omm, grando, un batocio, di dar fastidio alla musica con una giaculatoria sull’elevarsi dove come boh, sulle punte, in cima alle scale, conclusa con un Ambarabà Maria, gratia plena; in latino peraltro suonerebbe, in italiano brobrobrò da un altoparlante delle ferrovie o hmmm piave mormorò, uguale. Caratteristica delle religioni rivelate è rivelarsi tachifèmiche, polìlale, chiacchierone a non più finire, tutto pur di non lasciare al silenzio il suo ruolo di unica davvero possibile tra le forme di conversazione. Alla fine tutti giù a crucifiggersi i presenti. Shhhhilenzio noi pagani, per buona educazione, ma verrebbe voglia di dirgli al Don Dondolòn, Scusi tanto ma la musica mica ha bisogno di elevarsi o di elevare, è di questo mondo mica come la religione riELEvata che è altro dal mondo. Menos mal che ci benedice der Priester, tutti, nella massa non deve aver notato i tre o quattro senza croce uncinetto. Uno voce dice, Grazie. Oh là là là vedere la differenza con quel che resta del paganesimo oggi, Giappone intendo, la cui religione è anima, rituale del mondo così com’è, lacrime, sorrisi, un bagno caldo. Silenzio. Vedere per credere un filmetto, molto lagrimoso dies illo, Okuribito – Departures di Yojiro Takita; l’Accompagnamento, potrebbe essere in italiano. Un tal Tobayashi, cellista senza gloria, alla fine di una esecuzione della Nona, dell’orchestra in cui ha appena suonato, prende atto del morire per mancanza di fondi. È il lutto del lutto, nel film, mica solo. Il primo lutto da elaborare. Sicché il Tobayashi prende atto della sua morte di musico, vende o rende il cello da 140.000 euro, torna da Tokio al paesello, riapre la casetta della mamma morta, e aderisce a una fatale offerta di lavoro, il preparatore di morti. Tanato-esteti, li abbiamo anche qui nel mondo marchionne, ma si vedono poco e l’accudimento del morto, affare di donne un tempo, oggi è ben architettato da professionisti, veri trainer di cadaveri. Nel Giappone del film, lontano, paesano, è invece tutto un rito familiare e amicale; ma d’arte, da vedere, cerimonia del tè con il morto; l’atto della pulizia, trucco e vestizione del defunto, per accompagnarlo, Al cancello, dice il vecchio tecnico del crematorio. Oh il valzer di begli inchini, di mani giunte, di stoffe preziose, accantonate nei canterani per quell’ultima bisogna; di, Posso accendere gli incensi, di, Vi sono molto grato, di, Chiedo umilmente scusa; di lacrime, di zaffi per le guance e per l’ano, por si a caso, di gesti anima. Niente metafore, che si sa, stanno lì dove non si sa, metà di qui, metà di là. Le sciocche. A poco a poco Tobayashi prende dimestichezza con quel lavoro. Impara a maneggiar con grazia i morti e a mangiare nonostante la morte, guidato da Sasaki, un maestro truccatore, di rara carontica intelligenza, che parla poco, meno. Il maestro prepara chiunque, dice, Budddisti, cristiani, mussulmani a tutti bisogna togliere la fatica della vita dal volto; la morte è il rito del dopo e va per il suo senso, senza dopo. Personaggio chiave un vecchino che nel film gioca da solo, a dama o a qualche gioco d’oriente chissà quale, dice di sé, Io sono colui che dà fuoco alle cose, Prometeo sul fare della pensione, pigia il bottone che accende il forno crematorio. Vroum.
Finisco di scrivere e, voilà l’aria sorpresa e astuta, un bel merlo grasso entra in cucina dal terrazzo, saltellando; sa benissimo che sono lì, mi guarda; non fosse che mi ha appena scagazzato sul pavimento e che se lo lascio fare mi fa fuori la terra delle piante in cerca di vermi o chissà che altro, ti conosco mascherina, solo la vista del suo occhietto vispo e indaffarato in visita parenti mi fa piacere. Ah, men.
* https://youtu.be/2cImtT-ManA
1 K. Weill – Youkali (1936) – https://www.youtube.com/watch?v=sUEf6goy0G8

Con quel piacere elegante che l’età riserva, nella sua ritirata da quei grossolani territori che un’altra età propaganda propri, segnalo con certo anticipo questo piccolo evento, Luft und Duft, vento e profumo, ovvero Il Circo della Fanciulle, dello scrivano noto quaggiù; un’operettola, reciterà il programma di sala al suo apparire. Ne sono attori, in senso proprio, lato e stretto, tutti gli studenti della mia ultima classe prima della sospirata pensione, se mai me la togliessero, e alcuni altri che miei come gli altri non sono ma insomma volontari; non posseggo peraltro studenti, se mai il contrario, benché sappia guardarmi con acume dai possessi di qualichisiasi la natura.
È una gioia particolare, moderata, adatta alla riflessione, quella che mi induce a dire di questo lavoro ad oggi ancora in allestimento, tra miriadi di difficoltà; salvo eccezioni, il mondo di oggi è sordidamente sordo al teatro, di cui confonde l’apparenza per la sostanza, ignorandone la consistenza; le accademie d’arte non sono esenti da questo atteggiamento; la prossima catastrofe, un bradisismo in prova, non sarà né nucleare né ecologica ma estetica… Vous m’en direz des nouvelles… Attori musici i giovini, cantori, fantasisti ottimisti, una regista alchimista, tutti baccellieri assistiti da chi scrive con affetto ringhioso; è ovvio che la mia si scontri con la loro testa, priva di ossequio al passato; la mia è debitrice di chi mi ha creato superando lo spavento delle cellule una nell’altra, e di chi mi inventò poi, i tre maestri che ho avuto, le mie Moire, Francesco Rissone, Filippo Crivelli più uno sconosciuto, tal Joseph Lax di Bucarest, la cui eredità ho cercato nel corso del tempo di trasmettere, con maggiore o minore successo. Ebbene questo Circo è il risultato; a dispetto dell’esito di pubblico e di critica del pubblico, Oh carino carino, che si conduce asso piglia tutto e cercherà di spiegarsi, anzi cercherà con puntiglio le pieghe e le spieghe, Interessante, i significati oh oh, avvezzo com’è a non guardare ciò che vede e a non ascoltare ciò che sente, al commercio insomma con ciarlatani, tribuni della plebe e labbrismorti. Ma gli studenti, tra un urlo, uno sclero, e una carezza, oh che bellezza. Sono pieni di difetti, lo so bene, ma che begli abbozzi, che bei difetti. Il tempo li sbozzerà o vinto l’abbozzerà. La stagione di oggi, con i suoi incerti e questo lacerto di libertà che è la loro operettola, è il loro sabato. Per poco che duri, lieve sia loro poi ogni domenica*. Amen.
Personaggi e interpreti