C’era un tempo

Fossi stato quel re d’Inghilterra avrei dato il mio regno per un vocabolario. Sarebbe stato inutile per scappare da una battaglia perduta ma, dopo la battaglia, una buona compagnia in attesa delle decapitazione e nella speranza che solo di decapitazione si sarebbe trattato. A quei tempi gli esseri umani impiegavano tutto l’ingegno che avevano e la scarsa tecnologia nel fantasticare efferati tormenti. Nelle stesse condizioni il comportamento umano non è dissimile oggi. Nella scuola dove imparai a leggere e scrivere, impresa formidabile, l’impresa da compiere nella vita, si aveva il gusto, discutibile ma utile, di arrivare alle cose per vie fantastiche. Ricordo la prima maestra estrarre da un foglio di carta acquerellato di blu e di verde, il mio foglio, una A e poi non so, una E, lettere come pesci nel mare. La maestra era ebrea e non posso escludere che fosse una cabbalista. Di fronte alla scrittura ho chinato da subito il capo, non sono mai stato umile tranne che ai piedi di una pagina scritta, con l’eccezione, con nessuna eccezione. Credo di potere affermare che impadronirsi delle parole sia stata la prima e unica urgenza, con i numeri ho sempre tenuto un imbarazzato silenzio, non mi hanno mai convinto, li guardavo così come avrei guardato più tardi, molto più tardi, una bellissima donna che non ti racconta niente tranne, che so, che è molto precisa nel tingersi le unghie e allenata in modo perfetto alla seduzione. Osservo le abitudini tribali invalse in Facebook, cui peraltro aderisco, non tanto quelle di chi si auto proclama in rete con lunghe peregrinazioni intorno a contenuti che esitano a farsi avanti, credo per vergogna di sé medesimi, ma quelle, ancora sporche di Nutella, di chi annuncia la scoperta della cenetta con il fidanzato o delle pulci sul gatto. In tanto contesto quanti postano foto del matrimonio o l’annuncio della loro settima recita di Traviata, se non altro hanno scoperto la pubblicità. Agli altri resta la povertà della rinuncia a Gutenberg.

Le parole che seguono sono di José Saramago e stanno alla pagina 53 di L’uomo duplicato. Citare è riconoscersi migliori di quanto ci restituiscano gli specchi personali.

C’era un tempo in cui le parole erano talmente poche che non ne avevamo neppure per esprimere qualcosa di tanto semplice come Questa bocca è mia, o Codesta bocca è tua e tanto meno domandare, Perchè abbiamo le bocche unite. Gli uomini di oggi non immaginano neppure il lavoro che hanno dato questi vocaboli per essere creati, in primo luogo,  e chissà che non sia stato, nel complesso, il più difficile, fu necesario capire che ce n’era bisogno, poi si dovette arrivare a un consenso sul significato dei loro effetti immediati e, infine, compito che non sarebbe mai giunto a concludersi completamente, immaginare le conseguenze che sarebbero potute derivare , a medio  e lungo termine dei suddetti effetti e suddetti vocaboli. A paragone di ciò l’invenzione della ruota  fu un mero colpo di fortuna, come lo sarebbe stato la scoperta della legge di gravità universale solo perchè una mela pensò bene di andare a cadere sulla testa di Newton. La ruota si inventò e lì è rimasta inventata per sempre, mentre le parole, quelle e tutte le altre, loro sì, sono venute al mondo con un destino nebuloso, vago, quello di essere organizzazioni fonetiche e morfologiche di carattere emintemente provvisorio, ancorché, grazie, per puro caso, all’aureola ereditata dalla loro creazione aurorale , si ostininino a voler passare, non tanto per se stesse, ma per quello che in modo variabile continuano a significare e a rappresentare, come immortali, imperiture, o eterne, secondo i gusti del classificatore.  Questa tendenza congenita cui non sapremmo né potremmo resistere, si è trasformato, con il trascorrere del tempo, in un gravissimo se non insolubile problema di comunicazione, sia  la collettiva di tutti, sia la privata del tu per tu, per cui hanno finito per confodersi i fischi e i fiaschi, le lucciole e le lanterne, e le parole hanno usurpato il posto di quelle che prima, o meglio o peggio, pretendevano di esprimere, dal che ne è derivata, infine, io ti conosco mascherina, questa assordante baraonda di scatolette vuote, questo corteo carnascialesco di lattine etichettate ma senza niente dentro, o appena, ormai in via di stemperarsi, l’odore evocativo dei nutrimenti per il corpo e per lo spirito che un tempo contenevano e serbavano.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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