Parole

Scrivere deriva da una disposizione speculare e ha una funzione speculativa, benché pubblico, lo scrivere è un atto molto privato.

Ivresses è l’ultimo spettacolo di cui mi sento di attribuirmi l’intenzione. Gli sono grato, con qualche ragione, perché ha costituito un mio punto di non ritorno, il punto in cui mi sono fermato e via, il tempo necessario per far saltare alle mie spalle l’ultimo ponte con l’inconsistenza del mestiere, della finzione, termine inesatto che vi prego di assumere per ipotesi ma che da subito, anni e anni or sono, del mestiere mi parse l’inestricabile costituente. Non avendo però, come si dice, fatto nessuna carriera bensì, per mia fortuna, un lungo e onorato piccolo cabotaggio, del mestiere stesso mi resta, sia chiaro che il discorso vale per me e pochi altri consapevoli, solo la sua eco. In teatro o risuonano parole o stona il vuoto della rincorsa alle immagini. L’immagine in teatro si forma e si ferma nell’immaginazione dell’ascoltatore. Fornirgliene non è una necessità, ma è quanto vanno rincorrendo molti, da tempo, almeno dal secolo 17. Il resto non è silenzio bensì, al contrario, per i pochi fortunati o sfortunati dico io, il bruahà quotidiano del lavoro di successo, i luoghi comuni e lo scarso senso comune, il conflitto costante intorno a nulla o poco più o poco meno che nulla, trattandosi solo di un conflitto per affermare qualche tipo di supremazia, del regista sugli attori, degli attori sugli attori, dei giovani sugli anziani, delle vecchie sulle giovani leve in una costante rincorsa a incensarsi e celebrarsi e nello stesso tempo o dopo o al contrario, a svalutarsi e spruzzarsi addosso ora il corrosivo del rancore sincero, ora il profumo corruttore del tu sei un genio, l’unico genio, il genio; dove stia il genio nel trovare la trovata e purtroppo non perduta, di sventolare spighe finte al finto vento di un ventilatore resta da scoprite; sopraffare serve a mascherare il fatto di essere già stati sopraffatti dalla forma distruttiva del teatro; da questo non credo ci sia possibilità di tornare indietro, come per Euridice sedicente innamorata del suo fesso con chitarra Orfeo, ma, in segreto, avvinta come l’édera all’altro, al killer Plutone, il villain si addice alle ragazze. Per riprendere un esempio caro a Peter Brook, chi attraversa uno spazio circoscritto e poi, aggiungo io, si fermi in un certo punto e da solo dica solo, con fermezza, Sì, innesca un processo teatrale, il pubblico non sa perché dice sì, il racconto comincia, qualunque immagine è superflua se e dove si mette in moto l’immaginazione; la domanda è, in che misura è un processo letterario o meta-letterario, ammesso che questo termine incontri sulla sua strada il suo senso proprio. A latere di quanto detto finora occorre dire che chi non conosce il sopraddetto ambiente teatrale farà forse fatica a comprendere o, al contrario, gli capiterà di dire, ma nel mio ospedale, tribunale, studio notarile, agenzia di servizi, ufficio comunale, è lo stesso. Non sono in grado di dare risposte a eventuali domande.

Di quello che solo di sfuggita, adesso in qualità di insegnante, è stato il mio ambiente di lavoro, creativo oh là là, posso dire che, spenta la luce, l’attore non c’è più, finito, più che dimenticato; ciò che di lui si ricorda è la finzione non la persona; se per errore assumiamo con persona il significato latino di maschera ci rendiamo subito conto quale incubo stiamo configurando. Con le parole di Jean Louis Barrault il teatro un luogo di oblio e di morte continua e, concludo io, chi ne fa parte è più che effimero, quest’ultimo dato ci accomuna tutti, noi al resto del mondo, è inconsistente. Con le dovute eccezioni, di un’inconsistenza umana più che professionale, tenuto conto peraltro che i termini, inconsistenza e umana, andrebbero in qualche modo giustificati o spiegati. Di che cosa si tratti immagino che chiunque sia in grado, a intuito, di farsi un’idea. A mio modo di vedere, l’inconsistenza consiste, con un ossìmoro, in un ossìmoro, nell’essere molto bravi e competenti a dare ordini, stilare preventivi, analizzare e discutere, imporre e imporsi e, Shakespeare Macbeth atto V, non vuol dire niente. Un’inconsistenza pastosa, per avvalorare l’ossìmoro. Questa caratteristica delle persone che lo fanno e che non se ne possono affrancare è in parte la virtù che rende possibile il teatro; l’inesistenza di chi lo fa, fa esistere il teatro. In ogni modo, tornando a Ivresses, tengo a dire che segnò, tre anni fa, il mio distacco dalla regia e nello stesso tempo la conquista finalmente della parola. Questa frase sembra una banalità e non escludo che così enunciata lo sia. I teatranti non hanno parola, ecco un altro segno d’inconsistenza, maneggiano parole altrui, con abilità superba a volte, ma sono muti quindi di pensieri che non siano già stati pensieri altrui. Totò il paradossale rifiutò sempre l’imposizione di un copione, stante che creava lui stesso le parole adatte alla situazione; non la recitava dunque, non mi pare che Totò abbia mai recitato, bensì che, unendo in sé stesso le funzione di coro vivo e di commento in calce, faceva della sua presenza nella situazione, un fatto, se vogliamo chiamarlo come sopra, meta-letterario o metà letterario e metà incompiuto o, letterario a metà.

La consistenza a volte passa per il medium di una citazione. La citazione che è una scelta di parole, un’adesione accettata, è una conquista. Conquistare la parola, per me, ha significato liberare il pensiero, assai poco diranno alcuni, too much altri, ma non è questo che mi può interessare, è stato uscire dalla paralisi del teatro e raccontare. Importante è che non si pensi che raccontare sia un Lego. Né la sintassi né la letteratura sono una costruzione di Lego. Ivresses fu opera di collaboratori cui più che la briglia sciolta lasciai il completo controllo dell’evento, dalla nascita alla morte. Non fu una concessione magnanima ma un’attribuzione di ruolo. A me interessava la riconduzione alla razionalità, nello stesso tempo limite e potenza, e così fu. Volevo ottenere un atto simbolico di liberazione delle parole dalla caotica minestra dei gesti, del canto, del ballo bello bello, sì sì, ma.

Ivresses si svolgeva in tre momenti, il primo allusivo, rumoroso e scazònte, impressionante, emotivo come dicono i pubblicitari e gli uomini marketing, poveri loro; il secondo, un passaggio o meglio una centrifuga, dalla quale le parole affioravano, scomparivano, cominciavano a proporsi, a dire in modo balbettante, infantile, incompleto, noi siamo pronte a saltare giù e a farci vive; il terzo in cui tutto si componeva nel racconto, razionale, umoristico; l’umorismo non è tanto nella battuta, che quella è velocità applicata all’ingegno, ma diciamo così, un atteggiamento. L’umorismo è distacco, è punto di vista, insomma è distanza prospettica, calma. Perspektivismus ist ein anderes Wort für seine Statik.. Prospettivismo è un altro termine della sua Statica, cito questa linea di Gottffried Benn che mi folgorò un tempo quanto, se non meglio, della mela sulla testa a Newton, con il dovuto rispetto per Newton che è noto, mentre io non posso nemmeno immaginare di esserlo

..Linien anlegen,

Tirare linee

sie weiterführen,

nach Rankengesetz –

Prolungarle in filari

-Ranken sprühen –

-Far sbocciare filari-

auch Schwärme, Krähen,

E Stormi e Corvi 

auswerfen in Winterrot von Frühhimmeln,

spandere nel rapido rossore di cieli invernali

dann sinken lassen –

Poi lasciare tutto affondare

du weißt – für wen.

lo sai- per chi.

Ho citato il resto, cioè la conclusione di questa Poesia statica, come motto allusivo del racconto che costituiva la terza parte di Ivresses, racconto corale, detto tutto da tutti i tredici o quanti erano i giovani interpreti dello spettacolo, un gruppo che qui mi mi piace ricordare tra le cose interessanti e buone della mia vita.

 Da Ivresses, Finale

Ljuba

C’era una volta ad Asolo un ricco signore, si chiamava Camilotto e viveva, quando ci viveva, in una splendida casa in collina. La casa era al centro di un bel giardino e tutt’intorno, in file regolari e piacevoli a vedersi, si allineavano i ranghi di una delle tante vigne di Camilotto

 Fabrizio

che amava il vino e amava, di preferenza, solo quello delle sue uve. Camilotto si curava del vino in autunno e inverno, quando gli impegni di pianista lo lasciavano libero. Aveva una moglie, la Bellissima, la chiamavano in paese, bellissima con elle sola e soltanto una esse, ma di questo si saprà tra poco

Francesca 1

Camilotto era molto bravo, come pianista, ma molto ricco e questo vantaggio gli evitò l’obbligo di lavorare per mantenersi, duque era un dilettante

Andrea

benché fosse nato in un periodo funesto per l’Europa, aveva potuto godere e aveva coltivato nel tempo, gusto e quello stile del mondo nel presentarsi al mondo che, con buona grazia viene preso per intelligenza e ça va sans dire per cultura

Francesca 2

Il 1 settembre del 1939 alle cinque del pomeriggio Camilotto festeggiava i suoi 16 anni a Parigi, dove studiava da sempre, con i migliori maestri

Ewa

Nello stesso tardo pomeriggio, a un’ora tedesca, l’esercito tedesco festeggiava con un rancio tedesco, l’invasione tedesca della Polonia e lo start up di una guerra mondiale tutta nuova

Davide

il padre di Camilotto invece, viaggiava in rapido verso Losanna dove, in una grande banca, depositò tutta la sua fortuna e di lì a qualche giorno, in uno chalet sul lago, a due passi da quello di Oscar Kokoscka, l’intera sua famiglia

Silvia

Poiché Camilotto era il primogenito e di buoni sentimenti tre anni dopo anni arrivò in treno alla frontiera di Pontarlier con in tasca un autentico passaporto svizzero e passò nella Francia che nel frattempo era diventata libera

Ahn

libera di sentirsi fascista e di Vichy, come l’acqua, ma con effetti meno salutari

Fabrizio

Arrivato a Bordeaux a Camilotto capitò di essere preso a schiaffi da un ufficiale della marina italiana, che con l’amante francese, occupava una stanza di un grand Hotel. Da lì, mentre Dalì da qualche parte dipingeva indifferente, Camilotto entrò in Spagna in tassì

Tomomi

con una corriera a gasogeno, attraverso un paesaggio basco modellato dalle bombe, arrivò fino a La Coruña, così lontano non si sa perché

Bea

e su una nave portoghese arrivò in Inghilterra

Francesco

in Inghilterra creò un caso di guerra a causa del suo vero nome italiano e del suo vero passaporto svizzero e della vera diffidenza della polizia che cercava di dimostrarlo falso

Francesca 2

Gli inglesi tennero Camilotto a bagnomaria, nel dubbio se spedirlo in Kenia in un campo di prigionia o impiccarlo come spia

Davide

Ma Camilotto convinse lo Stato Maggiore a telefonare a suo padre. Il padre telefonò a un amico di Washington e quest’amico a un amico di Londra. Telefonare fu macchinoso, soprattutto perché il dubbio era su chi dovesse pagarle, Camilotto si offrì di farlo e fu scagionato

Ljuba

ma alla condizione che si arruolasse. Non potendo costituire da solo un corpo di volontari svizzeri, fu assegnato a un reparto Francese e spedito in Normandia. Sopravvisse allo sbarco e ai Francesi che avevano qualche motivo di rancore con gli italiani, anche se svizzeri. Soprattutto se finti svizzeri.

Ewa

A Parigi s’installò in un ufficio alleato. Evitò così di andare a occupare la Germania e si occupò invece della casa di Parigi che, durante l’occupazione, era stata occupata da vari ufficiali tedeschi

Francesco

A tempesta finita Camilotto si decise per la sua carriera di pianista. Evitava peraltro di farne la sua unica attività ma il successo non si può fermare finché non si ferma da solo. La filosofia, l’arte in genere, la medicina e, in genere, tutte le forme di pensiero lo tenevano in costante attività. Nel 1955 il padre morì a Losanna. Dell’enorme eredità a Camilotto toccò anche la casa di Asolo che divenne il suo buen ritiro, soprattutto in estate, quando l’aria si riempiva dell’odore dell’uva che matura. Lungo i filari correva il suono del suo pianoforte, e tra le corde di questo e i filari le le persone che si dicono di spirito s’ingegnavano a intravedere un nesso semantico. Per il resto dell’anno Camilotto si divideva tra la casa di Parigi e lo chalet di Losanna. La madre da tempo era fuggita Hollywood e viveva come costumista di film in costume. I fratelli estraevano denaro dal Venezuela con grande profitto

Ljuba

Benché fosse il migliore genere di genero che, almeno in un certo genere di milieu si potesse desiderare di avere, Camilotto non sentiva il richiamo del matrimonio né di alcun’altra forma d’incontri ravvicinati, da certi aspetti dei quali era infastidito. Delle donne, la cosa che temeva di più era che potessero desiderare di restare a dormire con lui e soprattutto da lui; ma si riteneva fortunato, diceva a sé stesso e scherzava con gli amici, per aver trovato sempre compagne così occasionali e cortesi da aver capito che sparire era il meglio che si potesse desiderare da una donna, dopo

Andrea

agli uomini invece non aveva mai pensato né come rivali né come amanti e l’indifferenza era, a suo modo di vedere, il miglior antidoto all’imbarazzo della scelta

Ahn

Camilotto viveva bene e fu in questo tranquillo benessere, che un bel giorno, si scatenò la seconda tempesta della sua vita.

Francesca 1

Erano le 17:30 di un lunedì di pioggia. Primavera. Una primavera dei primi anni ‘50. Milano. Poche automobili e intorno una calma da comunità alpina, operoso e limitata di orizzonti. Camilotto sedeva in una pasticceria, ritrovo abituale di avvocati con il cappello duro e le scarpe lucide

Fabrizio

e di signore con renard e tacchi alti, qualcuna ancora con la veletta e tutte molto curiose di sapere che sorpresa avrebbe potuto riservare loro un lungo pomeriggio di pioggia

Francesca 2

L’incidente, diciamo così, fu legato a un pasticcino di riso. Camilotto beveva il suo caffè con panna per passare il tempo. Era a Milano per tre concerti e tra una serata e l’altra bighellonava. Allora si sentì uno strillo che a Camilotto sembrò

Bea

incantevole

Davide

come avrebbero scritto Thomas Hardy e Danielle Steele

Francesca 1

Fu una giovane donna a emetterlo; di lei Camilotto notò subito l’eleganza naturale poi la bellezza. Infine quella che complessivamente gli parve un’attitudine anticonformista

Francesca 2

e questo benché non avesse ancora visto un film con Audrey Hepburn

Davide

La bellezza, si sa, è il dato più indipendente dall’oggettività, ma la sommatoria di un bello scheletro e del punto di vista fortunato di un istante o poco più

Francesca 1

lo stesso che il senso comune, per confortare i cuoricini di tutte le adolescenti e gli adolescenti dai 13 ai 50 anni, descrive come colpo di fulmine, annichilirono Camilotto. Nonostante ciò di nome non faceva né Beba, né Lara, né Jeanne ma, con più di una concessione all’ovvio, Anna Maria. Lo strillo che fu disapprovato con battiti di palpebre delle altre donne presenti, fu dovuto alla caduta di un pasticcino di riso, che rotolò sul bel vestito e poi giù per terra

Francesca 2

Quella sera stessa Camilotto e Anna Maria cenavano insieme. E subito dopo contraddicendo o confermando o contraddicendo e confermando sé stesso, Camillotto decideva di presentarla come sua moglie al benedicente portiere in marsina del suo fastoso Hotel accanto alla Scala

Ljuba

Anna Maria era molto più giovane di Camilotto ma, in primo luogo, Camilotto non pensò di chiedere le generalità ad Anna Maria, in secondo luogo la moda di allora favoriva l’apparenza della maturità e infine, una volta saputa la differenza, a Camilotto sembrò che essa non abbassasse l’alta temperatura della loro relazione, anzi che l’attizzasse. Dopo un breve fidanzamento, le formalità familiari d’uso e nonostante Anna Maria non fosse incinta, l’unione fu regolarizzata da un matrimonio inglese e discreto

Tomomi

Anna Maria colpì Camilotto con la sonorità della sua voce che, su di lui, ebbe un effetto seduttivo totale

Ahn

e al momento dello strillo Camilotto non poteva immaginare che Anna Maria, fosse o pretendesse di essere una cantante lirica

Tomomi

cantante e incantante cioè incantevole. Oscura in Italia, di padre ungherese, nata a Trieste

Davide

Cominciarono anni di successi. Camilotto ebbe a noia il pianoforte. Diradò i suoi impegni per creare quelli di Anna Maria. Una parte del suo godimento era costituita e anticipata rispetto a quello che si meritava dopo in albergo o, a volte, direttamente in camerino, era costituita dallo starsene seduto in qualche ufficio ad ascoltare la voce amata attraverso l’altoparlante di servizio. Camilotto un passo alla volta si trasformò in marito della cantante

Francesca 1

E venne il momento in cui la famosa differenza di età sembrò più grande di quanto si potesse immaginare. Camilotto cominciò ad annoiarsi al soldo di Anna Maria che, sola in tournée, e solo in camerino, ospitava di preferenza pianisti accompagnatori, inglesi, direttori d’orchestra e direttori in genere. Una volta sola una Ballerina. Un tenore mai

Francesca 2

Con Camilotto la vita seguiva il suo corso impetuoso ma qualcosa stava cambiando. Anna Maria non sembrava stanca ma un fattore non calcolabile lavorava a suo sfavore

Ljuba

Una bella mattina di primavera, nel bel giardino di Asolo, un aneurisma congenito esplose nella bella testa di Anna Maria. Morì prima di cadere a terra. E fu, questa, una fortuna. Il coltello d’argento con cui imburrava il suo toast cadde sul prato. La sua vestaglia viola si distese sul suo corpo. Come un sudario o come una nuvola al tramonto, avrebbe potuto essere la domanda senza risposta. Nessuno pensa a quanto possano influire i paragoni sul proprio aspetto post mortem

Ewa

Camilotto perse la testa a suo modo, imprecò e fu la prima volta, contro il solito dio degli eserciti, benché né quello, né eserciti né altri dèi fossero presenti al fatto.

Ahn

Avvenne a questo punto il terzo sconquasso nella vita di Camilotto

Fabrizio

La perdita della più bella delle mogli, dell’unico riferimento esterno alla sua vita, benché sterile, lo portò frequentare una specie di salotto di preghiera, al piano terreno di una villetta del Lido a Venezia. Il salotto e tutta la casa avevano colpito subito l’animo snob di Camilotto. Un modellino di bombardiere CANT in alluminio dentro una vetrina, una bambola a gambe aperte sul divano di pegamoide e una miscela di odori di  cucina, corpi parchi nel consumo di acqua e di umidità del sottosuolo sabbioso. Condimento i rosari e il culto primitivo di un tale chiamato padre senza merito e pio per sentito dire

Ljuba

Ma fu una breve estate. La separazione da Anna Maria era incolmabile e il santo pareva in larga misura sordo alle aspettative del neo convertito Camilotto. Nel salotto Fides, la vedova settantenne che teneva la villetta del Lido, e aveva grosse caviglie e piedi piccini, fece intravedere a Camilotto una strada per recuperare l’amore di Anna Maria

Francesca 1

Una domenica di agosto Camilotto organizzò ad Asolo la prima di una lunga serie di sedute medianiche; Medium la signora Fides che, nonostante l’abilità nel far girare bicchierini e volare cucchiaini e tremare tavolini, non riusciva, cosa che sbalordì Camilotto, a rintracciare Anna Maria nel folto di morti che rispondevano ai suoi inviti; di solito pero si trattava di generali come il marito di Fides o militi ignoti che indicavano il luogo della loro morte, poi parlavano di gnocchi e davano i numeri ma espressi in quote, cime e dettagli topografici militari

Silvia

Camilotto passava molte giornate a letto in attesa delle estenuanti sedute spiritiche della notte. Non seguiva quasi più i suoi interessi, le sue vigne, vendette i pianoforti di tutte le sue case, non si radeva per giorni e giorni

Francesca 2

Ascoltava distratto le parole dell’enologo che si preoccupava se il cabernet non bolliva o se in cantina bisognasse tenere le caldaie accese per farlo andare in gradazione o zuccherarlo di notte di nascosto per evitare i carabinieri

Tomomi

Spendeva molto e non controllava i conti

Ahn

Con la signora Fides, che si era installata ad Asolo si sentì generoso al punto di siglare un testamento a suo favore

Bea

Ma un giorno, per fortuna, la trovò in cucina a dare ordini alla cuoca. Prese Fides per i capelli e urlando e a ceffoni, la cacciò di casa. Fides lo denunciò per lesioni private. Il processo fu uno scandaletto di provincia. Camilotto pagò un risarcimento disonesto. Vendette la casa di Asolo e partì per la Svizzera

Ahn

E fu la quarta tempesta per Camilotto. I tempi erano cambiati, il progresso incalzava

Fabrizio

intervennero gli extra terrestri, di preciso i venusiani. Non lontano da casa sua Camilotto scoprì una comunità, Atanòr. Il sottosuolo della sede era dominato da un grande antenna spaziale. Cioè una piramide di alluminio e specchi, giorno e notte illuminata da 111 fiammelle, tenute in vita da 11 vestali bionde, tutte graziose e non solo

Francesca 1

La sede si Atanòr sarebbe dovuta servire come hub, punto di attracco e ristoro per la prima missione venusiana sulla terra. Missione che era in preparazione sul pianeta gassoso, la cui temperatura superficiale va ricordato, si aggira sui 250 gradi celsius giorno e notte. È a motivo di ciò, che i venusiani pare siano molto più piccoli di noi

Francesca 2

insegnava Jorg il Perfetto, gigantesco capo della comunità, che riceveva con indosso un saio verde e sempre assorto a gambe incrociate sul tappeto bianco del suo studio, al primo piano della sede. I venusiani comunicavano con lui su una linea telepatica

Davide

Il sostegno più grosso alla comunità veniva da denaro terrestre. Di preciso in franchi svizzeri che una miriade di adepti e simpatizzanti della comunità versava con fervore

Ewa

Camilotto fece il suo salto di qualità quando Jorg gli trasmise un messaggio di Anna Maria che, si scoprì, era trasmigrata, più di preciso aveva conquistato il suo corpo astrale, ma su Venere che, a quanto pare era l’isola delle anime immortali, di qualsiasi statura che, perso il caduco corpo abituale del loro pianeta

Silvia

precisava Jorg che i pianeti abitati erano 12 miliardi e 627 milioni

Ewa

andavano a stiparsi al calduccio di Venere, beninteso non tutti, solo quelli che con qualcosa si erano illuminati in vita. Che ciò non fosse logico non occupava la mente di Camilotto che aveva acquisito in definitiva quella del fedele

Bea

Colonizzare la terra per elevarla a un grado superiore di conoscenza e civiltà era lo scopo dei venusiani

Ljuba

Anna Maria faceva parte del progetto. Anzi, Jorg assicurò che era una Super Titan lassù su Venere e la sua anima avrebbe lanciato lo sbarco redentore sulla terra. A Camilotto Anna Maria mandò un messaggio personale in cui lo assicurava che il loro amore sarebbe continuato con intensità e modalità impensabili, quando anche Camilotto avesse goduto della venusianità. E bye bye

Ewa

Camilotto si trasferì ad abitare nella comunità in attesa dello sbarco e, non senza qualche prudenza, trasferì anche una buona fetta della sua fortuna sul conto dei venusiani al Crédit agricòle di Vevéy. Voltaire osservava perplesso e questa, si capisce, è una metafora

Francesca 2

Passarono alcuni anni e la missione dei venusiani sulla terra fu rimandata di anno in anno in modo da assicurare a Jorg una vecchiaia ricca, non su Venere

Francesca

ma su un isola del Pacifico Oceano dove si ritirò in meditazione con la più attraente delle vestali. Non estradabile

Ahn

Camilotto rimase solo nella casa di Vevéy

Francesca 1

Fu trovato dalla polizia dopo molto tempo. Vagava nel giardino sfatto, tanto lui quanto il giardino, con un ritratto di Anna Maria appeso al collo. Alla polizia spiegò con un sorriso che la lunga stringa alfanumerica sotto il ritratto della donna era il suo codice binario, serviva ad Anna Maria per riconoscerlo nella confusione dello sbarco venusiano

Davide

Poi si buttò a terra per ripararsi da un immaginario fuoco nemico

Ljuba

Camilotto ha 96 anni ora. Il suo conto in banca continua a pagare la casa di cura Valloton di Ginevra dov’è rinchiuso. Non suona più da 50. Non parla da dieci anni. Non cammina. Non sa chi è. Un infermiere tunisino lo deposita in giardino alle 9 del mattino. Lo va a prendere alle 12 e, sempre nello stesso punto, un altro lo parcheggia dalla 16 fino all’ora di cena

Fabrizio

Quando il cielo lo permette, a sera Camilotto punta gli occhi verso un punto luminoso nel cielo e com’è d’uso nei dementi non dice niente.

©Pasquale D’Ascola 2007 riproduzione vietata

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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One Response to Parole

  1. Mario Valente says:

    povero Camillotto, s’era lasciato vivere fino a scomparire a se stesso, senbra a 96 anni.
    A quanti di noi toccherà la sorte di Camillotto?!

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