Uomo e superuomo e i Fratelli Marx

Il suo punto di partenza, come si sa, fu un libriccino, La nascita della tragedia; Friedrich Nietzsche intravide un Iper-Uomo, non super, iper oltre l’uomo attuale; del resto Neanderthal prima di sparire, convisse in camere separate con nuovi tipi di ometti più svegli, di cui noi siamo i nipoti; Freud, evito la lezioncina, è noto o almeno si fa come se fosse noto per che cosa è noto e, la sua leggenda, gira intorno e dentro il mito, teatrale, di Edipo. Potrei chiudere un quadrumvirato mentale tanto con Marx che con i teatrali fratelli Marx.

A furia di transitare senza frequentarlo nel mondo del teatro, dello spettacolo con maggiore precisione, ne ho tratto la certezza che non si tratta di un paese per vecchi. Salvo che per quei vecchi che, come molti vecchi, hanno per scopo nella vita di mangiarsi i figli e i figli dei figli. Roba da giovani, sono stato accanito anch’io. Quello del teatro è un ambiente, àmbito, pianeta, continente, non so come meglio definirlo, in cui davvero la crudeltà del mondo di fuori, oh cher Artaud,  ribaltata da una lente, si sdoppia per il piacere sadico del terz’attore, il pubblico, la cui presenza, alla rappresentazione, è consacrata all’esercizio del discrimine tra questo o quel gladiatore; gli attori sono Gladiattori, ora divini, ora carne della loro carne, da macellare; possono sostenere entrambi i ruoli, non muoiono del tutto e sono armati solo delle parole altrui di cui fanno l’uso che possono o che vogliono. Con diverse motivazioni, in un suo Tamerlano, suo in quanto Marlowe escluso dal gioco, a Venezia, secoli fa, Carmelo Bene eliminò il pubblico a titolo sperimentale, forse la strada è quella. Dentro il teatro il dramma di repertorio che si rappresenta a ogni prova è quello del ridicolo oggettivo che diventa tragedia personale, del conflitto inevitabile, dell’ostilità permanente, dell’amore senza oggetto come regola di relazione, evito di seguitare per non sembrare invidioso. Non lo invidio, sarebbe come invidiare lo stile di un ufficio marketing o di qualunque altro luogo di lavoro, chi legge potrebbe appartenervi e confermare, dove l’unico vero lavoro è far fuori non si sa chi, con esattezza e non si sa bene perché, l’importante è farlo; nel mondo di fuori il pubblico è attore e l’attore è il pubblico e la vittima, ruoli confusi che nel chiuso teatrale si delineano. Posso dirlo perché in teatro ci sono stato a lungo senza goderne, o solo a rari tratti e senza beneficiarne, tranne che di qualche niente e in rare sporadiche occasioni che, nel complesso mi hanno dato l’illusione di avere percorso, come si dice, una carriera lì dentro quando dentro non è per niente il modo di scriverne plausibile. Ho urlato, sbraitato, odiato per poco, amato per meno, ho adorato patetiche sciocchezze, provato frissons, chiamale se vuoi, ma se vuoi proprio, emozioni e niente più, tutto sotto la superficie sottile e craquelé della mia immagine peri-narcisitica; sono stato anch’io il Gladiattore, un gladiattorino di province africane, roba da circhetti ambulanti in Mauritania, niente trionfi imperiali, fino all’istante del pollice verso.

La considerazione inattuale finale lontana dal dogmatismo di carovane di teorici teatrali che, lo so, farebbero a pezzi me e queste poche righe, se solo leggessero altri che sé stessi anche quando leggono gli altri, è che il teatro è antropologia, entra ed esce dall’antropologia per quanto essa pertiene alla patologia della mente; in questo senso aiuta a capire come male siamo fatti se non ci affrettiamo a ricostruirci al meglio o, per lo meno un po’ meglio. Da ciò, si può concludere che, va bene, il teatro fatelo da giovani, utilizzandolo come luogo di pedagogia o di ricerca psicopatologia, il gruppo facilita l’apprendimento, poi, smettere di fare teatro è un bel segno interiore di evoluzione. Per un osservatore esterno esistono forse eccezioni che contraddicono quanto detto, sì, le conosco, forse le stimo in mancanza di dati per valutazioni oggettive. Il nodo e la domanda sono, come può essere diverso un teatro diverso quando per ogni dove, è fatto di esseri umani vagamente corrispondenti al ritratto abbozzato e perentoriamente uguali a sé stessi, questa è la domanda. Non esclude una risposta parziale e positiva. Ma non la cito. Prelude un quesito ulteriore sui modelli o esempi di mondi che l’essere umano continua a proporre senza variazioni di orizzonte. Qui mi fermo e invito a dare una scorsa alle informazioni che arrivano dal mondo di fuori. Abusi. A ciascuno le sue valutazioni.

 Amen e arrivederci. Friedrich Nietzsche. In Aurora, se non ricordo male.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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