Una tale per ‘natale

Con infinito rispetto e forse riprovevole audacia traduco da, il viaggio dell’elefante, del mio saramago, questa storiella. Il clima da tropico al benzene di questi giorni, che preludono alla festa delle feste in cui, per convenzione, anche quella di ginevra, ricorre lo state ‘bboni e il fate finta di niente che tutto va ben’ madama la marchesa, facilita l’esercizio.

Le vacche hanno una storia, tornò a chiedere il comandante, sorridendo. Questa, sì, furono dodici giorni e dodici notti tra i monti di galìzia, con freddo, e pioggia, e gelo, e fango, e pietre come coltelli, e sterpi e rovi come unghie, e rapidi intervalli di riposo, e in più assalti e scontri, e ululati, e muggiti, il c’era una volta di una vacca e del suo piccolo di latte, spersa per i campi, tra bande di lupi intorno dodici giorni e dodici notti durante, obbligata a battersi e a difendere il figlio, in una lunghissima battaglia, l’agonia di vivere al limite della morte, in un cerchio di denti, di fauci spalancate, di bruschi impeti, le cornate costrette a non sbagliare, a colpire per salvare lei stessa e un animalino che farsi valere non poteva ancora, e ancora gli istanti in cui il vitello cercava la tetta della madre, lui che attingeva lento, e i lupi che venivano avanti, la schiena tesa, le orecchie appuntite. Subhro trasse un profondo respiro e proseguì, Alla fine di quei dodici giorni la vacca fu ritrovata, anche il vitello, salvi furono portati in trionfo al villaggio vicino, tuttavia il racconto non termina qui ma due giorni dopo; poiché la vacca si era trasformata in coraggiosa vacca, poiché aveva imparato a difendersi, poiché nessuno poteva più dominarla o blandirla, fu giustiziata, la accopparono non i lupi per dodici giorni sconfitti, ma gli uomini, li stessi che l’avevano salvata, forse proprio il suo padrone, incapace di intendere che, imparata la lezione della lotta, quell’animale un tempo succube e indifeso, prigioniero non sarebbe stato mai più. Per alcuni secondi nel grande salone di pietra regnò un silenzio pieno di rispetto.

Piuttosto che cazzate, dice alla madre un ragazzino accanto a me in tram, è meglio, conclude, una cuffia per l’emmepitré. Evito di uscire allo scoperto o ci resto il tempo necessario per svolgere compiti indispensabili al quotidiano, scivolo via oltre i lumini isterici, sostanza e accidente patologico della ricorrenza, ma mi rallegro che i tempi collettivi, oggettivamente funebri quest’anno, inducano alla cautela chi glapit de joie dice il francese cioè starnazza e non lo sa. Ognuno che creda ai racconti di natale e si senta in dovere, è in diritto di fare la festa che crede a quel figlio che in quanto orfano è di ognuno. Non è questione di etica, a volere di poetica, ma sono propenso a dire che tal vez è una questione di madri, esseri talvolta generici, ma più di preciso collocabili tra gli universali, ancorché identificabili con un pronome possessivo, la mia; ‘na tale è mia madre, che se solo capisse ancora qualcosa, se fosse viva non verrebbe imboccata e non perderebbe le pappe dolci dalla bocca, chacun a son ragoût, ma dicono che il cibo zuccherato sia il più gradito perché, nel palato, i ricettori a questo scopo preposti, sono gli ultimi a morire.

Senza confronti con il più di lei popolare figlio unico ma alla pari con milioni di sue antenate, precorritrici e contemporanee, la madre, avrebbe scritto quasimodo, quello del nobel non quello di di notre-dame, è crocifissa alla tecnologia della sua carrozzina, per i calcagni, per i fianchi, bucati dalla piaghe da decubito, per le mani serrate dal parkinson intorno a manopole di gomma perché le unghie, crescendo, non la infilzino. Gli altri buchi sono alloggiati nel suo cervello, fori in cui continua a evaporare la nebbia in cui si è trasformata. Non so come durerà questa storia natalizia, in silenzio spero. Le posate sono posate, nessuna madre riesce più a ricorrervi nemmeno nella ricorrenza.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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One Response to Una tale per ‘natale

  1. Francesco Gatta says:

    caro pasqualino, natale o no, ti voglio bene, sì; anzi: tvb!
    ci vediamo.
    f

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