Delirio e Delrio

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Francisco Goya- Ascesa e caduta


Del Río o Delrío, Martín Antonio
. – Erudito e teologo (Anversa 1551 – Lovanio 1608). Allievo di Giusto Lipsio, pubblicò commenti a Solino, a Claudiano e a Seneca. Dottore in diritto a Salamanca (1574), nel 1580 entrò nella Compagnia di Gesù. Autore di commenti ad alcuni libri dell’Antico Testamento, è noto soprattutto per i
Disquisitionum magicarum libri VI (1599), che servirono a lungo a giureconsulti e inquisitori come manuale nei processi di stregoneria. (cfr.  Enciclopedia Treccani)

Delirio. Idea o insieme di idee che, pur non avendo nessuna corrispondenza con i dati della realtà, non cedono né agli argomenti della discussione, né alle smentite dell’esperienza. Delirio, di compensazione di una situazione spiacevole. Deliro erotico, di chi è persuaso di essere amato in segreto da una persona importante. Delirio fantastico, che si alimenta di personali teorie filosofiche, religiose o scientifiche che risolvono problemi finora irrisolti. Delirio di interpretazione, che ubbidisce al bisogno di spiegare tutto in conformità a un sistema di significati privati. Delirio di negazione, di chi si fa convinto che il proprio corpo sia vuoto di visceri. Delirio di persecuzione, di chi è persuaso di un complotto ai suoi danni. Delirio querulomane, che da un torto subito o immaginato innesca condotte che si esprimono in manifesti, citazioni in giudizio, domande scritte. Delirio di riferimento, del soggetto che ha l’impressione che tutti si riferiscano a lui con sguardi e gesti e allusioni. (cfr. Umberto Galimberti  Dizionario di Psicologia Utet 1994. pag 261 e sgg.)

Dunque, delirio possiamo inferire sia un formularsi del pensare che, a partire o meno da un assunto del fare, del sapere, o del credere, salta a conclusioni del tutto immaginarie o fantasmatiche ma non in campo letterario o artistico in genere. Dunque, poiché Roma fu la capitale dell’impero, allora lo è ancora o bisogna che lo sia e, poiché di impero non ce n’è, dàghela avanti un passo con i colli fatali e i figli della lupa. Che la realtà sia un’altra non importa. Né a chi lo pensa né a chi more propagando si convince delle convinzioni altrui. Fino alla morte. In questo quadro c’è da pensare se i ragazzi di  San Frediano, ossia il branco e banco dei bulli e grulli di governo, non sia un pericolo nuovo ma vecchio. Dalla vecchiaia l’impomatato di Collegno è stato silurato ma non affondato grazie ai progressi della medicina. Il branco lievita invece adesso nella pasta della propria  adolescenza a-termine a spese civili, economiche e metaforiche della nazione. E l’esempio, lo stile italico, è solo il peggiore, nel mondo del capitalismo reale. È a tutti evidente che essi, a partire dall’assunto che occorre cambiare il paese doc, dato percettivo in qualche modo non inesatto, saltano a un Noi dobbiamo ritagliarci, a nostro uso e consumo, la figurina dell’itaglia nostra, l’itaglia è fatta e ora bisogna inventarla a nostra immagine e somiglianza, cioè del mio Io. Io sono il salvagente. Da lì a salvatore il passo è ad un passo dalle acque calpestabili di Tiberiade. Si consideri il non difficile legame metaforico tra il Buce in trattore, la battaglia del grano, e il Truce in giulietta, la battaglia della grana. Imperialité, Colonialité, Illiberalité. Il delirio è il salto in un tronco più cavo e fondo di quello di Alice. Tipico dei profeti inventarsi una realtà relata. Pare che, incluse e non escluse le brame di denaro, quindi della valutazione di una potenza virale, epidemica in soldoni, essi costruiscono e hanno costruito la propria mitologia mutuandola da quella di un satrapo; per tanto più eterna e pericolosa. Il saturare di sé l’immaginario popolare è implicito; a ciò, padroni dei pronubi mezzi di paralisi di massa. Saltare a piè pari, l’aver valicato e travalicato la legge, il limite, incarnandolo, così che il limite stesso, alienato alla misura e al giusto, si possa spostare a piacere, come l’asticella del salto in alto, atto dovuto a se stessi ad ai proprii interessi. Con la differenza che il saltatore parte ogni volta da zero e tenta; essi, nel tenere ferma l’astìna, spostano il terreno di partenza verso l’alto, invertendo, cioè annullando origine e termini dello sforzo. Sicché il salto è sempre più comodo in un comodo di là, dato da un contesto di immagini. Se ne vedranno infatti delle belle.

Theodor Herzl (1860-1904) divisò una questione ebraica, non senza avere a disposizione qualche appiglio fattuale, ma a partire da un assunto reale passato, la diàspora. Atto voluto, si noti, non dovuto. Saltando oltre l’assunto, nel fantastico, ecco che Boccodivino Herzl fantasticò, a due millenni di distanza, la promessa necessaria di una terra promessa. Mosè. Perché no, del resto, dal momento che ogni plaga del mondo, dotata di qualche manna, era perlopiù considerata terra di conquista per l’Adamo occidentale, poco importa se repubblicana o imperiale. Occorreva come sempre ricorrere a un mito, in quel caso del popolo, del popolo eletto da sé. Complice una bibbia.

Una semplice osservazione dovrebbe rammemorare che presso romani o ateniesi, per lo ius antico, lo statuto di civis era a prescindere dall’appartenenza a questo o quel gruppo etnico e non solo, a prescindere dal genere, maschile o femminile, a vantaggio di una civiltà. Non di una cultura, autenticata da una fede acefala o falsata dall’idrocefalia. Herzl fu né più né meno razzista di un pizzicagnolo di Batignolles nel giorno del Velòdromo d’inverno (07.16.1942). La civiltà consiste nell’aggregarsi ad altri di Altri nell’ambito simbolico del cittadino. E un’impresa immane. Chi obbietta che l’antichità tollerava e faceva uso di schiavi rifletta sulla schiavitù contemporanea, fatta di libertà al rovescio. Tutti usi a ubbidir tacendo, chi di più chi di meno chi, cioè i pestìferi, per niente affatto.

Nel fondo buio delle persone si agita l’anguilla che si crede e si sente popolo. Si mesta nel torbido ad agitare le acque all’anguilla, e dunque si fa Potere. Spezzeremo le reni alla Palestina ma grazie alla giustificazione di trasformarla in giardino*, Dank einer Verneinung bis die Verleugnung, negazione in virtù di un diniego*. Poco importa che alla Palestina importasse meno ancora, forse niente la prospettata ristrutturazione in virtù di una restaurazione. Il rimando al califfo di Baghad, Iside e Osiride, è implicito.

Del resto il laicismo, nella sua configurazione corrotta, propone un mito fritto, scellerato ma appetitoso, quello dell’eterna giovinezza, fonte di appagamento di ogni desiderare assoluto, sciolto cioè da legami civili ed etici; del godimento quale stato civile; but not for you, schiavo. Nessuna idea, in senso proprio. Illusionismo in luogo di illuminismo.

Scrive il filosofo Biuso: La predilezione moderna per il classico (superata a vantaggio di quella per l’americano, il tecnologico, il datemi le istruzioni e vi solleverò il mondo, e adelante Pedro con i corsi di scrittura creativa ndr.) si fonda in gran parte su una idealizzazione tesa a nascondere la dimensione agonale, spesso finanche cruenta, dell’esistenza greca. (…) Nietzsche si domanda se sia possibile trovare umani gli antichi, quando la civiltà greca si fonda sul dominio indiscusso di un ceto di liberi opposto a una classe molto più ampia di schiavi.(…) La psiche ellenica è dominata nel profondo dai figli della notte: la contesa, il desiderio sessuale, l’inganno, la morte. (…) Per Nietzsche Greco e Filantropico sono termini antitetici: l’elemento umano dell’antichità non deve essere scambiato con l’elemento umanistico. Nietzsche, di contro, esclude del tutto non solo l’idea che l’antichità  sia da giustificare con i criteri del moderno, ma anche che sia da scagionare in qualche modo. Bisogna invece comprendere tutti i limiti della visione moderna dell’umano e da qui guardare all’indietro verso i Greci. La loro differenza risulterà confermata ed essi non potranno più  rappresentare un modello se non a costo di una radicale critica dell’umanitarismo contemporaneo. Nietzsche sa bene infatti, che l’oggetto uomo è per i Greci qualcosa di spregevole e miserabile, la più terribile tra le cose terribili  che ha il mondo (Sofocle), il sogno di un’ombra che si crede signore delle cose (Pìndaro). (…) Dietro la retorica dei grandi valori – solidarietà, egualitarismo, giustizia – la nostra società nasconde una pratica quotidiana tanto cinica, quanto volgare. Nessun tempo è stato (ed è ancora ndr.) tanto distruttivo dell’umano quanto il liberal-socialista XX (e adelante Pedro sin juicio ndr.) secolo. E ciò sia nell’eccesso dell’individualismo occidentale che ha prodotto (e produce ndr.) intere generazioni  vissute ( e viventi ndr.) nella pretesa che tutto e subito sia loro dovuto, quanto in quello del totalitarismo social-fascista accomunato – tanto in Germania come a Mosca – da un odio furibondo verso la differenza antropologica: di cultura come di classe, di etnia come di merito personale. (…) Di fronte al grande macello che è la storia del XX secolo molte delle immoralità antiche mostrano un carattere terapeutico, sembrano costituire un necessario strumento di salvaguardia dell’umano. Come Platone, Nietzsche sa che il potere è qualcosa di terribile, che l’utilizzazione arbitraria e casuale del dominio non può che condurre alla violenza sfrenata e alla rovina della città. (…)  Difendere gli uomini dal malvagio che è in loro stessi (…) Tale la funzione del Guardiano platonico e dello Übermensch (l’Oltreuomo ndr.) nietzscheano. Si legga in, Nomadismo e benedizione, ciò che bisogna sapere prima di leggere Nietzsche, di Alberto Giovanni Biuso – DG editore, Tp. 2006. Pgg. 52-56

D’altro canto, e se non ricordo male la parabola taoista, tanto era celebrato da tutti il giudizio del saggio Zhuāngzǐ, che l’imperatore volle non gli mancassero, di quell’uomo i tesori del suo pensiero. A questo scopo mandò degli emissari a cercare il vecchio dove egli viveva, lontano, presso uno stagno. Passa un giorno passa l’altro, alla fine gli emissari lo trovarono, sulla riva appunto del suo padule, intento a contemplare placido i cerchi che faceva nell’acqua con un bastoncino. Smetti di trastullarti come una tartaruga fa con la sua coda vecchio, hai un’occasione d’oro, e presero  a difendere la volontà dell’imperatore e con toni vividi e accesi dipingevano le meraviglie della reggia e dei suoi agi e del lusso promesso. Al termine delle loro chiacchiere il saggio replicò. Immaginate di sottrarre alla sua acqua una tartaruga, di portarla nel più bello dei giardini in una vasca di giada preziosa per essere ammirata da questo e da quello, vezzeggiata da questa e da quella, nutrita di ogni bontà divina, e domandatevi che cosa preferirebbe invece la tartaruga. Dimenare la propria coda nel suo stagno, fu la risposta, sconsolata forse, degli emissari.

* la rengaine bellicista d’un tempo era che Israele aveva fatto della petrosa Palestina un orto fiorente, indubitabile invero e tanto da averne conquistato il diritto al possesso. Un diritto di uso capione estesa insomma, tale che se oggi io volessi, dovrei colonizzare il terrazzo delle mie vicine in virtù dei miei fiorellini. Mi basterebbe dire che esse non sono capaci di coltivare, che sono indolenti, pigre. E che mi odiano.
** I termini freudiani, diniego e negazione, in U. Galimberti op.cit
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D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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