Pasquanate

Ciò che mi interessa, non è certo assumermi come storico, benché occorra la storia praticare né esercitarmi alla critica d’arte che non è, detto e ripetuto, il mio mestiere, stante che ogni lavoro d’arte, se ben inteso e ben praticato, dovrebbe essere per ciò stesso critica di sé. Ho rintracciato[1], una lunga intervista documentaria al pittore De Chirico, il più famoso dei due fratelli, l’altro, Alberto Savinio è meno noto tranne agli amateurs, ma fu, oltre che pittore, a mio modo di vedere soprattutto scrittore prezioso; Nivasio Dolcemare, Adelphi, è un capolavoro. Taglio corto. Nel lungo documento televisivo De Chirico lavora e dipinge indifferente alla macchina da presa, un po’ come Simenon che per scommessa e per un bel po’ di soldi riuscì a scrivere un romanzo, accomodato con la sua portatile in una vetrina dei grandi magazzini, i Lafayette mi pare di ricordare. Ebbene De Chirico, dipinge e ogni tanto commenta le domande dell’intervistatore imprudente con secchi, no-sì-è-così; Le diamo fastidio maestro, No, E ora dipinge un sole nero maestro, Sì, Lei legge romanzi maestro, No filosofia la trovo più interessante, Lei sembra così tranquillo maestro, No io ho l’ansia di dipingere.

Mi impressionarono molto le parole, lo stile del De Chirico, altro rispetto alla sua pittura, per qualche analogia, presagita da me soltanto, con il mio sentimento dell’arte e magari la mia, benché siano pochi i disposti a riconoscerla e corroborarla è vero… non il mio editore per esempio, che sogna per me un futuro di agente di commercio, il perché non so, sono troppo vecchio e troppo sicuro di me per voler convincere qualcuno a comprare e sono discalculico, non grave, un po’, ma inadatto a stilare fatture. L’altro motivo che mi rese simpatico un vecchietto tutto sommato scostante, fino a farmi prendere questa scostanza per pregio, fu l’accento che De Chirico poneva sul verbo lavorare, inteso lavorare di continuo anche nel sonno, lavorarci, e sul comporre, rinvenimento di un’armonia. La domanda è quanto sia in lungo il salto nel bello. Che cosa sia il bello non sarà certo chi scrive a rivelarlo e questo benché lo stesso ne abbia un’idea tutto sommato precisa; di là dal gusto personale, il bello si rivela da sé ma a chi lo vuole; fare bello invece coincide spesso con il ridicolo, con l’acrobazia, con la ginnastica. Penso infatti che il bello esista e sia un al di là, e che arte, sia far coincidere in tanti modi diversi le diversità in altro, appunto, indipendentemente dal risultato, poggiare un’asse tra due sponde opposte di uno stagno, dare senso ai sintomi, ai ritagli del reale per cucirli svincolati dalla diagnosi; in fondo una clinica che non si suppone né riesce ad essere cura, un palliativo a volte, un mentire di meno, per citare un soggetto in questa sede già comparso[2]. Né consolazione né anestetico l’opera d’arte, l’oggetto d’arte è ciò che si vede o si legge, la superficie del percepire, il resto è di là.

L’arte che si costituisce arzigogolo sul processo di se stessa o programma esoterico quanto ideologico, vedi il suffisso -ismo che non per caso sta bene solo per completare nazionalismo, fascismo, spiritismo, perde il senso della propria realtà oltre che della realtà generale, si dissocia e lì casca l’asino… Totò e De Chirico… ché la dissociazione non genera arte ma schegge, rutti e singhiozzi, espressione. Anche un tubo di dentifricio si esprime. L’arte, e in qualche modo il bello in quanto noce dell’arte, si compone e ricompone, trova l’equilibrio là dove il reale è un corpo senza membra, una Verdun dell’essere e una Caporetto dell’avere.  Arte è far trovare e trovare il senso delle cose, dei fatti degli eventi, oltre la loro fisica. Mi pare si tratti di un sentimento e di una sensibilità, non escluderei anzi sono propenso a pensarla a priori, benché sia noto che la sensibilità si educa. Si tira fuori, si porta a spasso.

L’arte genera interrogativi e nessuna risposta, il sentimento dell’arte è qualcosa di greco, di antico, di impensabile, di politeista e che non mi pare consista nel raccattare frammenti di un discorso amoroso e accostarne contiguità in funzione del proprio egotismo trafitto… gli oggetti trovati mi pare si siano sempre trovati male a sapersi guardati, l’arte povera fu povera soprattutto di spirito, vantaggio questo che ormai nessuno riconosce a qualcuno, tranne in politica dove questo difetto caro ai profeti e ai propagandisti è massima virtù, le soffitte si costruiscono per fabbricare polvere, il surrealismo stesso mi pare difettasse di realismo… quel sentimento dunque ho visto occhieggiare e con indicibile godimento durante due gite pasquali, in senso proprio, tra Lugano, mostra di Craige Horsfield*; Castello in Valsolda**, affreschi di Paolo Pagani[3] nella chiesa di San Martino; e Tirano, Palazzo Salis[4].

Al mio occhio Horsfield, affrescatore di luci, suggerisce di Turner e Caravaggio le suggestioni luministiche, ma va oltre, oltre l’epica di Guttuso, dimenticandola, oltre la compostezza del Moroni, dissolvendola; tuttavia è riduttivo parlare di qualcuno associandolo a un altro. Ma si usa così e si fa per dire ché ogni discorso intorno all’impalpabile, rischia di essere vano se non coincide con l’accettare, per così dire una rivelazione, l’annuncio fatto a Maria senza Marie di mezzo. L’arte non è un giochetto, è mettersi in gioco, contemplazione. I grandi arazzi di Ground Zero e il Golfo di Napoli che occupano da soli forse duecento metri quadri di pareti all’ingresso della mostra, per sé soli non solo valgono la spesa di un viaggio a Lugano, per chi vi abitasse vicino, ma anche tutta l’esposizione.

Più avanti in Castello di Valsolda, Paolo Pagani, passata la soglia di un chiesa alpina, inadatta all’opulenza, sopraffatta fuori da un paesaggio ben architettato da un dio benevolo, ti fa sobbalzare il cuore accogliendoti con, assumendoti in un cielo architettonico, secondo me forse più bello della cappella Sistina di Roma, così de propaganda fide quest’ultima, più intelligente quindi quello, a ben guardare, perché inteso a sfondare il limite della pietra muraria con una visione complessa e celeste ma di un cielo senza nuvole appunto, ovvero a sua volta, di capitelli, volte, archi, cupole, volute, lesène, fregi, tutto per aria e come aria del mattino, fumante e sfumata; un velo, un paradosso, sul muro dei paradossi, pagani.

Palazzo Salis, conti antichi i Salis produttori a Tirano di un vino caro ma che a me piace tanto e che è difficile potersi permettere,  è un’altra visione. L’uso esasperato del trompe-l’œil, inganno che compiace il desiderio di essere ingannati per il gusto di lasciarsi ingannare, ma non da lòcchi, vigili bensì, in uno struttura di stanze a volte che di necessità tendono verso terra… per contenere il calore, immaginarsi il freddo crudele delle abitazioni patrizie o meno, nei secoli passati, senz’altro conforto che camini assicurati alla cura di stuoli di servi e tonnellate di legna… ma i cui i plafoni, i soffitti non ambiscono all’alto ma all’altro appunto. Poco importa che intendano decorare l’occhio con il fastoso; con diaframma di dèi, omenóni e telamóni che separano dal cielo, essi segnalano l’oltre. L’arte.

*Craige Horsfield (1949) al Lac di Lugano. http://www.luganolac.ch/it/933/craigie-horsfield
**http://www.sanmartinovalsolda.it
[1] https://www.youtube.com/watch?v=eoVdP1IhKrc
[2] cfr. ivi in Un film in silenzio. Marzo, 13.
[3] Castello Valsolda 1655- Milano 1716
[4] Giovanbattista Cucchi sec. XVI-XVII.
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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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6 Responses to Pasquanate

  1. Valeria Rosi says:

    Caro Pasquale, come ti dicevo, il mio piccolo commento al vostro disquisire sull’arte s’è perso e, probabilmente, un ragione ci sarà.
    Lascia che ti ringrazi e che ti dica che è un piacere leggere e rileggere le tue considerazioni, in questo caso, il vostro parlar d’arte anzi di emozioni d’arte che allargano il cuore e la mente.

    • dascola says:

      Cara Valeria, eh sì le cose si avvengono da sé ma adesso ti ringrazio io e spero tu ti senta la benvenuta qui tra i commentatori. Quanto al resto, allargare il cuore senza essere chirurghi è una grossa soddisfazione. A cuore aperto P.

      p.s. se tu volessi avere notizia di ogni nuovo pezzullo pubblicato, ma dal pc, non farlo dal telefono, nella finestrella in basso a destra nel menu alla voce sottoscrizioni email puoi inserire il tuo indirizzo di posta e cliccare su sign me up. Oppure se vedi, sempre in basso a destra nella pagina appare una bandierina grigia con su scritto follow, se ci clicchi compare una finestrina di dialogo in cui si può fare identica operazione.

  2. Leonardo Taschera says:

    ….ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia…. Forse l’arte e il bello si collocano in questo spazio-tempo altrimenti difficilmente coglibile, e infatti …
    mostrasi sì piacente a chi la mira,
    che dà per gli occhi una dolcezza al core
    che ‘ntender no la può chi no la prova…
    Parlare d’arte, di bello e, aggiungo, d’amore – visto che amore e bellezza quanto meno nella letteratura sono sempre coniugati – è per me estremamente arduo. Odio quella sorta di bugiardini che “spiegano” l’opera – visuale, musicale o letteraria. Non credo che un anatomo-patologo abbia la pretesa di “spiegare” la bellezza di un corpo attraverso la sua dissezione. E infatti, caro Pasquale, tu non spieghi nulla ma ti ingegni ad esprimere le tue emozioni di fronte a quello che vedi… Un abbraccio.
    Leonardo

    • dascola says:

      E infatti, caro Pasquale, tu non spieghi nulla ma ti ingegni ad esprimere le tue emozioni di fronte a quello che vedi…

      Mi fa piacere Leonardo che si sia inteso come sia il balbettare l’unico traguardo di chi tenta il discorso in quistione, del resto, Su ciò di cui non si può parlare occorre tacere – Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico Philosphicus/7 – E più oltre lo stesso, Il linguaggio è una parte del nostro organismo né meno complicata di questoQuaderni, 14.5.15.-
      Ma la quistione resta e, per chi abbia trovato nell’arte lo stagno in cui dimenare la sua coda, cito a memoria da qualche summa cinese di cui ho perso le coordinate, essa è la quistione irredimibile, l’aporia polare di cui uno però deve essere consapevole. Un, Che cosa sto facendo, dove sto andando, che si costituisce bussola e sestante.
      Del resto,
      …È del poeta il fin la meraviglia
      (parlo de l’eccellente e non del goffo):
      chi non sa far stupir, vada alla striglia!…

      G.B.Marino-Il poeta e al maraviglia
      Grazie infinite puntuale Leonardo

  3. Dario Barezzi says:

    Geniaccio d’un DASCOLA…

    Il giorno 19 aprile 2017 10:37, Pasquale D’Ascola ha scritto:

    > dascola posted: “Ciò che mi interessa, non è certo assumermi come storico, > benché occorra la storia praticare né esercitarmi alla critica d’arte che > non è, detto e ripetuto, il mio mio mestiere, stante che ogni lavoro d’arte > dovrebbe esserne per ciò stesso una critica. Ho” >

    • dascola says:

      Mi fa piacere non tanto il complimento Dario caro, quanto l’avere inteso che tu hai colto il senso di questo mio intervento. Questo mi rallegra assai. Maaaa, restituiscimi l’apostrofo la prossima volta. P.

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