Letture – Il mio primo libro di poesie d’amore

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Allevato in un mondo dove era indistinta la distinzione tra letteratura e letture per bambetti e tale che, nonostante mio padre mi consigliasse talvolta questo, talaltra quello con  autorevole ma scarsa convinzione, fui sempre lasciato saltare da  Luigi Motta – chi era costui – all’eretista eretico Gabriellino al sotterraneo Sigmund,  educazione questa – da e-ducere/portar fuori –  che non m’ha forse riparato  o proprio per questo protetto da danni irreparabili, mi accodo alla banda di zufolàri sentimentali in questo giorno alieno e consacrato dall’industria del trasalimento all’acquisto/invio di bigliettini, ricordini, valentinìni insomma, oltre che allo squartamento di ogni pudicizia o l’ostensione di ogni impudicizia nelle pagine di Fababùk. Mi piace ricordare dunque  ai miei 249 lettori, un po’ per celia un po’ per non morire (Giacomo Puccini, Madama Butterfly A2), la recentissima apparizione di un libretto piccino, pubblicato da un casa editrice, per piccini, il Castoro. Si tratta di un volumetto di poesiole fulminanti,  fulminee alcune, fulminate altre, dell’autore francese Bernard Friot di cui m’è capitato anche di leggere, sghignazzando, amene e furibonde storielle, Il mio mondo a testa in giù.  Di lui chiunque può incontrare convenienti cataloghi e descrizioni in rete sicché, valga o non valga, per tutta notizia dico che egli ha la mia stessa età e questo per qualche motivo lo rende alla mia immaginazione più consanguineo che contemporaneo. Si dice che scriva per l’infanzia il Friot, opera lodevole, esistesse l’infanzia; a me pare il contrario che scriva per un’adultità – part. pass. di adolèscere – tanto ben formata e costruita da permettersi di tener presente uno stato soave passato, una stagion lieta e simultanea, non di rado ai bimbi interdetta. Il libro dal titolo ammiccante, Il mio primo libro di poesie d’amore, ma non di certo per un bimbo, anzi, forse solo per qualche madre reticente ad ammettere di aver smesso di crescere dopo i 13 anni e diverse esperienze di tradimento, riunisce non ho contato quanti poemini a tema amoroso, tema in sé non solo ignoto ai più, confuso com’è tra sesso e decesso, ma soprattutto ai bimbi, così divisi tra oggetti e desideri da farne un tutt’uno senza posa, movesi l’amante alla cosa amata come il senso e la sensibile. Se la cosa amata è vile l’amante si fa vile – Leonardo da Vinci Ma insomma questi brevissimi poemetti fatti di così poche parole da non sapersi situare tra idillio ed epigramma, sono così ingenui, furbi ed affettuosi di un affetto senza oggetto, e qui sta la fortunata combinazione di intelligenza e superficialità canzonante e scanzonata, da avere attratto il mio occhio in una sola unica lettura e di nemmeno un’ora; ma per quell’ora avvinto  dalla perfetta coincidenza tra la parola e il segno dell’illustratrice, Desideria Guicciardini, il cui merito è di avere sposato le poesie, cosa credo rara, senza bambaggianàre, sorvolando trópoi e tópoi che dell’infanzia costruiscono il castello di menzogne, utili all’illusione di sempre e al marketing di oggi, oggi dico di valentino, non cresciuto abbastanza pare da essere valente. Insomma un librettino, peccato non avere stampato à regard l’originale francese così tanto per dire che esistono altre lingue di qua dal patto atlantico, che mi permetto suggerire a ogni lettore accorto, affinché si bèi delle immagini di intelligentissima delizia, coltissime eco, birichine associazioni – ineffabile l’immagine della donna che stira in ciabattine un enorme cuore stropicciato come una tovaglia – e onori Tempo-il-molteplice e non vi si abbandoni. Proust è al corrente e per la prima volta sorride.

Amo/ non amo/ forse sì forse no/ non lo so dipende/ magari/ Francamente è seccante/ un amore esistante/Insomma/ non lo so dipende/forse sì forse no/ E tu che ne pensi?  Bernard Friot.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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