La forma dell’acqua

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La forma dell’acqua è tale per non avere forma, di preciso come questo film pompato dal suo proprio marketing alla massima pressione. Nel 1955 sarebbe stato credo un prodotto della Hammer film casa che macchinava fantasie ingenue e avvincenti come L’astonave atomica del dr. Quatermass o di gusto esilarante come Le spose di Dracula; oggi, prendere o lasciare, è meglio prendere ma una valanga di Ullalàèunauccagna che testimoniano solo di un fatto, a mia sensazione d’indispettito spettatore, ovvero che il cinema è tra le tante cose su cui il finanziario e il governo mondiale del capitale stendono colate compatte di calcestruzzo. Pijano pesano, incartano e portano a casa rotoli di fantastilioni; sia chiaro creano lavoro temporaneo a tutti come il Cavaliere dallo sperma ardente,  e La spia che venne da Rignano, da Marzo nei salottini di tutti i casini. La prima cosa che stizzisce chi qualcosina sa, è quel the-shape-of-water, con un’eco giapponese che intriga chi abbia un po’ di gusto ma che si rivela subito inutile trappola e deludente; come intitolare ombre-e-pugni un film con Bud Spencer o chissà cristiano-in-inverno un film con De Sica a Cortina. Un inganno. Poi quando parte la proiezione, si forma non l’acqua ma la pozzanghera del dubbio, se sia partita per errore una pellicola dell’uomo che inventò la copia, il signor Salvatores, premio Oscar per non avere commesso mai alcun fatto. Autore che partì assai bene a fare film, il Toro oggi se n’esce con la trovata frankenstein che a estrarre da tutto di tutto un po’ di un po’ di un po’di Bella e la bestia, di il Mostro della laguna nera, di Brasil, di Amélie, un po’ di LA LA Land, un po’ di Willy Wonka e un po’ di F.lli Cohen e un po’ di Tarantella della mdp – la macchina da presa che mai non resta come bufera, animata da un vita sua propria – insomma che da tutti gli stili altrui si ottiene uno stile proprio. Che importa, si chiama citazione unita all’eccitazione necessaria e sufficiente a tenere avvinto lo spectator alla propria pornografia – la trovata di far masturbare la protagonista ogni santo inizio della sua giornata e di vedere il grottesco cattivo che tromba una moglie da operetta – copia conforme di Truman Show – sarebbe esilarante non fosse il corrispettivo della scena di trombata mortale che regola i successi della letteratura mondiale. Dieci trombate un milione di copie. Roba da far venire voglia di scrivere un romanzo con una sola parola ripetuta pènevulvapène per 2000 pagine e con tante virgole per aiutare il lettore. Il suo direttore marketing deve averlo convinto, al Toro, ad attingere ad ogni fonte rinnovabile; del resto non so chi mai più pensi e diriga un film se non appunto qualche diplomato a una qualche School of Economics; ah come vorrei vedere il suo nome, per onestà, ne’ titoli a grandi caratteri così che qualcosa di autentico ci sarebbe in un film americano, che è poi tutto il cinema d’oggi. Il resto, il fantasma che corre l’Europa o l’Iran, che è la stessa cosa, è un silenzio post neorealista, post fascista, post commedia, Rimuccio Rimuccini è posteriore persino a se stesso. E con ciò loro signori fan i milioni ad anestetizzare platee così che si chètino, discùtIno democriticamente, strapàrlino, strapìrlino, s’addormano, così che un giorno andassero a vòtare… i cessi. Non sappiamo infatti dal film dove vanno a finire le deiezioni del mostro. Un film che tanto fa che tira acqua a i’ su’ mulino.

Il vecchio stagno/La rana si tuffa/Il suono dell’acqua
Matsuo Bashō(1644-1694)

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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4 Responses to La forma dell’acqua

  1. Davide Galassi says:

    Lieber Österlich, caro Pasquale, si scherza eh… Ma non troppo.
    Auf Deutsch ist es “Das Flüstern des Wassers”, und zwar “Il sussurro dell’acqua”.
    Ganz poetisch!
    In der Tat steht im Titel “Flüstern” als Empfehlung, um nicht ins Kino sonst ins Klo zu gehen…
    Auch hier in der Schweiz ist das Fantozzis Motto sehr bekannt: Es ist eine verrückte Lachnummer!
    Sempre con esequie vivissime.
    Suo Davide

    • dascola says:

      Verrückte Lachnummer
      Oh oh so du hast gesehen’s. Kinder und KinderskInder werden darauf lachen. Daruffa.
      Danke Davide.

  2. Biuso says:

    Con una stroncatura così riuscita e davvero coinvolgente, caro Pasquale, mi hai fatto venire il desiderio di vederlo.
    Eterogenesi dei fini.

    • dascola says:

      Eterogenesi dei fini.
      Dunque fin dalle prime immagini mi prese un’inquietudine, mi domandavo per che cosa e soprattutto che tipo di inquietudine mi pigliasse per il bavero…fastidio ecco… fastidio ma perché. Mi domandavo, stile Totò, Chissà sto stupido dove vuole arrivare. Eh sì dove, tutto così grottesco, tutto così dagli alla CIA, dagli al tu vo’ fa’l’americano, epitome del violento da non potersi credere, e infine la rivelazione… un’operazione ben concertata per rinnovare la favola del perseguitato, del diverso in balia di un potere astioso e psicotico. Eccolo l’inganno. Il potere non è ipso clinico psicotico. Non lo è affatto o non reggerebbe venti minuti. Ecco l’inganno, loro così diversi, di là così cattivi, così pazzi e di qua noi, no, tutti humilitas sotto la linea Plimsoll, tutti a lavar pavimenti, buoni buoni ma ingegnosi, sozial avrebbe poscritto Céline; oggi, in insalata beffarda, social; è un film fessbouc; è lo specchio per le allodole di quelli che di tutto ciò che accade vedono la stupida lotta tra il bene e il male ovvero tra il normale e l’anormale. Vedono il pazzo là dove c’è la carogna. Unica consolazione è che alla fine l’alien taglia la gola con sapiente precisione al cattivone. Finale d’incoronato amore. Pluff. Per aspera ad imum. Questa è la speranza di ogni giorno. Speranza disattesa. Ma a pensar così non è che ci si può definire buonini, chetini. Cretini sì. Su tutto gongola la produzione che per ogni lacrima versata sui buoni e per ogni disappunto per la cattiveria dei cattivi fattura, ammesso che lo faccia, milioni. Il premio per averne spesi tanti per far nulla è naturalmente l’Oscar, premio di produttività come per Stachanov. Il Toro gongola e i topi marketing ballano e ingrassano pur essendo già bell’in carne. Il pubblico sonnecchia appagato. E io parlo.
      Vai vai, Alberto. Giusto per valutare fino a che punto è profonda la mia vena di follia.

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