Certi matrimoni non s’han da fare

La messa la bando (…) oggi colpisce l’uomo automaticamente, come un giro di roulette. Nessuno di noi può sapere oggi  se per caso domani mattina non si troverà a far parte di un gruppo dichiarato illegale.

Ernst Jünger – Trattato del ribelle – Adelphi. pag. 58

Molti e molti anni fa, non mi si chieda il perché, spedirono me con tutta la mia implume classe prima, sez. C media unificata, a fare dei tests. Ai bambini si sa basta l’idea di prendere e uscire dall’aula in una città piena di palpitanti cuor-in-mano al lavoro, poterla osservare da un pullman, cioè un po’ dall’alto, per sentirsi subito in un nuovo film; sicché un’allegria indicibile, mi pare di ricordare. Dunque ci portano al Centro. Il centro è una copia conforme del Ministero della verità, ai piedi di una torre altissima e brutta, molto Oh-che-genio, una scatola messa per dritto, centro di ricerche psicopatiche. Ci dividono, specialità Gestapo… capisco al volo, figlio di combattente io, sangue rossonero  gruppo A negativo, visite omaggio ai reduci dei lager, alle legion d’onori, a tutta la Resistenza, la domenica poi ognuno in uno stabbio, un tavolino, una pennina, una bibbia di carta a righette, caselle, domande, lettere, numeri, un questionario da compilare.  Salto i quesiti aritmetici, ci provo, ma ho la media dell’uno in aritmie. Domanda quanti amici hai, oh perbacco non so che rispondere, penso ai gemelli C* con cui gioco spesso, due, rispondo. Ma. Il bello arriva dopo, fluttuando in un camice che esige riconoscimenti, dottoressa, biondina… non mi interessano le biondine, ho una sola passione allora, la treccia nera e lo stile ballets russes di una bambina della sezione A, femminile, guardare sospirare, forse sognare è meglio che toccare… altro film, la biondina siede davanti a me, squinterna il mio dossier, ullalà, lì sul tavolo davanti a lei, è brava nella parte di psicopoliziotta, Sie spielt con convinzione; Alles verstanden, Vorsicht Kind*. Mi rifà tutte le domande cui ho già risposto per iscritto. Non tutte forse, alcune. Quanti amici hai, Ehahhm nessuno, Tu dici, Dico, Ma, hai scritto due qui, Ah sì ma… mi mostra il questionario zeppo di annotazioni sue, tutta diagnosi che sta lievitando, m’impapìno, figurarsi se mi ricordo cosa ho scritto e se vi ho messo qualche attenzione, leggo Moby Dick e I tre moschettieri, tutt’ e i quattro volumi io, i miei temi escono dall’editing della professoressa Morelli senza note rosseblù, uso il condizionale mica come un bimbo, come un Bembo, mi leggono in classe a temporaneo monito, questionari mi interessano quanto niente, mi ripiglio, Ma, ah, già, già i gemelli sì. La psicopulotta, lo sguardo che uccide… Terence Fisher, Christopher Lee, Peter Cushing… mi riserva i suoi due secondi d’odio diagnostico. Mi sentirò in colpa per anni.

Ora, a richiesta di alcuni amici che non poterono essere presenti, segnalo che metto loro a disposizione il mio discorsino su Manzoni e i Promessi sposi del 23 febbraio ultimo scorso, basta chiedermelo e invio il pdf. In calce le indicazioni di alcune dotte e più interessanti pubblicazioni. Di seguito invece un divertente resoconto di come è andata la serata promessa e non sposata. Certi matrimoni non s’han da fare.

Allora è andata così. Io vado con il mio ben studiato interventino, fatto e  rifinito, imparato a memoria, provato e riprovato min. 30 comprese le letture originali, una mezza lectio; un po’ affannata da comprimere in quel tempo ma del resto la comanda era 20’ più le letture. Dunque sono nei tempi. Ho avvisato, precisato, scritto, trenta minuti tutto compreso, sono abituato; poco manca che mandi il copioncino prima, spesso lo faccio a scanso di equivoci; ma no, sono conosciuto, mi hanno invitato conoscenti, gratis si badi, pura bontà la mia,  ma, non vado tranquillo, false-friends maybe, e quando si affronta un pubblico andare tranquilli non è mai buona regola; nemmeno gratis, dunque sono tranquillo nei limiti dell’oculato. Il luogo oltretutto non ha mezzi, è una libreria caffetteria, tutto molto culturale, va bene per parlare di Manzoni, cultuale,  lì a Malanno. Mi porto un leggìo, portatile appunto, tutto in ordine come voleva Gadda, cartelletta, dattiloscritto da sbirciare, copie delle letture ben ingrandite, il teatro ti resta per sempre un po’ attaccato, appunti di rincalzo nel caso. Ho dei fior di amici in sala, un filosofo tra quelli, il dottor Biuso, ci metto due volte la faccia. So anche che mescolati tra i civili due tre, chi lo sa quattro elementi di un gruppo di arte terapia, qualcosa del genere. Dovranno leggere anche loro qualche po’ di Manzoni. Me, non mi tocca. Andiamo andiam mio bene, una battuta di introito, scherzante, ma sento immediato nervosismo di bielle nella odd-eratrice, va bè. Affar mio è la sala, misuro la temperatura, sale, bene, vedo sorrisi attenti, meglio, una manina, una domandina facile facile subito subito, l’acchiappo con qualche facezia, bene bene. Ma. Dopo cinque minuti l’aratrice, cui nel frattempo è spuntata più di una piuma rossa in capo, mi dice, Non correre. Va bene non corro, distendo, accomodo, correggo a braccio, qualcosa si fa sempre, sto arrivando alla terza delle quattro letturine, cap. XXX, passano i cavalli di Wallenstein, andante trottato, sto parlando da  15 minuti, la modmod morde di colpo non so se il freno, o tutti i finimenti, cavalca la cattedra, Passa all’ultima lettura; Ma, mi impapino, Ma il discorso, tento, Ma così si sbriciola, dico, Ma vuol dire chiudere, al pubblico che ondeggia, La pianto qui se volete, taglio, me ne vado, dite. Allora coup de théatre, uno seduto davanti a me, Sì taglia taglia, vattene, mi invita, urla quasi, ringhia, villano ignoto o figlio di una lettera alla professoressa. Attacco a sorpresa, il tono offende. Tutto sommato sono un anziano professore, più che altro anziano direi. Ma, balbetto, di fronte alla villania non credo sia opportuno proseguire. La mood-aratrice ha le piume rosse arruffate, Il signore non è villano, ha espresso la sua opinione…. No no, per favore, Continui/a, mi pare di sentire  da più di una voce. La modero-e-non-mi-spezzo, tortosi il collo, mi lascia rispondere a tre domande che si accavallano ma molto circostanziate di tre persone, nasi fini, a tutto Rilke. Bon, poi mi si prescrive l’ultima lettura, È fuori contesto, il discorso si è ormai sfrangiato, dico. Ma; leggere e leggeremo. Poi taccio. Ma. Il bello arriva dopo, alla fine fine fine, niente da ridere, mi aspettano al varco, eccola la psicopolizia, mica potevo immaginare, due, due blade runners, due di quei signori per dirla con Don Abbondio, Fanfarouche lui, Sainte-Nitouche lei, discorso concordatario, senza spingermi mi spingono all’angolo. Guarda che non hai capito, perché mi tutìnano non li conosco, Non hai rispetto, qualcosa così, Non hai capito che era uno psichico… il signore che ha espresso la sua opinione… Vai a capire come faccio a capire se uno è o non è psichico e poi non mi interessa io parlo per il pubblico, posso mica immaginare chi ha il diario dello schizofrenico in tasca, Ah, Tu, ti ed u maiuscole, TU non hai senso della misura, tutto troppo difficile, tono alla Tarantino, un tarantino alterato un tarantolato, gli manca la pistola da piccolo Bladehimmler, identiche orecchie a sventola, occhio frastornato da visita a Birkenau. Scappo in canonica. Eccesso di intelligenza, mi ha detto il filosofo, oggi è un male, oggi non te la perdonano proprio… Uno mi chiederà ancora di Carmelo Bene ed I promessi sposi. Non rispondo che Carmelo Bene in condizioni simili se ne sarebbe proprio partito. Ite nunc missa hic.

* ted. per Recita – capito tutto – attento bimbo.

∼∼∼

Alessandro Manzoni  – Della lingua italiana

Alessandro Manzoni – I promessi Sposi – Einaudi

Carlo Emilio Gadda –Apologia manzoniana

Carmelo Bene – Adelchi di Alessandro Manzoni

https://www.youtube.com/watch?v=JaVH7fB1yTg&t=0s&index=17&list=PLKOuKTFf7fXtyMopEh_2plqHJ3-Sw5m1N

Dario Generali, aa.vv. – L’idioma di di quel dolce di Calliope labbro – Mimesis 2018

Giovanni Pascoli – Eco d’una notte mitica

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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4 Responses to Certi matrimoni non s’han da fare

  1. Leonardo Taschera says:

    Forse varrebbe la pena di vivere l’esperienza della regola del silenzio, che pare viga, per esempio – per lo meno per gli ospiti che vi vengano accolti – presso il Monastero di Fonte Avellana. In attesa, mi consolo con le fusa dei miei gatti, che non conoscono la regola, ma che hanno una naturale propensione all’orrore del rumore. L’alternativa potrebbe essere quella di finire come il protagonista di “Una vita alla rovescia” di Alain Jessua, boccone però troppo ghiotto per lo psichiatra alla Kaligaris, o di limitarsi ad imparare a memoria i capolavori della letteratura prima che a qualcuno venga la voglia di bruciarli. Pare che il rumore piaccia, specie se è travestito da parola, e quale occasione migliore per produrlo in tale veste, se non un pubblico “dibattito”? D’altronde ascoltare solo la propria voce interiore rischia di far finire sul rogo o di far finire sul rogo quelli che non la sentono. Parole in libertà di un vecchio un po’ stanco….

    • dascola says:

      Amabili considerazioni caro Leo, da cui emerge netta la metà fisica del gatto. Il resto è al di là. Ti ringrazio Psq.

  2. Biuso says:

    C’ero e ho visto quanto racconti. Ma non sapevo dell’aggressione subita a conclusione della serata.
    Quanto è accaduto mostra l’abisso che si stende tra un artista e degli psicologi, una delle male razze che abitano l’orbe moderno. Non soltanto superflui ma anche dannosi.
    La potenza della tua presenza, la lucidità del tuo dettato e la ricchezza del tuo sapere hanno riscattato in tutto la banalità e la demenza.
    Rimane il fatto che la giusta richiesta di rispetto per i diversamente umani -qualunque sia la ragione di tale diversità- si è ormai trasformata nella violenza, nella maleducazione, nell’arroganza di chi vorrebbe fare del proprio limite un manganello con il quale battere e spegnere la lucidità, la creatività, la gioia, l’intelligenza.
    Ancora una volta Nietzsche ha ragione nello smascherare la tracotanza dei deboli, dei falliti, dei mal riusciti che vorrebbero imporre la propria miseria ai forti, ai felici, ai solari. Il proliferare patologico delle psicologie e degli psicologi è una delle prove più chiare di questa guerra della tristezza contro la gioia.
    La prima dissertazione di Zur Genealogie der Moral mostra in modo rigoroso la trasformazione che ha condotto al dominio della contronatura. Nel mondo greco infatti buono è ciò che mostra forza contro le avversità dell’esistenza, vitalità in ogni esperienza, piacere in ciò che si fa. Cattiva è invece la debolezza, la deformità interiore, la strisciante umiltà dei perdenti. Nel mondo cristiano i criteri vengono capovolti e ciò che una volta era buono diventa malvagio, le vite disagiate e sofferenti vengono giudicate le migliori.
    Quanto accaduto in una libreria milanese la sera del 23 febbraio 2018 è l’ennesima testimonianza di tale metamorfosi.
    La tracotanza è arrivata al punto da giudicare l’intelligenza e la salute una colpa. In questi progressisti da quattro soldi è sempre il morbo cristiano a operare. Sono poveri in spirito quelli che hanno reputato «tutto troppo difficile» nel tuo splendido oratorio manzoniano.
    Caro amico, lascia questi mentecatti alla loro miseria. E continua a trionfare nella eleganza della parola e nella complessità del pensiero, segni della riuscita nella vita.

    • dascola says:

      L’ambaradan di tasti e controtasti della macchina qui che mi si offre a reply to a comment mi par stupefacente e complsesso, persino complicato, non saprei inventarlo, sono grato a chi lo ha fatto ma nonostante ciò… e come potevamo ricambiare… replicare a tutto quanto hai pensato e scritto. Forse con Nietzsche. Lo sai, gli piaceva chiudere certi pensierini con Amen.

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