Un filo fantasma

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Innanzitutto non è nascosto il filo. Ma fantasma, immaginario, persino isterico, phantom pregnancy si dice. Poi guardare un po’ qui il logo del film che è mah… Occorre una quai cautela nel parlare delle opere altrui. So quel che dico. Io leggo e guardo come se fossi stupido e per lasciarmi stupire. Abbasso la guardia del saputo e del saputello. L’ho già detto in altre maniere. Mi alleno alla demenza senile. Ma colgo subito lo stile. E parlo per simpatia. Roba da liceo classico, capisco. Così a costo di passare davvero per stupido dichiaro qui che mi è piaciuto molto un filmetto di Anderson, quasi Andersen – chi è costui andare a guardarselo – dal titolo in sé affilato, Il filo nascosto. Vedi sopra, chi vivrà vedrà. Difficile parlarne e per fortuna l’assenza totale di una trama, di una storia, lascia concentrare sullo stile dell’Anderson che può permettersi di ordire, è il caso di usare l’abusata similitudine, un racconto a partire da niente, ovvero dalla stoffa a disposizione. Un attimo oltre la linea e sarebbe stata la storiella dell’amabile proletaria toccata dalla fortuna di toccare il cuore del ricco sarto, avrebbe ricordato persino un po’ Perrault, senza il feliciecontenti. O Ninotchka senza sorriso. Ma non è così. Il film è di strepitosa altezza nel mettere in scena un filo e nasconderlo. Così bene che tutto il lavoro interroga, sembra domandare, Che cosa ci trovate qui dentro, in quest’abito. Una battuta infatti la canta più o meno così, si può nascondere di tutto nella stoffa dei vestiti… In un istante, quasi un’istantanea, la bella Alma/Vicki Crieps trova e leva da sotto una cucitura dell’abito nuziale per un’immaginaria principessa di Brabante il motto never curse/mai maledire, oh Perrault, mon Perrault…

Dietro di me sedute due voci femminili ogni tanto sospiravano frammenti interpretativi, stile sacro cuore… bell’egoista lui. So quel che dico, la spècolologia cerca la spiegazione, una sola, la sua. Chi è lei e lui che è lei, lui, cioè l’altra, la sorella/Lesley Manvile, tradotta con sagacia la Talequale. Chissà in inglese… fa lo stesso, un’opera tradotta, transita sempre da un mondo all’altro, da una factizie all’altra. Così ben celato questo thin thread che non si può nemmeno dire sia ben recitato il film, ed è un pregio. Strepitose maschere, specie le femminili, cioè tutte, gli attori agiscono come fossero inconsapevoli spiati. Sempre autentiche, nonostante lui, il Day-Lewis, sia un pelino gigione di tanto in tanto,  un po’ intruso, lo è, che vuol far l’attore. Ma è colpa lieve; doveva giocare sopra le righe e oltre, fuori dal banco. Ruolo difficile. Ma le donne no, le donne del tutto immerse in quel reale fittizio, limbo dove il niente prende corpo. Ispirate. Streghe a convegno, scorte da un occhio complice. Il femminile a convegno, scorto da un occhio compiaciuto. Chi macina funghi velenosi non può essere una cattiva persona. Parlo anche delle meravigliose Parche, le sarte, che circondano il Maestro, operose, silenziose; compunte cuciono e soprattuto tagliano e disfano, rifanno bene il fatto. What’s done can’t be undone. C’è un po’ di Macbeth e un po’ di Cenerentola. Oh cielo che meraviglia quelle manine grassocce che dispongono di buon grado la trama, le trame artigiane del…destino…??? … non non l’ho detto. Ma c’è qualcosa che lo riguarda. Dir non saprei oltre né vorrei. Il filo è fantasma. Lasciarlo là. Al di là. Threaxit.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Un filo fantasma

  1. Biuso says:

    Una recensione che segue il filo del film come un segugio la sua preda, che cattura e poi riporta al lettore con la rispettosa baldanza di chi ha compreso che cosa ha afferrato.
    Anderson è un grande regista. L’aveva mostrato in The Master [https://www.biuso.eu/2013/02/09/maestri-verita/] e soprattutto nel Petroliere [http://www.biuso.it/cybersofia/topic.asp?TOPIC_ID=1377].
    Grazie, Pasquale.

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