Tre manifesti all’insipienza

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Come dimostra Orwell, il Ministero della Verità è anche sede della menzogna più profonda. Con queste paroline, Alberto Giovanni Biuso termina la più recente tra le sue riflessioni, sull’oggi, Ministero della verità, https://www.biuso.eu/2018/04/11/ministero-della-verita/

Ora, prima di continuare la lettura qui di seguito, invito con veemenza a leggere il prof. Biuso. Naturalmente molti, dopo, mi domanderanno, Ma cosa c’entra il culo con la sottoprefettura, signor Dìscola, c’entra c’entra il motto rumeno e la dice lunga, a chi ha orecchie lunghe. Ed ora, mi permetto, largo alla furia, perché mo’ no, no no basta, basta stop, fermateli, date loro una vanga e che scavino ripetendo 3650 volte la frase di Eastwood, Ci sono due tipi di uomini al mondo, quelli con la pistola carica e quelli che scavano (Il buono il brutto e il cattivo); basta cinematografari fotte e chiagne chiagne e fotte, che se ne fottono e fottono quelli che li potrebbero fottere se li potessero fottere e che allora si fottono tra loro prima, poi tra amici che fotteranno loro. Tutta una cabala del fottere nel film. NON. SE. NEPUÒPPIÙ. Per quel che mi riguarda è ora, adèss cattivo; per anni ho sbagliato a pensare che antipatico bastasse a tenere le distanze con la poltiglia umida, le cicche masticate e attaccate sotto il banco, i frullati di merda con frollini di segatura che si spacciano per artisti e pigliano premi,  lodi,  e spiegano e piegano concettismi e titubanze da esegeti della croce, Basteranno tre chiodi…???… Tre manifesti ad Ebbing piripì piripì, visto al cinema della parrocchia di Galbiate-Lecco; brave persone in sala, poveri nani da avvisare che ci sarà violenza caso mai non sapessero che nel cimena non ci si ammazza davvero, E PURTROPPO; spiegare; a quel punto qui, conviene pornogrammare non-stop di Rambo e la Sirenetta, roba che almeno mette allegria. Tre manifesti, strapazzo all’arte, basta, ma che avvertimenti dare, certo sì alle pensionate sedute in sala, avvertirle che fottere è solo un verbo transitivo o riflessivo, a seconda, e che non per forza ha a che fare con la domanda da che cosa nasce, il cosa; Tre manifesti, manifesto di questo cinema che vuol essere arte, ma l’ha messa non si sa da che parte. Ersatz di luoghi comuni spacciati per critica sociale, per che cosa, tutta la critica americana a se stessa è abuso di credulità popolare, circonvenzione d’incapaci, appropriazione indebita d’intelligenza. Tre reati, altro che. Si legga Biuso. Un tempo, quando ero solo antipatico, mi dicevano, Sei invidioso, macché, balle, si invidia chi si ama, ammirazione, perché mai invidiare un macaco, mica uno solo, una legione di macachi, fanno il cinema come se lo faceva Mario Soldati, a savoiardi tuffati nel vino, ma meglio ché almeno niente aahehihohuh, scopate a cavalcioni così di lei si vedano almeno le tette, Metoo dimmi tu dove l’ometto, pippe per attirare il premio, la lode, l’estasi di Rapubiqua, del Corrierino dei Grandi con tutte le repubblichine,  Oh sì mollto carrino… oh rr rr, elles roucoulent les rikikirepubliquines, faut ecouter comme. Vuoi la critica sociale, guardati qualche volta Il giudizio universale, quel di De Sica, e imparare, Tre manifesti, of my boots. 

Adesso per dire che un’opera, un film, è un particolato di niente, si dice carina, poi che è ben recitata. Ah sì, cinque minuti conosco il mestiere, metti un attore/ice a tu per tu con un 35 mm. Zeiss e nemmeno dopo un po’, subito, vai, di quelle smorfie, di quegli occhi al cielo, di quei sberleffi alla babbaloneria del pubblico che squittirà orgasmo metafisico, tutti Sante Terese. Oscar alla Fantateresa. Mica è meglio, anzi andiamo ma peggio, ma peggio ma peggio con gli spettacoli lirici, quello che vuoi, i librini per l’infanzia senza Ivan, i romanzi sui golfini della zia, sulla liberazione della nonna, sulla autoreggenti delle giannerodare; la letteratura pane & cicerchie al popolo, buono quello, tutti a guardare nel fondo degli occhi il telefono, un tempo in treno almeno le parole crociate; oggi il 27 verticale è un esercizio da intellettuali. Dite voi se vi sia un settore dove si trovi un po’ di musicalità, emozione, immaginazione, terrore, ridicolo, eccesso, disperazione, furia, ritmo. Stile. Miei incliti 254, stile sì, roba che abbisogna di palle; macché, niente tutto finto, affatturato, acqua di rose sintetica; tutto un sorridere, il sorriso ha sostituito l’intelligenza e il carattere. L’arte è del tutto priva di palle, coraggio, di arte soprattutto, chicchiricchì; notare che il gallo non possiede un Augellin Belverde, ma una trombetta che spruzza da lontano, un spray a sperma. Ci sguazza nei particolari crudi il Tre manifesti, ma da ridere e sbuffare, noia, non cotti e mal lavati, tra-manifesti-che-ballano, come che fosse tutto una  una novità, il Kukurukuclàn, la via siriana alla tortura, le galere veneziane, la Gestapo, la banda Koch, Guantanamo, la scuola Diaz…genova per noi… i direttori della prima guerra mondiale, l’Inquisizione, ah già quella è pur sempre santa. Comunicazione e liberalizzazione. Liquidazione.

Tre manifesti, Vèstern senza cavalli, spaghetti e panorami, nemmeno un piccolo Jellystone, scritto e diretto da un praticante della scuola del cinema con un’ambizione, far finta d’essere un cugino Cohen. Propaganda per la forma dell’acqua che, essendone priva, si sa. Mai annoiato tanto, fossi stato da solo e fosse stato aperto il bar del cinema sarei passato a bermi una Spumador nera con patatine in busta.  I bar di paese sono irresistibili. 

Tuttavia, stante che il cimena è parrocchiale, bon là, c’è ‘na provvidenza; alla fine, unica cosa buona del film, il finale interrotto, dopo tanti chassis di pellicola consumati a tirare in lungo… ohi dico, sette minuti per simulare la lettura di una letterina di mezza pagina mentre piovono bombe molotov; in sette minuti Rambo, immaginarsi… mai il tempo fu più oltraggiato, The Rape of time William, pensaci, or The Screw without return. Dov’ero, ah sì, la provvidenza, il film si interrompe sulla battuta beckettiana…???… franceschina…???…viaconvento…???…Ci penseremo strada facendo. Sicché finalmente facendomi strada verso la toilette, EST EST EST, pippiripì. Oh.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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2 Responses to Tre manifesti all’insipienza

  1. Biuso says:

    Travolgente stroncatura. È ciò di cui abbiamo bisogno, Pasquale, contro questa melassa travestita da meditazione. Grazie. (Meravigliosa la vignetta di Linus).

    • dascola says:

      Guarda Alberto, quando fu data L’opera da tre soldi per la prima volta al Piccolo, secoli fa pare, so per certo che fuori si scatenò l’inferno, botte, urla, scazzi e mazzi. I ragazzi di allora, come Pigi Pizzi, andavano scientemente a teatro a far caciara, sapendo che lo spettacolo sarebbe stato brutto o sapendo che non sarebbe loro piaciuto. Urla, fischi, strepiti e furia. Allora arte significava qualcosa. Ecco dunque il basta. Io ci provo, ho detto affilare sciabole. Poi, sai.

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