Règne animal

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11 teste  (1935) – Pavel Filonov (1883-1941)

Al concludere la lettura di Régne animal di Del Amo – Gallimard, Folio 2017, Neri Pozza 2018 – La prima cosa che m’è venuta in mente è stata, L’uomo di sera aspetto una stoccata e muor. A voler guardare Rigoletto, Verdi in questa poca battuta del sicario Sparafucile  condensa gran parte del pensiero nitido di Émil Cioran sull’umano. Trascuro ad arte quel capolavoro di ateismo militante che è il credo di Jago in Otello, sempre di Verdi e Boito.

Règne animal l’ho letto su indicazione dell’amico Biuso e ho fatto bene cfr. https://www.biuso.eu/?s=Regno+animale . Se è un libro per molti versi importante, non saprei dire quanto distante o prossimo all’omonimo trattato del naturalista Cuvier di cui pare condividere il  giusto puntiglio tassonomico, feroce non lo direi ma, per altro, difettoso. Nondimeno volentieri se ne legge tutta la prima parte. Il primo spàsimo cui non segue alcuna catarsi. Un po’ come Germinal o l’Assomoir di Zola mette alla prova il vocabolario del lettore borghese, compreso qui lo scrivente, abituato a muoversi più tra chicchere e piattini che tra letamai, canali di scolo, funicoli testicolari e vulve; passata l’età adatta nemmeno quelle umane, figurarsi le maiale. Il ricorso al lessico zootecnico è costante e sconcerta. Tutta la prima parte,  che è quella davvero convincente è quasi un trattato di semeiotica medica, implacabile come qualsiasi testo che non si conceda, e fa bene; più che per ferocia, seduce per l’esattezza; i fatti sono ridotti a poco più o poco meno che alla biologia e situato il racconto nelle campagne del tolosano, le stesse dove visse la madre del qui sottoscritto per inciso, negli anni appena prima, durante e subito dopo la prima vera guerra, quella che tolse l’incanto romantico e l’aspirazione alla bella morte alle generazioni di allora e a quelle di dopo trasmise geneticamnete l’orgasmo del sangue, sicché accoppare accoppare accoppare; il secolo ventesimo potrebbe definirsi il secolo dei lumi spenti; è una domanda non un’affermazione. Condotto il racconto fino alla morte del vecchio contadino tra sputi e scaracchi, ecco che con il matrimonio del reduce, mutilato facciale, con la figlia di quello avrei chiuso la storia là dove si pretende che cominci, col farla diventare genealogia di allevatori di porci ovvero di porci essa stessa. A volere avrei a quel punto aggiunto a cuscinetto una cronologia semplice dei fatti occorsi da quella data, incerti anni venti, all’oggi, elencandoli alla stregua di cibi conservati nel frigorifero in involti di cellophane. Avrei riservato al maiale fuggito ridivenuto fiera un capitolo finale, il capitolo dell’eroe, e avrei chiuso. L’interminabile seconda parte dell’opera invece, a parer mio  e per quanto sia affascinante la competenza con cui Del Amo  parla del vivere di quei ricchi allevatori di maiali, pour conaissance de cause, mi sa che come il fattore di questo blog Del Amo ha una pletora di parenti agricoli in zona,  la seconda parte dicevo cincischia, incerta tra i pochi fatti e la molta introduzione a una psicologia dei personaggi che in un racconto epico quale pareva voler essere nella prima metà il lavoro, stanca chi legge con occhi epicurei, cioè indifferenti al pensiero nascosto dietro l’invenzione dell’essere fittizio che è il personaggio, le cui azioni dovrebbero parlare da sé. Dovrebbero. Il raccontarne la genesi, il sospenderla o spalmarla tra mille passi di hesitation, lo stiracchiare qualche motivo interiore di esseri tutto sommato tutti tanto uguali, finisce per far disperare che si arrivi a pagina 480 in gloria. Tante pagine in più che, credo, l’autore avrebbe potuto sottoporre a una severa inchiesta. Gli episodi si susseguono agli episodi senza che in sostanza nulla cambi dell’assunto già chiaro all’inizio; siamo porci in porcilaia, punto. Intendo dire che se vuoi disegnare un personaggio, tu sia Degas o Tolstoij allora devi impegnarti a estrarne i caratteri sui cui costruire piano piano, l’intera impalcatura della simulazione psicologica. Di preciso come degli attori che recitassero Il giardino dei ciliegi dovrebbero fare con le loro larve, altrimenti come in molte regie contemporanee ci si spiaggia sui simboli e su una recitazione eguale per tutti tale da fare risultare ogni carattere – character –  egualmente sospiroso, sempre in attesa di un’abboccata d’aria insomma, e senza carattere. Ma l’epica sostituisce, riferisce come in Omero. Ernst Jünger in Tra le tempeste di acciaio, RIFERISCE che gli stivali sente affondare nel pantano dei cadaveri in decomposizione, riferisce del tanfo, non usa aggettivi, non riporta sentimenti; ascoltate le parole decomposizione e tanfo; l’orrore che narra è prepotente e istruttivo per il lettore, l’epica è di suo interpretazione, la psiche, la nevrosi, s’annichiliscono coi fatti di cui costituiscono l’ostacolo. Il mondo brucia e tu ci vieni a dire che provi pietà, non sai chi che spara a quello che ti vuole sparare, non ci interessa il tuo patema caro, tu uccidi, tu sei carogna tra carogne, direbbe Céline e forse Blaise Cendrars, o sopravissuto programmatico o pupo tra pupi direbbe Omero in Sicilia, e tutto finisce nella voragine dell’annichilimento. Del Amo invece indulge nell’intreccio tra analisi delle motivazioni e una sorta di strutturazione narrativa alla Simenon. Ma Simenon sposta e dissolve la psicologia nei bicchieri di birra e Calvados, nel rumore delle scarpe, dei gusci d’uova sode, all’esterno; Simenon ausculta e può tenerti sveglio sullo scorrere del nastro d’inchiostro nella macchina per scrivere. Era genio e resta tale. Del Amo ricorre a una sorta di ibsenismo alla Spettri. Ma Ibsen non dice mai dove arriverà, Del Amo, un po’ come Hesse vuole dimostrare, ci vuol spiegare the motivations per cui una certa Marie Julie fa le pippe, masturbation, ai suoi compagni scuola. Scusi Del Amo ma se può interessare, l’atto, non lo butti via in due righe, precisi a quel punto come si impugna l’oggetto di tant’azione, se e quanta saliva ne occorre, se sia o no meglio levarsi anelli ed altri oggetti protrusivi, e ci risparmi pensieri e sentimenti della sua MJ in un age ingrat mai superato. La brutalità del fuori non differisce dalla parzialità del dentro. Insomma tra Bernanos e Bernadette (Soubirou, anche lei della zona dove parlava alla Madonna tanto per distrarsi dal tanfo di sè stessa forse) non sapremmo chi prediligere. Houellebecq o la Nothomb direi. 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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4 Responses to Règne animal

  1. Pingback: Règne animal — Pasquale E.G. D’Ascola | l'eta' della innocenza

  2. Biuso says:

    Grazie, caro Pasquale, per aver letto e scritto su questo romanzo esatto, interiore e distante.

    • dascola says:

      Grazie a te Alberto che ne hai diffuso la notizia; peraltro come hai letto non siamo del tutto d’accordo sul risultato; e va bene così; credo di aver ben chiarito che è l’impianto letterario, l’impianto non il lessico, a non funzionare fino in fondo. Abbracci Psq.

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