Cioran l’opera al bianco

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Chi afferma, Ho capito, dichiara il più delle volte senza poterla ammettere la propria stupidità, altrimenti, e si tratta di situazioni insidiose, la propria insufficienza a comprendere. Quando si comprende ciò vuol dire che si è compresi, che si contiene del tutto, ma un po’ può essere già un lusso, dunque che si è contenuti da ciò che, opera, ambito, ambiente, situazione, persona, prediligiamo senza spesso afferrare il perché di questa affinità, di tanta sintonia; in questo caso non è raro liquidare ogni questione dicendo, Mi piace o l’amo. Potrà sembrare un tantino apodittico questo discorso ma devo ammettere che anche se lo comprendo, non sempre capisco quel che scrivo, o dico. E m’accontento pensando che ad altri potrebbe sembrare del tutto a posto, coerente, non un discorso campato per aria e di uno schizofrenico o entrambe le cose. Molte e molte volte mi sono trovato, per esempio a teatro, a sentirmi spiegare da qualcuno ciò che avevo fatto. Stupefatto dalla plausibilità del discorso altrui, mi trinceravo in un solido fortilizio di, Certo, precisamente, persino di capisco asseverativo-confermativi; o di, Lei dice, (anche lì a spaglio qualche capisco) interrogativi, presi questi ultimi per manifestazione di una nobilissima umiltà. Il pubblico e non solo, chi ti stia intorno senza particolari segni di distinzione, pretende certezze e da un artista, o supposto tale, che abbia l’attitudine e il vocabolario sufficientemente spinto del profeta. La verità sarebbe stata contenuta in un rapido non lo so, anche al condizionale condiscendente.

Per fortuna con Cioran non si tratta di capire ma di comprenderlo, parlare di ogni singola sua opera, qui a mo’ di esempio il fulminante inedito Exercises negatifs,  e a dispetto del fatto che egli ne abbia scritta una sola, mi pare, divisa in diversi volumi intervallati nel corso della vita come soste-tempo, una qua uno là, è un’impresa, un’opra senza nome. Cioran mi pare così vicino, e per la verità così oltre la poesia che il suo territorio occorre averlo nel cuore, come qualcuno potrebbe dirlo di Emily Dickinson. Che cosa, domandarselo, quale combinazione fortunata, quale perfetta alchimia fece di Tabucchi un cantore di Lisbona, del Portogallo, fino a impararne la lingua, scoprire come fosse suo, e lo era, Pessoa, che di suo comprese così tanti da essere tanti. E infine Cioran come fu possibile che saltasse non solo in Francia dalla Romania ma che entrasse nella lingua, scrivendo in francese la totalità dei suoi lavori. Ma di che scriveva Cioran, francese a parte, ecco una domanda che qualcuno potrebbe porsi senza che chi ne scrive sia in grado di rispondere se non con un, Non lo so. Cioran scriveva, scrisse per necessità la necessità, non scriveva di qualcosa ma qualcosa, condizione rara. Non parlo di sacro fuoco, ispirazione o di furore uterino, quello che anima le innumerevoli donne Ferrante di questo secolo oscuro. Parlo di Ἀνάγκη, Necessità e destino della poesia di farsi carne. Poesia, ποίησις, poiésis, emanazione del verbo ποιέω-poiéo-fare si controlli nel vocabolario Rocci, significa in greco costruzione, creazione in concreto, lacrime pelle e sangue. Struttura. La poesia in quanto metafisica incarnata. We are such stuff/ As dreams are made on; and our little life/ Is rounded with a sleep* – W. Shakespeare. The tempest. A4/S1 vv. 148-158. Cioran scriveva di niente, niente, scriveva il nulla. Egli produceva così come le piante si spingono verso la luce, sprizzano rami e fiori, emettono frutti. Domandereste a una rosa perché è una rosa e che cosa vuol dire, interrogarsi. La rosa avviene e non ha nemmeno lo scopo di farsi guardare. Convinto di questo trascrivo qui con grande cura un passo da  Exercises negatifs, Gallimard pag. 23… 

Ce que nous poursuivons nous tendons à le convertir en inconditionné: d’un être, d’une opinion ou d’un objet, il n’est pas en notre pouvoir de ne pas faire une idole; la vie dans sa diversité, est une coexistence d’idolâtries contradictoires, presque toujours grotesque et quelquefois sublimes. Tout imite un dieu; nos croyances, de quelquenature elle soient, prolifèrent des caricatures d’absolu. De notre audace, grande ou petite, à nous y assimiler, dépend notre proximité ou éloignement de nos frères déraisonnable, qui eux, sont ce qu’il croient. Sur le plan de l’adhésion, il se révèlent les moins ratés de tous ceux qui ont entrepris ce grand travail de l’illusion auquel personne ne peut se soustraire sans risques. Pourtant il en est qui fuient pas ces risques, qui ne veulent pas de cette folie douce ou furieuseoù les autres, poussés par le dieux qu’il cachent dans leur sang, se complaisent dans l’inventions de nouvelles idolâtries.Mais le doute n’est pasfacile dans ce jardin de démence où les fruits de l’incorrigible espoir tentent nos appétits et exaspèrent nos soifs. Notre dignité consiste à élargir les distance qui nous éloignent des choses et des êtres. La fonction de l’homme séparé est de s’appliquerpartout à la création d’intervalles. Et quand ces intervalles sont suffisamment profonds, il n’est plus complice. E.M. Cioran – Exercises négatifs en marge du Précis de décomposition

Ciò che perseguiamo tendiamo a convertirlo in incondizionato: di un essere, d’una opinione o d’un oggetto, non è in nostro potere non farne un idolo; la vita nella sua diversità è una coesistenza di idolatrie contraddittorie, quasi sempre grottesche e talvolta sublimi. Tutto imita un dio; le nostre convinzioni, di qualunque natura siano, proliferano di caricature dell’assoluto. Dalla nostra audacia, grande o piccola sta a noi farla nostra, dipende la nostra prossimità o distanza dai nostri fratelli irragionevoli, loro che, sono ciò che credono. In termini di appartenenza, risultano essere i meno falliti tra tutti coloro che hanno intrapreso questo grande lavoro dell’illusione cui nessuno può sfuggire senza rischi. Eppure ci sono alcuni che non fuggono da questi rischi, che non vogliono questa pazzia dolce o furiosa dove altri, guidati dagli dèi che nascondono nel loro sangue, si cullano nell’invenzione di nuove idolatrie.Ma il dubbio non è facile in questo giardino di demenza in cui i frutti di una speranza incorreggibile tentano i nostri appetiti ed esasperano le nostre arsure. La nostra dignità consiste nell’allargare la distanza che ci allontana dalle cose e dagli esseri. La funzione dell’uomo separato è di applicarsi ovunque alla creazione di intervalli. E quando questi intervalli sono abbastanza profondi, non è  più  un complice.
* Siam fatti come son fatti i sogni e la nostra vitarella sta tutta in un sonno.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Cioran l’opera al bianco

  1. Biuso says:

    Hai espresso con complessa chiarezza, Pasquale, una delle fonti dell’intero scrivere di Cioran, che Cioran deve ancora una volta a Nietzsche: il pathos della distanza. Distanza anche dalla comprensione, per essere vicini a ciò che merita la vicinanza.
    “Notre dignité consiste à élargir les distance qui nous éloignent des choses et des êtres. La fonction de l’homme séparé est de s’appliquer partout à la création d’intervalles. Et quand ces intervalles sont suffisamment profonds, il n’est plus complice”.
    Non è più un complice della menzogna umanistica.

    • dascola says:

      “Distanza anche dalla comprensione, per essere vicini a ciò che merita la vicinanza.”
      Ti sono grato Alberto per questo ri-conoscimento. Posso intenderlo diversamente da così? Cose che si riflettono. Non so dire di più se non che ti sono grato.
      Tutto questo, Fritz, lo sai viene disprezzato ora come allora. Tempo fa ho letto un appello di pugno di Cacciari per la difesa della cultura. Ignoro che fine abbia fatto. Mi auguro quella che merita. Trasudava cristianesimo, umanismo. Un abbraccio

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