Stazione Centrale

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Tomer Hanuka. Film poster for The Man Who Fell to Earth by

Di un film che egli ha visto… io no, vidi l’originale in cemento e ossa, New York, nel 1976 quando occorreva girellare con venti dollari in tasca, il costo di una dose di qualcosa, sempre, giorno e notte ma a notte solo in taxi da dove volevi partire a dove dovevi andare, l’autista ti lasciava di preciso davanti alla porta di una trattoria, dove stazionava non di rado una sorta di guardaspalle, mai lasciarti attraversare la strada; il taxi aspettava che tu fossi al sicuro nel locale e ripartiva, il denaro per la corsa glielo passavi per una specie di cassetto apri e chiudi -descriverlo ha stessa importanza che parlare di beltempo, maltempo, ondata di calore- gli appartamenti avevano blocchi interni, serrature, stanghe infilate per sbieco nel pavimento, le finestre molle di ritegno a senso unico, insomma tutto l’armamentario per un assedio non rilevato dalle cronache o dai bollettini di guerra; poi in qualche modo la faccenda finì ma a parte gli inni cinematografici di Woody  Allen, di New York non so niente di più… conservo l’impressione che il prof. Biuso racconta qui in https://www.biuso.eu/2019/06/22/new-york/

Nelle città americane -non soltanto in esse naturalmente ma in esse in modo particolare- il denaro è tutto, è davvero l’«equivalente generale» del valore (Marx), compreso il valore delle vite umane. Vite che dunque, come quella di Lee Israel, danno per naturale il sopruso, (lo comprendono come metodo anche quando lo subiscono n,d.r.) il regime della lotta, il senso e il significato incarnati nella merce che consente di ottenere tutte le altre merci e l’illusione della soddisfazione: «Der Amerikanismus ist die historisch feststellbare Erscheinung der unbedingten Verendung der Neuzeit in die Verwüstung. Das Russentum hat in der Eindeutigkeit der Brutalität und Versteifung zugleich ein wurzelhaftes Quellgebiet in seiner Erde, die sich eine Welteindeutigkeit vorbestimmt hat. Dagegen ist der Amerikanismus die Zusammenraffung von Allem, welche Zusammenraffung immer zugleich die Entwurzelung des Gerafften bedeutet». (Martin Heidegger, Schwarze Hefte 1939-1941 [Quaderni neri 1939-1941], Überlegungen XV [8-10], in Gesamtausgabe, Band 96, Vittorio Klostermann 2014, p. 257; traduzione di Francesco Alfieri).

L’americanismo è la manifestazione storiograficamente consultabile dell’incondizionato declino dell’epoca moderna nella devastazione. Nell’evidenza della brutalità e rigidezza, il carattere russo gode contemporaneamente di una zona sorgiva piena di radici nella sua terra, la quale si è destinata preliminarmente un’evidenza mondiale. Al contrario, l’americanismo è la raccolta disordinata di tutto, una raccolta che significa sempre, allo stesso tempo, lo sradicamento di ciò che è stato accumulato

Le piante… osservarle, una bellezza ai bordi delle linee ferrate, vanno dove vogliono, spuntano dai getti di cemento dimenticati… nel nostro paese sempre orfano di un pilastrino, di un terrazzo mai finito, di un mausoleo di lenin per pellegrini con le varici e le macchie di sugo, ogni tanto si fa uno scasso e un getto di cemento, per poi lasciarlo lì a invecchiare come un saluti da Bellaria 1957… prosperano le piante malandrine, commando botaniche, addestrate a resistere, si piegano, si nascondono diresti, piante partigiane al passaggio dei convogli, poi di nuove al sole, manco innaffiate, bevono di notte la rugiada, fioriscono infischiate di pisciate e ferodi, qua e là spunta persino un Convolvolo bianco, una Granpa ott, una Heavenly blue, strisciano le belline piccole pechinesi, se lo trovano scalano un pilone della corrente di quei nuovi, graticciati. Amo, oltre agli animali, le piante e le pietre, che, loro, non te/se la raccontano. 

M’è capitato di vedere due film, un documentario e uno a puntate… posseggo la televisione per vedere film e documentari da che nel 1996 bloccai i programmi di Berlusconi, poi della Rai. E vero che sono abbonato alla rete di un orco satellitare, non so più chi è ora, non Murdoch che credo viva con un cocktail d’aria dei Caraibi infilato nel naso… si sa la saturazione, la cardiopatia colpisce i tiranni e gli squali, tutti anche i più piccoli, eccesso di carne rossa… e poi c’è chi ci piace il calcio, a me gli sparatutto dove l’eroe compie acrobatiche assurdità e spara le pallottole di cinque da un caricatore solo… mi è capitato allora di vedere il documentario della scalata, come si chiama altrimenti l’andare il cima al mappamondo ovvero Polo nord… Der unaufhaltsame Aufstieg (citazione parodistica del titolo brechtiano La (ir) resistibile ascesa di Arturo Ui) in sci di tre neozelandi deliranti, zio, padre e quindicenne fanciullina di Ebéte fulgida figlia. Tutti insieme appassionatamente a sbanfare nove ore al giorno per quindici giorni, 160 chilometri dal nulla al nulla, beh sì tanto ghiaccio, al polo lo stesso, eguale anche a guardare il pel nell’uovo di Colombo, e il sole piazzato un po’ a modo suo all’orizzonte, ma in quella, mentre gioiscono per l’impresa, si abbracciano, si scambiano tra loro battute da telefilm volemosebbene, flitterte flatterte i nostri vengono raccattati da quel prodigio della fisica che è l’elicottero, prenotato stile taxi. Ah dimenticai, gps per orientarsi, bussole, radio, telefono satellitare per videoparlare con màtete giù nelle neozelande, qualche migliaio di dollari di tecnologie occidentali per andare a visitare lo zio Pak. Imprese analogamente grulle, magari con segreto desiderio di incontrare Babbo Natale, ma senza elicottero e niente gps le fecero altri indietro nel tempo, compreso un italiano, il comandante Nobile. Qualcuno passò sotto il polo nord in sottomarino, Nautilus, ma lì il gioco era di vedere come silurare i sovieti da dove meno se lo aspettassero. Chi lo sa. 

L’altro film Černobyl (26 aprile 1986, non riassumo i fatti, ognuno si arrangi) narra il momento e il dopo il disastro… si rischiò un po’ tutti un pelino di pioggia al cesio, ti dicevano di non mangiare insalata, fragole, di lavarti bene, cose grulle, i telegiornalai mostravano cartine con la nube, l’andazzo dei venti e che cos’è il cesio, non escluderei che a qualcuno di noi stia sfagliandosi pianpianino qualche meccanismo cellulare… l’incapacità prima, la resistenza politica della politica ad accettarne la grandiosità dell’orrore, le conseguenze o altrimenti compagni, l’immensa macchina militare per far evacuare migliaia e migliaia di persone, per portare milioni di metri cubi di sabbia e poi di azoto in sito e tutto il resto con nobile esaltazione del noto coraggio, della tenacia quasi sovrumana dei russi; è commovente l’episodio dello scavo sotto il reattore da parte dei minatori che nudi per il calore, (come un tempo i picciotti nelle zolfare) a picconate fanno il buco necessario a installare uno scambiatore di calore dove altrimenti la fusione avrebbe bucato lo scudo di cemento del reattore esploso e poi la terra sotto, i ciuchi, i servi della gleba formato Stakanov che superano i padroni con il doppio petto à la Kremlin. I russi pare abbiano questo magnifico temperamento da api, da formiche. Tutti insetti da amare.

Mi torna alla mente mio figlio minore che da piccino si dilettava a raccontarsi per ore delle storie, a volte in duetto col fratello di poco maggiore. Ricordo quella di Isabella e Colombo che terminava così…

Isabella (a Colombo, seccata)

Ma come io ho speso un occhio per questo viaggio e tu mi torni con cosa? Tre pomodori.

Live alla stazione di Milano Centrale. Nell’unica toilette per settanta milioni di persone,  ci sono lavabi in manutenzione dal principio di maggio, non tutti, alcuni, ma aumentano di numero man mano che se ne lavano le mani, le transenne di accesso ai binari sono sempre chiuse, tranne due, ma  la folla…  una sfida per Eichmann, migliometri cubici di ossa… a vista occorre considerare le anoressiche… cellulite, culame, alluci, di tutto, che è lì a fare cosa, a farsi prendere dal treno, andare, ognuno col suo tipo uguale di mutanda, di gelato industriale, di bottiglietta d’acqua, in borsa, in collo, a mano e glu, sette metri e 40 centimetri e glu glu, poi a piacere, forse cinquanta di metri e gluglu glu, la stazione imita bene una Calcutta vomitata da Cronos, (Tempo, quel che si mangiò i figli come Verdun) soldati esibiscono quanto hanno di più caro, il loro manganello, un agente della vigilanza, solo tra ininterrotti fiumi di profugame in fuga da villeggiatura, a tutte le domande arrisponne con un tz siciliano, o una levata di mento che viene a significare, Qua per di là o per di giù; variamente etichettati vanno, corrono, sudano sudano, strascinano valige… si fermano ad ammirare l’ultimo ritrovato in fatto di maglietta con scritte e glitte(rrr) da una vetrina di pulci, una pena… da chiedergli perché, dirgli, Tutti a casa. Poi c’è chi va solo dal medico, un’anarchico.

Ora, con molta bella pretesa, fatti questi bozzetti  di civiltà vogliano ricordare Lao Tzu, Lao Tse, Lao Tze o Lao Tzi e il suo Tao Te Ching, Daodejing e, dell’epidemia chiamata umanità, tutto l’esistere sotto le bandiere, anche cinesi, della voluttà di conquista, di Poli, di pali, peli quelli da radere per prepararsi all’estate che non finirà oramai più, Americhe, atomi con corollario di bim bum bang. Tutto uno strurmintrupparsi a volte persino ad ottenere piccoli benefici collettivi, vaccinazioni, frigoriferi e ristoranti con vista lago. Altre volte bah. Tutto ha un limite e dunque anche queste osservazioni ma pare che in tutti i contesti sia proprio la linea di limite, il confine, a non essere occhieggiata, o non inclusa nella lista della possibilità. Bon, dei Maya si sa che costruirono e ammazzarono, per lo più prima di essere ammazzati; morivano di qualche morbo che nessuno si curava di curare, persino il calcio era un giocattolo con lo scopo di far fuori qualcuno, il vincitore dicono… variante bizzarra ma non stupida… dominavano i preti, potenti, qualche stregone, il solito; ma di templi, ahi loro, palazzi, strade, magazzini e barchette sono rimasti lacerti qua e là. Il resto le piante hanno provveduto. 

XX Differenziarsi

Tutti gli uomini sono sfrenati

come a una festa o un banchetto sacrificale,

come se in primavera ascendessero ad una torre.

Sol io quanto son placido! tuttora senza presagio

come un pargolo che ancor non ha sorriso,

quanto son dimesso!

come chi non ha dove tornare.

Tutti gli uomini hanno d’avanzo

sol io sono come chi tutto ha abbandonato.

XXII. L’Umiltà che eleva

Se ti pieghi ti conservi,

se ti curvi ti raddrizzi,

se t’incavi ti riempi,

se ti logori ti rinnovi,

se miri al poco ottieni,

se miri al molto resti deluso.

XLVI. Esser parco nelle brame. 

 Quando nel mondo vige il Tao

i cavalli veloci sono mandati a concimare i campi,

quando nel mondo non vige il Tao

i cavalli da battaglia vivono ai confini.

Colpa non v’è più grande

che secondar le brame,

sventura non v’è più grande

che non saper accontentarsi,

difetto non v’è più grande

che bramar d’acquistare.

Quei che conosce la contentezza dell’accontentarsi

sempre è contento. 

XLVII. Scrutare ciò che è lontano

Senza uscir dalla porta

conosci il mondo,

senza guardar dalla finestra

scorgi la Via del Cielo.

Più lungi te ne vai meno conosci.

Per questo il santo

non va dattorno eppur conosce,

non vede e più discerne,

non agisce eppur completa. 

LXXX Isolarsi

Piccoli regni con pochi abitanti:

il popolo (…)

Tema la morte e fuori non emigri.

Se anche vi son navigli e vi son carri,

il popolo non tenti di salirvi;

se anche vi son corazze e vi son armi,

mai e poi mai le tiri fuori il popolo.

(…) Se stati vi vedessero vicini

tanto che cani e galli se ne udissero,

invecchino così, fino alla morte

quei due popoli: senza alcun contatto. 

 Lao Tze –  Tao Te Ching trad. di Luciano Parinetto (vedi) Edizioni La vita Felice – Milano 1995 d.p.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Stazione Centrale

  1. Biuso says:

    “Il resto le piante hanno provveduto”. Anche a Černobyl dove, ed è meraviglioso, da quando gli umani hanno liberato il luogo dalla loro epidemia, gli altri animali stanno riconquistando gli spazi, ricolonizzando la morte, metabolizzando i veleni. Sembra che quel deserto stia dunque diventando un’oasi dove vegetali e animali rivivono. Questa è la potenza della materia, anche quando la rendiamo malata.
    Grazie, Pasquale, per questa antologia dell’umano e del suo oltre.

    • dascola says:

      L’esseri letti desta sempre nel leggiuto, uno stupore tra l’infantile e il demente. Indica una scelta, e un misterioso perché, essere grati per il quale e riconoscenti è il meno che si possa fare. È incerottare ferite. Un caro abbraccio Psq.

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