Cose di casa, case di cosa

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Cosa nostra è il proseguimento della politica, quella che conosciamo con l’esclusione di quella cinese, forse cubana e venezoelana, con altri mezzi e viceversa. Cosa nostra amministra per sottrazione, detta legge, soprattutto e parafrasando Primo Levi, decide se per un sì o per un no. Cosa nostra è a un passo da Dio, la maiuscola è patronimica e non a caso; la politica è a un passo da quel Dio, amministra per sottrazione, detta legge, decide se per un sì o per un no. Notturna, infera, del mondo di sopra se ne fotte, lo blandisce coll’elemosina, lo disprezza. Nella notte in cui assistevo alla proiezione si consumava l’atto di un traditore al contrario, il mascalzone che vuol mettere su un mandamento a modo suo e tutto suo, Teuccio inteso Salvini. Oltre c’è Riina e l’esercito dei tinti (cattivi) più veri, uomini lupo, brutti, foschi, ignoranti funzionali ma saccenti; assassini nati perché umani, a-satàn-nati, sanguinari a dispetto della parvenza da titolari di un chiosco di bibite e panini in periferia; di Milano sulla Vigevanese o sempre a Milano però Marittima. Ostile per natura alla politica fin da piccino, ho il sentimento che essa, meglio della guerra, fabbrichi, come fa la letteratura per essere tale e con scopi opposti, un altro mondo, una realtà parallela, sotterranea ma non meno reale di quella che a fasi alterne ne costituisce l’ombra e lo stampo. Del resto ogni potere ha la sua maffia, si chiami CIA o parleymento. La serie, americana e perfetta, House of cards illustra alla lettera i due mondi, il terreno in cui si onora la bandiera, dove si dice con il rispetto dovuto signore e si compiono tutti i riti della religione dello Stato; e quello infero, del sottobanco, dell’intrigo, dove tutto vale ma a qualche condizione improvvisata nell’attimo secondo, secondo l’interesse del momento, un troiaio dove scorrazzano lupi e droni.
Questo è il pensierino che mi ha suscitato la mia visione certo distorta del mondo e la visione di un film molto azzeccato, tutti sanno che è di Marco Bellocchio, autore, molto autore, appartato del cinema mondiale, un po’ come Jarmush. Il traditore è costruito con molta abilità con un luminoso Pierfrancesco Favino al centro, la cui ben guidata abilità nel non rendersi né simpatico né odioso lo mette con molta probabilità all’altezza di qualche star americana. Illustra un carattere melodrammatico senza mai farne un carattere diverso da un uomo di indubbio carattere e coraggio; la vicenda, sarebbe centrale se si trattasse di un racconto tradizionale ma il film non segue strade tradizionali, dell’incontro con Falcone artefice in qualche modo di una inversione di marcia manzoniana in Buscetta, ne fa fede. Mi pare che il film si domandi, evitando di rispondersi, non che cosa spinge un uomo a diventare cosa loro, ma che cosa induce un uomo di successo come Buscetta a rinunciare alle pompe, ai gradi al rrrispetto dovuto al soldato di mafia per appartarsi a raccontare tutto allo Stato. Un nugolo di bravissimi comprimari lo circonda e tutto sommato, nella finzione, forse lo ammira; qui potrei dilungarmi a fare il critico sul resto del cast, ma niente faccio il professore, per non poterlo lodare tutto mi limito a promuoverlo segnalandone il battaglione di comparse e comprimari e per tutti uno, lode sia al poliziotto che serve i pasti a Buscetta – chiedo scusa ma nessun sito ne parla. Da ciò mi pare si possa desumere che Il traditore è un film complesso, lontano dal discorso di molti film su mafia, discorso che il Bellocchio evita con sagacia e affida in parte alla ricostruzione minuziosa del maxi-processo di Palermo (1986-1992) e a seguire di Roma (1993-2004) con Andreotti imputato e Buscetta sbeffeggiato e offeso da un feroce avvocato della difesa – magistrale Bebo Storti – canaglia in toga, enorme accanto alla canaglia in Caraceni, il dr. Andreotti, acciuga prosciugata, nell’intento del Bellocchio, un controfiguro del gobbo der Viminale, metafora di un essere consumato dalla libido di poter potere, non avendone altre, la stessa di Riina, occhi affogati nel disfacimento del grasso, di cui è gonfio e tronfio; la scena della di lui cattura è esemplare. Un film di attori e questo mi pare lo qualifichi al meglio o avrebbe prevalso la storia e allora sarebbe risultato un Il giorno della Civetta in ritardo. In teatro e in cinema sono gli attori che con qualche abracadabra si sostituiscono alla storia diventandola, o altrimenti e in questo caso, il soggetto Cosa Nostra sarebbe stato un documentario di efferatezze e santerosalie. Invece tutte le voci mafiose illustrano tic da cena della beffe, da teatralità primitive, di miseria travestita da stile e sarcasmo senza argomenti. Irresistibile la scena del sigaro fumato in aula, e altrettanto irresistibile Luigi Lo Cascio che nel ruolo del pentito Totuccio Contorno, fa della propria testimonianza un’Opera dei Pupi, lui Orlando minore in un gigantico siciliano. E non c’è di che riderne perché come tutti i dialetti del Sud è la lingua dell’anima e per farlo cantare, anche in tribunale, occorre lo si abbandoni al suo maggior corno. Chapeau a Maria Fernanda Cândido, ma il Bellocchio, dissi, gli attori li sa indirizzare, e per l’abilità nello sfuggire al clichè della bella moglie di Buscetta, amica e sua compagna di sventura, nume tutelare di una famiglia quasi normale a guardarla da fuori, e bella di suo, stante che la bellezza è per sé un merito. Dico sempre che io non faccio e non sono nemmeno capace di recensioni. Queste sono infatti le mie impressioni a freddo perché a caldo il film mi ha tenuto dritta la schiena sulla sedia come sull’attenti, in onore di un opera d’arte. Amen.

P.s. Per una lettura più corposa della mia, indirizzo ad A.G. Biuso. Perché di nuovo lui, si domanderà più di uno dei miei 274 inseguitori. Presto detto, perché il prof. Biuso non è come me un recensore ma un osservatore della realtà, brodo di cultura antropologica, attraverso le lenti del suo doppio. L’arte. https://www.biuso.eu/2019/05/31/mafia/

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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4 Responses to Cose di casa, case di cosa

  1. Biuso says:

    Sì, credo che Manzoni lo sapesse. I Promessi Sposi è il romanzo dell’Innominato -condivido pienamente- ed è il romanzo di Don Abbondio, la vera anima nera senza la quale i malvagi non potrebbero raggiungere i loro obiettivi.

    • dascola says:

      Il nostro Manzoni guadagna sempre più punti; mi secca ripensare che non mi fu permesso di parlarne a suo tempo e sai dove. Amen.

  2. Biuso says:

    Grazie, Pasquale, per aver comunicato le tue impressioni sacre di fronte a un’opera che scava così impassibile e insieme appassionata nell’umano.
    Grazie per ciò che dici della mia lettura, che mi sembra integrarsi profondamente con la tua. Chi le leggerà entrambe ho fiducia che comprenderà.
    “Inversione di marcia manzoniana in Buscetta” è formula che in sei parole lega la storia d’Italia, dai bravi del Seicento ai mafiosi del Ventesimo secolo. La continuità di questa storia è davvero impressionante e Manzoni è stato colui che meglio di tutti l’ha compresa. Per il suo tempo e per il nostro.

    • dascola says:

      E curioso assai che un libro così devastato dalla retorica cattimentale, c’è da pensare ad arte per impedire che lo si leggesse per lo vero, potesse, almeno su due persone tessere la tela di tante considerazioni. In ciò la grandezza; aver colto in flagrante i bersagli. Del resto si potrebbbe dire che i P.S. sia il romanzo dell’Innominato con intorno una pletora di gne gne, mezzuommini e frignoni. Persino don Borromeo si appanna. Manzoni doveva saperlo. Bacio le mani.

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