A quien no quiere caldo, dos tazas

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Albrecht Dürer – Nemesis – New York – Metropolitan Museum

A chi non piace il brodo, giù due tazze, recita un adagio popolare in castigliano; può sembrare la versione elegante del motto lombardo, quando uno fortunato gli piove sul culo anche quand’è seduto, ma lo spagnolo è oggettivo, A quien no quiere caldo, dos(tres) tazas frase irónica que se dice cuando alguien recibe de aquello que no le gusta e se ve forzado a hacerlo, precisa Babbel.esp, frase ironica che si usa a proposito di chi ottiene ciò che non gli va e se ne vede costretto; con quel no quiere viene a significare l’esatto contrario del motto lombardo e qui a seguire è questa l’interpretazione che pare opportuna. A noi non piace il brodo italiano corrente, perciò due tazze, Meloni e Salvini. La terza è piena di che cosa non saprei dire. Y ademàs estoy vegetariano.

Ora dirò tuttavia in queste righe a seguire alcune cose bizzarre, infastidite, grevi e fastidiose; non avendo grandi virtù di osservatore politico e conoscenza particulare, come dice il nostro primo minestro, dei dossier, mi affido all’interpretazione, non escludo errata sin distorta, benché raggiunata, di quel che compare nel mio campo visivo; e da così tanti anni ormai che se ho avuto in uggia la famiglia Crawxi, con i suoi cortigiani dannati e arroganti (l’arroganza subentra là dove non arriva il sapere e se ne fabbrica uno fittizio), se ho irriso e detestato l’uomo che ancora adesso deve dichiarare in pubblico che sta andando, per ridere sempre per scherzo sempre, vero joker altroché, che sta andando a puttane, se ho dovuto abusare di tutta la pazienza di tutti i ciceroni per anni e anni, oggi mi sento di affermare che di questo paese e di larga parte dei suoi abitanti elettori e no, davvero ne ho fin sopra i capelli; tanto che il mio sogno in gran parte idealistico di un esilio idilliaco chissà se in Portogallo, si architetta da solo sempre di più nella mia fantasia e mi inquieta le notti. Che cosa vai cercando, chiederà il lettore che fin qui è arrivato; nulla, vorrei trovare un posto al riparo dalle messe e dalla messe quotidiana di che cosa ha detto questa cagna e quel joker, questo o quella analfabeta,  che cosa he/she twits or does not twitter, that is a twist. E il crocifisso e il crocifisso. E il presepe. Giove scagli un fulmine sulla capanna e sul circondario.

Qui dove vivo, Lecco( Lc) sono tra i pochi, se non l’unico sinistro, sinistrato da quanto ho descritto più sopra, e così commünista per la vulgata tradizionale, così  non cattolico, miscredente, anzi apostata come dicono in Pakistan, anzi peggio non avendo ricevuto la grazia, ma dde che, del battesmo della fede cristiana, e tra i pochi a dover sopportare il clima di una cittaduccia che ho scelto non forzato, ma attratto dal ricordo di Manzoni, dei monti sorgenti, dell’acqua in abbondanza del lago e che mi era parsa, non solo a me, ma non voglio inserire in questo mio discorso chi ho massimamente caro al mondo, mi sembrava più vivibile di milano per motivi economici e politici ché a Milano dominava a suo tempo il verbo di Renzi e Lucia, cioè di tutta la borghesia, l’eterno fantasma dell’Europa; eccola lì, la borghesia, tutta su un gommone,  sempre più piccina, più pronta a spaventarsi e a trovare sempre nuovi esorcismi pel suo bidet quotidiano, se le tira o se non le tira; ancora oggi è il problema di tutti gli Alfredi dal ‘900 del Bertolucci in poi. Oggi la borghesia, la sua parte minuta e più pericolosa, antemarcia, la borghesia tricoteuse, la borghesia Attilla, sempre da ‘900, assassina all’occorrenza, per  paura del buio che affolla la sua mente, buio nel senso di vuoto, e che si affolla negli ospedali per lamentarsi del servizio ospedaliero, e io vado dal professore, pago ma almeno son servito e riverito; la borghesia  sculettante che, con buon pace della signora Segre, è quella che odia di più ma ama tanto Israele che mica storie un muro per quei arabi cosa vogliono no dopo tutto gli ebrei hanno diritto, la borghesia che i negri uffa tutti spacciatori e fanno niente tutti lì a tingersi di rosso i capelli e girellare di notte, e gli ambulanti e i redditi di cittadinanza e I zingari; in lombardia non è chiaro l’uso dell’articolo determinativo, i gnocchi e i zingari; la borghesia ignorante funzionale, desiderosa d’esserlo ché le bastano gli slogan come  all’amante le bugie che vuol sentirsi dire dal ganzo che la picchia, ma poi sì che l’ama, o come che la ama; la borghesia che sono tutti politicizzati; la borghesia che tutto vorrebbe  sottomesso, allo stesso mantello di silenzio, del  taci che il nemico t’ascolta non quello educato, civile e depresso della Scvezzia , il mantello dell’eterno fascismo italiano, l’antropologico, che è la virtù prima dell’Italia; Mussolini cari miei non fece che farlo emergere e là, nel tempo e nello spazio, o si dirà spazzio, il fascismo emerse, cronologico. Altri paesi per carità concorrono al palmares dei fascismi, in Sud America basta solo far il conto di quale tra gli stati, abbia o non abbia subito o non stia subendo un fascismo cronologico, cioè a orologeria. Importa poco che l’orologia, the clockwork, sia da caricare e impostare sull’ora dell’adunata. Il fascismo antropologico è sempre caricato qui invece perché è l’ostia consustanziale con l’italiano standard, è il fascismo di chi vede nell’altro, in buona sostanza, un rapinatore, violentatore, assassino, commünista e quant’altro; solo perché è altro; nella mente del fassista antrippologico solo lui, che è nato qui a Ballabio o Mariano comense è esente da difetti, in sottanza solo lui ha diritto a questa esistenza che invece basterebbe considerare quello che è, una disgrazia per tutti e di cui tutti alla meno peggio hanno diritto a trarre un po’ di profumo, come dall’aringa i miserabili cercavano di trarre un po’ di sugo strusciandoci sopra la polenta. Ah ma il borghese ha l’ombrello della chiesa a dircelo che il demiurgo del cancro e dell’ictus vede in questi mezzi la via alla redenzione e del paradiso dopo il peccato di cui ancora non si è fatto persuaso, il demiurgo, il coltivatore di mele,  e che farebbe scontare a tutti, me compreso: tienti il cancro tessooro per te, e per i tuoi disgraziati figli qualche bel difetto genetico (ma ci pensa Telethon). Basterebbe abbassare la canna del fucile di Adamo su tutto ciò che respira, carciofi compresi, e sbassare la cresta dell’ubris e dirsi stiamo buonini e cerchiamo di vivere al meglio che si può con quel che si può. Hic sunt leones, dicevano i latini e se ne stavano nel loro. Ma il borghese piccolo piccolo deve trovare sempre qualcuno, un nemico, sia esso sardina o totano, cui imputare la propria insoddisfazione, la propria isteria, la propria smania di avere in mancanza di un sapere che perbacco, non contiamoci balle, sapere aiuta a vivere nella misura in cui fa capire che vivere è un disgrazia. Incapace di un pensare che non sia da ciclope, monocolo cioè, il Real-leather-made-in-Italy è credulone – e Odisseo-nessuno lo regola di conseguenza – cattolico e per conseguenza violento e fascista; si nega a un pensare che si articoli  ai fatti, non alle emozioni (alla pancia, ce n’é un assortimento in giro)  sapendo che i fatti perciò stesso sono interpretazioni, variabili, dubitative, oggetto e ambito della filosofia (della storiografia) e dell’arte che cerca di essi l’immagine speculare, di preciso come ne Las Meninas di Velasquez; non mi stancherò di ripeterlo; incredibile che un solo quadro abbia fatto tanto per il bipede e questo non provi a cambiare almeno di un zic; Goya, il sonno della ragione genera mostri. Eccola lì la chiave per tutte le volte che serve. Questa è politica. Forca e forcone sfruconano invece nel buio delle scatole craniche per sollevarne come dell’olio vecchio la fondata di un che di conforto all’inappagamento. È difficile da digerire che siamo nati all’affanno, alla morte generati, e genitori di mortali, di dannati a morire. Questo è il fatto principale, l’immagine principale da rintracciare nello specchio che filosofia a arti procurano. Riflettendo sull’opportunità del nostro suicidio personale dal momento che la specie bipede lo sta generalizzando da tempo… sono sceso sulla terra e mi ha fatto subito una pessima impressione. Cosa è meglio crocifiggermi?

Giovedì 5 dicembre, qui sul ramo che volge, andrò a mettermi in scatola anch’io con altre sardine, credo che staremo tutte in una sola latta; e non mi stupirò se all’uscita della piazzetta del raduno, ci aspetteranno quei coi anfibi rossi e le cicatrici delle rasature sul cranio, gli Uni senza altri.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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1 Response to A quien no quiere caldo, dos tazas

  1. Leonardo Taschera says:

    Te tu dici la borghesia. Ma io non so se quelli che “i negri uffa tutti spacciatori e fanno niente tutti lì a tingersi di rosso i capelli e girellare di notte” e, aggiungerei io, quelli che “non vorremo mica soccombere all’ondata dei migranti”, quelli che “le nostre donne non possono girare la sera” – e chi più ne ha più ne metta – non so se siano la borghesia. Ne conosco molti, anche da vicino. Hanno in comune il fatto che non hanno libri in casa e, se li hanno e li leggono (alcuni li tengono per fare arredo) non ne colgono i collegamenti col mondo reale e con la propria vita. Alcuni si sono fatti da sé (non ho mai capito cosa vuol dire) e hanno realizzato piccole imprese – la fabbrichètta, il negoziètto, un modesto import-export e via dicendo -; altri, con nulle capacità imprenditoriali per quanto piccole, hanno rinunciato ad anni di vacanze e si sono sobbarcati una quantità di “sacrifici” per pagare il mutuo dell’appartamentino da lasciare alla progenie; altri ancora non sanno bene chi sono e quindi se la prendono col primo che capita per non aver realizzato sogni che non hanno mai avuto. È borghesia questa? Piccola borghesia? Neanche. La piccola borghesia erano i Demetrio Pianelli, i Belluca, gente mansueta, che faceva comunque riferimento a un codice etico che teneva loro la schiena dritta anche sotto i colpi di un destino grigio e senza speranze. E la borghesia era quella che esprimeva una classe dirigente certamente attenta a custodire gelosamente i propri privilegi, ma al contempo una cultura a cui comunque oggi chi pensa o chi pratica “le arti liberali” non può non fare riferimento. Debbo dire che ho nostalgia – la vecchiaia ovviamente alimenta questo sentimento – del nemico di classe; ho nostalgia di un’appartenenza in cui condividere visioni, ansie, delusioni, speranze, vittorie. Ma ora le classi non ci sono più. Oggi c’è un pêle-mêle, una sorta di vischiosa marmellata (neanche fatta in casa) trasversale ad eventuali appartenenze, comunque di facciata, sulla e dalla quale emerge una razza padrona che è tale perché l’unico codice di comportamento che riconosce è la legge del più forte, razza a sua volta trasversale, senza storia, senza cultura, con una visione del mondo ridotta all’affermazione della propria supremazia nel qui ed ora, e che suscita ammirazione proprio perché il suo successo non è dovuto alla sua qualità, ma alla quantità della sua forza che ognuno, seppure illusoriamente, può illudersi di conquistare. I più fulgidi esemplari poi della razza vanno a formare conventicole (a sentire il Venerabile Magaldi, Logge massoniche transnazionali più o meno reazionarie), sorrette sul piano ideologico dalle correnti economiciste di stampo neo-liberista (appunto la mascheratura della legge del più forte) che si arrogano il diritto di voler decidere le sorti del mondo a proprio vantaggio. Ciononostante alcuni singoli e alcuni gruppi cercano di scrollarsi di dosso la vischiosità in cui siamo impaniati tentando azioni di rottura o recuperando valori sommersi dalla marmellata. Sono pochi. Alcuni, nonostante la cosa ti possa infastidire, sono sacerdoti, altri sono credenti che interpretano il messaggio evangelico al di fuori degli schemi dottrinali: un amico d’infanzia di Silvia, infettivologo di livello internazionale, vedovo e settantacinquenne, va a fare il medico volontario in un ospedale di Adwa, retto da una suora che è riuscita ad ottenere finanziamenti consistenti per fondarlo e gestirlo. E poi ci sono i ragazzi del fryday for future che, per quanto manipolabili, forse riusciranno a darsi una consistenza politico-culturale in grado di arginare l’onda di vischiosità e di fronteggiare la razza padrona. Sono forse speranze illusorie, ma concedetemi di avvicinarmi alla morte con qualche rimasuglio di speranza…

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