Divergenti

Schermata 2019-12-06 alle 04.47.34

 Cartello fotografato ieri, ore 20 a Lecco 

Proletarier aller Länder, vereinigt euch

A commento del mio A quien non quiere caldo dos tazas l’amico Leonardo-Chi era costui- Taschera replica in modo così ben costruito e argomentato da costituirsi esso stesso in post (articolo, messaggio traduce il Treccani). Mi fa molto piacere pertanto riportarlo qui integralmente il messaggio, che tale è, da leggersi attraverso la lente della sua bottiglia immaginaria. Chi avrà avuto la fortuna e la bontà di andarne fino in fondo troverà un corollario, come meglio definirlo non indovino, di mie piccole osservazioni, e il rimando (link) a un altro blog, molto noto a chi mi legge, che è quello dell’amico prof. Biuso. Il concetto vi dissi… Or ascoltate com’egli è svolto (gridando verso la scena) Andiam. Incominciate! (R. Leoncavallo, I Pagliacci, prologo davanti al sipario)

Te tu dici la borghesia. Ma io non so se quelli che “i negri uffa tutti spacciatori e fanno niente tutti lì a tingersi di rosso i capelli e girellare di notte” e, aggiungerei io, quelli che “non vorremo mica soccombere all’ondata dei migranti”, quelli che “le nostre donne non possono girare la sera” – e chi più ne ha più ne metta – non so se siano la borghesia. Ne conosco molti, anche da vicino. Hanno in comune il fatto che non hanno libri in casa e, se li hanno e li leggono (alcuni li tengono per fare arredo) non ne colgono i collegamenti col mondo reale e con la propria vita. Alcuni si sono fatti da sé (non ho mai capito cosa vuol dire) e hanno realizzato piccole imprese – la fabbrichètta, il negoziètto, un modesto import-export e via dicendo -; altri, con nulle capacità imprenditoriali per quanto piccole, hanno rinunciato ad anni di vacanze e si sono sobbarcati una quantità di “sacrifici” per pagare il mutuo dell’appartamentino da lasciare alla progenie; altri ancora non sanno bene chi sono e quindi se la prendono col primo che capita per non aver realizzato sogni che non hanno mai avuto. È borghesia questa? Piccola borghesia? Neanche. La piccola borghesia erano i Demetrio Pianelli, i Belluca, gente mansueta, che faceva comunque riferimento a un codice etico che teneva loro la schiena dritta anche sotto i colpi di un destino grigio e senza speranze. E la borghesia era quella che esprimeva una classe dirigente certamente attenta a custodire gelosamente i propri privilegi, ma al contempo una cultura a cui comunque oggi chi pensa o chi pratica “le arti liberali” non può non fare riferimento. Debbo dire che ho nostalgia – la vecchiaia ovviamente alimenta questo sentimento – del nemico di classe; ho nostalgia di un’appartenenza in cui condividere visioni, ansie, delusioni, speranze, vittorie. Ma ora le classi non ci sono più. Oggi c’è un pêle-mêle, una sorta di vischiosa marmellata (neanche fatta in casa) trasversale ad eventuali appartenenze, comunque di facciata, sulla e dalla quale emerge una razza padrona che è tale perché l’unico codice di comportamento che riconosce è la legge del più forte, razza a sua volta trasversale, senza storia, senza cultura, con una visione del mondo ridotta all’affermazione della propria supremazia nel qui ed ora, e che suscita ammirazione proprio perché il suo successo non è dovuto alla sua qualità, ma alla quantità della sua forza che ognuno, seppure illusoriamente, può illudersi di conquistare. I più fulgidi esemplari poi della razza vanno a formare conventicole (a sentire il Venerabile Magaldi, Logge massoniche transnazionali più o meno reazionarie), sorrette sul piano ideologico dalle correnti economiciste di stampo neo-liberista (appunto la mascheratura della legge del più forte) che si arrogano il diritto di voler decidere le sorti del mondo a proprio vantaggio. Ciononostante alcuni singoli e alcuni gruppi cercano di scrollarsi di dosso la vischiosità in cui siamo impaniati tentando azioni di rottura o recuperando valori sommersi dalla marmellata. Sono pochi. Alcuni, nonostante la cosa ti possa infastidire, sono sacerdoti, altri sono credenti che interpretano il messaggio evangelico al di fuori degli schemi dottrinali: un amico d’infanzia di Silvia, infettivologo di livello internazionale, vedovo e settantacinquenne, va a fare il medico volontario in un ospedale di Adwa, retto da una suora che è riuscita ad ottenere finanziamenti consistenti per fondarlo e gestirlo. E poi ci sono i ragazzi del Friday for future che, per quanto manipolabili, forse riusciranno a darsi una consistenza politico-culturale in grado di arginare l’onda di vischiosità e di fronteggiare la razza padrona. Sono forse speranze illusorie, ma concedetemi di avvicinarmi alla morte con qualche rimasuglio di speranza…

Leonardo Taschera

Ebbene, mi pare tutto così ben detto da non restarmi altro che fare in qualche modo ammenda di quanto scrissi io; mi resi conto assai bene di parlare in termini travolti o stravolti  dalla storia che, giusto per rifarsi a qualcuno di noto, è stata ed è più che mai storia di capitale padrone. Sapevo alle corte di assegnare un nome superato dai fatti alla marmellata, nemmeno fatta in casa, (pêle-mêle oh com’è sonoro) che s’affretta e s’adopra ogni giorno fuori dal mio protetto rifugio domestico, da cui malvolentieri metto fuori il becco. Semplificando molto e con la cautela dei Romani in Britannia, mi pare si possa dire che le tre classi, la dominante egemone, della falce e del martello, furono piano piano spianate, credo ovunque in Europa, dalle lotte, del ’68 senza dubbio, non quello dei casseurs borghesi, ma degli operai-avanguardia di classe, ma non da queste forze, bensì da quel capitale padrone che dallo spianare acquistò e continua ad acquistare potere – voi gente per bene che pace cercate/ la pace per fare quello che voi volete ( P. Pietrangelli – Contessa-1968): storia questa, ché il mondo agricolo è storicamente stato assimilato a quella avanguardia senza peraltro avere scritto pagine potenti nel giornale dell’emancipazione del lavoro, mutata rapidamente in bassa lotta salariale, anzi avendo subito la lenta trasformazione forzata di un paese, per fermarsi all’Italia, da agricolo quale fu sempre e dopo la riforma agraria del dopoguerra, in industriale: segati gli ulivi, l’Ilva (ex-Società anonima Elba di miniere e altoforni) è l’incubo pestifero di Don Rodrigo, da cui nessuno pare essersi svegliato del tutto, di una ricchezza, di un innalzamento degli standard esistenziali in virtù del Gott der Eisen wachsen ließ, del dio che fece crescere l’acciaio (Ernst Moritz Arndt, 1812 )Non voglio insistere troppo su questi temi per non essere smentito troppo da chi ben ne sa più di me e meglio, e dunque per non allargare eccessivamente il discorso dilagando; divagando però com’è mio costume tra fatti e associazioni, a scopo suggestivo, mi par utile soltanto ricordare il film ’900 di Giuseppe Bertolucci, film da rivedere con occhio attento (l’ho fatto la settimana passata) e che la racconta lunga sul nostro paese (la figura chiave è Attila), un po’ come lunga assai, e col rispetto dovuto, la raccontò Manzoni con I Promessi Sposi; senza dimenticare, visto che lo citerà il Biuso, Dante Alighieri. Dunque sì borghesia è uno dei nomi impossibili per la marmellata che si dibatte in un girone infero di suv, mutui e vacanze. Con un piccolo salto  possiamo concludere che il disfacimento delle classi ha prodotto una meno appariscente ma più violenta divisione  tra chi ha e arraffa, e chi no o non può. Molto semplificando tra Ricchi – pochi, in paradiso, lì tutti a rimirare l’occhio statico del denaro –  I Non si sa cosa – pêle-mêle, marmellata in purgatorio da cui spingono il capino fuori per salire al paradiso – e Miserabili – all’ inferno da cui anche loro disgraziati cercano di risalire, salvo affogare. Il capitale mi pare l’artefice, metafisico o metalinguistico è da vedere, di questa mutazione, antropo-sociologica. E il sapere (anche quello del borghese storico, liberale delle arti liberali, votato alla scienza allo studio, all’emancipazione di tutti) pare non essere più strumento di lotta e progresso, sostituito dal saper emergere economicamente. Tutti nèè. Farla breve parrebbe che ci siamo adeguatamente trasformati in americani. Il recente dato fornito dalle statistiche sul grado di alfabetizzazione regressiva in cui, grazie ai suoi studenti, e alle sue scuole semplificate, avvilite, offese, sprofonda la borghesia – https://www.ilmessaggero.it/scuola/ocse_scuola_italiana_2018_news_lettura_scienze-4900958.html – parrebbe dipingere dell’attualità un quadro da Nevada, sapete quelle regioni dove furono condotti i test nucleari. In conclusione e riferendomi al testo del Taschera, speranze no, non ne nutro affatto, o non sarei Cassandra il mio quarto nome; potrei, con un grosso sforzo, alimentare qualche po’ di fiducia nella forza di non pochi ma non molti Divergenti (è il titolo di una serie di fantascienza, americana ahi ahi), di Uomini contro (altro film, Francesco Rosi, 1970); o come dire altrimenti, noccioline pagane (si veda la recente estArnazione contro quelle turche del milanese con rosario). Non escludo dalla divergenza gli uomini di fede, qui pochi, ai quali porto rispetto. Ma.

Ieri sera, 5 dicembre, sono andato qui nella nera Lecco a un raduno di Sardine, ci sono andato come attore per una volta, per un atto e per volontà politici, nonostante la mia istintiva ritrosia a farmi coinvolgere per non disturbare così il rigore prospettico, la distanza che appartengono all’artista e al filosofo. La prospettiva non è poi garanzia di nulla ma insomma servirebbe almeno a non prendersi del tutto sul serio; il professore Barbéro ha ricordato nella passata Estate fiesolana che al passare di Napoleone a Jena fu presente Hegel, quel della Fenomenologia, che di quello disse, Ho visto passare lo Spirito a cavallo; e non era una battuta di spirito, non credo. Ebbene Sardine; non mi sono negato al canto di Bella ciao, né agli slogan, Lècco (qui si dice così) non si Lega, a niente, ho seguito i brevi discorsini-compitini, la Costituzione la Costituzione, i diritti i diritti, e non nego che una piazzetta di 2000 persone su 50.000 fosse/sia animata da un fastidio (siamo stufi di stare zitti) ingenuo ma non troppo dissimile dal mio molto personale e meditato per lo Stato (delle cose, queste.) Ma. 

Ecco di nuovo la marmellata. È bello che il fastidio trascini una piccola folla alla protesta ma mi è sembrato lampante che manchi una consistenza politico-culturale, l’aggregante forte intorno a un’idea di rinnovamento, di rivoluzione, ribaltamento diciamo, delle posizioni cui due turpi Pinocchi del fascismo antropologico vogliono e vedrai che riescono a condurre il paese, che l’aggregante forte sia non meno slogan degli slogan di quei due. O che, più di preciso, sia poco forte, vago, dispersivo, generico, tra lodi alla Segre e richiami al poter amare chi ci pare. Mi pare in poche parole che manchino le parole, forti, non gnè gnè, le parole che rompono, dirompono, irrompono. Le parole colte. Una consistenza politico-culturale. Non smetterò di ricordare Miguel de Unamuno a Salamanca, 1936, rivolto ai fascisti, (ma chi se la ricorda l’orrenda ruina  di Spagna-1936-1939) Venceréis, porque tenéis sobrada fuerza bruta. Pero no convenceréis, porque para convencer hay que persuadir. Y para persuadir necesitaréis algo que os falta: razón y derecho en la lucha-Vincerete perché avete soverchia forza bruta. Però non convincerete, perché per convincere  occorre persuadere. E per persuadere occorre ciò che vi manca: ragione e diritto, nella lotta. Gli fu gridato, Muoia l’intelligenza, viva la morte.* Dunque.

A chiosare il discorso e senza che vi sia un’apparente continuità di argomenti segnalo l’appunto dell’altro formidabile amico, Alberto Biuso, Contro la bêtise.

https://www.biuso.eu/2019/12/05/contro-la-betise/

  • già ho citato molto in passato l’episodio da cui traggo la citazione, allungo il brodo qui copiando la narrazione integrale del fatto; sono troppo pigro e troppo cattivo per tradurvela, usate google. O cercate in Wikipedia esp. cui appartengono i numeri di rimando.
En este punto, el general José Millán-Astray (el cual sentía una profunda enemistad por Unamuno), empezó a gritar: «¿Puedo hablar? ¿Puedo hablar?». Su escolta presentó armas y alguien del público gritó: «¡Viva la muerte!» (Lema de la Legión). Millán habló: «¡Cataluña y el País Vasco, el País Vasco y Cataluña, son dos cánceres en el cuerpo de la nación! El fascismo, remedio de España, viene a exterminarlos, cortando en la carne viva y sana como un frío bisturí!». Se excitó de tal modo hasta el punto que no pudo seguir hablando. Pensando, se cuadró mientras se oían gritos de «¡Viva España!». Se produjo un silencio mortal y unas miradas angustiadas se volvieron hacia Unamuno, que dijo: «Acabo de oír el necrófilo e insensato grito “¡Viva la muerte!”. Esto me suena lo mismo que “¡Muera la vida!”. Y yo, que he pasado mi vida componiendo paradojas que excitaban la ira de algunos que no las comprendían he de deciros, como experto en la materia, que esta ridícula paradoja me parece repelente. Como ha sido proclamada en homenaje al último orador, entiendo que va dirigida a él, si bien de una forma excesiva y tortuosa, como testimonio de que él mismo es un símbolo de la muerte. El general Millán-Astray es un inválido. No es preciso que digamos esto con un tono más bajo. Es un inválido de guerra. También lo fue Cervantes. Pero los extremos no sirven como norma. Desgraciadamente en España hay actualmente demasiados mutilados. Y, si Dios no nos ayuda, pronto habrá muchísimos más. Me atormenta el pensar que el general Millán-Astray pudiera dictar las normas de la psicología de las masas. Un mutilado que carezca de la grandeza espiritual de Cervantes, que era un hombre, no un superhombre, viril y completo a pesar de sus mutilaciones, un inválido, como he dicho, que no tenga esta superioridad de espíritu es de esperar que encuentre un terrible alivio viendo cómo se multiplican los mutilados a su alrededor. El general Millán Astray desea crear una España nueva, creación negativa sin duda, según su propia imagen. Y por eso quisiera una España mutilada (…)». 
En ese momento Millán-Astray exclama irritado «¡Muera la intelectualidad traidora! ¡Viva la muerte!» aunque por el gran alboroto del publico no se percibio esa frase, que fue solo oída por la gente que estaba más cerca del general, naciendo así la leyenda de que realmente dijo: «¡Muera la inteligencia! ¡Viva la muerte!» (leyenda que nace de las declaraciones de Serrano Suñer el cual no se encontraba en la universidad), aclamado por los asistentes. El escritor José María Pemán, en un intento de calmar los ánimos aclara: «¡No! ¡Viva la inteligencia! ¡Mueran los malos intelectuales!». 
Unamuno, sin amedrentarse, continúa: «Éste es el templo de la inteligencia, y yo soy su sumo sacerdote! Vosotros estáis profanando su sagrado recinto. Yo siempre he sido, diga lo que diga el proverbio, un profeta en mi propio país. Venceréis, porque tenéis sobrada fuerza bruta. Pero no convenceréis, porque para convencer hay que persuadir. Y para persuadir necesitaréis algo que os falta: razón y derecho en la lucha. Me parece inútil el pediros que penséis en España. He dicho».
A continuación, con el público asistente encolerizado contra Unamuno y lanzándole todo tipo de insultos, algunos oficiales echaron mano de las pistolas… pero se libró gracias a la intervención de Carmen Polo de Franco, quien agarrándose a su brazo lo acompañó hasta su domicilio.5 Ese mismo día, la corporación municipal se reunió de forma secreta y expulsó a Unamuno. El proponente, el concejal Rubio Polo, reclamó su expulsión «…por España, en fin, apuñalada traidoramente por la pseudo-intelectualidad liberal-masónica cuya vida y pensamiento […] sólo en la voluntad de venganza se mantuvo firme, en todo lo demás fue tornadiza, sinuosa y oscilante, no tuvo criterio, sino pasiones; no asentó afirmaciones, sino propuso dudas corrosivas; quiso conciliar lo inconciliable, el Catolicismo y la Reforma; y fue, añado yo, la envenenadora, la celestina de las inteligencias y las voluntades vírgenes de varias generaciones de escolares en Academias, Ateneos y Universidades».6 El 22 de octubre, Franco firma el decreto de destitución de Unamuno como rector.7 Unamuno fue restituido en su cargo póstumamente en octubre de 2011.8 9 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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19 Responses to Divergenti

  1. Biuso says:

    Le madamine sì Tav saranno in arancione tra le sardine a Torino.

    Le signore della buona (?) borghesia torinese affermano questo: «Porteremo anche bandiere italiane e bandiere europee come nelle altre adunate di piazza. Sarà una manifestazione di gentilezza e amicizia» e anche di affari, attacco all’ambiente e alla Valsusa, complicità con le mafie. Le sardine a spasso con i pescecani.

    Fonte (insospettabile) La Stampa di Torino:
    https://www.lastampa.it/torino/2019/12/09/news/le-madamine-si-tav-saranno-in-arancione-tra-le-sardine-a-torino-1.38188643?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

  2. Biuso says:

    Ecco: agli ultraliberisti come Monti e Fornero, ai vecchi marpioni come Prodi, a cantanti e miliardari di varia natura, si aggiungono i Papaboys. Le sardine sono adesso (quasi) al completo. Che la Madonna Immacolata le guidi e le sostenga sempre.
    =============
    Il risveglio dei Papaboys: il 14 in piazza a Roma con le sardine
    di Luca Kocci, il manifesto, 8.12.2019

    “I Papaboys nuotano insieme alle Sardine che il prossimo 14 dicembre scenderanno in piazza a Roma. L’annuncio è arrivato ieri dal presidente dell’Associazione nazionale dei Papaboys, Daniele Venturi: le Sardine «sono un movimento straordinario che parte dai giovani. Crescano sempre più sardine e facciano cose alte. Sabato sarò in piazza con loro». Ma è molto più di un’adesione alla manifestazione di San Giovanni, al punto che Venturi prende in prestito un’immagine biblica per augurare lunga vita e prosperità al neonato movimento civico: «Sardine avanti tutta, andate e moltiplicatevi in ogni piazza, paese, città».
    […]
    Basta dare un’occhiata al loro sito ufficiale e ai social network per vedere come accanto ai post mariani – fra cui emergono quelli dedicati a Medjugorje e all’Immacolata concezione – ci sono quelli su tematiche tipicamente bergogliane: lotta ai cambiamenti climatici e difesa dell’ambiente, migranti, Africa.
    […]
    Per i Papaboys, le Sardine sono un approdo ideale.
    =============

    • dascola says:

      Miii professore siete una guardia in porta centrale, un picchetto armato alle mura; sgherzo ma non mi diverdo. Ora leggerò il Manifesto ma ogni parola è ridondanza. Questo paese non solo non riesce a scrollarsi di dosso la chiesa ma la chiesa si incolla in ogni meccanismo in ogni possibile arma inceppandoli.Puzza di sagrestia qui a Lecco, dove l’incenso si spreca, giovinotti che cantano bella ciao ma che affermano beoti che anche faccetta nera non è una brutta canzone (Lecco, 5 dicembre 2019, ore 20) e sono sicuro, muchisimos erano, ci giurerei, stamane a confessarsi e e comunicarsi alla messa. Questo è il male. La chiesa cattolica è il male. La tènia etica, la framboesia dell’essere. E qui si insiste, lo stile è ’68, a voler coniugare chiesa e rivoluzione. L’ircocervo che tromba l’araba fenice. Ora leggo che a Pescara dei pirla hanno disegnato un manifesto con Salvini pendu. I pirla non sanno, ignorano che non disegni l’avversario appeso, lo appendi. Pulizia etica, a cominciare dalla chiesa cui fai pagare l’ICI per finanziare le scuole dello stato. Questo è politica non invocare speranza, non ancora carità ma ci arriveranno.Le sardine sono in sostanza prima di tutto degli incompetenti, ben pilotati. Poi dei furbi che sanno bene quanto sopra, cioè che qui non si muove foglia che papa non voglia. Reagiscono, sì, sono reazionari.

      • Biuso says:

        Non la Chiesa cattolica, Pasquale, i galilei (detti cristiani) sono una delle tante espressioni del male tra gli umani. Lo comprese a fondo uno degli imperatori più grandi di Roma, Flavio Claudio Giuliano (331-363), al quale Gore Vidal fa dire questo (attingendo con rigore agli scritti dell’imperatore) mentre si rivolge a un vescovo di quella setta:

        «Ecco i vostri crimini più recenti. Omicidi e confische…oh, come vi piacciono le ricchezze di questo mondo! Eppure la vostra religione afferma che non dovreste reagire alle offese, né ricorrere al tribunale, e neppure possedere ricchezze, e tanto meno rubarle! […] Vi è stato insegnato a disprezzare il denaro, e invece lo accumulate. vi hanno detto che non dovreste vendicarvi, quando subite un torto, vero o immaginario che sia: che è sbagliato rispondere al male con il male. E invece vi accanite gli uni contro gli altri, in bande scatenate, e torturate e uccidete quelli che non la pensano come voi. […] Se non riuscite a vivere secondo quei precetti che siete disposti a difendere con le armi e con il veleno» (mi riferivo all’avvelenamento di Ario da parte di Atanasio), «che cosa siete, se non degli ipocriti?»
        (Giuliano, trad. di Chiara Vatteroni, Fazi Editore 2017, p. 388).

      • dascola says:

        Oh sì, sei nel giusto davvero. Gore Vidal è autore di cui ho la massima stima, tanta che quando morì 7 anni fa mi dispiacque molto; e per anni Giuliano è stato il mio libretto rosso. Libro bellissimo. Ti ringrazio per tutti questi commenti speciali che spero qualcuno venga a leggere. TI abbraccio. PSq.

  3. Biuso says:

    Mi scuso della ripetizione del nome di Fornero. L’ultimo sostenitore è Roberto Saviano.

    • dascola says:

      Accolgo il corrige e lodo la tua attenzione a diffondere dati così importanti. D’altronde, apprendo che il negro Sallusti intervistando il ragazzo che capeggia le Sardine, lo ha accusato di fascismo; e vabbè un fascista non si nega a nessuno ( io me ne sono sentito affibbiare insieme al j’accuse di machista culturale, me e la mia famiglia proprio la sera delle Sardine qui a Lecco – ovvio che sendo terrone nel profondo, scacciai un coltello mentale et j’ai descendu LA coupable a urla feroci, ma l’intento era ucciderla, su alcune cose non vengo a patti e non taccio); tuttavia il ragazzo ha ribadito una sciocchezza graveolente, “che il movimento non è politico”. Dal che si evince che 1. egli non sa che cosa significa politico; 2. se non è politico che cos’è se non spettacolo (Biuso,Debord) operetta di Ranzato, entertainement… sì buono per figuri come Monti.

  4. Biuso says:

    Insieme a Giuliano Ferrara, a sostenere le cosiddette ‘sardine’ ci sono anche: Mario Monti, Elisa Fornero, Romano Prodi ed Elisa Fornero. Non c’è che dire: tutti soggetti che stanno da sempre a fianco degli oppressi.
    Fonte: https://www.corriere.it/politica/19_dicembre_06/endorsement-monti-le-sardine-interessanti-89f68802-1800-11ea-addc-85aa5b33ebd7.shtml?refresh_ce-cp

  5. Celia says:

    Vi lessi.
    Vi trovai interessanti.
    Non vi “piacqui” tuttavia perché mi pare d’appartenere tanto al popolo degli oppressi, quanto – un poco – a quello che avversa sardine e falsi diritti e preferisce casomai ad essi finire a soggiornare sotto i cipressi.

    • dascola says:

      Cara Celia, al popolo degli oppressi apparteniamo entrambi e un po’ tutti che non schiacciamo i bottoni di qualcosa, sì dell’ascensore rare volte, della luce più spesso. Come avrai letto ho trovato nella giocosità delle sardine nulla o poco che costituisse la ciccia di un pensiero, un’attenzione ai big problems. Quanto ai diritti, se non l’hai fatto non solo ti invito a leggere Biuso ma anche il suo commento e il mio al suo. Dai prova e vedrai. Mi pare di essere stato chiaro e soavemente critico. Grazie sempre del commento che per me è importante segno di dialettica in corso. Baciamo le mani.

      • Celia says:

        Biuso ce l’ho aperto in un’apposita scheda di Opera.
        Già ne so qualcosa attraverso il buon Diego, ma leggerlo direttamente non ancora.

        Sei chiaro, sei chiaro.
        Persino indicibilmente ottimista! (Scusa la parolaccia).
        Son io che non entro mai nei posti assegnati, devo debordare sempre un po’…

      • dascola says:

        Su Biuso insisto; non ti piacerà sempre ma sentirai come gli canta il cervello quando sobbolle. Ne sortono minestre squisite.
        Ottimista io, scherzi. Di me dico da tempo immemorabile che non saprei dire se un bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, vedo per certo che è rotto. Quarto nome Cassandra, ricorda.
        Stammi in salute.

      • Celia says:

        Obbedisco 😉

      • dascola says:

        Desidero precisare qualcosa Celia: è vero sono scrittore e quindi scrivo perché devo scrivere ma, letteratura a parte, intendo il mio blog come luogo di dibattito e diffusione, di impegno letterario, estetico e dunque etico, enfin civile. Ecco perché più esso si fa ruota e vettore di parole”resistenti”, en este mondo traidor (non credo necessiti traduzione), più ubbidisce all’intento detto. Ecco perché ritengo importante la tua presenza in questa sede. Benvenuta a prescindere da accordi e disaccordi(citazione da Woody Allen). Sta’ bene.

      • Celia says:

        Ma certo.
        Io poi “obbedisco” perché l’imperativo è anche mio proprio.
        Ma un po’ di materia gagliarda ci vuole.
        ‘Sera, pegda 😉

      • dascola says:

        Sorrido Celia, obbedisco al sorriso. Pegda

  6. Biuso says:

    “Mi pare in poche parole che manchino le parole, forti, non gnè gnè, le parole che rompono, dirompono, irrompono. Le parole colte. Una consistenza politico-culturale
    Esatto Pasquale. Non una parola sul lavoro, sulla delocalizzazione delle attività produttive, sulla corruzione, sulle cosiddette Grandi Opere, a cominciare dal TAV. Le sardine, le grete, i buoni sono l’altro lato della borghesia che disprezzi, sono i suoi figli, quelli che “sarebbe stato notaio, anche lui!” (G. Verga, Libertà>/em>).
    Tali fenomeni sono il nulla spettacolare che Debord ha visto, intuito e descritto. Sono i diritti dell’individuo, al quale non cale nulla della collettività. Marx li avrebbe, giustamente, disprezzati. Bakunin ne avrebbe sorriso, pieno di speranza e di disincanto. Intanto Giuliano Ferrara ne è entusiasta,
    et pour cause. Le sardine sono pura televisione. Sono i cugini di Salvini. Sono reazionarie. Sono espressione piena della bêtise contro la quale ho parlato a Ragusa e che hai citato. Grazie per averlo fatto.

    • dascola says:

      Sai grazie per nulla. Si tratta ma di far circolare idee, è la nostra Resistenza, mi hai ripetuto più volte. E il blog serve proprio a questo, a mio avviso, a contrastare la bêtise con il raggiunato, osservato, meditato. O il blog è l’assorbente della proprie “mescolazioni”. A motivo di ciò sono contento non solo quando si commenta ma soprattutto quando riesco a mettere in circolazione e a confronto piccoli frammenti di pensiero. Libero. Intelligente. Robusto. Sai è così che ho sempre insegnato, parola grossa, facendo incontrare gli studenti con altri da me. Facendo da collettore non da cattedratico. Vabbè. Su quel che dici no comment, ci intendiamo da tempo e sulle Sardine mancava la tua opinione a confortare una linea comune di pensiero. Anche quella ce vo’. Grazie a te. Un abbraccio.

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