Partito comunista dell’internazionale fantasista

Anche la lingua che uso è un prestito, più che una donazione, lingua madre, di mia madre e delle madri. Un mito collettivo. La mia lingua appartiene alle miriadi che l’hanno usata con lo scopo di costituire un tesoro comune, a disposizione di chi non volesse sperperarlo in chiacchiere, in chats and bags. La mia lingua, la lingua è materna perché mette al mondo, sono tutte le lingue che mi sono state prestate. Che si sono prestate, che si prestano a questo sforzo. Lascia stare che riesca o no. La mia lingua è lalingua. E anche questo  è un prestito. 

La morte è un bene o un evento collettivo. In ogni morte muore una parte di ogni singolo; parti miserande ma che sommate alla fine, la frase che segue è di Totò, della somma fanno il totale. Il senso del comune, della morte e dell’evento comune e della responsabilità collettiva mi fu inoculato con pazienza da due maestri; il primo, un medico rumeno con gli occhiali glasant che odiava i sovietici con qualche ragione, ma che era musicista e mi insegnò la musica e medico e mi impratichì soprattutto nella cura del pensare, che lui non lasciò mai andare a vanvera, luogo di non ritorno di ogni intelligenza anche la più accanita a ritenersi tale; il secondo, Checco Rissone, partigiano comunista quando fu e valente attore che con tutto sé stesso insegnò il senso del comune lavoro, proprio al mestiere e ai mestieri dello spettacolo. Checco era stato con Copeau, il maestro francese che abbandonò la scena per costituire una sorta di comune teatrale a beneficio delle periferie; batteva paesini e campagne perché si aprissero al teatro; il teatro che come la musica come tutta l’arte sono beni, sono scuola comune e che dunque entro certo limiti dovrebbero essere facilmente accessibili a tutti, cui tutti che vogliano dovrebbero potersi avvicinare. Non l’arte per il popolo ma il popolo per l’arte.

Quello dell’arte del teatro (del cine) è il mestiere più collettivo e più comunista del mondo; solo quello della medicina di ospedale lo supera e di poco; in teatro non si rappezzano teste ma si tengono insieme teste per due ore tre, affinché il peggio non ne fuoriesca senza passare per una catarsi, almeno per un po’. Questo non ha mai impedito alle SS di tutto il mondo unite di piangere per Isotta e distribuire frustate e ratatataplan. Insomma è così ma credo che non freghi niente a nessuno perché nessuno Stato inculca questo sentimento che è dell’arte, dell’arte collettiva. La scuola è la prima, forse l’unica colpevole; le famiglie hmm quante saranno quelle dove si suoni e si canti e per carità dove si legga. Tutti a sciare altroché, la cultura dominante egemone non è della borghesia ma della seggiovia, ma ‘ndo seggiovai. Di arte si instilla ancora il sentimento romantico dell’Unico, Artefice ( molto giudaico cristiano a pensarci) Solitario Sopra i Monti. Non si sa che l’arte è dedizione spietata al lavoro del momento e di tutti; ecco quello che ho cercato, non sempre riuscendoci, di mostrare agli studenti (e anche agli attori, ricordo di aver condiviso un tempo queste sentenze con uno straordinario basso e intellettuale bulgaro, Dimitri Stantchev, che saluto dove sarà sarà). Sotto qualsiasi tropico è così, e sarà per questo che la gente dell’arte è stata così perseguitata da ogni sistema; lacché ci chiamavano ai tempi di Mozart e Da Ponte, paria, senza dio cui era negata sin la sepoltura, l’avesse voluta qualcuno, in terra consacrata.

Oggi, non è un caso, tutti a lutto, con qualche ragione lo capisco, per i ristoranti e i bar e i parrucchieri ma senti tu uno, non dico che pianga, ma che sappia che gli attori sono a spasso, che i musici musicano a sale vuote, cioè a paga zero, che i teatri chiuderanno, le orchestre ti saluto e non quella di Trento e della Valsugana, l’orchestra del Metropolitan ha chiuso. Reazione… chissenefrega, noi ci occupiamo della visita alla zia e delle vacanze con gli amici a Marrakesh, ma prima tutti a Celerina o all’Abetone si intende. Libertà libertà libertà. Inversione di tendenza signori miei, nel sentire generale il giochetto singolare, ogni propria playstation diventa interesse e bene comune. Libertà libertà libertà. La chiama così chi strilla alla dittatura sanitaria senza rinunciare, dio ne scampi, alla minestrina dello stipendio di stato e dagli ai criminali del governo e daje ai conti sdilinguenti, daje alla nuova Gestapo( sapessero almeno che cosa significa). Costoro, ancorchè magari si proclamino comunisti e addirittura anarchici nessuna percezione hanno del lavoro da costruttori della cattedrale di Chartres (Ingmar Bergman- 4 Film, Einaudi 1961 pag, XIX-XX) che è il nostro (per me parlo al passato). Lavoro collettivo ripeto, in cui le cheche (a non parlare delle checcherie) individuali, gli io, io io sono e gli altri, non hanno spazio, a dispetto del narcisismo che spesso anima i suoi protagonisti. (poi si sa, ogni terza viola o primo contrabbasso vuole dirigersi la sua orchestra)

Così mi sono ricreato e come, come mangiare un gelato al pistacchio, al sentire le urla di Tom Cruise che qui riporto in link, e mi sono ricordato per gli stessi motivi le mie di un tempo anche con gli studenti. Inculcare il senso del lavoro collettivo, della comunistità di intenti, di là dai compensi dagli interessi, delle responsabilità dei pesi e delle misure. Quando T.C. dice ( traduco con lo spannometro) l’industria che siamo e che dà da mangiare a migliaia di persone che potrebbero non trovarsi la minestra in tavola stasera o non avere i soldi per la scuola dei figli, il capitalista Cruise non sa di farsi plurale, comune, collettivo. Non so se l’audio che vorrai ascoltare sia vero e me ne importa un piffero, fesserie da Napalm51, quelle che tendono a prendere tutto per falso, la paranoia della realtà parallela che chissà perchè dovrebbe essere quella vera ( come per gli schizofrenici), come se a qualcuno potesse interessare inventarsi una sfuriata di Tom Cruise; a che pro, non si capisce, ma i Napalm51 hanno il gusto di capisciarsi addosso e fuori dal vaso. Serenase di Stato per tutti.

Vero o falso l’urlo di Cruise corrisponde a quello che ricordo qui molto bene, non una delle mie sfuriate nell’intento di martellare il senso del lavoro, ma quella di Pier Luigi Pizzi, alle prove dell’Ariodante alla Piccola Scala , sarà stato il 1980 e rotti. Il Napalm51 leggerà che è una mia invenzione, e si fotta. Ma insomma quando Pigi si trovò di fronte la squadra macchinisti a voler far saltare la prova generale per una scemenza – perché erano stanchi, il cambio non gli aveva dato il cambio – mi ricordo lui; montò pian piano tutte le erre di cui mancava a neve ferma, poi di colpo scattò dalla poltrona di platea accanto alla mia, come una belva si scaraventò a bordo  palcoscenico e scatenò pistole proiettili e V2; ricordo bene il definitivo, Siete dei sabotatori vergognatevi. Ciascuno che legge pensi al se stesso che … o ai loro stessi che oggi sabotano la vita collettiva per dire la loro miserabile opinione, i loro gne gne, le loro scioìne, a spandere la cenere della loro miserabile personalità, a inquinare gli interessi collettivi. Con ciò credo che oggi sia il caso di fondare il Partito comunista dell’internazionale fantasista. Tessera numero uno a Tom  Cruise.

P.S. In anni non antichi, astrofisici, ancora alla Scuola del Piccolo Teatro, appreso che il mi’ babbo era in pronto soccorso a seguito di ictus, risposi, Non posso lasciare le prove, e continuai a lavorare. La sera andai a visitarlo, il babbo e il giorno dopo tornai alle prove. Quando anni e anni dopo il babbo morì, per fargli il funerale chiesi di avere due giorni di permesso non retribuito al Conservatorio. Mi fu risposto da due occhi sgranati di segretaria, Maestro ma lei ha diritto alla licenza per lutto, come per il matrimonio. Certo il lutto a suo modo è un matrimonio da cui è difficile districarsi.

Disclaimer. L’audio qui sopra è stato twittato dal signor Rex Chapman che non conosco e pubblicato nella pagine del Post. Non credo di aver violato nessun copyright ma mi scuso da subito per non avere chiesto il permesso. 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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