Auto teatral

Vista ieri sera al cinema Palladium di Lecco la diretta televisiva dell’inaugurazione scaligera. Opera Andrea Chéniér di Umberto Giordano, meridionale di gran talento.

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Il teatro lirico sempre teatro è, per molti aspetti è un super teatro, erede com’è a mio del tutto immodesto parere del mito, che si potrebbe ritenere l’inconscio dell’inconscio ovvero della tragedia greca. Nacque con questo intento la rappresentazione lirica e poco importa che si trattasse di una svista di grammatici fiorentini l’attribuzione del canto alla tragedia ovvero al mito. L’intento è in ogni modo sacro, non religioso ché la religione sta al sacro come il totocalcio al destino. L’epoca corrente che corre a schifìo è molto religiosa, gesuitica, farisaica adora la superstizione, la sicurezza, i geometrismi, i fogli excel, le inchieste e le statistiche, tutti i trabiccoli tecnici che i greci ignoravano. Morivano è vero perché la morte era una seccatura naturale non meccanizzata, e apposta non disdegnavano la battaglia e l’eroismo dissennato; meglio una daga nella gola, dieci secondi a dir tanto e sei morto, piuttosto di una lenta idropisia o di un orribile colera. Il richiamo della morte era il richiamo a farla finita o, all’infinito, che, privato però di qualsiasi romanticismo borghese e cattolicesimi attaccaticci, risuona  nel finale di preciso tragico, cioè catartico di Andrea Chéniér. Che si pronuncia Scénié, con le é chiuse, guardare l’accento, e non Cinaiar o Cènii, poeta rivoluzionario francese, ghigliottinato sul serio e per effetto del terrore ovvero della necessità sopravvenuta alla Rivoluzione, nel 1793. Amen. Si legga forse a proposito o forse a sproposito di Alberto Giovanni Biuso, Il sole e il millenni in https://www.biuso.eu/2017/12/06/il-sole-i-millenni/

Dunque ieri sera alla Scala si è visto il mito all’opera e il rito alla prova. Unico neo i risibili fantocci del pubblico contemporaneo che di sicuro Carmelo Bene in uno dei suoi più alti e volatili eccessi avrebbe tolto di mezzo, lasciando che l’auto teatral si compisse nel silenzio e nel vuoto. Ma insomma non tutto era bene ciò che incominciava Bene per il marketing ma almeno l’ottimo Chailly ha preteso e ottenuto che il pubblico stesse zitto e bono e che la claque non sbraitasse golosa di protagonismo. Dunque nel silenzio almeno sono stati messi in atto i primi e i secondi due quadri di questa opera, userò un banalìsmo, bellissima, tanto che il successo che le risultò nel 1896 la dice forse molto lunga sulla capacità di ascolto dei nostri antenati e sulla sordizie sistemica di oggi. Opera difficile infatti, pensata come ognun sa per andare avanti senza soluzione di continuità, tanto valeva eseguirla di fila ma poi il bar del teatro e le mises delle signore senza signorilità tranne Carla Fracci, come avrebbero fatto; opera ardua per il cantore, anzi estrema; difficile per una regia che, attentissima, con qualche mia perplessità circa un paio di soluzioni che non cito per non disturbare, qui fa ottimo uso del palcoscenico girevole, scene azzeccate e costumi d’impatto a parte. Eppure allora, nel 1896 e sempre e a dispetto della difficoltà, piacque. Piaciuta è, a dire il vero, anche ieri sera. Del resto si capisce. Non sono chissà quale esperto di voci né ho qualche attitudine da melòmane, amo e rispetto il rito, che più di una volta ho io stesso officiato, sicché ho trovato raro e strepitoso l’impasto della compagnia. Commovente. Incredibile il triangolo baritono, soprano tenore. Inscì avèghen, così averne -di più- avrebbe detto qualche milanese. E ciò detto questo è bene sottolineare che il napoletano Martone, erede di qualche grecità e vero teatrante, si è occupato dell’ufficio rituale alla perfezione oltre che della dizione impeccabile dei cantanti, dei pesi e della misure in scena. Questo è il sostanziale ufficio del regista. Niente mitragliatrici, cappottoni, astronavi dunque e tutta la chincaglieria del così detto regie-teather che sta al teatro come la pornografia all’innamoramento o, detto fuori dai denti, come l’imbecillità all’intelletto. Siccome non sono però  un critico ma solo uno che ha appreso bene e in antiquo ab antiquo fatto mestiere dell’opera e del teatro in genere, qui mi fermo. Sottolineo però che ho pianto più di una volta. Effetto dovuto. Qualche vecchino come me canticchiava in sordina a me accanto. L’opera è questo, catarsi da qualcosa che s’è perduto e non si sa. Tutto rimane uguale ma cambia. Una lode alla regia televisiva per la puntuale e solo frontale ripresa. Punto.

I momenti più tesi dello spettacolo:

  1. La gavotta ( peccato prima la pastorelleria  con i passi ottocenteschi)
  2. Finale primo quadro
  3. Duetto Maddalena-Chénier e duello.
  4. Nemico della patria. Il processo
  5. La prigione

 

E infine ecco qua degli alessandrini di André Marie Chénier (Costantinopoli 1762-Parigi 1793)

da La jeune Tarentine, Bucoliques, vv.26-30

Hélas! chez ton amant tu n’est point ramenée./ Tu n’as point revêtu ta robe d’hyménée./ L’or autour de tes bras n’a point serré de nœuds./Les doux parfums n’ont point coulé sur tes cheveux.

Oh cieli, da colui che t’ama non tornasti./E riprese non hai d’imeneo le vesti./Di nodi d’oro le tue braccia non hai strette./Né le tue chiome dolci di profumi hai fatte.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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