Shut up, fascist

Saboteur_13_t400

 Il cattivo Frey appeso ai suoi ultimi minuti; la Libertà anche sotto forma di statua, non lo perdona.

Ho visto o chissà rivisto da quanto poco lo ricordavo un capolavoro di Alfred Hitchcock, Saboteur, (Sabotaggio, qui sopra una delle ultime immagini)). Il panciuto inglese fu famoso per la grazia con cui trasformava, in capolavori appunto, soggetti esili o peggio soggetti da grassi polpettoni. Grazia che, esagero ma non troppo, mi ha fatto sempre pensare a Shakespeare; Grazia maiuscola e tout court, umorismo, non di rado nero, sornione che chi scrive predilige, gusto amabile del paradosso, birichineria beffarda; Why do you think always in sex, dice l’uomo scheletro alla donna barbuta in bigodini; Hitchcock è stato la primula rossa, interpretata da Leslie Howard, del cinema mondiale. Va da sé che queste sono tutte piccole osservazioni di un ammiratore, critico nada, ripeto; in gioventù, A.H. era il mio modello di artista, del tutto distaccato; assente dal set, avrebbe detto di sé, un suo film avrebbe potuto essere realizzato da chiunque tanto era preciso ed esaustivo nella scrittura. In fondo un  guardone e a debita distanza anche dalla loupe. Quello che avrei voluto diventare. E che sono tutto sommato diventato, uno che sta fuori dalla porta a guardare quel che succede. Vivere sì, un po’, poco, con juicio. Nietzsche scrisse ( in Umano troppo umano chissà) che all’uomo dabbene non si addicono né  pianure né  vette, ma le colline, solo così si vede bene. Torniamo al film che è del 1942. La storia è simile a quella che poi sarà di Notorius (1946), un branco di americani, ricchi bricconi, eleganti e nazisti – siamo in piena guerra – anima un’organizzazione di sabotaggio dello sforzo bellico. Mandata a fuoco parte di una fabbrica di aeroplani, – che bello l’occhio della mdp. che inquadra il crescere del fumo assassino mentre gli operai sono alla mensa, gli affamati, nota il cuoco quando si aprono le porte dei reparti per la pausa – il saboteur Frey, lascia in campo da solo, nella storia e nei campi del film, un generoso operaio che da testimone oculare del delitto è subito trasformato in sospetto e poi braccato da una polizia deliziosamente ottusa, per Hitchcock. Nella peripezia per scoprire il colpevole autentico e sgominare quella che scoprirà essere un banda, l’uomo ne passerà di tutti i colori, fino al finale con i cattivi assicurati o all’FBI o alla morte, anche grazie all’impertinente sagacia di una ragazza che dapprima sospetta, poi teme, poi ama e riconosce innocente a prescindere il bell’operaio e lo aiuta, persino meglio di quanto lui si adopri per sé. Si noti che il film termina con la parola Finis. Di là dall’osservazione che si tratta di un’opera da studiare questa e che il cinema di A.H. fosse in generale il Cinema per Godard (cfr. J.L.G. Histoire(s) du cinéma) e per Truffaut (cfr. F.T. Il cinema secondo Hitchcock-Il saggiatore) v’è da goderne l’assunto; i cattivi impomatati, primule nere con la protervia di tanti Jago, ordiscono trama e ordito dei loro sabotaggi a un mondo ingenuo, onesto e tenace, coraggioso e laborioso, l’americano di quel tempo, forse illuso di possederle le  virtù  in elenco, e proprio per questo autentico nel difendere il giusto anche contro la legge che nel film non è lontana dal sopruso e che i buoni, per legittima difesa, si adoprano allegramente a gabbare: un camionista furbo che distrae la polizia in caccia, un cieco solitario che presente l’innocenza del fuggiasco e lo protegge, un gruppo di artisti freaks di un circo che fa altrettanto coralmente, in una delle più belle scene del lavoro; dialoghi inestimabili, contrappunto mirabile. I poveri, i modesti, gli operai, quelli che fabbricano, gli americani, contro i padrini, gli azzimati zerbinotti, i fanatici dell’abito da sera mentre il mondo brucia, pare raccontarci A.H., dame e dami in festa a palazzo – come in Notorius – con bene impressa in corpo la convinzione che il mondo ha da essere il parco giochi di una razza superiore, di sfruttatori, se non genetici, monetari.  Dopo tanta strage – 71 milioni 87mila 9cento e dieci morti (cfr. Joseph V. O’Brien, Dpt. di Storia – John Jay College of Criminal Justice, NY, USA) – il dopo dopoguerra, l’oggi realizzeranno assai bene la piroetta e il capitombolo sociale tenuto a bada dalle dottrine e pratiche keynesiane. Quindi i vinti, e i maimorti che agitano ancora oggi le piazze, col senno di poi e sulla lunga distanza, possiamo dire siano stati i vincitori; non più Panzerfaust e faccette nere ma FMI. C’è una battuta semplice che uno degli artisti del circo l’uomo scheletro, sputa in faccia a un altro, il nano Major (sic) che dalla sua misura vorrebbe tanto denunciare il fuggitivo; una battuta che nella memoria dello spettatore accorto potrebbe chiudere il film, Shut up, fascist.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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