Popoli che danzano

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Mi azzardo a dire tutto questo che segue solo perché, prima di venire al mondo come piccolo scrivano fiorentino, il mio mestiere passato e il mio piacere alternativo mi hanno tenuto imbrigliato alla musica… oh ne studiai di pianoforte… Ah che mano da un’ottava e mezza, diceva il professore – ma penose le calculazioni… sempre stato inetto… quanti quarti di mezzi stanno nei terzi… uno due tre la peppina la fa il caffè, un tot… e a guadagnarmi un po’ del pane mettendo in scena questa o quell’opera lirica. Ma lei che lavoro fa… ah il regista ah l’insegnante di teatro davvero non ci posso credere, si domandano prima e dicono poi le femmine in estasi, sposate tuttavia non col santo né col poeta, col navigatore, col comandante di ogni termautonomo con box doppio e tavernetta. Bon.
Il Concerto n° 2 per violoncello e orchestra in Si minore, op. 104, b. 191 di Antonin Dvořák (1841-1904) è di una bellezza difficile da far su in parole, bello impossibile oh oh Nannina altro che, bello come il concerto per violino del Čajkovskij, e altro e altro e altro ancora, a ufo. Usando perifrasi adatte si può simulare l’idea non tanto della musica in sé, che è quello che è, parla da sé benché non dica niente, significante puro dice il mio amico musico Leonardo Taschera sulla scia della maestra Susanne Langer, Music is the tonal analogue of emotive life (in Feeling and Form, ch. 1, p. 27, Scribner, 1953), come la danza che è un altra forma o manifestazione della musica e non si può di-spiegare, come tutta l’arte, altrimenti che per l’effetto, la cascata delle associazioni, delle immagini che essa musica/opera d’arte può o non può scatenare, con quel gusto metafisico per l’esserci, Gesang ist Dasein (Canto è Esserci scrive lo Rilke nei Sonetti a Orfeo), che Nietzsche asseriva,  Quanto poco occorre per la felicità! Il suono di una cornamusa. Senza musica la vita sarebbe un errore. Il Tedesco immagina Dio stesso occupato a cantare delle canzoni. (In Il crepuscolo degli idoli – Massime e Arguzie, n°33 pag 50 – Adelphi) e che egli rintracciava nella Carmen di Bizet. Trascuro il suo ipertedesco e iperellenico studio Nascita della tragedia dallo spirito della musica (Adelphi). Del resto la mOsica, come diceva Totò/Cigno di Caianiello, è tutt’oggi una ragazza impertinente, molto aperta di gamba, che ad ogni giravolta di rondó sembra sussurrare porca all’ascoltatore di lei imbevuto e imbesuito, Fa di me quel che ti par ( W.A. Mozart Così fan tuttte A2/S12) e Nìcceccehomo era un tedesco ribelle alla tedeschità benché la parte divertente del nazismo, tanto per dire, stava senz’altro nella passione per la musica e i cori… sentirli cantare Stille Nacht i nazi, da arruolarsi… ma chi non ricorda in Schindelr’s List l’ufficiale che suona Schubert nel ghetto di Varsavia in fiamme intanto che fuori dagli all’ebreo. Eh bon la musica ha Tànatos tra i sui ammiratori. (Invece ad ascoltare Faccetta nera spareresti al Buce, anche oggi anche in effige, per offesa ad Apollo e Dioniso uniti, ma nessuno, sì in extremis, ci pensò seriamente – se vuoi sparare a uno non sbagli).
Poche righe di encomio per l’esecuzione che ho ascoltato sabato 20 ultimo scorso da parte di un’orchestra, l’orchestra MACH, oh come definirla, commovente, detto ho così alla fine della serata, mi pare a uno dei violini, un giovane giunco all’aria indiana e al direttore venezuelano, cognome Matheus. Achtung, molti lettori sanno che non ho attitudine di critico; né in questo ambito competenza tale da dire di una partitura che come comincia finisce, sì se vuoi che il terzo movimento principia con un passo di marcia di celli e bassi che ti ricordano la Sesta del Mahler e il finale finale diminuendo a perdersi idem, ma troncato sabato dall’entusiasmo del pubblico che non ha atteso… alla chiusura delle ultime due misure, ‘mbè l’entusiasmo, enthousiasmós, è per natura una pulsione erotica poco contenibile, un dringetendrang… tutt’in piedi. Ma me tocca il Canto, l’intrecciarsi continuo tra le parti del cello e delli rami vari dell’orchestra, come farebbe un convolvolo che si propaga e si raddoppia  per sostenersi da solo; e il clima di Danza, musica da aie e cortili; perché aie e cortili dell’Ostwestliche, oriencidente, hanno la danza e la canzone dalla loro, come gli antichi e anche moderni americani, tutte voci, passi presenti nel lavoro di Dvořák che allora(1895) da buon senza terra lavorava a New York, bref qualcosa che manca(va) non poco all’Occidente misterioso, tutto preso nella sua ipnosi collettiva, storia e ideologia.
Una meraviglia quella di Dvořák che per motivi del tutto personali e qui trascurabili però, mi spezza il cuore da una parte, parte consapevole che ha a che fare con la morte, tracce memoribonde dell’altrui e della mia… incinerazione e insieme matrimonio con tanto di risi e bisi sul portale e danze di popoli di mezzo appunto, conquistati fino alla conquista della cittadinanza di sé stessi, ma intinti in quel che i tedeschi chiamano Sehnsucht, bella parola fatta di sehnen/anelare e di Sucht/smania, dipendenza, dolore, che vuol dire ma non vuol dire affatto nostalgia e che a Oriente, in Romania, chiamano Dor…  più micidiale ancora lo struggimento per che che non si ha, che non si sa, che non si avrà, e che nemmeno esiste. Donc dall’altra parte, non posso ascoltarlo questo Dvořák senza che lacrime di Dor sgorghino da sole, sanno mica il perché ma sgorgano le poverine, giù a rivoletti, lacrime discrete. Anche sabato sera, il live soprattutto, oh se stuzzica le lacrimali quando non stuzzica i piedi a ballare. Dopo la pausa e l’uscita di scena dell’ottimo cellista Pablo Fernandez, discreto, furtivo col suo valigione dello strumento tra le colonne del San Niccolò e tanti saluti, il rigore e la disciplina della Settima del Beethoven era necessario; il secondo movimento è correttamente non funerario, un po’, poco più ländler che in Furtwängler, ma tutto benissimo e, a dar retta a chi per consolarsi della propria scempiaggine l’ha scritto  dint’o tubbo, Dios!!! cuanta grandeza combinada!!!.Beethoven + Furtwängler + Filarmonica de Berlin . Dios tenga en la Gloria a todos esos creadores y exponentes de la Grandeza que puede alcanzar (raggiungere, ndr.) el Espiritu Humano.

Festival di musica sull’acqua – Colico e affini, 2019.
Direttore artistico M°Francesco Senese
Visual M°Velasco Vitali
Grafica (notevole) di Plumdesign.

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Memo

Antonin Dvořák https://www.youtube.com/watch?v=nJSlmoXpzfM

L.V.Beethoven https://www.youtube.com/watch?v=-CNrGqHKoa8

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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