Dopo Mezzanotte-La valvola a campana
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in http://www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi
Ricevo e mi pare interessante pubblicare qui, come pezzo autonomo integrale, due dei commenti che mi sono arrivati da Taschera circa i due ultimi miei post. Mi sembrano interessanti le associazioni, le implicazioni e le derive musicali, indizio di una mente che io conosco ma che mi sembra opportuno far conoscere (fuori dalla scatola dei commenti che non so quanti abbiano voglia di leggere o si accorgano di poterlo fare) per come sa associare, correre lungo il filo di Arianna delle incognite dentro un labirinto formale, per poi uscirne. A riveder le stelle.
Dici magnificamente dell’essenza della lingua tedesca. Però i meccanismi ad orologeria possono essere forieri di rischi. Il primo e il più ovvio è la possibilità che si inceppi: il famoso sassolino che distrugge la macchina. L’altro è la tendenza a saturare il pensiero che esprime e a non lasciare spiragli verso prospettive inaspettate. Quando incontrai il sempre (da me) più che mai compianto Ferrara, rimasi sbalordito del fatto che per lui il massimo della soddisfazione interpretativa lo trovava nelle Ouvertures delle opere verdiate. Agli allievi preferiti dava sempre da dirigere, nel concerto di chiusura della stagione accademica della Chigiana, un’Ouverture di Verdi. Mano mano che ho approfondito la sua conoscenza e ho capito il suo modo di intendere la musica e la sua interpretazione ho capito il perché della sua predilezione. La musica italiana in generale sta alla musica tedesca come la commedia dell’arte alla tragedia shakespeariana o alla grande tradizione tragica francese o tedesca: l’interprete ha uno spazio ri-creativo molto maggiore nei confronti della tradizione musicale italiana piuttosto che in quella tedesca. L’eventuale sassolino nel suo labile meccanismo può essere accolto come una variabile che apre a delle prospettive non immaginate. E d’altronde se le premesse del meccanismo ad orologeria non sono fondate (socialmente parlando) su principi o valori etico-politici arrivare ai campi di sterminio è facile. Comunque quanto dici di Vienna risveglia nostalgie reali (i miei soggiorni di studio) e immaginarie: la perdita della cultura mitteleuropea che aveva il suo centro in Wien….
… Alcune considerazioni sul comportamento della signora al supermercato. Innanzitutto bisognerebbe sostituire il termine villania con quello di urbanità. Non mi è mai capitato di notare comportamenti villani in un “villano” mentre il cittadino in fatto di comportamenti scorretti non fa che scialare. Mi diverto sempre, quando mi capita di cedere il passo a qualcuno, a ringraziarlo della sua scortesia, visto che non vengo ringraziato, ma quello – o quella – ovviamente non capiscono. Poi c’è da dire che, per non venire meno al principio delle pari opportunità e al rispetto delle quote rosa, quello che veniva chiamato il gentil sesso sempre più replica i peggiori comportamenti di quello che veniva chiamato sesso forte. Per quanto riguarda la gentilezza viennese, non a caso Swarovski (da non confondere con il marchio dei gioiellini) considerava il buon papà Haydn come il massimo rappresentante della scuola musicale di Vienna: merito della sua levità, arguzia, letizia, piacere delle perfette proporzioni della forma, serena contemplazione della bellezza del creato. Però poi il nazismo è germinato in ambito austriaco… Leonardo Taschera
Vienna. Agosto. Yppenplatz che non c’entra con gli hippy né con gli hipster e, bada di dire üppen, con la u francese o milanese. E Yppen fu il conte van Yppen, nederlandese, che a fine settecento comprò terreni qui in questo settore a ridosso della città allora, oggi quartiere popolare, per edificare un palazzo e una residenza per veterani. Dalla piazza striscia via il Brunnenmarkt, il mercato all’aperto che lungo l’omonima Brunnengasse ogni giorno è il campo di lavoro di centinaia di mercanti orientali, ci paiono turchi la più parte. Il mercato sarà lungo due chilometri, ordinato e pulito come può essere un mercato. Ma ordinato. Le merci? Tutte: olive, frutta, verdura, carni, mutande, narghilé o come si chiamano, pizza italiana e turca, la pide, utensili, cibi cotti e crudi, tonnellate di dolci assassini, scarpe… una donna con lo/la hijab sui cinquanta , lei non lo/la hijab d’ordinanza prova un par di ciabatte aperte sostenendosi al braccio del mercante, lì nel bailamme… piedino dentro e fuori, hoplà noi viviamo.
L’approdo alla piazza con 36 gradi insoliti testificati dal termometro del telefono invoca un ristoro, stiamo camminando dalle dieci di mattina e sono quasi le cinque del pomeriggio. Il caffè si chiama Wirr am Yppenplatz ( ce n’è un altro in Bruggasse) e si nota subito, è accogliente, arredato in modo fantasioso, fuori ha grandi ombrelloni perché la piazza è a sua volta di mercato e gli alberi ci sono sì ma solo nel parco giochi al suo centro. Ci sediamo a un tavolino di ferro vintage, non toccato da una riverniciatura contemporanea e arriva una ragazzona di belle maniere con bicchieri e una mezzina di acqua di rubinetto che a Vienna è gelata. Da bere agli assetati. Poi chiediamo tè freddo alla menta e succo di mela frizzante. Si frescheggia perché al solito spira una brezza serale che asciuga malgrado non sia fresca. Beviamo in abbondanza. Accanto a noi c’è una coppia suocera-nuora, molto giusta la giovane in un vestitino stampato a fiori, mezze maniche, la gonna larga sotto il ginocchio, una bimba graziosa in collo. Arriverà un uomo, forse un marito. che alla giovane parla in inglese per una metà e in tedesco per l’altra. Non sappiamo perché ovviamente. La giovane non sembra inglese ma tant’è. Forse è lui l’inglese o olandese o scandinavo e ha un’aria da architetto che sia appena uscito dallo studio, studio che ha lì nei paraggi : a Vienna convivono il coturno e appunto la ciabatta.
Ecco che attirati come vespe, non si escluda dal fatto che ci hanno sentiti magari parlare italiano tra noi invece, arrivano prima uno poi un altro mendicante. Il primo è un ragazzo dal volto educato, potrebbe essere un bel ragazzo, alto, ben piantato, non fosse che è lurido e calza dei sandali del tutto inutili per camminare tanto sono sfondati. Il resto cenci. Con cortesia estrema, le mani giunte chiede molte volte, vielmal ( leggi fiilmaal) scusa per il disturbo ma spiega che ha bisogno di soldi… attenzione si tiene a distanza dal nostro tavolo come per non infrangere il nostro cerchio vitale. Prega ma non mendica, spiega. Altrettanto cortesemente gli diciamo che dispiace anche a noi molto ma non abbiamo mai denaro su di noi e quindi non possiamo esaudire la sua richiesta. Verrebbe sinceramente almeno da offrigli da bere… e forse da mangiare… e forse da abbracciarlo non fosse per la repulsione che suscita il sudiciume… il timore del contagio… quale? Uno qualunque. E poi chissà se al Wirr sarebbero contenti di farlo accomodare a bere dai loro bicchieri. Bene, il ragazzo se ne va rinnovando le scuse e ringraziamenti per l’attenzione con leggeri inchini. La cortesia è nel patrimonio genetico a Vienna, non si contano i gerne (gherne) volentieri, e i sorrisi per ogni grazie che pronunciamo. Tant’è. Pochi istanti dopo ci si avvicina un cristoscappatodaeboli, un Giobbe con l’occhio forse del tossico ma non sappiamo non ce ne intendiamo, stracci addosso che non coprono le sue magnifiche ulcere e piaghe, anche in viso un trionfo di stimmate, un lavoro da miracolologia per un qualche santo redentore in una pittura tardo medievale su legno. Si avvicina a noi con impeto l’uomo e… chiede scusa. Chiede scusa per il disturbo e denaro ovviamente; ha già pronta la mano da ostendere. Ma dobbiamo anche a lui chiedere noi scusa perché non abbiamo contanti da dargli. Offrire da bere o mangiare meno che al primo uomo; vai a sapere che nascondono le piaghe e le ulcere. (Ma egli non puzza di morte come ci capitò anni fa a Parigi e in metropolitana: lì l’origine era con tutta probabilità un diabete estremo e sulla gangrena delle gambe a me parve vedere avviticchiarsi dei vermi: ma mi è noto che sull’orrore lavoro di fantasia.) Se ne va, non sembra contrariato e ringrazia, meno formalmente del primo ma con la convinzione la cortesia che è abito mentale.
Lecco, settembre, supermercato Iperal. Barriera di uscita dalle casse automatiche. Una donna carica di spesa, cerca di far aprire il varco, come d’uso, offrendo il codice a bare stampato sullo scontrino di cassa all’apposito lettore laser. Ma il varco non si apre. La vedo in difficoltà, la spesa ecessiva la impiccia, tentenna, mi avvicino e le dico di lasciarmi provare con il mio scontrino, non dico signora. Eh ma non si apre…ritento…Ah ma non si apre non si apre. Interviene un’impiegata gentile che sblocca lei le porte dell’Ade. Non un grazie, non un buongiorno o arrivederci, non uno sguardo dalla donna. Fila via liscia. Tutto dovuto. Per fortuna non ho detto signora.

Le cose inattingibili ci sono più vicine di quelle vicine, anzi, quelle presenti restano per noi quanto di più estraneo.«Può darsi che io studi i dettagli ma non sono un osservatore». Questo vale per ogni genio. In cambio, gli sono dati quegli sguardi, quegli accessi fatti di sguardi su cieli e giorni estivi di tempi lontani, di generazioni venture, di altri sperimentatori dell’esistenza – accessi fatti di sguardi senza veli, per esempio su qualcosa di estivo, al culmine, un che di rigoglioso: città torride, tutto molto simile, lo stesso valzer di Chopin in la bemolle maggiore, eppure molto diverso. Vi si accompagna un che di inappagato, qualcosa che strugge il cuore. Nuove onde lontane, metamorfosi quasi impercettibili, tardività – e inesaudibile, tutto.
Gottfried Benn –Romanzo del fenotipo (1944-pag 53)- Adelphi.
Vienna. Chiediamo dov’è la Berggasse perché, attirati invece dall’ombra rigogliosa della Servitengasse, ricca di ritrovi che ingolosiscono al ritrovarsi, passato l’angolo della Schlickgasse a sinistra la Berggasse ci è appena sfuggita. Vienna dalla cartina turistica, piena di incertezze, allusioni e omissioni, costringe a certi accertamenti topografici: ciò che sembra sott’occhio, portato lo stesso occhio nel reale è altrove. Per fortuna, una vecchia signora, una visione in nero, un inaspettato altro col carrello della spesa – ach c’è un mercato Billa alle spalle –, spiega che siamo vicini vicinissimi ma dalla parte opposta, indica, spiega, ci accompagna ; Ognuno che bussa trova un altro ad aprire ; accoglie con questa citazione la casa museo del maestro: casa e studio di Freud in Berggasse 19 Wien 1090. Accanto al portone intagliato, immenso e massiccio ci sono le tre snelle vetrine della biglietteria e di un caffè confortevole, con il suo dehors; da non escludere confortante. Altro. I bussanti del museo sono evidenti addetti ai lavori, non pochi con famigliole; argentini che si riconoscono dall’accento; il modo e il riguardo e il sentirsi a casa propria che tutti manifestano nei gesti e nei bisbigli denunciano la loro provenienza clinica. Ma non importa. Sono in fondo i più estranei perché intesi detentori del sapere benché nessuno, tranne uno o due, legga il tedesco delle didascalie e dei documenti. Li senti recitare a fior di labbra qua e là il rosario delle didascalie in inglese; che è altro. (nei fogli sparsi nelle teche si nota la calligrafia a elettrocardiogramma di Freud, si capisce perché molta parte della corrispondenza mostrata è a macchina). Poi, al ristoro, si berrà tè e Almdudler, una bevanda frizzante verde chiara dal vago sapore di limone e menta, tutto molto viennese come ognuno può immaginare; lì si viene mangiati da un buon dolce di mirtilli adagiati su uno strato di formaggio di capra, quasi senza pasta sotto. Altro.
La casa è un imprevedibile labirinto; o meglio un insieme di scatole di Lego; ma viene in mente Escher anche se non c’è nessuna torsione o ribaltamento prospettico; non che sia evidente; è piuttosto una sensazione. Si cammina in piano ma l’occhio fa inquadrature sbollate: le usava Orson Welles, e le usò Carol Reed ne Il terzo uomo: l’altro. Insomma questa casa non può essere che il Lego di Freud. Nel vestibolo pare di sentire l’andirivieni di passi, il fruscio dei capotti che hanno sfiorato questi muri, atteso all’attaccapanni ( qui e adesso invece è tutto un ciabattare di sandaletti e di più discrete scarpe ginnico-sportive). Con un un po’ ma non più di tanta fantasia si possono percepire anche gli strilli, il vociare delle SA che infransero i sigilli di questo tempio antropologico per devastarlo o i lamenti dei 79 ebrei costretti a viverci, nell’appartamento requisito per un periodo, prima della deportazione. Ma non c’è che dire e appena varcata la soglia la gola ci si stringe; pare di compiere o di resuscitare i passi di un rito, sale una commozione al pensiero delle varie Dora e Doro che qui deposero il soprabito, sedettero nella sala di attesa… quali indugi, quali aspettative… in transito per quella di consultazione ovvero di trattamento, Be-handl-ung si legge nelle didascalie esposte con grande precisione e abbondanza a questa e quella parete. Poi c’è l’andito di scambio per dove, finita la propria seduta, il paziente transitava in modo da non essere visto dall’altro in attesa; una garitta di confine, curiosa, piccola e stretta con una finestrella che dà su un cavedio; l’associazione è con le vecchie passerelle a soffietto dei treni un tempo: il divertimento da piccoli era traversare il convoglio da una vettura all’altra per quel ponticello di ferro in sussulto e odoroso di ferodi e lubrificante. Si intuisce un cordone ombelicale tra le stanze, quella del maestro, della figlia e dell’amica della figlia legata a sua volta dal cordone di telefono interno i cui fili strappati penzolano da un angolo vicino a una finestra. E c’è un cordone ombelicale strettissimo tra l’inventore della terapia della parola e la parola tedesca: la psicolalàlisi non poteva che essere tedesca. Perché analitico è il modo di esporre del tedesco, la sua costruzione per accumulo, così musicale della frase, il mostrare la composizione in blocchi di particole, note, significanti della parola che un prefisso o un suffisso mutano in un altra strettamente o astrattamente o distrattamente legata, ma ora ambigua, ora coniugata a un altro significato. A studiarlo rinunciando a dire che è difficile, il tedesco è la psicoanalisi della lingua – madre? tanto sono morbide le sue aspirazioni e uterine o placentari le sue declinazioni: il resto sono luoghi comuni nazionalisti, provinciali e antigermanici –. Nessuna lingua, non di quelle che si conoscono qui in Europa – altrove il giapponese? – può tradurre nel senso del profondo la complessità della parola trattata, be handel tes Wort: è neutro non femminile e leggilo vort non uort. Il tedesco che declina tutto, che ordina e subordina, fa aspettare la soluzione della frase fino all’arrivo del predicato verbale – il verbo in fondo che cos’è? L’altro che ti apre incognito e atteso? – che precisa con intransigenza, che finalmente associa, associa: Donau schif fahrts gesell schaft: Donauschiffahrtsgesellschaft: Compagnia danubiana di navigazione. Il tedesco è la lingua del sogno, una lingua di navigazione, della poesia, di Rilke, di Benn, di Nietszche. Se vuoi anche di Lehár, del valzer, di Billy Wilder infine, il macchinista della commedia. Il tedesco è un meccanismo a orologeria come quello a Vienna del nostro appartamento: evocando l’apposito psicopompo di una tastiera alfanumerica, un meccanismo si mette in funzione e la porta si apre su: altro. Ognuno che bussa trova un altro ad aprire.
Fuori in Berggasse c’è un bel sole di fornace fiorentina ad accoglierci di nuovo, tira una brezza gradevole nonostante la temperatura inusuale. Immaginati il dottore incravattato percorrere queste strade alla vigilia estiva del più efferato dei delitti seriali: la liquidazione dell’Europa-impero absburgico, nell’agosto del ’14 dopo Sarajevo, e l’assassinio dell’Austria repubblicana poi, nel ’38, e per mano di sé stessa, benché armata da Hitler. L’Austria non la Germania è stato l’epicentro di una catastrofe che l’Europa ha speso un secolo a elaborare ammesso che lo abbia fatto; e che ancora elabora il lutto di sé medesima e che tuttavia pencola smarrita sulla propria necessaria unione alimentandosi ancora di brute mitologie nazionaliste – e di campanili e rosari stonati – le stesse del 1914 e del 1938. L’Europa non ha nulla per opporsi e proporsi all’emigrazione perché è un flatus vocis senza parole. Senza tedesco. Si prende il tram D e pensierosi si torna in centro, fermata Volkstheater che è lontano, e, curioso, non fermata Parlamento che invece è lì da contemplare, vastissimo Partenone di marmo al sole. Inesaudibile.
Ti dirò qui di cose che oltretutto e oltremodo non interessano nessuno. Parto da un’ossservazione. Stavo scrivendo alcune righe in merito quando un accidente di combinazione tra tastiera e mia propria inefficienza ha cancellato di colpo l’intero post, già scritto, già cotto e mangiato si diceva. Che sia un atto mancato? Non lo so. Con molta fatica ne riprendo il filo e lo riannodo. Da un po’ di tempo ho in uggia la lettura dei romanzi e analogamente soltanto l’idea mi annoia di rimettermi a mettere sotto le mani un romanzo che ho approntato a suo tempo, rivisto e corretto e lasciato lì, per noia. Mi trattiene sull’orlo di questo sentimento la stesura dei raccontini che compilo per Gli amanti dei libri. Hanno al mio animo la virtà, anzi il vizio della brevità e dell’oblivione ; come una rapida despedida guardandosi negli occhi di qua di là dal filtro di un finestrino. And then is seen no more. La poesia che mi scrive ha questa stessa ma più intensa virtù, è inutile. Inutile immaginarne la pubblicazione, inutile immaginarne il successo o anche solo un passaggio di mano in mano tra sconosciuti che afferrino la forma del sonetto. Pochi, pochissimi, meno che pochi amici, uno dei miei figli che mi fa con pazienza ed entusiasmo da editor, possono esserene i destinatari. E va bene così (con le parole). Canzonette, esprimere uteri è al contrario ciò che viene inteso poesia. E non che a volte Vasco Rossi non lo sia.
C’è qualche analogia in ambito musicale. Fuori dal circo della musica commerciale, e per commerciale intendo anche gli immensi Wiener Philharmoniker, c’è un pullulare di artisti come il mio amico Francesco Biraghi, chitarrista, che suonano e pubblicano cd, costano è facile quattro baiocchi, e altri, prendi Alessandro Melchiorre e Gabriele Manca, che scrivono scrivono bella musica e su commissione di questo o quel festival o di questa o quella formazione. And then is heard no more. È facile essere presi per snob quando si è nob.
Credo che l’arte, questa fatta di lunga applicazione e meditata scrittura, sia all’apogeo, caro mio, al suo ultimo pianerottolo : oltre c’è una ripida scaletta.
She should have died hereafter.
There would have been a time for such a word.
Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow
Creeps in this petty pace from day to day
To the last syllable of recorded time.
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle.
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage,
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.
William Shakespeare – Macbeth, aV/s5

Sono stato per dieci giorno ospite in Engadina e mi sono sentito a torto Nietzsche, il silente. Anzi sono andato al Gedenkstein, il suo discreto romitorio di pietra e larici, laggiù in cima alla penisola che indica in mezzo al lago di Sils Maria, Qui sta di casa il bello. Bello nel bello il silenzio o, più che il silenzio, il quieto interecciarsi dei bisbigli o il rumore di fogli smossi: di persone che leggono, pensa leggono e libri persino – non parole crociate o Libero – che si bagnano poverini anche di sole e che producono il solo rumore dell’acqua che li accoglie, quando sia, interrompendosi per un attimo dal suo disteso sciabordio da mare ; e tutte che stanno semplicemente in silenzio: die große Stille è uno stile di vita quotidiana. Un silenzio non rotto dai cani, che non abbaiano, da bambini, che non strillano che non fanno capricci anche se si divertono o se qualcosa al contrario li disturba. Salutare all’incontrarsi per via, come si usa credo da millenni in montagna, è un diversivo sonoro, accennato con cortesia di voci più che detto, Grützi. Saluto che è augurio. Di bien être.
Va bene interrompiamo l’idillio, ti va’? Alè, bagno di realtà al varco che ti aspetta alla frontiera. Dunque qui dove abitiamo, sai è un tormentone, in questo stesso momento, per sola voce canina, dura da un’ora e non accenna a smettere ; è sempre lo stesso cane cui spesso rispondono suoi pari in giro, lo stesso i cui i padroni per sopramercato, ahi i padroni, spesso strillano ordini inutili quanto sguaiati e prepotenti, gli stessi con i quali poi aizzano invece i bambini. Il cane andrebbe educato, con autorevole fermezza come i bambini. I bambini qui strillano, ahi povere gioie di mamma, piangono, ordinano a genitori imbelli ma che non non hanno voglia di non esserlo o che interrogano il nulla sul come si fa ad esprimere quel minimo di autorevolezza che conviene con cani e bambini. Avranno altro per le loro teste. Qui i motorini svegliano l’aurora rododattila con scoregge a ultradecibel, qui si suona con roboanza, frenare mah se mai, qui si sfreccia via rombambàm alle rotonde nonostante il triangolo bianco rosso che obbliga a dare la precedenza. Qui si alza la voce per qualsiasi cosa, qualunque motivo, anche ciao. Qui conversare in un qualsiasi luogo pubblico è una gara che si instaura all’istante del sedersi a tavola a chi spara la voce oltre le altre ; e che lascio vincere a tutti che vi partecipano. Detesto ormai andare fuori a pranzare, a prescindere dai prezzi. Qui è così. Siamo a millenni dal civismo, dal rispetto, dalla semplice buona educazione insomma ; che poi sai secondo me è civiltà. Non quella romana del Buce che non a caso rallevò una generazione di cafoni da cafone tra i cafonissimi che fu. Ed è una pena viverci qui, a dispetto delle qualche persone a modo e simpatiche, cólte a prescindere dal sapere, che ti capita, a volte, di incrocicchiare.
Una conoscente di pura fede melosalviniana mi dice, Se non ti piace qui puoi andartene. Un’opzione che accarezzo.
Page from The Goddess, 1990 by Moebius (Jean Giraud, 1938–2012)
Seguendo in History channel l’ennesimo, visto ma sempre agghiacciante e nuovo documentario sull’ascesa e trionfo di Mussolini, mi è venuto alla mente incantatore di serpenti. Poi, osservando quel mascellone, come lo chiamò Gadda, e andando a Putin ho trovato qualche somiglianza tra incantatori, dei quali una cosa mi pare certa: è indispensabile abbiano serpenti che si lascino incantare. Amen.
| A parziale compendio ovvero a corollario di quanto apparso ieri con lo stesso titolo copio qui un bel fondo apparso oggi, sì domenica, in Pangea, la rivista corsara di letteratura in quanto navigazione corsara; l’autore è quasi di sicuro il nume della rivista Bullo, che non si firma ed è già un indizio. Habeat corpus.
Vacanze, ovvero: epica della diserzione Panottico. L’altra faccia di Pangea Vacanza porta in seno le stigmate del vuoto. Vacante, per via etimologica, significa “esser vacuo”, cioè “rimanere vuoto”. Vacuità, vuoto: concetti eccelsi se si è un contemplativo – ci si svuota di sé, per empire il vuoto, per fare ingresso nell’empireo del vuoto. Nel contesto odierno, piuttosto, la vacanza è l’emblema del vuoto pneumatico del ‘vacanziere’, figura sempre felice e sempre frustrata che vagabondeggia da una brandina all’altra, veleggia tra una scarrozzata a cavallo, una tornata in bici, una missione montana: il tutto ad alta densità ‘sociale’ (o social, è uguale), pagandosi il confort di essere lì come altrove, mera cartolina turistica; pagandosi, per lo più, il privilegio della frustrazione. Alla parola vacanza, preferiamo allora diserzione, che significa abbandonare una bandiera – quella estiva, festivaliera – che non si ritiene più propria, e, in profondità, fare di sé un deserto, desertificarsi, devastarsi. Come vedete, tra il vuoto dell’autentica vacanza e il deserto della diserzione c’è un’affinità paradigmatica, paradisiaca, spirituale. In fondo, qui, si tratta di riassegnare il giusto posto ai segni, deviati dalla bulimia d’uso dell’oggi. Per il resto, il nostro addestramento passa per Melville. Piaceva tanto a Carl Schmitt. La vita per mare di Herman Melville dura quattro anni, dopo aver tentato vari lavori, compreso l’insegnante. Il primo lungo viaggio, imbarcato come marinaio, lo fa nel 1839, sul “St. Lawrence”: ha vent’anni e percorre la tratta New York-Liverpool. Molti anni dopo, nel 1855, esaurita l’ennesima vita, quella da letterato, ritenuta insoddisfacente, Melville è di nuovo a Liverpool, fa visita all’amico Nathaniel Hawthorne, a cui ha dedicato Moby Dick, autentico, evanescente, leggiadro leviatano della letteratura americana, lì in qualità di console, grazie ai benefici ottenuti dall’intimità con Franklin Pierce, quattordicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. “Melville, come sempre, cominciò a ragionare della Provvidenza e della vita futura, e di tutto ciò che è oltre la conoscenza umana, e mi informò che ‘era più o meno giusto alla conclusione che sarebbe tornato al nulla’, e però non sembra trovar riposo nella previsione” ricorda, Nat. Ci sarebbe da urlare al miracolo editoriale. Ovviamente, dobbiamo fare copia-incolla guardano oltre la tendina delle Alpi. Riassunto bibliografico. Nel 1987 – poi 2004 – Il Mulino edita Il nodo di Gordio: dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo tra due titani del pensare, Carl Schmitt e Ernst Jünger (ora ripreso da Adelphi). Nel 1999 – poi 2012 – l’editore tedesco Klett-Cotta pubblica il carteggio tra i due, che testimonia una amicizia durata dal 1930 al 1983, pochi anni prima della morte di Schmitt (1985). Nel 2020, in Francia, Editions Krisis traduce quella Correspondance (1930-1983) con didascalia esemplare: “Ernst Jünger, il più noto tra i grandi scrittori tedeschi contemporanei, e Carl Schmitt, il politologo più citato e commentato al mondo, si sono incontrati la prima volta nel 1930. Da allora, hanno coltivato un rapporto di amicizia basato sulla reciproca stima. Entrambi hanno assistito in prima persona agli sconvolgimenti del XX secolo. Durante il Terzo Reich, Jünger optò per un esilio interiore, mentre Schmitt preferì compromettersi con il nazionalsocialismo. La loro amicizia fu profonda, e la loro elevata posizione intellettuale continua a illuminarci”. Da quel carteggio, in particolare, abbiamo estratto le parti che rivelano l’interesse di entrambi verso l’opera di Melville e di Edgar Allan Poe. In uno studio del 2006, Carl Schmitt’s Myth of Benito Cerano, pubblicato su “A Journal of Germanic Studies”, Thomas O. Beebee scrive: “Carl Schmitt, specialista di diritto pubblico e costituzionale, resta la figura più controversa della cultura giuridica tedesca, uno dei pochi intellettuali di destra che continui ad attirare studi e interesse; è il pensatore politico più legato alla letteratura del XX secolo, colui che ha permesso al mito e alla finzione di irrompere nel diritto per creare una ‘teologia politica’… Insieme all’amico Ernst Jünger ha letto i grandi autori americani, Herman Melville e Edgar Allan Poe su tutti, come profeti della situazione globale della Seconda guerra e del dopoguerra, compreso il tramonto dell’epoca delle sovranità nazionali. In particolare, Schmitt cita il Benito Cerano di Melville nella sua opera più di qualsiasi altro testo della letteratura mondiale pur non dedicando a quel libro un saggio specifico”. In Ex Captivitate Salus Schmitt paragona la propria situazione a quella di Benito Cerano. Lo scambio di lettere tra Schmitt e Jünger ne esplicita le passioni letterarie: Schmitt è un assoluto melvilliano; Jünger ha maggior sintonia con Poe, forse per il suo talento nell’esplorare ambiti letterari diversi, difformi, coniugando la propria poetica allo studio scientifico, tra l’occulto e l’oggettivo, l’esperienza dell’enigma. |