Quadrato nero

Quadrato Nero

Kazimir Severinovič Malevič (in ucraino: Казимир Северинович Малевич, Kiev, 23 febbraio 1879 – Leningrado, )

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Una mattina mi sono svegliato ed ho trovato un quadrato, quadrato nero. Ogni mattina il quadrato nero si colma delle immagini gratuite di orrore ( termine autoassolutorio) che mi infliggo con il desiderio di espiare la colpa di essere umano, cioè belva. Ed è tutto, guardare e leggere del peggio e del pessimo, l’ho già scritto, è un tu devi sottrarsi al quale non è da conigli (che io non mangio, perchè mi rifiuto di nutrirmi del morto e dell’ucciso anche a scapito del mio benessere ma che al sovrastimato benessere della specie intesa egemone e dominante vengono cotidie immolati ), non è da conigli ma immorale. Con ciò raccomando la lettura qui a seguire su Pangea di oggi. Amen.

P.s. Mi è capitato di sentire dire dalla presidenta di un ente qui di Milecco, in apertura di un concerto pianistico da essa sponsorizzato, della “sofferenze del popolo ucraino ma anche di quello russo”. È la teoria degli opposti estremismi di sessantottina memoria. Infame. Gliel’ho detto e lo ripeto

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L’ElzeMìro di Martedì 5 Aprile

In via del tutto eccezionale, copio e incollo qui, integrale da Gli amanti dei libri, il pezzo che ha sostituito oggi il consueto quindicinale ElzeMìro.

L’ElzeMìro questo 5 Aprile è assente giustificato e lo sostituisce, prestandosi a tradurlo e forse chissà tradirlo, il suo eterònimo P.E.D. D’Ascola.

In sostanza però i due sono d’accordo nello scrivere per paradosso il silenzio, il minuto silenzio dei parenti dolenti ai banchetti funebri. Si mangia e si beve commisurando l’atto del continuare a vivere, alla certezza del morto che è stato e che siamo; morti in contumacia cui si dedica, tra le parole e con le parole, il silenzio dell’anima ferita e che, disdetta, si affanna a dimostrarsi viva. Finché può. Pensiamo D’Ascola e l’Elze Mìro (eterònimo dell’eterònimo) che se, mentre il mondo brucia non smettiamo per un attimo di farci i capelli, da testimoni ci facciamo complici. Abdichiamo dal ruolo di parenti per assumere quello di apparenti. Tempo fa in un bel film di Roger Michell, Il ritratto del duca, l’avvocato difensore del protagonista, citandone una perla, dice alla Corte, … Perché io sono voi e voi siete me… e lui… e tutti.

Ora l’assunto per cui l’Elze Miro fu assunto è che qui non si toccano tasti sgraditi o sgradevoli che, in un certo senso, non si prende partito. Ma come si può lasciar parlare l’animella bella di giochi di perle all’urlo nero della madre, al lamento d’agnello dei fanciulli, tra i morti abbandonati nelle piazze. Si può. Ma fino a un certo punto. Oltre, occorre andare oltre la apparenze e ricordarsi che, in vita, un ruolo occorre assumerlo, quello di parenti. Non si può tuttavia essere parenti di tutti a mmuzzo. Questo vezzo lo si lascia ai cristiani. Molto cenere alla cenere, ash to ashes, molto terra-terra, l’Elze e P.D. si limitano a ricordarsi parenti di alcuni fino a confondersi con essi: io sono voi e voi siete me, noi… Siamo le donne violate, i bambini bruciati, i vecchi storpiati da una pallottola nella nuca, i piccoli operai di un benessere faticato e conquistato per la libertà dal bisogno, non per le concessioni del Tiranno.

Ecco queste parole nostre si possono mandare al diavolo, non leggere, o tramutare nel dovuto silenzio. Invece, queste di Piero Calamandrei – chi fuera costui, domanderebbero i piccoli lettori di Elze Mìro – vanno invece, rilette e per benino e al chiaro di queste lune.
Al nome Kesserling, altro Chieracostui, sostituire con guizzo poetico il nome  Vladimir Vladimirovič Putin, al quale l’aggettivo camerata si addice alquanto: più nero del nero, il tenebroso. Vedano poi i piccoli lettori come sostituire italiani. Resistenza, a lettere capitali, non credo debbba essere toccato.

L’epigrafe di Piero Calamandrei per il camerata Kesselring

« Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA »

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Albert Kesselring era il comandante delle forze di occupazione tedesche in Italia. Nel 1947 fu processato per crimini di guerra e fu condannato a morte. La condanna fu poi commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu liberato per via delle sue condizioni di salute e dopo il suo ritorno in Germania disse che gli italiani dovevano essergli grati e avrebbero dovuto dedicargli un monumento. Piero Calamandrei, partigiano e politico italiano, scrisse questa epigrafe.
(la nota da Il Post del 25 aprile 2016)

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Far from the madding crowd

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Two Eyes and Two Heads,  Wenceslaus Hollar (1607–1677)
In anni più placidi tuittare si tuittava  sempre a vanvera ma di solito le notizie del proprio lavoro, pubblicazioni, eventi e via discorrendo. Ne ho fatto, di questo souscial l’uso che il libraio fa della propria vetrina. Poi ho scoperto essere vetrina per analfabeti, masanielli, sanculotti sculettanti, cretini in servizio permanente effettivo tra i quali hmm… ma cche te lo dico a ffa’. In questo ultimo scorcio di tempo infatti fino ad oggi stesso, Twitter da vetrina s’ha trasformato in  pitale in cui, dal più acuto imbecille al professore in preda a rush di demenza precoce, tutti si esprimono e lasciano lì a fementare, defecano cioè, le feci del loro cervellino intestino o mettono agli atti i loro più sconci tra gli atti. E fossero soltanto pippe. Tra questi impenitenti autofornicatori e coprovori naturalmente vi sono figuri loschi come San Vili e compagnia brutta. Poi a cascata i migliori dei peggiori, cioè i pessimi: prefiche senza cadavere, stregoni, fattucchiere antivax, ratti, bucanieri, sabordi e cercopitechi,  Per dunque che, e a prescindere da quanto tu mi pensi intelligente e pieno di virtù, me dico che soli è meglio  sempre che accompagnati male: far from the madding crowd, via dalla pazza folla. Punto
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L’ElzeMìro di Martedì 22 Marzo

Favolette Brechtiane 26

Il tamburino di Leopoli

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Panoramica notturna di Leopoli oggi ©AP

http://www.gliamantideilibri.it/?p=77386

in  http://www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi

BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

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Stupro a domicilio

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Prescritto. Sono troppo vecchio, malandato e, tra pressione ballerina e dolori alle gambe, sarei d’impiccio alle truppe dei volontari. Ma non avessi vincoli e fossi più giovane , non ho dubbi, sarei partito volontario,  o a menar le mani tra i fornelli da campo o in una ambulanza o persino a combattere, sapendo benissimo dell’opzione decesso. Pochi mi sembra intendano che l’Ucraina di oggi è il terreno dove di nuovo il mondo affronta il fantasma, chissà l’incubo, di ogni perdita: de la libertà dalla paura e dal bisogno, del diritto a vivere a prescindee da quel che ne pensa il proprietario del forno crematorio. Che è poi la sintesi della libertà fattuale non di quella idealistica e ideologica. Le carognate verbali, condivise di sicuro da torme di pensionati in tuta ginnica, pancia alcolica e gratta e vinci nei migliori bar di periferia, dette da quel Fenotipo del Papete a proposito di chi fugge dalle guerre, non fossero da campionario dell’infelicità di genere, sono da fiera delle castronerie. Però…

Quando nel 1974 alla scuola d’arte drammatica Piccolo teatro di Milano facemmo lo spettacolo di metà anno, Se questo è un uomo di Primo Levi, sapevamo poco di lui ma immaginavamo di renderci consapevoli, – fosse stato necessario, ai tempi si cresceva a pane e 25aprili – di un passato cui in tutto, gesto, atto, conferivamo un’aura da Iliade, di retorica epica. Il nostro maestro Checco Rissone era stato comandante partigiano nel Cuneense e per lui, cui ho nel tempo conferito lo statuto di genitore ulteriore, senza dubbio la sensibilità, a distanza di 30 anni dalla fine della guerra, era del tutto diversa dalla nostra, che di quei fatti avevamo una memoria sì ma retorica appunto. Si leggeva…
Peraltro mettere in parola, dire cose ragionate, razionalizzare, essere straniati dalla puzza, garantisce probabilmente l’esorcismo dalla paura. Da parte dei filibustieri di destra e sinistra uniti in un caldo abbraccio col monaco nero del Cremlino, si tratta di delirio sadico, Salò Sade e Cremlino. Hai visto le foto dei paramilitari fascisti di Serbia avvolti nella bandiere russe, incubi rigurgitati da un passato Gavrilo Princic e Trst je naš e l’ostia che li brusi e le stronzate circa l’occupazione della Nato, intesa come entità sovrannaturale, in Occidente. Alla NATO si aderisce volontariamente, tutti hanno aderito volontariamente, fu errore o si o no non dico di no, in un libero patto di mutua difesa non certo in punta di missile supersonico: ma appunto il discorso leghista e dell’internazionale fascista, anche pare dei repubblicani in Merica è, Povero dittatorello cosa vuoi che faccia sperduto tra i suoi missili. Mettere in parola vuol dire con molta probabilità dare voce alla paura. Evito di dire angoscia che saprebbe subito di Xanax e Woody Allen. Con estrema stanchezza pertanto ma scrivo lo stesso; benché sia pochissima la voglia di occuparmi d’altro. Non mi contraddico ripetendo che in generale e particolare mi mancano le parole. Mi manca però anche la loro assenza. Il silenzio, l’occuparsi dei propri fiori e piante ( potrei scrivere di un romanzo inutile di Houellebecq, Anéantir, ma è inutile) mi pare non meno complice tra i complici, le varie Marte Collot (leggerla per credere, povera pasionaria idiota) la Cina ( our position is objective and fair) e l’internazionale fascista stretti a coorte ( sintesi orripilante di quel che mi pare di vedere: dittature contro democrazie liberali, 0-0. Per ora). So benissimo che solo il fatto di apparirsi in questo modesto blog è un sintomo, per essere cortesi di una scioccheria da cui quasi nessuno è esente ¿fishing for compliments? Ma con l’attenuante sostanziale, per lo scrivente, che qui non si chiamano alla sbarra e non ci si nasconde dietro le false testimonianze di Heidegger o Nietzsche o AristotÍle, il re di quanti chiacchierano a Vànvera, località di villeggiatura nella geografia dei pinocchi.
Quasi per senso del dovere, dunque nonostante la poca voglia di apparire, la sostanziale inutilità di queste righe in questo blog, e sforzando il mutismo di risulta, ti scrivo che condividiamo la stessa paura per non dirla terrore.

Warning upsetting scenes. Bene. Mi pare che occorre al contrario abituarsi a fare gli anatomisti per procura e imparare a guardare i morti, a sapere delle donne violentate, sminuzzate dopo, indi rogo ( la donna come strega e buco da mandare in fumo per nascondere le tracce del desiderio); come si impara da piccoli a guardare i nonni e più tardi i padri, così inespressivi nella bara, mi pare utile e indispensabile non distogliere lo sguardo dal sangue, dalla macelleria, così enfatica nel sopravvalicare l’occhio. Guardare in faccia i morti. Se sono sciupati tanto meglio, così si constata che l’eroismo o il capochino passano per il tritacarne. Ricordo la testimonianza di un soldato inglese in un documentario BBC ( fidarsi, ricordo ma non situo più niente, il cosa prevale sul dove e quando) di alcuni anni orsono, La guerra è soprattutto puzza. La mia generazione, quelli cui non sono state cucite le palpebre, è cresciuta con negli occhi dell’immaginario le foto, ( la foto, l’immagine è sempre immaginario) forse soprattutto quelle in movimento del film di Hitchcock su Dachau e affini. Dei cumuli di cadaveri. Le immagini salvano il naso dalla puzza di morto e di vivo. Puzza. La tutina a righe che mi fu mostrata da piccolo in casa di un sopravvissuto di Mauthausen, mi impressionò: uscita da un cassetto del comò, lavata e stirata non so perché-percome puzzava ancora. Sarà perché ai tempi non c’erano detersivi in capsule a doppia e tripla camera, ammorbidenti, diserbanti, napisanti, solo Ava come lava (?) come può (!)

Ogni mattina mi sveglio con il sentimento della fine di tutto, fine delle casette, dei gerani, dei comodini, di frigoriferi, colapasta e scatole di tè, del diritto alle mie scarpe lucidate, alle ciabattine di plastica con fiori e senza, di tutto il corteo delle piccole cose di pessimo gusto, che arredano la scena delle vite più o meno miserabili che tutti conduciamo e che ci rendono simpatetici – salvo essere canaglie e ce n’è di quelle che si sbrodolano nel vocabolario ogni giorno – quanti tanti stanno perdendo tutta questa miseria, magari gli orsacchiotti e i gatti. Provo una pietà terribile e devastante, perché impotente, per tutto questo, proprio perché è l’anticamera di una eventuale nostra sorte. ‘Scolta Saba, In una capra dal viso semita/ sentiva querelarsi ogni altro male,/ogni altra vita.. Il buddismo la chiama compassione, alla lettera patire con. Me, mi interessa poco per me. Ho dieci, o quanti anni meno ancora da vivere, non so, abbreviarne la corsa mi fastidierebbe e capirei il razzo che mi colpisse, più del cancro. Raziono l’acqua, penso che potrebbe finire – tra l’altro non piove da 90 giorni, siamo a un passo dal collasso delle centrali idroelettriche – per lavarmi penso a chi non può farlo, così bagno il sapone, chiudo l’acqua e mi insapono, mi sciacquo di corsa. Di tutto penso che finirebbe in un nuvola. Su per un camino, virtuale non saprei dire fino a che punto.

Non credo che si può (indicativo presente) pretendere la resa di un popolo al nostro interesse, legittimo, di tranquillità e crepate o arrendetevi; non c’è posto qui sulla barca, affondate.
No, con questo criterio nulla sarebbe mai stato fatto per fermare o tentare di fermare il male il maligno – ha detto Massimo Recalcati ricorrendo a una dizione colorita, retorica ma efficace sul piano dell’immaginario collettivo – che vuole da sempre dominare il mondo e che certi figuri incarnano e sempre hanno incarnato meglio di altri. Il meglio del peggio è il pessimo. Tu dici arrendersi perché se ti bastonano in trenta cosa vuoi farci. Sì non è inesatto, se sono trenta. Mio padre mi insegnò però che se fossi stato attaccato da una bandera negra, usava durante la sciagura sessantottina, primo attaccarsi al primo che capitasse a tiro e morderlo in mancanza di altre soluzioni. Arrendersi al sopruso, all’abuso è certificarne la patente, è dire della donna violentata che però aveva la minigonna e cos’è tutta questa libertà di rossetto e tacco 12, è dire che i bambini in fuga dagli orchi stanno solo facendo un brutto sogno della propaganda capitalista. Ecco cosa blatera l’internazionale degli Jaghi.
Senza questo diritto del perdente possibile, non ci sarebbe stata la rivolta di Varsavia, né la resistenza afgana, i nostri padri non avrebbero dovuto resistere ai fascisti per timore di mali peggiori. Senza via Rasella non ci sarebbero state le Ardeatine, forse, ma queste non fermarono la Resistenza. Non bastonare Franco invece, non aiutare la repubblica spagnola con armi e aerei, fu abbandonare la Spagna a 40 anni di una disgustosa dittatura, prima disgustosa poi dittatura, e negare a un popolo le faticose conquiste del benessere dei poveri. Guarda, senza questo diritto nemmeno Maria Goretti. La libertà è una cosa modesta, a mio avviso, libertà di scegliersi le condizioni della propria modestia. Il diritto a essere stupidi e a battersi se è il caso a dispetto della stupidità, non si negozia. L’alternativa è lo stato etico; dai Robespierre agli Khmer rossi, quale sia la forma che assume, le differenze sono di metodo e di tecnologia. L’alternativa è accettare, anzi divulgare, la storiella che qualcuno ha diritto sopra tutto e ogni cosa a far fuori questo diritto e a imporre il proprio modo di comportarsi e dire. Arrestare, benedire, violare. Il consenso generato dal terrore e quello in grazia della modesta libertà di scegliere, di dire no infine, sono due cose diverse. Il terrore è la teoria di tutti i conquistadores, da Gengis Khan, a Napoleone, su fino a Hitler e ai suoi lugubri imitatori che si chiamino Komeini o Erdogan, Assad o Al Sisi. Il terrore che genera orrore. La Russia cos’è oggi se non uno stato fondato sulle convinzioni di un orribile prete demente e di un orrendo ex funzionario dei servizi sovietici che decidono chi può dire e che cosa. Chi può vivere e chi no. Così che vada al MacDonald’s.
Primo Levi meglio di me riassunse così e tanti saluti a ssoreta:

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi . Se questo è un uomo

Qui alcuni link dove potere donare per sostenere lo sforzo bellico alla facciaccia di tutti:

https://secure.avaaz.org/campaign/en/prosecute_putin_loc_rb/?caWaxlb
https://www.medicisenzafrontiere.it/landing/emergenza-ucraina/?donor_type=1
https://www.unhcr.org/it/cosa-facciamo/emergenze/ucraina/
https://www.savethechildren.it/

https://twitter.com/heytherehaley/status/1504832580302028824?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1504832580302028824%7Ctwgr%5E%7Ctwcon%5Es1_&ref_url=https%3A%2F%2Fwww.ilpost.it%2F2022%2F03%2F19%2Fmariupol-ucraina-combattimenti%2F

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Questioni di stile

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Artemisia Gentileschi-Bathsheba

En passant. Te tu mi dichi che ’un sopporti la rethorica in corso d’opra circa l’icché succede. Ma alle corte occorre a mio avviso domandarsene un poco. Sarà che se ne cattura la dismisura? Percepire questo confine è questione di sensibilità, maniere, anche intese per buone ∽, buona fede, empatia e onesta intenzione . Virtù contraria a quella che Don Giovanni ostenta nel voler sedurre Zerlina La nobiltà/ ha dipinta negli occhi l’onestà./ Orsù, non perdiam tempo; in questo istante/ io ti voglio sposar, dove sposar è facile facesse allora ridere o indignare assai, tutti che da un pulpito o da un letto intendessero una sola cosa: scopar. Con una definizione che ho usato per anni nel mio piccolo ambito, molto ristretto ma ben frequentato, una questione di educazione estetica.

Se scrivo, come qui sopra, per anni, non faccio che segnalare a me stesso prima e al mio altro di là dalla schermo, che un certo atto si è protratto a lungo, per anni. Ma sorvolo. La definizione traccia un cerchio, tende ad avvalorare l’atto legandolo alla sua variabile tempo che, appunto lo circoscrive. Gadda avrebbe scritto chissà per anni 4, mesi 7, giorni 12, incalcolati minuti; e se avessi scritto io, per secoli, ecco che con due tipi di iperboli molto distanti tra loro benché simili, si passerebbe all’esercizio della retorica.
Dall’usque tandem Catilina di Cicerone, fin su al blood, tears, toil and sweat di Churchill passando per gli otto milioni di baionette del Buce, si usa della retorica per vari scopi, convincere, anche nella variante imbesuire, usando la lingua e non solo in modo impressionante, emotivo, seducente anche nel senso di manipolatore. Tutta l’arte, se è tale, adotta stili, gradi, livelli, registri retorici. La differenza è fatta da chi sa usare con metro e giudizio e a proposito questi mezzi.

Se osserviamo nell’oggi, le pagine delle autorevoli testate estere, autorevoli in quanto estere, si può osservare che allo stile asciutto del comunicato AP si associa l’immagine. L’immagine ben inquadrata, giusta di luci, colta fresca senza apparenti mediazioni, del pompiere, del soldato, delle lacrime, del sangue, fornisce al resoconto il suo indispensabile clockwork emotivo, in assenza del quale qualsiasi comunicazione somiglierebbe a un bugiardino medico, anche meno, al libretto di istruzioni della lavatrice. Avrei scritto assai di preciso dispositivo, o avrei potuto usare il giornalistico enfatico detonatore, ma clockwork è la parola fulminante che sa di orange, di Kubrick del ghigno di Burgess e MacDowell; certo è eccessivo ma vuole incidere nell’immaginazione dell’ascoltatore un tratto, persino una ferita o un graffio in qualche modo convincente, forse chissà indimenticabile.

Cosa avrebbe fatto Malaparte di un libretto di istruzioni ? Un campionario di aggettivi triplicati: lavaggio forte, impetuoso, insistito, clorotico. La centrifuga sarebbe per lo meno folle, vorticosa fino a diventare turbinio di mille maelstrom in cui i panni sconvolti si squassano contro le pareti del cestello (come)battuti dalle mani di mille lavandare meccaniche. ( Qualcuno ricorderà in Kaputt la totale invenzione dei soldati russi infissi dai tedesci nel ghiaccio a far da cartelli stradali o quella delel donne granchio in La pelle) A Malaparte non bastò mai un aggettivo, il suo stesso narcisismo era retorica.

Il celeberrimo distacco brechtiano, lo straniamento epico è retorica. Vuole indurre al pensiero e non alla reattività ma in ogni modo colpire i sentimenti. Brecht del resto mai lo negò. Sono retorica i colpi di grancassa nella 1812 di Čajkovskij, gli abbellimenti, i virtuosismi; l’aggiungere o l’asciugare un testo, o un discorso è esercizio di retorica. Non per niente considerata arte in antico. Fu retorica la celebre (in Spagna) quanto secca, e retorica appunto, replica di De Unamuno al, Viva la Muerte, del fascista quanto retorico José Millán-Astray y Terrero (in questo blog più di una volta citato) all’Università di Salamanca nel ’36: Venceréis pero no convenceréis.

Il limite della retorica è tuttavia la dismisura. Percepire questo confine è questione di sensibilità, maniere, anche intese per buone∽, buona fede e onesta intenzione, attinenza, ; questione di educazione estetica. A mme mi pare perciò stesso ‘e si possa dire che di retorica è intriso il nostro modo di comunicare. Icché? I fatti, direbbe qualcuno, eppperò a confonderne  il senso, ovvero la direzione? Sì e no, i fatti non esistono propriamente. Esiste invece ed è inevitabile, il qualcuno che li registra, e che senza eccezioni li riveste, traveste, li perpetua con un inevitabile apparato retorico dovuto a personale sensibilità, maniere, anche intese per buone ∽, cultura ed educazione estetica. Nota caro mio che non ho trascurato e ho tre volte retoricamente citato di includere la buona fede e l’onesta intenzione. Riguarda meno l’ambito artistico ma pensa la fatica di Šostakóvič per confinare entro limiti accettabili l’obbligatoria enfasi popolar bolscevica necessaria alla sua musica per sopravvivere a un pericoloso crucifige in effige, poi Siberia. Riguarda invece sempre il giornalismo il cui esempio più deteriore che io conosco si ritrova appunto in Malaparte. I corrispondenti telegiornalistici di Stato/Rai di oggi ne sono esangui epigoni. Avrei potuto scrivere, modesti o pallidi, ma vuoi mettere, esangui?

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Il disagio del guerriero

Sento disagio nel pubblicare questa nota rabbiosa e che aggiunge parole e basta alle tante dette e a venire.

‘Scolta però, ti dico, mio padre aveva un amico, mira sto parlando di defunti anni venti,’ e come si dice fraterno, attributo di vaga interpretazione ma insomma fraterno, cresciuti insieme, stesso dialetto triestino d’origine, stessa strada stessa osteria. Lui Luciano convinto fascista; mio padre, vittima precoce del regime, come suo padre e sua madre antifascista culturale e genetico, partigiano, decorato e bla bla. Lucy Luciano appena più grande di mio padre, partì per andare a spezzare le reni alla Grecia, poi quando la Grecia le spezzò agli italiani si trovò infognato a Mostar-Bosnia con un freddo tale che i soldati si rompevano a vicenda il naso per non che gli cadesse(sic). Farla breve e per voce di Luciano che ricordo bene assai, Visto che l’esercito italiano era comandato da delinquenti (sic)– al mito postbellico di italiani brava gente egli non aderì mai e senza riserve – e vista la bontà dei locali, Luciano disertò. Con cautela passò ai titini e per qualche tempo combatté con loro. Poi siccome di guerra ne aveva avuto abbastanza, s’avventurò a Milano, dove stette nascosto ma palese: andava in giro un po’ sì un po’ no, con spilla del PNF (vedi in Wikipedia) all’occhiello e nessuno osava chiedergli cosa ci facesse a Milano, del resto era stato dato per disperso. Documenti falsi. A Milano quando mio padre ebbe bisogno di nascondersi perché non solo comunista,  ma Bandit ricercato e condannato a morte in contumacia, Luciano lo nascose in casa propria, tra l’altro in via Monte Nevoso nello stesso stabile divenuto poi famoso per la vicenda Moro/BR. Mise in atto una forma di protesta radicale l’uomo, individuale ma efficace. A suo modo, forse molto in piccolo contribuì alla disfatta del regime.

A mio avviso sta prendendo o si farà strada nelle orecchie della gente una leggenda simile a quella del Itabragente, quella dei russi brava gente cacciati in guerra nolenti. XXI secolo: i soldati russi sono signori che usano Internet, venivano in vacanza chissà a Rimini, prendevano paste occidentali in discoteca, avevano un account FB o Instagram, loro amici o familiari giorni or sono hanno forse fatto la coda per mangiare l’ultimo burger prima della chiusura di McDonald’s. Da soldati sanno benissimo che se si spara a un vecchietto che cerca di fuggire, spesso muore, se si sgancia in volo una bomba su una casetta di paese o su ospedale, succede quel che sappiamo. L’ufficiale a bordo del bombardiere è un ingegnere, astronomo, navigatore navigato, matematico, ne sa più di Bertoldo, sa benissimo cosa fa, lo sa benissimo il capo carro. E invece di fuggire con l’aereo in Polonia o dove ti pare e consegnarsi, disertare, e il capocarro invece di girare il cannone e far fuori gli ufficiali e poi correre a consegnarsi agli ucraini, disertare, ecco questi due individui cosa fanno invece, bombardano alla sanfasò, deviano le condutture dell’acqua, tagliano l’elettricità. Si dice che già sia cominciata l’allegra sarabanda degli stupri, del resto pare che il grosso Putin abbia cooptato unità siriane, forse all’uopo. Piccoli e grandi Putin si divertono, per me è fuori di dubbio. Non hanno giustificazioni. C’è niente da capire. Sai, dici, hanno sofferto da piccoli con padri ubriaconi: e cchisefrega, meno botulino e più TSO. In Normandia, se non prima, i soldati tedeschi  avrebbero potuto consegnarsi, smettere di sparare, arrendersi, invece crucchi nichts. Combattere a dispetto dell’evidenza. Per dispetto. Ma i tedeschi forse contribuivano a un mito personale, alimentato da un’ignoranza crassa. La propaganda li aveva imbesuiti. Forse sì forse no però. Scusanti zero. Agli assassini piace sparare. I poveri braccianti meridionali spediti al fronte nella prima guerra mondiale, a un certo punto si ribellarono. Poi furono fucilati certo ma perché non furono capaci di ribellarsi sul serio e sparare agli ufficiali o sparire come Luciano. I braccianti non sapevano niente. Non leggevano e non erano nemmeno letti dalle classi dominanti. In Tutti a casa, il coniglio Sordi alla fine però prende il fucile, si difende e insegna a difendersi.

Trovo evidente che con la sinistra e la destra unite nel pacifismo e nel pacifismo degli italiani che 6/10 sono contrari all’invio di armi agli ucraini, pare, sia difficile essere concilianti. È lo stesso atteggiamento panciafichista si diceva un tempo e fascista di fatto che adora e blandisce il prepotente, il vincitore, si fa i cazzi propri nella migliore delle ipotesi o ciuccia i cazzi altrui per blandire e vedremo le lamentele della Confindustria per i mancati guadagni dai traffici con la Russia. Signo’ tenimmo famiglia e spiagge private.

Siccome ho studiato qualcosa ti ricordo che nel ’36 la fine della Repubblica Spagnola la determinarono le potenze occidentali che per paura del comunismo non inviarono armi e munizioni ai repubblicani. ( a parte Stalin che le mandò, in comode rate, ma poi fece in modo che i comunisti assassinassero gli anarchici, aggiungendo guerra civile a guerra civile).
Ma che persone sono costoro? Sono dei Salvini, trincerati dietro il mantra negoziale. La dignità del battersi, la stessa degli ebrei a Varsavia, degli Irlandesi, dei Curdi, non sfiora la mente di costoro. Finalmente il cerchio tra sinistra e destra si salda in un un’unica visione implacabile dell’umano: il ratto, l’infame, il comodóne, se non il comèdone. Gli aggettivi danno soddisfazione a chi li usa ma non modificano la realtà che è peggio.

Senti poi. Una mia ex collega mi dice che tra i russi iscritti al Conservatorio di Milano, è invalsa l’attitudine a strisciare lungo i muri, a non parlare russo tra loro, a cercare di sparire. Si tingerebbero i capelli di castano, mi dice l’amica. Un accenno di dissenso scritto o anche il contrario nada. Uno, Straccio il passaporto e chiedo asilo politico, nada. Nada. Nada. Tutti chiacchiere e solfeggi. La domanda è che persone sono? Che infami. Che svergognati. Che inestetìsmi. L’aggetivazione denuncia il disagio di avere a che fare con umani così.

Su tutto ciò, su questa rovina brilla tuttavia la stella della signora Netrebko, la soprano black&decker, la sabotatrice dei teatri d’opera occidentali. Si è rifiutata di dissociarsi dal suo santo patrono; l’hanno cancellata dai teatri mondiali ma vivaddio la smetterà di portare rovina all’opera specie italiana con i suo rutti da alcolista. Canterà kalinka a motore sulle rovine di Odessa. È una grande consolazione per noi sapere che non si farà più viva a Milano.

Sento disagio, ti ho detto, in generale sempe quando oso dire dell’indicibile. Trovo disagio per non stare zitto fronte ai ronron di quelli che non ne provano: intellettuali e professori e filosofi, qualcuno che conosco e non nomino, tutti mangiatori di merda del mago che discettano, accusano, tutti pacifisti sì ma col culo degli altri. Degli ucraini nella fattispecie. Difficile per essi/loro/li da capire che tra essere pacifici e pacifisti ne corre di acqua. Un Dniepr. Provo disagio e non sono sicuro di non essere fuori luogo qui e in generale. Aggiungo soltanto che me lo permettessero età e salute, già sarei perlomeno in una cucina da campo lassù a preparare minestroni. Almeno. Ma sarei d’impiccio e me ne dispiaccio. Mi accontento di quel che riesco qui a distanza. Contribuisco al conflitto con sapone, coperte e pannolini. E me ne vergogno.

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A woman who was evacuated from Irpin cries kissing a cat wrapped in a blanket at a triage point in Kyiv, Ukraine, Friday, March 11, 2022.
(AP Photo/Vadim Ghirda)
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L’ElzeMìro di Martedì 8 Marzo

Favolette Brechtiane 25

Il teatrino di San Bonaventura

Donkey, 2019 by Eckhart Hahn (b. 1971)Eckhart Hahn – Donkey 

http://www.gliamantideilibri.it/?p=77293

in  http://www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi
BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

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Hai mai vissuto…

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Suprematismo

Kazimir Severinovič Malevič (in ucraino: Казимир Северинович Малевич?, in polacco: Kazimierz Malewicz; Kiev, 23 febbraio 1879 – Leningrado, 15 maggio 1935)

A margine della tragedia fresca fresca con ricche illlustrazioni  a colori, lascio un’osservazionei di puro ordine estetico. Qui come sai non si parla di politica per non sporcarsi la lingua.

Guardavo le immagini di santi elicotteri che aspergevano con la variante moderna dell’olio bollente  chissà che obbiettivi nazisti nascosti tra gli alberelli di un boschetto ucraino, e poi – devo dire strazianti al solito al mio occhio straziato ma  come sempre queste immagini – quelle dei vecchini avvolti nel piumone a barbellare su un trozzo di cemento saltato via da chissà dove; de’ bimbi che giocano al riparo della metropolitana tra madri allocchite, dei divani sfondati, delle miseria quotidiana che appartiene a tutti noi e che basta un colpo di carro a eliminare dalla storia personale, che è poi tutta la storia possibile, ( quella dei duchi e dei condottieri è solo utile a configurare il patire degli altri mentre i coglioni carogne implorano il mio regno per un cavallo: Pigliatelo stronzo, il cavallo se sei capace) Poi della vecchia che poverella stringe in fronte uno di quei crocifissi ortodossi che sembrano segnali di passaggio a livello: e lo sono, Au delà, le déluge. Dio permette di tutto, è liberale. Fine del pippotto. Dissolvenza rapida  a nero e…

nel buio all’improvviso  parte la voce di una donna arrapata da un pistone e da un pistola che rucùla, Hai mai vissuto un’esperienza così intensa. L’oggetto è la ( ma si dice IL nei migliori bar dalla Brianza a Gela) nuova Alfa Romeo. Pubicità.

Ehi bro, ti rubo un commento che mi hai lanciato, Non capisci un cazzo: è la vita che va avanti, lo scho mast go onn. L’ improntitudine, poi, è propria dell’ “automotive”. Dalla produzione di motori da 180 hp che ti permettono di affrettarti proficuamente da una coda ad un ingorgo, alla proposta di suvozzi da città (cm 450×170) che ti permettono di “have the feeling of the town”, o qualcosa del genere (Dacia, mi pare, ma non è importante: ce n’è per tutti). L’ inesorabile e fondamentale inquinamento generato dalle automobili è quello fisico-dimensionale.

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L’ElzeMìro di Martedì 22 Febbraio

Favolette Brechtiane 24

La fabbrica degli angeli custodi

Schermata 2022-02-22 alle 14.31.52

Les Fétiches, 1938 by Loïs Mailou Jones

http://www.gliamantideilibri.it/?p=77195

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