Filippo Crivelli

In Opera Gazet per iniziativa di Marina Boagno, cui sono grato, è apparso questo breve articolo sul lavoro di Filippo Crivelli. Mio maestro di regia, potrei dire persino mentore – ma se lui sapesse che ho usato questo termine direbbe, Figurati – è morto pochi giorni orsono;  questo però non è un coccodrillo; piuttosto un riconoscimento. Piuttosto un invito ai registi non ancora corrotti e instupiditi dai lampi del proprio ombelico allo specchio, a essere stelle danzanti, a essere nuovi, cioè a tornare al teatro. Non in Lambrette e Cadillac ma in calesse. A provare la meraviglia di un frustolo di carta rossa su un filino di ferro, ed ecco la Rosa. (Jacques Copeau)

FILIPPO CRIVELLI †

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Schwa come schwabbeln (→)

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 And We Begin to Let Go, 2013 by Njideka Akunyili Crosby

A seguito dell’articolo di Luca Sofri sul Post di Domenica 13 febbraio circa lo schwa, (https://www.ilpost.it/lucasofri/2022/02/13/un-po-di-cose-sullo-schwa-ma-soprattutto-non-sullo-schwa/) ho scritto alla redazione la notina che segue…

Non è corrette scrivervi, gentili, per una questione di lana caprina. Tollererete? Ho letto l’ultimo fondo di Luca Sofri circa lo schwa. E l’anno passato un altro vostro pezzo in merito. Non mi sono strappato i capelli ma osservo.

Quando ero bambino, molti millenni orsono,  non capivo che cosa fossero i misteriosi taid e sevenap di cui magari mi chiedevano certi  altri bambini, molto meglio vestiti di me e con molti giocattoli, se mi piacesse più o meno della Cocacola. Quest’ultima in casa mia era proibita dal nostro medico. Ma il sevenap e il taid ci misi poco a scoprire che si trattava del detersivo Tide  e della cola 7Up. Per certo un mio analogo delle stesse modeste origini in Spagna, Francia o Germania avrebbe continuato a dire Tide/Tidé e sevenup/sevenüp.

Non sono d’accordo con il direttore con quanto scrive ma questo obiettivamente conta poco. Però mi pare di potere dire che lo schwa, impossibile da pronunciare da non germanofoni o romagnoli non è una novità, soprattuto non è linguistica. Le lingue è vero agglutinano usi e costumi e così se ne difendono. Tranne l’italiano dei media ( mèdia non midia) e delle classi dominanti che tende a parodiare o ad acquistare per dominare, non mi pare per farsi koiné. Come i bambini della mia infanzia. Garantito che nacquero marketing oriented.

Ma quella dello scva non è a mio avviso questione linguistica ma semantica, la stessa materia mi pare che studia quale santino mettere sulle porte dei gabinetti per segnalarne la destinazione: se per femmine o maschietti. Scva pertiene peraltro e più giustamente al novero dei segni dell’alfabeto fonetico ed è vero che può tradurre, con qualche approssimazione, il suono degli allofoni di E o di A  in finale di parola per alcuni dialetti meridionali e di altre lingue più nobili. In sostanza scriviamo Napule, ma a Napule tutti dicono più o meno Napul’ e non credo che si senta l’esigenza di vedere scritto appunto NapulƏ. Scrittura che come altri segni di trascrizione pretende di indicare la sostanza del suono benché  non la traduca del tutto. Semantica. Non è obbligatorio tenerne conto nello scrivere, è vero e nemmeno nel parlare. Non ancora. Ma ho letto lettere interne di certe amministrazioni che hanno preso a scriverlo per non offendere. Chi si offende è perduto mi viene da dire.

Se vuoi imitare un napoletano sei libbero di sfumare la finale: agg’ vist’ ‘ena bbell’eguaglion’. Ma sono sicuro che tra Napoli e Salerno e Benevento ci saranno differenze di pronuncia, le stesse che al Nord fanno sì che si distingua una di Padova da un di Pordenone. Senza rivare a Trïéste. Dunque lo scva non sarebbe acquisizione linguistica, come magazzino e mandorla, ma proprio un’imposizione, un prestito semantico di malintesa politica. In sintesi viene a dire che se vuoi appartenere a una schiera di persone che giudicano e non vogliono essere giudicate usi lo schwa così sappiamo che non sei uno sporco fascista ( ma ci sono dei fascisti che si lavano), paternalista, maschilista, machista che non rende onore, non considera, non si inchina alle comunità, LGBTHAQFWSMNPQRINCONSUPERTRAFRA. Ai miei tempi in dette comunità omo-, non gay mai sentito dire dagli interni, ci si autoriferiva come checca, frocia, cula, vera donna, velata, uoma, leccaciuffe. Le sfumature erano nella dizione e si capivano e no. Io ero chiamato vecchia troia benché non fossi né l’uno né l’altro. Erano gentilezze di omo verso l’etero indifferente ai differenti.

In conclusione attenzion battaglion: si comincia col bruciare i libri e si finisce per bruciare gli uomini. Segnalate segnalate che poi il Minculpop ordina. Per parafrasi si potrebbe dire che dai e dai si comincia col volere lavare la lingua e si finisce per lavare i cervelli. Dimenticavo che questo sta già avvenendo. Nessuno osa più usare una parola, c’è in spagnolo e non la si può cambiare: negro (vedi in L. Ariosto) e zingaro. So che qualche imbecille pretenderebbe di rinominare l’opera Lo zingaro barone e c’è maretta circa l’ abbietta zingara di Trovatore. Così senti le persone più impensate, spesso fasci doc,  perifrasare  di colore. Come se non lo avessi anch’io: sono verdastro. Verdastri di tutto il mondo unitevi.

Con stima, l’abbonato etc. etc.
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L’ElzeMìro di Martedì 8 Febbraio

Favolette Brechtiane 23_Lafiorente, Lapudrosa, Sfarinata

Evelyn Dunbar-THe lost works

Evelyn Dunbar-The lost works

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in  http://www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi
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E come potevamo noi cantare


Con il perplesso interesse dovuto al recente eccesso di standing ovation leggo l’esornativa voce Måneskin in Wikipedia. E ti esorto a leggertela. Supera in righe Dickinson, Sexton e Benn giusto per dire qualcuno, regge Cimarosa tuttavia. Nell’articolo, tra tutti i riconoscimenti attribuiti ai quattro bravi ragazzzi, manca il premio Bella-di-Cerignuola; riconoscimenti tutti che, forse perverso, un sistema tributa a tutto ciò che è qui-e-adesso, in una sorta di attualismo presentista che presenta e ripresenta tutto l’identico al minimo, al niente, alla Tale told by an idiot, full of sound and fury, Signifying nothing: basta che duri un minuto. Mi pare sia la cifra del Momento; contenitore che ho l’impressione abbia superato in capienza quello dell’Oggi, e che sia al troppo pieno. Per il resto, e parafrasando il filosofo, fratello del più o meno noto pianista per mano sinistra Wittgenstein, Su ciò di cui non c’è proprio niente da dire, occorre tacere. Qualsiasi riga in più è propaganda.

Ricordo in proposito una bella canzone di qualche successo nell’a.s. 1963/64, nella 1a sez.  C della Media Statale Emilio de Marchi, quella che fa, e come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore. Ecco il piede non è più straniero, non ha corpo, non è nemmeno un piede, non ha nazione di riferimento, è un incantesimo senza incanto, senza il fascino delle streghe di Macbeth; non bolle sangue di drago in calderoni: fa squittire i registratori di cassa. E vince su tutto, spiana, avvilisce, svilisce, spaccia una ganja tagliata con soda caustica, la fa saggiare alla massa che a San Reminbarca va alla consueta messa prodefunctis. Cantata. Male come da concilio vaticano e col prete che ignora chi sia il morto ma ne parla benissimo a telecamere unite. Applausi. Amen a mai più.

Signore e signori, Alle fronde dei salici. Canta Salvatore Quasimodo

«E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento».

in Giorno dopo giorno

 

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L’ElzeMìro di Martedì 25 Gennaio

Favolette Brechtiane 22 – Vella il pittore

 
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Kazimir Severinovič Malevič – Busto femminile

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Punto contro punto

Domani farò una gallina, disse l’uovo.

Rembrandt van Rijn – Jan Six

Leggi leggi Jan come verremo travolti, sommersi e soppressi, anzi è già avvenuto il pasticciaccio brutto, dal cialtroni e dai dilettanti

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L’ElzeMìro di Martedì 11 gennaio 2022

Favolette Brechtiane 21 – Vampiro di Brabuntza

Blood Meridian, 2006 by Aaron Morse (b. 1974)
Aaron Morse – Blood Meridian

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La vedova allegra

https://www.youtube.com/watch?v=wtSmYhIuP80&ab_channel=%EB%B0%B1%EC%88%98%EC%84%B1

Pochissimi anni prima che morisse, durante una specie di  pubblica lettura all’italiana de La Vedova allegra di Franz Lehàr, Victor Léon e Leo Stein, Lovro von Matačić mi disse che per dirigere la Die lustige Witwe e tutto questo tipo di musica, più che austriaci è meglio essere viennesi, cioè non credere a niente, con l’esclusione della bicipite aquila – alla fine un angelaccio custode dipinto su uno straccio – avere il Witz viennese e la Sehnsucht. Il Witz (vitzz prima che a qualche scemo venga in mente di leggerlo uisz) lo ebbero Freud, Schnitzler, Kraus e Billy Wilder – oggi non saprei se anche Vienna è stata o sta pere essere divorata dallo Stupido Multiforme o no – e consiste(va) in una particolare forma di umorismo temperato dal sarcasmo, dedito al piacer dell’intelletto che non si riverisce, burlone diremmo. La Sehnsucht (seen-suxt) viene a significare tutta una specie particolare di nostalgia per ciò che non è, che forse mai è stato, che non sarà eppur provoca dolore. Chissà se Lacan lo chiamerebbe il Buco, di certo la sua qualità è che non lo si può rammendare. È un sentimento straziante e, per intenderci bene e non morire della malinconia, molto più forte di quello pucciniano. Mi pare di poter dire che queste due polarità fanno de La Vedova allegra un capolavoro für wenige, etwa niemanden – per pochi, quasi nessuno.

Ja das Studium der Weiber ist schwer. Lovro von Matačić , mi parve pieno di Witz e Sehnsucht. Me lo ricordo alto, allampanato ma ben portante, scanzonato, dal bell’italiano fresco di colonia come l’acqua, di Fiume, dell’impero. Non avrebbe nessuna fortuna oggi tra i direttori che cambiano i tempi, ovvero che non li capiscono, che sono ostili all’opera altrui e si circondano pro bono marketing and their own pockets di registi infami più che infami di Scampìa: questi pervertendo le storie e quelli aggiungendo pagine che l’autore aveva eliminato ben sapendo egli che cosa faceva: iddi dell’autore se ne fottono, non lo sanno e agiscono à la bite, avrebbe detto Cartesio, alla cazzo o appunto da infami.

Gib acht gib acht. Ebbi la ventura fortunata di avere tanti maestri nobilissimi, gente dell’Arte, che non sbagliava per la semplice ragione che sapeva non valicare i confini del nonsense. O dell’hýbris-ὕβϱις, direbbe il filosofo del liceoclassico (tutto attaccato). Lovro von Matačić mi parve così, uno di quelli. La vedova fu fatta, ti dicevo, in forma di lettura, integrale al leggio con tutte le parti recitate di cui curai la plausibilità per un cast che comprendeva anche Daniela Mazzuccato (chi se la ricorda è bravo, io ricordo il volto ma non il nome del tenore, il baritono è svanito). Location ottima, scrivono così quelli che recensiscono trattorie e ristoranti in Trip-advisor, fu il Conservatorio di Milano, la sala Verdi  ancora  casa dell’orchestra Rai di Milano e che, alcuni anni appresso, nel 1993 verrà smantellata dai rulli compressori della Craksi & Belsuconi Rapide Demolizioni.

Dann ich bin also in figura Pontevedro in Paris. Vecchie storie della voluttà annientatrice, che i tempi d’oggi stanno riportando o hanno già portato molto al di là del principio del piacere, dopo l’infanzia, all’adolescenza; quindi alla sua età massimamente distruttiva; giù le statue, teste, targhe, giù i capitelli: destrutturare destrutturare ché non resti qualcosa. I nuovi credenti sono alle porte, anzi già le buttano di sotto e ci fanno tavoli da vivisezione. La vedova allegra è opera del 1905, e di lì a 9 anni l’Europa (si) metterà all’opera per il primo caso di femminicidio di massa; al buio di nazionalismi stolti e ciechi e fecondi di stragi in divenire lo scannatoio sarà reale e non soltanto termine per indicare la brutalità della garçonniere;  si farebbe bene a se lo ricordare, non fosse che l’assassinio della memoria è parte integrante del programma di destruturazione del mondo in atto. Miei sentimenti on course.

Ich bin eine anständge Frau. Ascoltai vedova allegra per la prima volta 16/17 anni e, stante che ero un ragazzino sensibile ( la voce è dei miei che sono morti e devi fidarti della mia parola) da subito e per sempre ho immaginato che si trattasse di un funerale nascosto nell’opera o di un funerale nascosto all’opera; che il Witz, che l’allegrezza fosse lugubre e presaga, dalla straziata Sehnsucht. Per dirla alla tedesca densa di sotterraneo Galgen-humour, (ghalghen, forca umorismo da∼); ritrovata anni e anni dopo e in altra forma in quel film impressionante del genio inattuale e spaesato Wes Anderson,  Grand Budapest Hotel.

Dann geh’ ich zu Maxim. Ecco tutto, se mi sforzo di non distogliere lo sguardo da questa frigida vedova Evropi 2022 – nascondiglio di stragi senza più liceo classico – e, come fossero vedute del Coccorante, ne osservo le rovine, le esequie scempiamente passate per gloria, mi pare che la Vedova sia questo: il pro memoria per la prossima distruzione del già distrutto. Si piange  per per ciò che non è, che forse mai è stato, che non sarà e provoca dolore: Sehnsucht, naturalmente senza le astuzie armoniche di Puccini che, da quel sapiente amministratore di sentimenti che fu, conosceva le combinazioni più utili alla lacrima. Puccini morì prima che delle lacrime si esaurisse la possibilità per eccesso di orrore. Forse esagero, sembro perentorio (ma è nella natura ineluttabile di qualunque dire soggettivo), forse che rincorro il like, non credo, ma non saprei.

https://www.youtube.com/watch?v=VN0SgqUnxPI&ab_channel=%EB%B0%B1%EC%88%98%EC%84%B1

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L’ElzeMìro di Martedì 28 Dicembre 2021

Favolette Brechtiane 20 – I sacerdoti di Sian Po

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Four hours – Paul Fenniak

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L’ElzeMìro di Martedì 14 Dicembre

Favolette Brechtiane 19 – Pietropietrigno, un tablado per voce sola e chitarre

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Jean Cocteau, illustrazione per Les enfants terribles

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