L’ElzeMìro del 22 dicembre

Il gusto del fisioterapista 8

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BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Partito comunista dell’internazionale fantasista

Anche la lingua che uso è un prestito, più che una donazione, lingua madre, di mia madre e delle madri. Un mito collettivo. La mia lingua appartiene alle miriadi che l’hanno usata con lo scopo di costituire un tesoro comune, a disposizione di chi non volesse sperperarlo in chiacchiere, in chats and bags. La mia lingua, la lingua è materna perché mette al mondo, sono tutte le lingue che mi sono state prestate. Che si sono prestate, che si prestano a questo sforzo. Lascia stare che riesca o no. La mia lingua è lalingua. E anche questo  è un prestito. 

La morte è un bene o un evento collettivo. In ogni morte muore una parte di ogni singolo; parti miserande ma che sommate alla fine, la frase che segue è di Totò, della somma fanno il totale. Il senso del comune, della morte e dell’evento comune e della responsabilità collettiva mi fu inoculato con pazienza da due maestri; il primo, un medico rumeno con gli occhiali glasant che odiava i sovietici con qualche ragione, ma che era musicista e mi insegnò la musica e medico e mi impratichì soprattutto nella cura del pensare, che lui non lasciò mai andare a vanvera, luogo di non ritorno di ogni intelligenza anche la più accanita a ritenersi tale; il secondo, Checco Rissone, partigiano comunista quando fu e valente attore che con tutto sé stesso insegnò il senso del comune lavoro, proprio al mestiere e ai mestieri dello spettacolo. Checco era stato con Copeau, il maestro francese che abbandonò la scena per costituire una sorta di comune teatrale a beneficio delle periferie; batteva paesini e campagne perché si aprissero al teatro; il teatro che come la musica come tutta l’arte sono beni, sono scuola comune e che dunque entro certo limiti dovrebbero essere facilmente accessibili a tutti, cui tutti che vogliano dovrebbero potersi avvicinare. Non l’arte per il popolo ma il popolo per l’arte.

Quello dell’arte del teatro (del cine) è il mestiere più collettivo e più comunista del mondo; solo quello della medicina di ospedale lo supera e di poco; in teatro non si rappezzano teste ma si tengono insieme teste per due ore tre, affinché il peggio non ne fuoriesca senza passare per una catarsi, almeno per un po’. Questo non ha mai impedito alle SS di tutto il mondo unite di piangere per Isotta e distribuire frustate e ratatataplan. Insomma è così ma credo che non freghi niente a nessuno perché nessuno Stato inculca questo sentimento che è dell’arte, dell’arte collettiva. La scuola è la prima, forse l’unica colpevole; le famiglie hmm quante saranno quelle dove si suoni e si canti e per carità dove si legga. Tutti a sciare altroché, la cultura dominante egemone non è della borghesia ma della seggiovia, ma ‘ndo seggiovai. Di arte si instilla ancora il sentimento romantico dell’Unico, Artefice ( molto giudaico cristiano a pensarci) Solitario Sopra i Monti. Non si sa che l’arte è dedizione spietata al lavoro del momento e di tutti; ecco quello che ho cercato, non sempre riuscendoci, di mostrare agli studenti (e anche agli attori, ricordo di aver condiviso un tempo queste sentenze con uno straordinario basso e intellettuale bulgaro, Dimitri Stantchev, che saluto dove sarà sarà). Sotto qualsiasi tropico è così, e sarà per questo che la gente dell’arte è stata così perseguitata da ogni sistema; lacché ci chiamavano ai tempi di Mozart e Da Ponte, paria, senza dio cui era negata sin la sepoltura, l’avesse voluta qualcuno, in terra consacrata.

Oggi, non è un caso, tutti a lutto, con qualche ragione lo capisco, per i ristoranti e i bar e i parrucchieri ma senti tu uno, non dico che pianga, ma che sappia che gli attori sono a spasso, che i musici musicano a sale vuote, cioè a paga zero, che i teatri chiuderanno, le orchestre ti saluto e non quella di Trento e della Valsugana, l’orchestra del Metropolitan ha chiuso. Reazione… chissenefrega, noi ci occupiamo della visita alla zia e delle vacanze con gli amici a Marrakesh, ma prima tutti a Celerina o all’Abetone si intende. Libertà libertà libertà. Inversione di tendenza signori miei, nel sentire generale il giochetto singolare, ogni propria playstation diventa interesse e bene comune. Libertà libertà libertà. La chiama così chi strilla alla dittatura sanitaria senza rinunciare, dio ne scampi, alla minestrina dello stipendio di stato e dagli ai criminali del governo e daje ai conti sdilinguenti, daje alla nuova Gestapo( sapessero almeno che cosa significa). Costoro, ancorchè magari si proclamino comunisti e addirittura anarchici nessuna percezione hanno del lavoro da costruttori della cattedrale di Chartres (Ingmar Bergman- 4 Film, Einaudi 1961 pag, XIX-XX) che è il nostro (per me parlo al passato). Lavoro collettivo ripeto, in cui le cheche (a non parlare delle checcherie) individuali, gli io, io io sono e gli altri, non hanno spazio, a dispetto del narcisismo che spesso anima i suoi protagonisti. (poi si sa, ogni terza viola o primo contrabbasso vuole dirigersi la sua orchestra)

Così mi sono ricreato e come, come mangiare un gelato al pistacchio, al sentire le urla di Tom Cruise che qui riporto in link, e mi sono ricordato per gli stessi motivi le mie di un tempo anche con gli studenti. Inculcare il senso del lavoro collettivo, della comunistità di intenti, di là dai compensi dagli interessi, delle responsabilità dei pesi e delle misure. Quando T.C. dice ( traduco con lo spannometro) l’industria che siamo e che dà da mangiare a migliaia di persone che potrebbero non trovarsi la minestra in tavola stasera o non avere i soldi per la scuola dei figli, il capitalista Cruise non sa di farsi plurale, comune, collettivo. Non so se l’audio che vorrai ascoltare sia vero e me ne importa un piffero, fesserie da Napalm51, quelle che tendono a prendere tutto per falso, la paranoia della realtà parallela che chissà perchè dovrebbe essere quella vera ( come per gli schizofrenici), come se a qualcuno potesse interessare inventarsi una sfuriata di Tom Cruise; a che pro, non si capisce, ma i Napalm51 hanno il gusto di capisciarsi addosso e fuori dal vaso. Serenase di Stato per tutti.

Vero o falso l’urlo di Cruise corrisponde a quello che ricordo qui molto bene, non una delle mie sfuriate nell’intento di martellare il senso del lavoro, ma quella di Pier Luigi Pizzi, alle prove dell’Ariodante alla Piccola Scala , sarà stato il 1980 e rotti. Il Napalm51 leggerà che è una mia invenzione, e si fotta. Ma insomma quando Pigi si trovò di fronte la squadra macchinisti a voler far saltare la prova generale per una scemenza – perché erano stanchi, il cambio non gli aveva dato il cambio – mi ricordo lui; montò pian piano tutte le erre di cui mancava a neve ferma, poi di colpo scattò dalla poltrona di platea accanto alla mia, come una belva si scaraventò a bordo  palcoscenico e scatenò pistole proiettili e V2; ricordo bene il definitivo, Siete dei sabotatori vergognatevi. Ciascuno che legge pensi al se stesso che … o ai loro stessi che oggi sabotano la vita collettiva per dire la loro miserabile opinione, i loro gne gne, le loro scioìne, a spandere la cenere della loro miserabile personalità, a inquinare gli interessi collettivi. Con ciò credo che oggi sia il caso di fondare il Partito comunista dell’internazionale fantasista. Tessera numero uno a Tom  Cruise.

P.S. In anni non antichi, astrofisici, ancora alla Scuola del Piccolo Teatro, appreso che il mi’ babbo era in pronto soccorso a seguito di ictus, risposi, Non posso lasciare le prove, e continuai a lavorare. La sera andai a visitarlo, il babbo e il giorno dopo tornai alle prove. Quando anni e anni dopo il babbo morì, per fargli il funerale chiesi di avere due giorni di permesso non retribuito al Conservatorio. Mi fu risposto da due occhi sgranati di segretaria, Maestro ma lei ha diritto alla licenza per lutto, come per il matrimonio. Certo il lutto a suo modo è un matrimonio da cui è difficile districarsi.

Disclaimer. L’audio qui sopra è stato twittato dal signor Rex Chapman che non conosco e pubblicato nella pagine del Post. Non credo di aver violato nessun copyright ma mi scuso da subito per non avere chiesto il permesso. 

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Je suis trop vieux pour discuter des heures

Testa di martello da macchinista tipo fiorentino Poli Mario Budrio da 250 grammi

Ho notato che la maggior parte di coloro che lamentano in pubblico gli avvenuti avventi sono o scrivono in modo querulo, lamentoso, ripetitivo e noioso, e se ne compiacciono fino a ritenere utile strillare la loro ragione di oche spaventate e fini portatrici di verità;  nemmeno chi scrive può sfuggire al rischio, salvo prendere la decisione di non dare aria al proprio polemico narciso. E tacere.

Ho scritto tre volte e questa è l’ultima circa la serata del 7 dicembre alla Scala, a lamentare la mancanza di tutto. Ho scritto del minculporopò perepé che squilla il miracolo, alla meraviglia, al successo misurato a sacchi di ascolti (non è nemmeno sbagliato), all’evento internazionale dell’anno e bla bla. Ma poi tutte e tre le versioni le ho buttate. Visto che la polemica non può godere del treno blindato di Strel’nikov (dottor Zivago) a che pro mi son detto, dire, non fare, suggerire, mostrare, controbattere e dimostrare come d’uso che il re è nudo (e non è tanto un bello spettacolo). Per mia fortuna Lemmy Caution mi è apparso in sogno e mi ha ripetuto di stare alla sua battuta di Alphavile (J.L.Godard-1963), Je suis trop vieux pour discuter des heures.

La battuta completa per la verità recita, Et alors je tire…c’est ma seule force contre la fatalité; sono troppo vecchio per discutere delle ore, allora sparo, è la mia unica risorsa contro la fatalità. Che in romanesco sta per, Mma lassa perde’ che nun zolo se’  disarmato, ma pur’in disarmo. Amen e arrivederci.

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L’ElzeMìro dell’8 Dicembre

 

Il gusto del fisioterapista 7

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Pastis

Ho scritto vari pastis in questi giorni e non ne ho pubblicati e non vorrei pubblicarne. E allora, qualcuno domanderà. Allora sessanta minuti, avrebbe risposto mia madre. Gl’è che nel marasma dei detti e contraddetti da ogni tipo di incompetente, assatanato, psicofante, Masanielli ( ma sani elli?) fai da te, cui ogni giorno viene da esprimersi, annunciare, inveritàvidire e che non so quanto venga ascoltato ma un po’ sì, percepisco il silenzio come fontana e restaurant dalle vergine. In addition, piuttosto che sembrare uno che pontifica di vaccini e DNA, senza sapera alla lontana che cos’è questo DNA o sì forse a malapena, è un elica ma dove mai volerà l’aeroplano, e che lo stesso vuole capire ma non ha i fondamentali che glielo potrebbero permettere, sicché se almeno ascoltasse, ostia e maremma, allora a me più tosto il Piave mormorò, silenzio bisognava andare avanti. Mi capita di scrivere però di tutto, per sconforto non per essere letto; per Amazon ad esempio commenti ai libri che acquisto; è il semplice fatto di scrivere che mi piglia. o non sarei, come pare, scrittore. Del resto è sempre stato così fin dalle elementari, datemi un tema e mi solleverò dal mondo. Capita anche che mi chiedano recensioni di prodotti come il Prostenil per l’anziana prostata o il tè Vadham per il palato esigente. O che mi arrivino domande in modalità paranoica, tipo se la sua cuffia AZTLH48dY è compatibile con il suo impianto Sanyo HA5 del 1987. Giorni fa una signora è giunta all’assoluto epilettico chiedendomi se l’ossimetro cinese che io ho comprato (tanto per non contraddire quelli che la mascherina è per cani, e le donne de Roma sì che sono coraggiose perché se ne vanno in giro senza timore a sguazzare tra gli sputi. A Roma dieci sputi per uno solo), è o non è affidabile. Cosa vuole che ne sappia, non le ho risposto così ma l’ho pensato, e le ho replicato, Certo che lo  è, è una macchina. Così ho cercato di far fare una svolta copernicana alla signora circa la razionalità delle macchine che se sbagliano è perché qualcuno le ha progettate male; un essere umano è di affidabilità variabile. In questo periodo, molto difficile saprei mica dire il perché, è molto difficile scrivere di che.

Già non gradevole, poco favorevole alla chiacchiera e funesta, la situazione esterna è, a mie vibrisse, appesantita dal bordone, dal rabarbarorabarbarorabarbaro (onomatopea che ci insegnò in terza elementare la maestra Lievers per una recita di carnevale-me facevo il cuoco cattivo) di quelli che sono nati a Genova. Intanto senza chiedere il permesso a chi le insulta le persone crepano, un altro amico qualche giorno fa, prendono la polmonite doppia carpiata e con un salto via dritti al forno, da bruciare rimane poco, i polmoni per esempio si rinsecchiscono come felci al sole. Ma non è questo il tema di questa conversazione solitaria e per di più ho fatto l’insegnante di recitazione e il regista, 45 anni, e di lettura qualcosa so benino.

Mi pare di poter osservare dai discorsi che colgo qua e là una certa difficoltà nel leggere. Ma se è vero che la lettura è per molti difficile a tutti i livelli, l’ascolto non mi pare meglio messo. Dunque quando riferiscono le voci personali, le voci che gli parlano eh sì, si accavallano in un guazzabuglio di malintesi, in senso letterale. Mi pare fosse di Maigret la frase, Io non penso mai. Prendiamo l’asserzione Mario campa con una bancarella di belle mele; ciò che mi sembra la renda incomprensibile è che pochi la leggono, tutti ne cercano il che cosa vuol dire, chiunque ci vede un sottotesto (si dice in teatro). Ma non esistono i sottotesti, non esiste una metafisica in generale (dov’è l’oltre la fisica) immaginarsi del testo; a meno che per metafisica non si intenda ciò che altra sostanza non ha se non di tessitura di pensiero indotto che è vero, nessuno lo può toccare ma molti ne possono essere toccati. Le sensazioni( echi, associazioni – Virginia Woolf – BBC 29 aprile 1937) indotte dal testo producono nell’attore, prima solo nell’attore, il motivo, l’impulso, la spinta per dire una certa frase in un certo modo, farla propria, cioè con-prenderla. Ma un testo, quale sia sia, non va capito, io non ho mai capito nulla di nulla, ho letto frasi seguendone il corso fino alla fine di faticosi romanzi e poemi e più o meno le ho comprese, alloggiate cioè nella casetta della mia memoria a decantare e germinare, dopo. Non saprei citarne una ma spesso mi accorgo che da sole come la materia dei sogni si sono intricate tra loro a costituire un reticolo di non saprei dire. Come nei sogni ho elaborato materiale diverso che ha trovato le sue relazioni da solo. Quello che mi pare manchi è la pazienza di leggere che cosa c’è scritto e anche se pare confuso ascoltare ciò che vien detto. E basta. Essere intelligenti è stare attenti.  Un sogno è un sogno è un sogno. Ricordo della mi analisi il divertimento di non trovare alcun senso ai sogni, solo rimandi, Che cosa le fa venire in mente era la domanda. Ma il che cosa le fa venire in mente non è il che cosa vuole dire. Non di default. Domandarsi che cosa vuol dire e continuare a ripetersi questo mantra mentre il discorso altrui ( o il proprio interiore) si snoda lungo le sue linee è il primo e moltiplicato passo per non capire niente. Non c’è niente da capire, cosa vuoi capire babbeo, Mario campa con una bancarelle di belle mele.

Tutto il discorso qui è per presentare l’articolo del signor Ross Douthat editorialista del New York Times. Non l’ho tradotto o avrei passato la giornata a farlo quando per chi non mastica la lingua c’è ben il Google translator. Ognuno leggendo o traducendo si faccia il suo cinema circa le mie intenzioni. Ma sappia che sono modeste. Il mio cinema è mio.

New York Times 5.12.20
Why Do So Many Americans Think the Election Was Stolen?
Looking for the reasons behind a seemingly unreasonable belief.

By Ross Douthat *
Opinion Columnist New York Times
Dec. 5, 2020

There have been few surprises this past month in how Donald Trump has dealt with the reality of his electoral defeat.
Anyone familiar with his career could have predicted that he would claim to have been cheated out of victory. Anyone watching how he wielded power (or, more often, didn’t) as president could have predicted that his efforts to challenge the election results would be embarrassing, ridiculous and dismissed with prejudice in court. And anyone watching how the Republican Party dealt with his ascent could have predicted that its leaders would mostly avoid directly rebuking him, relying instead on the inertial forces of American democracy, the conscientiousness of judges and local officialdom, and Trump’s own incompetence to turn back his final power grab.

So far, so predictable. But speaking as a cynical observer of the Trump era, one feature of November did crack my jaded shell a bit: not his behavior or the system’s response, but the sheer scale of the belief among conservatives that the election was really stolen, measured not just in polling data but in conversations and arguments, online and in person, with people I would not have expected to embrace it.

The potency of this belief has already scrambled some of the conventional explanations for conspiratorial beliefs, particularly the conceit that the key problem is misinformation spreading downward from partisan news outlets and social-media fraudsters to the easily deceived. As I watch the way certain fraud theories spread online, or watch conservatives abandon Fox News for Newsmax in search of validating narratives, it’s clear that this is about demand as much as supply. A strong belief spurs people to go out in search of evidence, a lot of so-called disinformation is collected and circulated sincerely rather than cynically, and the power of various authorities — Tucker Carlson’s show or Facebook’s algorithm — to change beliefs is relatively limited.

But what has struck me, especially, is how the belief in a stolen election has spread among people I wouldn’t have thought of as particularly Trumpy or super-partisan, who aren’t cable news junkies or intensely online, who didn’t even seem that invested in the election before it happened.

Others have taken note of the same phenomenon: At National Review, Michael Brendan Dougherty writes that “friends who I did not know were political are sending me little snippets of allegations of voter fraud and manipulation.” At The American Mind, the pseudonymous Californian Peachy Keenan describes watching a passel of lukewarm Trump-supporter moms in her Catholic parish suddenly “get MAGAfied” by election conspiracy theories. (As a fraud believer herself, she thinks that’s a good thing.)

Drawn from my conversations in the past few weeks, here’s an attempt at a taxonomy of these unlikely seeming fraud believers.

The conspiracy-curious normie

I say “normie” to reflect the reality that being open to the possibility of conspiracies is itself extremely normal and commonplace. There is nothing unusual, statistically speaking, about believing that a Cold War-era deep state assassinated John F. Kennedy or that the government is concealing evidence of U.F.O.s. Conspiracy theories are common among Democrats as well as Republicans: Witness the polling on Russia’s supposed tampering with vote totals in 2016 or George W. Bush’s supposed foreknowledge of the Sept. 11 attacks; recall the voting-machine theory spun to explain John Kerry’s narrow defeat in 2004.

This means you don’t need a complex story about Facebook or Fox News to understand why a person who isn’t intensely political might nonetheless be open to the idea that an election settled by tens of thousands of votes in a few key states was actually fixed for the winner. That kind of openness is just human nature — and not the worst part of human nature, either, given that conspiracies and cover-ups exist (the military really has been hiding weird evidence of U.F.O.s!) and even wrongheaded theories often partake of a reasonable skepticism about elite malfeasance, from the Gulf of Tonkin era to the Jeffrey Epstein case.

What’s happened in the past month with our open-minded normie, though, is that this openness has been validated by the president of the United States and his retainers in a way that other forms of conspiracy curiosity are not. There is a longstanding pattern in both political parties of gently encouraging conspiracizing. (The Diebold-stole-Ohio theories in 2004 were given oxygen by prominent congressional Democrats; MSNBC’s Russiagate coverage was not exactly cautious in the theories that it entertained.) But Trump is obviously different — higher-profile and more radical. He’s a president, not a cable-TV host or a congressman, and he’s shouting allegations, any allegations, with no pussyfooting, hedging or deniability involved.

THE INTERPRETER: Original insights, commentary and discussions on the major news stories of the week.

If you are biased against conspiracy theories, this shouting is ridiculous. If you’re somewhat open toward them, though, and somewhat right-of-center, it provides encouragement. It’s not that the curious normie listens to Trump and thinks that everything he says is true. It’s that Trump is providing validation for the belief that something might be true, that where there are so many claims of fraud a few might be accurate, that where there’s so much smoke there might be a blaze or two as well.

Of course there are also lots of pure Trump loyalists who trust his claims absolutely, and a certain number of QAnon-type fantasists who embrace any theory no matter how baroque. But the voter-fraud narrative is pervasive on the right because you don’t have to be a loyalist or a fantasist to take something from Trump’s rants — not belief itself, but the permission to believe.

The outsider-intellectual

The next category of believer consists of extremely smart people whose self-identification is bound up in constantly questioning and doubting official forms of knowledge. Conservatism has always had plenty of this sort in its ranks, but the consolidated progressive orthodoxy in elite institutions means that more and more people come to conservative ideas because they seem like a secret knowledge, an account of the world that’s compelling and yet excluded from official discourse.

This, in turn, instills a perpetual suspicion about anything that seems to have too much of a liberal consensus defending it, especially any idea that gets mocked and laughed at more than it gets rebutted. And it creates a strong epistemological bias toward what you can only find out for yourself, as opposed to what Yale’s experts or Twitter’s warning labels or The New York Times might tell you.

In many cases the outsider-intellectual’s approach generates real insight. (Anonymous right-wing Twitter was way out ahead of the coronavirus threat, for instance, at a time when official liberalism was still fretting more about xenophobia than the virus itself.) But it also tends to recapitulate the closed-circle problems of the official knowledge it rejects.

Thus the outsider-intellectual type looks at the no-voter-fraud consensus and immediately goes out in search of cracks in the pillar of official truth, anomalies that official certainty elides. A lot of the supposed evidence of fraud that circulates online comes from these efforts — not from grifts or lies (though grifters and liars do pick them up) but from sincere analyses of election data, which inevitably turn up anomalies here and there, which confirm the searchers’ assumptions, which closes the circle and convinces them that the official narrative is false and voter fraud is real.

The recently radicalized

This final camp includes many of the people reading and circulating the outsider-intellectual analyses — people on the right whose perceptions of what liberal institutions and actors are capable of doing have been altered by the coronavirus era.

Many liberals have spent the Trump years worried about a kind of Reichstag Fire moment, a crisis that Trump might use as an excuse to consolidate authoritarianism. But a lot of conservatives experienced May and June of the Covid era as a mirror image of those anti-Trump fears — as a crisis that seemed to be deliberately exploited for revolutionary purposes by politicians and activists of the left.

Their story of the spring and early summer starts with our country’s leaders and experts calling for unprecedented sacrifice, with lockdowns and closures that disproportionately affected small businesses, churches and families with children — all conservative-coded groups and institutions — while liberal professionals on Zoom were in better shape and the great powers of Silicon Valley expanded their influence and wealth. Then, based on a single activist-amplified case of police brutality, the same experts and politicians suddenly abandoned restrictions for the sake of left-wing protests … which the official media pretended were peaceful even when they cut a violent swathe through American cities … which included a wave of iconoclasm against key symbols of American history … even as a new ideological vocabulary seemed to suddenly take over elite institutions … and dissenting figures were purged … and in the background the world’s elites loudly announced that they were seeking a “Great Reset,” a post-coronavirus new world order.

For the radicalized, all this felt stage-managed, prearranged — both as a further escalation in the establishment’s battle against Trump, a successor to the Mueller investigation and the impeachment push, and as an attempt to use the weirdness of the Covid situation to consolidate radical power within elite institutions. Experiencing and interpreting the summer of 2020 this way primed people to expect further escalation in the fall: After all, if liberals exploited a pandemic to stage-manage an ideological revolution, why wouldn’t they exploit all the weird features of pandemic voting to stage-manage the election outcome?

No doubt some of my liberal readers will find this question too ridiculous to even merit an answer. You can’t argue someone out of a conspiracy theory, a common axiom goes, which means the only appropriate response to these ideas is condemnation and a kind of quarantine — to be achieved, presumably, through better Facebook algorithms, the comprehensive political defeat of the Republican Party and some sort of “have you no sense of decency, sir” courage from news anchors and political leaders whenever right-wing paranoia re-emerges.

I don’t see any way that these efforts will work. (Certainly on the evidence of 2020, the Republican Party isn’t going anywhere, let alone about to be “burned to the ground” as some anti-Trumpers hoped.)

Of course the alternative — actually trying to argue with people in the camps I’ve just described — may not work either, especially given the curated virtual realities that the internet increasingly enables us all to inhabit. But I’ve been argued in and out of a few outré theories in my life. (Only the best outré theories, I assure you.) And if you accept that there’s more reasoning involved in conspiracy theorizing than official wisdom suggests, then once such theories achieve a certain prominence, there’s an obligation to actually make the case against them rather than just laugh them away.

My own attempts at argument have run as follows: To the conspiracy-curious Republican whose curiosity is validated by Trump’s allegations of fraud, I’ve suggested that the place to look for fire amid the smoke is in claims that the president’s lawyers are actually willing to advance in court, as opposed to in news conferences, semiofficial hearings and on Twitter. Those lawyers — especially now that it’s mostly just the Rudy Giuliani show — have every incentive to blow a fraud case wide open. If their legal claims don’t actually allege fraud or they fall apart under scrutiny, then so should your assumption that the president’s blustering must have some real-world correlative.

To the outsider-intellectuals fascinated by anomalies in ballot counts or ballot return patterns, I’ve argued that anomalies indicating fraud would have to show up in the final vote totals — meaning some pattern of results in key swing-state cities that differ starkly from the results in cities in less-contested states, or some turnout pattern in a swing state’s suburbs that looks weird relative to the suburbs in a deep- blue or deep-red state. But where claims for those kinds of anomalies have been offered, they’ve turned out to be false. So until a compelling example can be cited, anomalies in the counting process should be presumed to be error or randomness, not fraud.

Finally to the radicalized, I’ve tried to convey, based on my own knowledge of how liberal institutions work, that what looked stage-managed to outsiders in the May and June disturbances actually reflected organic upheaval and division, sincere antiracism and disorganized Trump-phobia, a crisis in the mind of liberalism, a dose of religious revival, plus a chaotic revolt by city-dwellers against a lockdown experience that fell heavily on them. Hypocrisy and radicalism alike there was in plenty, but literally nobody was in charge, except sometimes for activists in the younger generation who sensed a professional opportunity, and any supposed “plan” or “reset” was just a hapless attempt by elder statesmen to get woke. Put more succinctly: The liberal establishment that I watched stagger through May and June could not plan a sweeping voter-fraud conspiracy to save its life.
Have I persuaded anyone with these arguments? Maybe not, and as a columnist for a noted establishment organ, I’m probably not the best person to make them anyway. That distinction belongs to people more enmeshed in the conservative universe, scribes for National Review and talk-radio hosts and conservative media critics, all of whom are the more important arguers for an intra-Republican debate.

But I am certain that these issues are connected to a larger and more important question for the future of the right. At the moment, the voter-fraud narrative is being deployed, often by people more cynical than the groups I’ve just described, to help an outgoing president — one who twice lost the popular vote and displayed gross incompetence in the face of his administration’s greatest challenge — stake a permanent claim to the leadership of his party and establish himself as the presumptive Republican nominee in 2024. And it’s being used to push aside the more compelling narrative that the Republican Party could take away from 2020, which is that Trump’s presidency demonstrated that populism can provide a foundation for conservatism, but to build on it the right needs a very different leader than the man Joe Biden just defeated.

That’s the most important argument for the next four years — and one I’ll be making firmly, passionately, right up until the Republican Party nominates Trump again in 2024.

*Ross Douthat

Ross Douthat joined The New York Times as an Op-Ed columnist in April 2009. His column appears every Tuesday and Sunday, and he co-hosts the Times Op-Ed podcast, “The Argument.” Previously, he was a senior editor at The Atlantic and a blogger on its website.
He is the author of “The Decadent Society,” which published in March 2020. His other books include “To Change the Church: Pope Francis and the Future of Catholicism,” published in 2018, “Bad Religion: How We Became a Nation of Heretics” (2012), “Privilege: Harvard and the Education of the Ruling Class” (2005), and a co-author, with Reihan Salam, of “Grand New Party: How Republicans Can Win the Working Class and Save the American Dream” (2008). He is the film critic for National Review.
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L’Elzemìro del 24 Novembre

 

Il gusto del fisioterapista 6

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L’Elzemiro del 10 novembre 2020

 

Il gusto del fisioterapista 5

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Autarchia e anarchia

Norman Rockwell (1941-1943)  Freedom from Want

Les hommes libres, les vrais, ce sont précisément les fous. Il n’y a pas de demande de petit a*, son petit a il le tient, c’est ce qu’il appelle ses voix, par exemple. Et ce pourquoi vous êtes en sa présence à juste titre angoissés c’est parce que le fou c’est l’homme libre. Il ne tient pas au lieu de l’Autre, du grand Autre, par l’objet a, le “a” il l’a à sa disposition. Le fou est véritablement l’être libre. […] lui, disons qu’il a sa cause dans sa poche, c’est pour ça qu’il est un fou »,  J. Lacan – Petit discours aux psychiatres [10 novembre 1967], in Petits écrits et conférences,1945-1951, s.l.s.d., p. 492.

Un po’ di anni fa, il defunto dottor Barsacchi, farmacista di San Quirico in Collina(Fi), commentando con me lo stato dell’unione, non degli Stati Uniti ma delle Provincie Risentite d’Italia, ebbe a dire, Par proprio che il mondo (inteso per eccesso come Italia) vada alla rovèscia (lo si legga bène in Toscano). Preso atto da mesi degli insulti e dell’irrisione contro chi tiene alla pelle, contro chi capisce che pandemia non è questione di cifre ma di estensione e tempo e che non c’è nessun complotto demoplutogiudaicomassonico a spargere il virus di un’informazione strampalata sì ma solo tale, e che la libertà non è una garanzia di principio, indifferente a’ fatti e agli altri ma, in concreto, libertà dal bisogno (Freedom from Want. F.D.Roosvelt*), e che democrazia non è ( non dovrebbe essere) affatto l’assoluzione del diritto, che dà diritto a farla fuori anche a chi del diritto se ne impipa ( prendi Tramp) anzi che se ne frega, per stare in linea con l’internazionale  fascista ( prendi Tramp e altri a decine) e, per citare il prof. Recalcati (a Bologna tempo fa), con il  fascista nascosto in ciascuno di noi. Accettare e propalare un diritto incondizionato alla libertà, mi pare che significhi armare di revolver un pugile o attribuire al terrorista problemi di Edipo. Nel 1936 (in Le Figaro, 29 ottobre 2020 Alain Finkielkraut, L’ennemi ne nous pardonne pas d’être ce que nous sommes) Thomas Mann scrisse ( traduzione della traduzione) Oggi abbiamo bisogno di un umanesimo militante che abbia imparato che il principio di libertà e tolleranza non deve essere sfruttato da un fanatismo scandaloso; che ha il diritto e il dovere di difendersi. Il pensiero dell’Europa è strettamente legato all’idea umanista. Ma l’Europa esisterà solo se l’umanesimo scoprirà la sua virilità, se imparerà ad armarsi e ad agire sapendo che la libertà non deve essere un salvacondotto per chi cerca di distruggerla.

Così accade  che il professor Biuso, qui più volte citato e con molta probabilità per averlo me malinteso o frainteso, si trovi, lui dice da anarchico ma populista e comunque stipendiato dallo Stato che rinnega,  a lodare il fascistissimo Salvini, genero del fascistissimo macellaro e banchiere Verdini, Salvini dico, tutore  della Libertà  del dissenso (oggi in Twitter). È apologia di reato.  Accade che i governatori provinciali si comportino bel bello come beati Bey e chissenefrega dell’Impero Turco; con la differenza che allora essi Bey forse avevano un pelino di timore a levare troppo il capino fronte al sultano, vista la facilità con cui avrebbero potuto perderlo; capo che purtroppo i Caponi delle provincie qui latine, non rischiano ed è un male; trovo che anche metaforica, anche simbolica, la decapitazione dovrebbe essere prevista da ogni  costituzione  democratica per chi della Costituzione, a ridanghete, se-ne-fre-ga. Alla democrazia dello straparlare, del non riuscire a tacere di fronte alle disgrazie e alla necessità di un ben(essere)  comune, considerando invece dominatore del campo proprio e altrui,  pietra di paragone, architrave della costruzione sociale, il proprio ridondante Io, ahimé occorrerebbe che nel ciascuno si opponesse non il fascista ma un personale Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, a capire che società, nessuno è obbligato ad amarla e nemmeno l’umanità, è ( anche e perlopiù per quanto fastidioso sia)  collettivo accesso ai benesseri ma partecipazione dei malesseri. E comprensione del sissignore signore. Che i professori e massime i filosofi cannino alla grande i giudizi si è già visto, prendi Stirner, Gentile, Heidegger, ma assumerne le pirlate ancora oggi nel campionario del libero pensiero mutato in pensiero in libertà, Uéla adagi ( adagio in milanese). Salvo non si abbia perso la Trebisonda e si parli pertanto a Vanvera. La Trebisonda chi l’ha persa non la ritrova, non al suo posto cioè sul Mar Nero, o se la trova è in guardia psichiatrica; mentre Vanvera si sa, parlarle rafforza il detto di Lacan e dirla oca è offendere le oche; che il loro gruppo, famiglia, terreno difendono benissimo; fanno testuggine con una centuriona davanti. Lo so per aver una volta osato passare dal una loro fattoria in Austria. La fattoria era di qualche signor Hänsel&Grätel ma fu evidente che le oche la prendevano per loro. 

* [83] The first is freedom of speech and expression–everywhere in the world.
[84] The second is freedom of every person to worship God in his own way–everywhere in the world.
[85] The third is freedom from want–which, translated into world terms, means economic understandings which will secure to every nation a healthy peacetime life for its inhabitants-everywhere in the world.
86] The fourth is freedom from fear–which, translated into world terms, means a world-wide reduction of armaments to such a point and in such a thorough fashion that no nation will be in a position to commit an act of physical aggression against any neighbor–anywhere in the world.
**Massimo Recalcati illustra il concetto di piccolo a: https://vimeo.com/236042199

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Voices of America

 

We are, famously, a nation of escaped convicts, younger sons, persecuted minorities, and opportunists. This fame is local and racial: white America’s myth of itself. It does not, obviously, describe Native Americans and African Americans: though they are theoretically free to partecipate in mythic America’s notions of vigor and self-creation, to do so involves sustained acts of betrayal or disloyalty toward origins they conceivably had no communal wish to escape. Oppression, for these groups, did not define the past; it replaces the past, which was transformed into a magnet for longing.

The myth elaborates itself in images and narratives of self-invention––drive and daring and gain being prized over stamina of fortitude. If the Englishman imagined himself as heir of a great tradition, the American imagined himself as the founding father. This difference resonates in political rhetoric: American aggressive might (usually called defense) and acquisitiveness (sometimes called self-improvement) as opposed, say, to the language of appeal that links Churchill to Henry V, a language that suggests the Englishman need only manifest the virtues of his tradition to prevail. These appeals were particularly powerful in times of war, the occasion on which the usually excluded lower classes were invited to partecipate in traditions founded on their exclusion.

Like most myths, this one has some basis in fact. 

Louise Glück – American originality, essays on poetryFarrar_Straus and Giroux N.Y. 2017 – INTRO

Non credo, non mi parve a suo tempo e in modo impreciso non mi pare adesso – mi smentiranno i risultati – che l’America sia in toto that Pink-yellow Tramp, il roboante killer di fiumi e foreste, il faccione mascellone asso pigliatutto; trovare definizioni divertenti è un mio sport che non serve né conclude niente quindi basta. Come vada o come non vada è evidente che quel lì è un dei peggiori mali venuti dall’America del Nord, secondo a chi non saprei ma in lizza per il primo posto, e tant’è. Se il  giudizio balordo del popolo dal dio pellegrino, avrà il potere di farci risvegliare tutti domani in un altro incubo di guerra lampo all’universa terra e non nell’allegro Westernworld stile Patto di Monaco in cui ci culliamo  con tutte le sue dichiarazioni d’intenti soddisfatti (i principi i principi), e la sua drôle de guerre a colpi di machete, bè che vi vuoi fare, china il capo senza avvicinarlo troppo alla zip ( lampo); dei pantaloni altrui s’intende. Stop.

Ma l’America per noi, dico per me bambino delle elementari sessant’anni orsono, era il gusto di disegnarne la carta geografica tratteggiando con impegno e voluttà il verde delle praterie, il bruno delle catene montuose e il blu dei  laghi, i più grandi s’intende i grandi laghi e di là il Canada; il Canada non suscitava tutto l’excitement che invece ci scatenava quasi tutti in classe a sapere e memoria e quanto è alto l’Empire State ( empire eh già) Building e quanti 48 ( allora) sono gli stati e quale l’ultimo degli uniti, e alta quanto la cima di una rocky mountains e lunga quanto la ferrovia da New York a San Francisco e quando il golden gate e quanto il brooklin bridge. America per noi era il paese delle iperboli e delle meraviglie, del Coca Cola e del sevenap, porcherie colorate a me vietate senza omissioni (ahi le feste dal compagno ricco dove ne scorrevano fiumi e poi facevo indigestione e poi vomitavo senza deroga alcuna), delle gelatine di frutta in estate dagli zii a Firenze; di frutta non avevano dentro niente tranne un tremolante color limone o lampone, squisite nefandezze che si trovavano però soltanto all’Esselunga di Firenze in viale De Amicis; unico negozio italiano insieme con quello di Milano, via Bergamo, semiperiferia, ma a Milano dove si capisce gli Americani saranno stati tre, la roba americana non si trovava,  Firenze invece, sapori di casa e la compagnia del resto era del Caprotti milanese e del Rockfeller americano. 

L’America era il cinema. Anch’esso grande e mirabile, inconfondibile. L’America era, Siluri uno e due fuori, di John Wayne e Robert Mitchum, l’America era, Sissignore signore, l’America era, Fammi tacere quei nazi figliolo, l’America era i lanci di sten per i partigiani di cui avevo in casa un campione privato e personale, mio padre, eroe decorato che con gli americani faceva l’intelligence, l’America era il nostro privato amico americano. L’America era la sorella di mia mamma in bikini seduta sulla sua Chevrolet Impala a Fort Lauderdale. L’America era il mito dell’America, guadagnato col sangue e incrinato ma non estinto molto tempo dopo dal sangue e dalla critica sanguinosa delle malefatte che via via si scoprirono dell’America, a cominciare dal Vietnam. Quando tuttavia nel 1976 per un’estate fui in America, oh cielo, oggi si avvera il sogno e siamo in America. Ricordo l’arrivo al Dulles di Washington, sera acqua come se piovesse, fradici, e poi nella cantina dell’albergo bianco e rosso di mattoni a vista, alto e lungo come una fabbrica di qualcosa, il primo pollo fritto (non ero vegetariano allora e benché mi nutrissi quasi in esclusiva di dolci, pasta e minestroni, un polli fritto mai e poi mai l’avrei rifiutato, come in Green book) cotto e servito nel cartone, oh meraviglia, da due immense ostesse viola tanto erano nere. Allora esistevano davvero i ne(g)ri, ricordo bene che pensai in incognito, chi ne aveva mai visto uno se non al cinema. Ma il cinema è il cinema. L’America esisteva davvero. L’indomani mattina uscii alle sette, camminai in mezzo agli americani, osservai operai americani srotolare  cavi in una condotta, macchine americane sfilare in strade larghe come autostrade, bambini americani; mi infilai in una enorme caffetteria brutta proprio come in un film americano, con le panche rigide di pegamoide rossa, sissignori un orrore alla Tarantino (non che qui i bar e i caffè fossero le sciccherie tutte figa e architetto di oggi) e sissignori ordinai e mangiai uova e pancetta col pane a cassetta che più bianco non si può e caffè, caffè americano, mezzo litro almeno, un’overdose di caffeina. Basta ero diventato americano come des Esseintes in À rebours diventa inglese cenando al café Anglais di Parigi e così decide di non partire più per Londra avendo già assaporato aria inglese a sufficienza. E poi e poi il ristorante chic dove mi fu assegnata una giacca e una cravatta e me la scelsero persino, e poi e poi New York per andare dove presi lo shuttle ma ormai mi sentivo veterano del volo  come, come un americano e non sto a dire l’emozione di farsi domandare da un marinaio del ferry per Staten Island, Da dove vieni ragazzo dal Texas, (cercavo di frullare il più possibile il mio non brillante ma pare piuttosto mimetico inglese) e  giù a ridere quando seppe che ero italiano e milanese; seppe situarmi con compiacimento sulla carta dell’Europa al nord dell’Italia. Ripartii con rimpianto benché sapessi che mai avrei potuto sopravvivere senza l’Inam, la ASST di allora, l’Univeristà gratis,  cui ero stato costretto a iscrivermi da mio padre dopo la scuola del Piccolo Teatro; che non avrei superato nessuna prova di coraggio americano per fare in America lo stesso mestiere che facevo con diecimila garanzie alla Scala, salvo renderle in ore di lavoro forsennato e sissignora alla mia capa canadese. Non avrei anzi mai superato nessuna prova; New York era un’isola violenta non diversa da quella di Iena Plisski  in 1997 Fuga da N.Y.; si girava con 20 dollari in tasca, il prezzo di una dose di eroina e il resto ben nascosto nei calzini se ti fossero serviti altri soldi;  gli americani pagavano con tesserine di plastica. Che cos’era la carta di credito me lo dovettero spiegare. Ecco. Eppure l’America era altro allora ed altro è adesso, altro dal confetturato rosa, e da quel Kissinger che condannò il Cile a Pinochet. L’America mi parve allora e pare ancora ma la terra crudele del cimento e dell’invenzione, del cinema, della musica, della pittura di Schnabel. Un’isola New York, probabilmente ancora assediata da un contorno di masse villane, villini e proletariato mentale, i grandi elettori obesi persi che vanno alle manifestazioni con la bandiera confederata alzata sulla sedia a rotelle, le vittime dell’alimentazione forzata a ormoni e antibiotici arachidi e t-bone-steak.

Ecco perché in definitiva questo Voices of America. L’America che con un misto di ingenuità e ammirazione amo, l’America di Allen (dispetto dell’indignazione qui e là delle intecherite zie Begonie dal Rimprovero), degli Auster e dei battere della E Street Band di Springsteen che piovono dal cielo esatti come paracadutisti delle 101ª aviotrasportata sulle Ardenne, del mito degli eroi rurali, dei poveri spazzati a margine da un sistema iniquo come un tempo dalla frusta dei cocchieri nella Russia degli Zar. Quei poveri si rivoltarono, non saprei prevedere se il voto di oggi potrebbe rappresentare una rivolta e di chi nel caso. 

‘Neath a crowd of mongrel trees I pulled that bothersome thread

Got down on my knees, grabbed my pen and  ed my head

Tried to summon all that my heart finds true

And send it in my letter to you

Whoa!

Things I found out through hard times and good

I wrote ’em all out in ink and blood

Dug deep in my soul and signed my name true

And sent it in my letter to you

In my letter to you

I took all my fears and doubts

In my letter to you

All the hard things I found out

In my letter to you

All that I found true

And I sent it in my letter to you

I took all the sunshine and rain

All my happiness and all my pain

The dark evеning stars and the morning sky of blue

And I sent it in my lеtter to you

And I sent it in my letter to you   

                             B. Springsteen – Letter to you

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Anarco-fascismo & fascio-anarchismo

Et à la fin de l’envoi en blaguant je blogue*. (Edmund Restant).

Ecco due espressioni sulle quali si potrebbe meditare domani o dopo con gli ospedali pieni di tubi e intubati, di personale allo sbaraglio, ma è sempre successo, di filosofi e primm damazz di Distroppìa che pontificano, libertà libertà libertà, Lalibertà è dei pazzi, disse Lalacan, Venite in psichiatria avederla in azione ( j’en dirai j’en dirai j’en dirai), e perché si sa, hanno mangiato la merda del mago, lor signori sanno, e sono liberi liberi liberi, a sessant’anni di trovare complotti e novi e deci, fare propaganda contro il governo che garantisce loro la paga mentre intorno ragazzi e generici, tenori soprani e ballerine di 30, chi lo sa se saranno garantiti dalla Confittustria che per voce del suo Capone Bonomine Patris dal sigaretto ritto, proclama la necessità di libertà libertà libertà, di fare delle persone un personale impersonale, chi c’è c’è, viva la libertà ineguale, golf e yacht club, fraternité biomédicale, di tutto il mondo unitevi.

… Si fa ma non si dice si fa poi si rifa…

Il prossimo travestimento di Salvini per alèuìn, nota festa brianzola sarà da anguria e la melona, lè  la bestia de maggior riguard di ogni marchesa che se la riguardi sullo specchio o sul paracarro, oh forsennata gioia di pensiomorti fasisti che leggono Liberò, liberò liberò. Marò.

… Si fa ma non si dice si fa poi si rifa…

Ho caricatori di ‘ffanculo in canna. Tremila. Posso baRRicarmi in casa. Ma tra 17 righe shhhhh taccio, e solo in finale di partita noto, di tutti questi anarco fascisti o fascio anarchisti col pettinino e lo sguardo infatuato davanti agli specchi, c’è pieno, che blaterano in tondo e spaccano con metodo, si aspetta l’onda che sale da da da tanta parte d’Italia a Malanno o Tortino, a Triest und Venedig, vedrai vedrai, comprano tricolori e bandiere rosse da bandierai così al burraco sono contenti di, Gli vedi i communishta shon shempre i shtessi altro chè. ( slabbrare per bène la è che più aperta non si può stile escort).

… Si fa ma non si dice si fa poi si rifa… 

Meremma puttana. ‘Tenti né, voglio vedere se un presule si indigna per la maremma. O un bùttero. P.E.G.D s’era promesso di starsene zitto e lo ha fatto in tutti ‘sti mesi, non avendo diritto diritto diritto nemmeno alla vaccinazione antiflu, rifarà l’antitetanica tant’ per vaccinarsi da qualcosa se morde, e nemmeno alla flebo di merda di un Dulcamara. Sa solo il poco che riguarda l’arte e in particolare la sua, di quello, sbagliando può parlare, ma quando si arrabbia anche se non ha verità verità verità un quai rubinetto deve aprirlo pur esso, è la ragione che a furia di stare compressa, segnala che la pappa l’è cotta mentre inTRono si dà fuori di melóne, balcóne, cabina, cinquina sulla ruota di Bar. Ecco fatto. Over.

* e giunto al fin della licenza irridendo bloggo

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