Nimm doch das Lächeln aus dem Maul, du Hund*.

childe_hassam_-_april_-_the_green_gown_-_google_art_projectChilde Hassam (1868-1935) April -The green gown

“L’on ne saurait infliger offense plus grave que d’appeler quelqu’un heureux, ni le flatter davantage  qu’en lui attribuant un fond de tristesse… c’est que la gaîté n’est liée à aucun acte important et, qu’en dehors des fous, personne ne rit quand il est seul. La vie intérieure est l’apanage des délicats, sujets à une épilepsie sans chute ni bave.” Emile Cioran-Précis de décomposition– Gallimard pag 140.

Nessuna  offesa è più grave dell’infliggere a qualcuno la patente di felice, né maggiore complimento l’attribuirgli un fondo di tristezza… gli’è che la gaiezza non è legata ad alcun atto importante e, con l’eccezione dei pazzi, nessuno ride quand’è solo. La vita interiore è appannaggio dei delicati, soggetti a un’epilessia senza capitomboli né bave. E.C. Compendi di decomposizione

Oggi. Come fucilata sul giubbotto antiproietto mi coglie un sorriso esemplare e nello specifico d’una scrivéndola überalles, ah ah, mauve il giacchino di pelle e la t-shirt che le canta… felicità/ è tenersi per mano/andare lontanoa lala lalà l’estasi forse… ma non della D’Avila. Altro qui si titìlla. È un vàlzer bordo piscina l’oggi dei risi e dei bisi e de’ capelli al sol ch’a da vvenire, ovvero denti, ma tanti di pescecani in crociera. Un demènte non c’è a non ostentare una dementiera, un tarabiscottaio a non infornare dolcetti al fenòlo, ché  sempre allegri bisogna stareb che che checché checché. E scrittoresse appunto, oh quelle… mazzi… poi menestrulli, attoronzoli, presentartrosici, poltrocoglioni ignoti a tutti tranne agli omonomìni loro, il serraglio animalier dei social a full, falansterio aterosclerotico che conglomera tutte le classi senza gorgoglio né oróre de classe, né hopoperaia né a-ristocratica, né borgognona, né rava né fava; tutto socializzato dal sorriso, giocóndato da dosi massicce del cococòcktail egemonizzante, il Bischeróni; e dai, conveniamo di lanciarci tra noi un cioccolatino al sorriso soffiato come la pallina di carta con dentro il còpiami còpiami pell’ultimo banco. L’udienza ah ah àah clap clap clàap.

Ecco. Osservo invece o cerco di tornare con l’occhio interpretativo della memoria a ricapitolare fotografie di padri e parenti, suoceri, madri apparenti, madonne fiorentine, triestine babasse, signori e signore, goddamn e mesdames, signorine in questo o nell’ordine inverso e a me visibili solo attraverso la lente della loro remota estinzione; un re, per quanto nano, e un imperatore  insieme a un pranzo, una tavolata di contadini furlani in un giorno di nozze, un ritratto di Totò in quanto Antonio De Curtis di Bisanzio, istantanee di Doisneau o di ignoto che mai certificò lo scatto col proprio nome. Ebbene mi pare che nessuna foto abbia colto di costoro il sorridere, non dico la risata che giustificherebbe bensì Macbeth o Dandin, persino Arlecchino nel loro precipitare sans rachat-senza riscatto (É. Cioran op.cit.). Mi pare una parata quella delle mie foto, di barbe accurate, capelli e cappelli in posa o altrove, corpi spettinati ma da un qual faticare, di visi raccolti in un pensiero sommesso che non mostrare è educazione, Siamo seri, morti al nostro passato, morti in effige, il futuro è questa fissazione della defunzione. Insomma tutti a scendere dalla soglia di uno di quegli usci, aspettando la carretta, quella.cVedo, sia chiaro  si tratta d’immaginazione, un che di vergogna nell’essere vivi ma, Ci immortaliamo. A capirla, l’innominata parigina, quella là la Gioconda, affatto non è sorridente... il sorriso quanto la smorfia sono cosa privata e/o del comico… fa la cortesia dell’enigma la signora. È civiltà che mostra la signora. La civiltà, quella separa… come fa il tempo; e il teatro diceva Brecht. 

Oggi. Domina l’ebetumènica sguaiataggine del mostrarsi; attrici e attruci in gara tra lor poppe d’oro e duchesse non differiscono nell’aprir le boccacce e sfoderare le gambe con quello che ne consegue per gl’inguini. Non c’è batteria di untorelli della lettièratura… tranne quelli che sanno ch’al sorriso manca il movente… non uno di coloro che non cincischi i labretti sì belli… ammesso che qualcosa sia davvero percepito o non sia acquisito o appreso per imitazione come ai concerti… cliché dell’applauso al povero divo, degli zampini per aria in battere e levare ma gli accendini… è tutt’una messa in piega, uno scambiatevi un segno di carapàce… Pare così che l’assenza di sottofondo, la differenza silenziosa siano percepiti ostili, atti ostili, l’in sé dell’ostilità, come indossare la cravatta e un viso consono al lutto. Voglio ridere così col sole in fronted… Ecco. Le fauci del gatto che soffia sono una liberazione. Finalmente qualcuno che accoglie nisba, anzi fastidio e sgrinfie. Il cane e il servo faticano sempre di più a non mostrare la coda che sorridonzola. Cani.

– Ballata dolorosa –

Una pallida faccia e un velo nero

Spesso mi fa pensoso de la morte;

Ma non in frotta io cerco le tue porte,

Quando piange il novembre, o cimitero.

 

Cimitero m’è il mondo allor che il sole

Ne la serenità di maggio splende

E l’aura fresca move l’acque e i rami,

E un desio dolce spiran le vïole

E ne le rose un dolce ardor s’accende

E gli uccelli tra ’l verde fan richiami:

Quando piú par che tutto il mondo s’ami

E le fanciulle in danza apron le braccia,

Veggo tra ’l sole e me sola una faccia,

Pallida faccia velata di nero.in 

in Rime Nuove – Giosuè Carducci(1906) Libro III, LV – Ed. Nazionale 1940

* E levati quel sorriso dalla boccaccia, cane. Parafrasi da Brecht – Surabaja Johnny- Nimm doch die Pfeife aus dem Maul, du Hund. E levati la pipa da quella boccaccia cane. Nota assai, per chi l’ha nota, la versione ritmica italiana, E levati la pipa di bocca porco.

cfr. A. Carrisi(1982) Felicità  https://www.youtube.com/watch?v=fs8r-8EJ4c8

b cfr. E. Jannacci Ho visto un re (1968)- https://www.youtube.com/watch?v=SyJ2Jxf0fjk

c. cfr. A. Manzoni  I promessi sposi  cap. XXXIV, 158

d. cfr. https://www.youtube.com/watch?v=5jt4_SAkdls nell’originale voglio vivere così  etc. è il refrain della nota canzone di Giovanni D’Anzi e TIto Manlio dal film Voglio vivere così di Mario Mattoli (1942)

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Nimm doch das Lächeln aus dem Maul, du Hund*.

  1. Biuso says:

    Come convergente controcanto:
    “Diese Krone des Lachenden, diese Rosenkranz-Krone: euch, meinen Brüdern, werfe ich diese Krone zu! Das Lachen sprach ich heilig; ihr höheren Menschen, lernt mir – lachen!”
    (Questa corona di colui che ride questa corona di rose: a voi, fratelli miei, io lancio questa corona!
    Ho proclamato santo il riso; voi, uomini superiori, imparatemi a ridere!)

    Also sprach Zarathustra, IV
    Vom höheren Menschen, 20

    • dascola says:

      Convergente sì.
      Il riso non sgorga dalla gaiezza ma dal contrario; il comico è un tragedia dissimulata, differita altre volte; per questo ho citato Macbeth. Shakespeare lo sapeva bene. E Rigoletto. E Nietzsche la cui vita è stata una tragedia. Il sorriso è l’emissione di obbligazioni garantite dall’ebetudine. E rendono altresì.

      p.s. Petrolini nel letto di morte sentì sussurrare a qualcuno dei presenti al suo capezzale che, “D’Aspetto sta bene”. “D’Aspetto sta bene”, colse il comico al volo l’occasione, “È Petrolini che muore”. E morì.
      Grazie Alberto

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