L’Italia s’è mesta

https://www.youtube.com/watch?v=pBy5q-UdIrk

Gloria all’Egitto e ad Iside… di questi tempi mirabilandia gira e rigira biondina via whatsapp la convinzione… non del tutto pretesa, c’intendiamo, ché ci sfottono, ci buttano il kepì a terra, ci tagliano di qua da un confine stile concilio tridentino, latini cretini, calvini bravini… salvini… di là i milleottocento saggi di Sion-CH, di qua cul-in-aria; l’Olanda poi, un dialetto tedesco disadattato ché si crede Flemishire e bacchetta… sentirli come aspirano anche le vocali… aspiratori a tutta randa, tutta la Zelanda… la convinzione che gira è che noialtri qui abbiamo fatto la civiltà, costruito cattedrali e dipinto ogni bendiddio, il mediterraneo è la culla di ogni virtù, compresa la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), Tod von Venedig, Esultate! L’orgoglio musulmano/Sepolto è in mar;/Nostra e del ciel è gloria… e la barzelletta è che tutto questo a miracol mostrare sia avvenuto per grazia di chi… difficile dire se per virtù dei barbieri di Martinafranca o degli ingigneri capannoni nella Brianza solatia, o dei contadini rifatti calzaturieri nel trevigiano, dei contadini doc della capitanata, o dei Beneditton che tra catene bicicle e spinterogeni (discendono da un spinterogeno e una pedivella) studiarono da miliardari, fino a dieci anni, poi scuole basta, te lo do io il battistero di Firenze, din don capannon. E te o do io il ci siamo sempre risollevati, povere torme di miserabili colle pezze al culo, cadute le quali pezze restava il collante di merda appiccicata al culo, non scrostabile, gnanca co’ lanciafiamme austroungarici. Tuttavia. Sì certo che come insegna la battuta di Orson Welles, https://www.youtube.com/watch?v=cydkTy6GmFA, noi c’avemo e Leonardo e Michelangelo e di Firenze il Battistero e allora Fantozzi(tono interrogativo retorico) Macchelangeli. La storia vista dall’alto, vien da dire dalla parte dei padroni ma non lo dico, sembra tutta un giulebbe che nemmeno Metastasio. A parte, qualche trascurabile occupazione di Franchi, Ispanici e Todeschi con conseguenti carestie e pestilenze, poi duchi e principati sono andati avanti fino e dopo le guerre di Indipendenza a ciucciarsi  le beneamate loro fave; e come oggi a chiedere favori. Così un fac-simile, più tardi un fax oggi un sms di popolo italiano, fu immaginato da borghesi intellettuali, qualche Principone, due Castiglione e un Visconti, l’Olimpo tutto li abbia tuttora in gloria e, alla fine, 1870 e dintorni, voilà il Regno dei Savoia,  nani di belle pretese; diecicentomila tra travet e titolati assortiti a dirigere un paese di cafoni, in tutti i sensi, dal più disperato al più carogna e briganti, in tutte le varianti. Trecento giovani e forti e una foresta di zoccoli, altro che, dal Manzanarre al Reno, provincia di Parma. Poi Caporetto Kobarid, il Piave mormorò di nuovo, e allora è vero che una folla d’ogni genere d’Italiani, letterati e illetterati, braccianti e dannunziani giù a battersi perché non passi lo straniero. Non ho idea di che cosa sarebbe successo se l’Austro fosse arrivato a Firenze, probabilmente niente, si sarebbe trovato bene e ci avrebbe fatto un sorriso da espressione geografica; sconfitti e umiliati, derisi, avviliti questo per certo. Ma un bell’atto di coraggio collettivo e sfegatato, non dico vantarsene ma riconoscere il merito compagni, del sacrificio in una grande battaglia patriottica a mio zio, flicorno nella banda di Barletta e 111° mitraglieri brigata Piacenza, più piccolo del Re ma, come da disfida, terrone volontario; come sempre avviene,  si riguardi ‘900 del Bertolucci chi non lo sa, l’epica fu trasformata in terreno di caccia sadica di carogne e sociopatici; del brigante Mussolino, co’ suoi sodali, altro che anni venti, tutto l’intermezzo fino al ’41 a fracicare di sudor di piedi gli stivali a’ bulli e poveracci inorbati, a infighettare fez a’principi borghesi, a garantire la violetta di parma ai malaparti, a retrodatare balle, O Roma o torte. Negli stessi anni eppure, è vero, nasceva il genio dei Savinio, dei De Chirico, dei Mascagni, non voglio dimenticare Totò, Pirandello e Petrolini. La Deledda, De Sica, not appressu ad anima criata. Poi risollevati, dal ’43, ah sì fu vera gloria senza posteri perché la Resistenza mica se fila nessuno, chiedere a Lala garde rosa, ai nipoti di Mengele in felpa di Prada, quando l’Italia era ormai impresentabile per stracciaculeria conclamata e grazie a un centimigliaio di partigiani combattenti e lungiocchieggianti personalità politiche, tirammo, il plurale è maiestatis, fuori il capino. L’è vera. Zoppicanti, defedàti e sudici ma sopravvivi abbastanzi da rimettere le bielle e i volani a far girare e le Fiat e  l’illusione della ricchezza; che questo fu promesso, questo fu dato… Illusione dolce chimera sei tu. Il resto fu piano Marshall, tankiuu o si volava di là dalla cortina di ferro, i Sovieti ci avrebbero usato come frutteto, tutto sommato mica male… meglio frutteto o portaerei bombardiera largo, medio, corto, raggio, livorni, maddaleni o popolo aviano. Mangiare bisognava andare avanti e nel Polesine polizia ed esercito non avevano le barche, le pompe, niente; forza di braccia e pale, lo so c’era mio padre a far la cronaca della rovina. Li taliani fortunelli non si sa, rimasero di qua nel codice atlantico ed ebbero questo è verissimo il vezzo di mettersi a inseguire la ricchezza del capitale; capitalismo per i poveri, socialismo per i ricchi. Si veda infatti com’era la vita a Milano nel ’46, tutta una beneficienza di  ricevimenti e cappotti cammellati per i vari Borghi elettrodomestici. Te lo do io il Battistero di Firenze. Via Mozart, Via Cappuccini, Piazza Duse tutte un appartamento per lipizzani gold club di Munscia. Ma mi faccia dunque il piacere chi loda l’ideale di un paese tenace che lotta e si rialza. Sì lottare per la pagnotta sempre fatto; la terra trema Rocco e i tuoi fratelli, l’Italia non è il paese del sole, dei soli. Per il resto e non voglio qui fare la Cassandra che è il mestiere che esercito senza compenso, tutto volontariato, per il resto, ci risolleveremo, soprattuto chi è già di suo abbastanza sollevato; me se non mi levano la pensione, sarò tra i sol levati, di poco, ma sollevati.

Intanto la più carogne delle sciacalle mondiali, le olandesine volanti, le svedesi depilate, e  qui giù il coro dei comprimari di melodramma brianteo e borgataro, in testa quel vesti la giubba dei pompieri di Viggiù su per giù, quel che offre a piacere veleni o pugnali, di preferenza nella schiena, la canaglia baritonale, Matteo Boccadirosa, che mette l’amore sopra ogni cosa e ch’a Verdi & Toscanini avrebbe fatto tanto schifo che nemmeno uno schiaffo… da non doversi lavare le mani… la canaglia semprimpiedi risorgerà dai suoi corollari a spargere il viagra della stoltezza tra il popolo che continuerà a credere il governo ladro e pluvio. Nonostante gli sforzi di questo in carica per farci almeno stare a galla nel diluvio, e a non pagare le malefatte, i malestri, le canagliate di, non stiamo a contare gli anni per carità, dei governi ante ma tanti. Amen e arrivedersela presto. 

https://m.youtube.com/watch?v=sv8oiLC4hSs

p.s. Qualche milionario puoi scommettere che chiederà il sussidio di 600 euro…’zzo vuoi ho la partita… di calcio? No, Iva.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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5 Responses to L’Italia s’è mesta

  1. Tina Messineo says:

    Veramente un excursus mirabile, un poco incazzato, ma solo un pochino!
    Mi piace questa battuta, fra tutte: “I Sovieti ci avrebbero usato come frutteto, tutto sommato mica male”
    Sarebbe stato un Paese di “monumenti e chiese” (L.Battisti) e frutteti. Una vera pacchia!
    Peccato .
    Di più non dico perché impianterei una causa (persa ) contro il Bel Paese e il 50% ( non so chi siano gli esclusi) dei suoi abitanti ‘secolari e non’!

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  2. Tina Messinèo says:

    Ho capito cosa non funziona . Riscrivo senza corsivo

    La battuta a cui mi riferivo era la sua, caro Pasquale, è questa, ” i sovietici ci avrebbero usati come frutteto” e poi, di conseguenza, il mio commento anche con citazione di Battisti!
    Ahh gli accenti! Il cognome è una convenzione formale e non identitaria e dunque metta l’accento dove vuole ma credo che lei lo abbia già pronunciato così come fanno tutti.
    Grazie per il grazie sulle mie capatine a “casa” sua, quando ho tempo lo faccio volentieri!

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    • dascola says:

      Ah capisco anch’io adesso; non vedevo una parte di testo e non mi raccapezzavo. Dunque va bene come, Messìneo o come credo Messinèo. La precisione è importante. Me, se mi scrivono come, devo, Dascola, vado in bestia. Come se mi togliessero un castello dei 32 che io ce n’ho… ah bè sì bè.

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  3. Tina Messineo says:

    Veramente una excursus mirabile, un pochino incazzato, ma solo un pocochino!
    Mi piace questa battuta, fra tutte: Sarebbe stato un Paese di “monumenti e chiese” (L.Battisti) E frutteti. Una vera pacchia! Peccato. Di più non dico perché impianterei una causa (persa) contro il Bel Paese e il 50% (non so chi sono gli esclusi) dei suoi abitanti ‘secolari e non’!

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    • dascola says:

      Grazie per la visiTina, cara Messinea (ma l’accento per Diana dove starà, su nèa o messì?). Non ho ben capito se mi attribuisce una battuta che non ho scritto o se cita per associazione dal Battisti che poco conosco ma piglio per vero. Per il resto 1. Guardi secoli fa non père, politico e meridionalista acceso ( dopotutto ci chiamiamo D’Ascola e non Spreafico) deprecava ( per non usare un termine più colorito assai) i guasti della democrazia cristiana che aveva devastato il Sud, levando da Piacenza in giù la ricchezza vera delle coltivazioni. Secondo lui a guasti fatti si poteva ormai tenere obtorto collo la Fiat a Torino e la Marelli a Sesto San Giovanni e per non fare più danni fermare l’avanzata capannona nella Brianza, che un tempo era tutta granoturco e boschi. Per non rovinar di più Milano, occorreva riaprire i navigli che il Buce Truce aveva interrato per far moderna la città come fosse una Forlì trapiantata in Texas. I cafoni hanno sempre il vezzo del moderno inteso come diserbo chimico e devastazione di solide radici. L’unica cosa che andava fatta sarebbe stata una ben fatta riforma e di credito agrario (ascoltare si capisce Di Vittorio che per ironia della sorte morì proprio qui a Lecco). Mi pare che su ciò ci troviamo d’accordo. Sui corsivi spero di averle corretto al meglio le ingerenze dei sistemi che non obbediscono ad altri che a loro stessi. Concludo dicendo che di queste visiTine n’ho piacere. Immagino che la frutta sia già in rigoglio sotto la Montagna. Mi raccomando, stia bene. Qui non è così facile. Psq.

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