Il gusto del fisioterapista 4
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Gli amanti dei libri
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera


Milano. 51 anni anni orsono, di preciso il 31 gennaio 1969, partecipai alla mia prima e unica manif dell’esordiente ’68 italiano. Più che altro perché facevo il filo a una tipa e contavo sull’appoggio delle masse proletarie per conquistarla. Dell’occasione oceanica ricordo solo il volto estatico di questo e quello compagnero, una lei riccia e bellissima, figlia di antichi amici dei miei, sottobraccio allo spilungo suo moroso e noto matematico, felici di vedermi tra tanti accompagnanti. Ma di più, e netto e preciso, ricordo il provocatore. Era un filo ma si vedeva di ferro duro nel maglione col roulé a pelle, sotto una gabbana aperta e inusuale, di un colore caghetta di neonato; inconsueta in generale e atipica nella folla di eskimos da reduci dal vietnam 70 mm colors panavision. Colui, il gabbano caccostracco aveva capelli più lunghi dei miei di allora (oggi per mia fortuna anche il mio cranio è ateo) e si vedeva che un costumista della politica lo aveva ben consigliato; non gli mancavano infatti gli occhiali neri da diva e urlava a tempo con gli ora pro nobis della folla, tutta borghese, tutta dedita al sabato fascista del pomeriggio cazzo compagni, FascÍsti borghÉsi UN ancÓra pÒchi mÉsi. Ma cappotto giallo aspettava il Do per replicare da solo con un Fa sempre nuovo, urlato bene da farsi sentire almeno sette file avanti e indietro, e dettava il tempo elementare degli slogan en chef d’orchestre (e si sa la fatica in Italia, paese di solisti, di far seguire a una platea qualsivoglia un semplice 2/4 col clap clap delle manine; difficile, ti manderebbero fuori i filarmonici di tutte le Berline). Insomma quei l’era un provocatore della police; ogni tanto spariva tra le file, lo osservavo, lo seguivo colli occhi ma ricompariva sempre da qualche parte a incitare. Chiesi conferma alla bella riccioluta amica di famiglia ( oh santo cielo quanto era bella, a cinque anni avrei voluto dichiararle quello che non conoscevo, lo sconsiderato amore per lei che ne aveva 12) e lei, che aveva un passato di scontri a pugno di ferro coi fascisti del Movimento sociale, e che ogni tanto cercava rifugio in casa nostra dopo una notte in via Fatebenefratelli (non è un sarcasmo è la Questura) mi spiegò che si trattava di provocatore. Stavano lì i provocatores a vedere se si poteva scatenare la bagarre in modo da… in modo da vedi Napoli e non muori. Così ho capito subito che a Napoli città di commercianti figurati… è chiaro che si vuole calcare la mano sul comprensibile ma incomprensibile malcontento, si vedrà si vedrà si vedrà; al resto, agli slogan pensano filosofi sinistri (ché a tanto si è ridotta la sinistra, a essere tale, monca, coincidente con la destra) che sbraitano di libertà alla stregua di Forza Nuova. Una libertà astratta, un idolo egoista come tutti gli idoli che tendono ad abbattere nella misura in cui ne elevano templi diversi ma uguali. Prendete per esempio il prof. Fusaro, che quando cita Hegel e l’unico pensiero che gli si monta a neve ferma è che la mascherina è come la camicia nera ( o una museruola) sembra che negli occhi da santo ( cioè da assassino) gli si risolva la quadratura del cerchio. Seguono ruota a ruota i profeti di sventura (anche QAnon), gli illuminati della dicente di sé stampa alternativa (lasciateci un contributo con carta di credito) e le sciure spiritate del paté bourgeois milanese, canasta con l’asta e india soufflé into the oregias (ears).
Mumble mumble Paperino. Ecco ecco che in preda a questi pensieri balordi ma tutti veri come diceva Céline, niente filosofia, ecco che ‘stamane nel tentativo quotidiano di essere un Gattopardo quando sono soltanto un Silvestro gatto maldestro che tuttavia boit son petit té du matin avec des confitures, per sms mi raggiunge il mio brillante amico Paolo e intratteniamo il seguente dialogo tra ammutoliti. Dialogo che per amena concessione del suo agente provocatore mi diverte riportare qui per intero.
[09:20, 25/10/2020] Prato Paolo:
Pasquale, ma dobbiamo ancora sorbirci tentativi di sommossa alla forconara contro la dittatura sanitaria? Ebbene sì. E, francamente, ci trovo più da ridere che da piangere
[09:48, 25/10/2020] Pasquale E.G. D’Ascola:
Mica tanto; passin passetto l’uccellino ti si ficca nel retto. Guarda la carta geografica e conta le regioni nere. Mi pare che il progetto sia di accerchiare Roma. Salvini è in calo ma costringendo il governo alla resa, alle elezioni, inevitabili salvo Mattarella, avrebbe più di una chance di magnarsi lo Stato appoggiandosi alle spalle della madre cristiana de Roma e del Vaticano che approva sempre agli urbi e all’urbigna. Ribalta le carte e considera che il papa di cosiddetta sinistra le prova tutte per trovare alleati che in vaticano parrebbe non avere. (Che si prepari a diventare segretario del PD?). Fuor di scherzo credo che se questo governo regge arriviamo al ’23 non sereni (ironia della data, Salvasoldini mi sa che si prepara al ’22) ma con un Salvini dimezzato e forse rimpiazzato in parte dalla fratella di taglia ormai europea. In cambio un PD rimuscolarizzato e chissà in grado di fare una coalizzazione con pochi friarelli di contorno giusto per far numero in parlamento casomai. Ogni paese è mondo: ti ricordo che pochi gabbani neri imposero in venti minuti l’attuale sultanato persiano. ( e con l’entusiamo della Francia e di certi progressisti giudei di mia conoscenza, tutti bagnati al cavallo all’idea di qual metallo si forgiasse nell’oriente petroleoso: la spada dell’Islam turistico loro noto e gradito, i giardini dell’Alhambra; babbani, coglioni, all’ombra dei capestri e dentro l’urne, altro che). In ogni modo rifletti; mi pare che il tuo ridere sia uno scacciapensieri. Osserva che la Francia si sveglia repubblicana (è già successo) quando ormai le si sono rotte le acque. Dopo Macron che fare, o Le Pen o il govermo islamofranco di unità nazionale; me par che sia il fantasma che si aggira per l’Eliseo. (leggimi Sottomissione) La Polonia è persa e anche l’Ungheria. L’Europa dei lumi come la chiamano gli ottimisti è arroccata a Bruxelles e in Scandinavia che non per caso si tiene un passo indietro dal continente. Si spera nella Germania; prima della pandemia la loro pacifica invasione economica, un bel IV Reich in buoni poliennali del tesoro, era auspicabile per tenere a bada le spinte al sultanato che arrivano anche da parte cattolica… dopotutto lo hanno inventato. Oggi la Germania però non saprei. Domani dovrà leccarsi come tutti le ferite e addio supremacy. Non lo posso affermate con sicurezza ma in questi tempi bui da ridere non mi viene. Il sarcasmo è altra cosa. Ma è il pugno stracco del pugile in ginocchio.(si prega di apprezzare la metafora del come siamo). Qualcuno tra i gabbani neri di Roma sere fa gridava, Siamo solo all’inizio. L’immagine che più risponde al mio stato d’animo è l’urlo di Munch. Quasi quasi, questo tutto me lo posto in un bloggo.
[10:00, 25/10/2020]
Prato Paolo: Postalo, ma di lunedì. La domenica è dì di festa, e già io me ne dimenticai. Un po’ per dimenticare, come giustamente insinui, un po’ per benigna perfidia. Resto comunque fiducioso: anche in Cile si va a rivedere la Costituzione del Pinocchiazzo e l’assetto dello Stato. Il punto è che ci vuole tempo, ma nel tempo c’è già stato di tutto e di più. Ergo, sopravvivere per vivere. Dimenticavo: non c’è abbastanza fame e non godiamo dell’abitudine alla trincea, come nel ’22. Le rivoluzioni non si fanno in pantofole impolverate, poco o tanto, di coca. E, se i lemming corrono verso il mare, sappiamo spostarci un poco pro lado de là. Samba
[10:16, 25/10/2020]
Pasquale E.G. D’Ascola: Guarda che ti pubblico, sta ‘tento compaGnero.
[10:29, 25/10/2020]
Prato Paolo: Oggi, le donne vòtano e possono comunicare ai congressi. Coraggio!
[10:30, 25/10/2020]
Pasquale E.G. D’Ascola: Guarda che ti metto in piazza. Autorizza paese, verrà da ridere però
[10:32, 25/10/2020]
Prato Paolo: Che cos’è “autorizza paese”?Criptico o T9 assassino
[10:33, 25/10/2020]
Pasquale E.G. D’Ascola: No no, io sono figologico, riporto anche data e ora… T9 sta per paisà, ovvero Totò, Parte nopei e parte napoletani.
Ringrazio Prato Paolo per la cortese collaborazione e aggiungo due corollari per chi vuole passare male la domenica; non commento, non traduco, c’è google.
1.
2.

Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
Capisco che è banale, è il premio Nobel di quest’anno funesto. Ma sialodeallaterizio vale. Vale la fatica per chi non lo conosce di leggerla in Inglese la signora. Sennò google translator signore e signori. In generale le traduzioni o si aggiungono con voce propria all’altra che si è promossa voce di sé e diventano proprie a loro volta; o altrimenti le traduzioni valgono per le istruzioni della lavatrice. Siccome non mi sono azzardato e non ho avuto tempo di pensarci su, eccola qui la signora, in tutta la sua originalità; non la conoscevo; un mattone in più alla casa della mia ignoranza. Mi ha fulminato. Mi permetto soltanto di far notare l’uso dell’enjambement e questo da solo vale un Nobel. E infine i versi finali che si chiudono come in Dante, mi pare, o appunto come lamine d’acqua blue and permanent. Come usava dire Totò deglutendo tra complento e predicato verbale, a me,,,, piace.
The Drowned Children
You see, they have no judgment.
So it is natural that they should drown,
first the ice taking them in
and then, all winter, their wool scarves
floating behind them as they sink
until at last they are quiet.
And the pond lifts them in its manifold dark arms.
But death must come to them differently,
so close to the beginning.
As though they had always been
blind and weightless. Therefore
the rest is dreamed, the lamp,
the good white cloth that covered the table,
their bodies.
And yet they hear the names they used
like lures slipping over the pond:
What are you waiting for
come home, come home, lost
in the waters, blue and permanent.
Louise Glück

Silence, We Are Dreaming, 1991-Moebius (1938-2012)
Mi pare che farsi le cose da sé sia il più grande incentivo al sogno che si possa sfruttare. Quanta poesia nasca dall’asse da stiro non so dire; per me di sicuro il lavoro domestico è fonte di ispirazioni e non solo, di aspirazioni a macchinari sempre più ingegnosi e tali da sostituirmi nell’età che non tarda affatto né si attarda anzi galoppa, e già adesso si industria ad impedirmi nel quotidiano. Non so quando l’artrosi, la semplice artrosi, mi inchioderà le dita tanto da non poter battere la tastiera, intanto mi stiro ancora i pantaloni da me. E questa, parlando col Totò de → I due marescialli , è una grossa soddisfazione. Del resto il principe De Curtis convisse per tutta la vita col suo servo, Totò appunto. Per metterla sul metafisico – cipperimerlo – ricordo di aver letto in epoca preistoriche un intervista con il grande Chomsky, dove non so né la ritroverò, che non credo per burla né per affettata semplicità affermava, per l’intervistatore, che il lavoro della sua vita di cui andava più fiero era la canalina di scolo per la neve nel suo giardinetto. Non gli do torto, tutta la filosofia mi pare il frutto di scarsa applicazione al giardinaggio e al ferro da stiro. A sapere di chi si tratta questo l’ha scritto p.e.g.d. Pare.

Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
Sono venuto a New York perché è il più miserabile e abbietto di tutti i luoghi. Lo sfacelo è dovunque, la disarmonia è universale. Persone infrante, cose infrante, pensieri infranti. La città intera è un ammasso di rifiuti. Paul Auster-Città di vetro
È una scrittura solid state quella di Patricia Odriozola, solida; ogni parola, frase, complesso verbale, interpreta il ruolo di detrito, di avanzo murale, di memoria delle costruzioni demolite e seppellite sotto una coltre di terra, la mal riversata dal generale d’aeronautica Osvaldo Cacciatore – https://es.wikipedia.org/wiki/Osvaldo_Cacciatore – e intendente di Buenos Aires 1976-1982; il tutto ciò che le dittature congenite al sud delle Americhe, hanno cercato di nascondere senza riuscire a seppellirlo – viene in mente Un sorso di terra di Heinrich Böll e l’ossessiva lì come qui in Felisberto presenza dei guardiani – e il cui fiato di tomba alita tra le righe scritte e le dighe erette a fingere un oasi naturalistica, la reserva costanera; affacciata sulla Plata, è quest’ultima il teatro di questo mirabile lavoro letterario, Felisberto, traduzione di Alberto Aséro, Orizzonte Atlantico edizioni, lavoro che subito, per antica deriva professionale, ha rifiondato me su un palcoscenico.
Va detto tuttavia e con pudore al lettore esperto, e più esperto di me tout court di letteratura atlantica, per dire argentina, che appunto non ne sono né un frequentatore né un noto conoscitore; sì il minimo indispensabile ma ammetto di avere poca esperienza di Borges, un po’ migliore di Marquez, con piacere sommo tuttavia, perplessa di Neruda – il cui nobel, opinione contestabile, mi parve come in tante occasioni attribuito alla militanza con poco riguardo a una poesia, modesta, sentimentale, puerile come le canzoncine di Dylan, nobel alle adenoidi, opinione contestabile –; minima di Cortázar, frammentaria di Puig sì, amable, qualcosina insomma e con quella mancanza di cognizione delle differenze autentiche che impongono i chilometri e le altitudini tra Cile e Perù e Argentina e Messico; scoperta infine e da poco una stella splendente, Alejandra Pizarnik, che nacque a Baires, visse a Parigi e si suicidò – i periodisti mascherati direbbero si tolse la vita per farlo suonare un poco come si slacciò il reggiseno – 37 anni anni dopo a Baires.
Questo per dire che il luogo di partenza e di arrivo conta, noms des lieux, scrisse Proust. Felisberto si apre su un luogo immenso, l’estuario del Paranà col suo mar de la Plata, immenso, come immensa appare la Reserva Costanera, 3.5 km quadri, in cui approda Ignacio, l’altro nome del romanzo, con l’intento di liberarsi di uno zaino di oggetti e oggettini ammassati a costituire il suo bagaglio di ricordi – il carillon della nonna, la lettera di addio della moglie Úrsula titolare unica di un vero nome secondo Ignacio – sopravvivenze tutte da affogare, cancellare, dimenticare gettare via – gesto che non riesco a non associare ai lanci in mare di quelli che verranno chiamati desaparecidos; olvidados mai – là dove è stata sepolta un parte di città, in altri termini di memoria, di romanzo; romanzo poi, lo sarà sì lo sarà no Felis-berto. È racconto quel dell’infeliz-berto, cunto in napoletano, conte di conteuse, non sto divagando, cerco di non farlo, credo che la precisazione sia utile. Il cunto è in principio un parlato, narrazione – in cui per quel che mi riguarda ritrovo bellamente me stesso –, basti pensare a Saramago le cui opere sono principalmente contate prima di essere scritte. Questo discorso si può applicare anche ad altri autori ma ognuno rappresenta, come l’autrice, voce di Felisberto, la propria differenza. Qui però è bene fermarsi prima di perdere la testa in una non nuova teoria del romanzo. Luogo e clima continentale variabile, inquietante, fiori e ragni e serpenti spaventosi, vegetazione apocalittica. Mi piacerebbe che il lettore già fosse intrigato alla lettura di questo Felisberto. Clima. Geografia. Esterni/Interni, Cinematograficamente parlando la signora Odriozola stacca da esterni, giorno o notte – ma il tempo tende a essere una linea – a interni incapsulati nella memoria, senza tempo dunque, salotti, cucine, camere da letto, fino a una pasticceria che è il luogo solido del finale, luogo del ricordo, luogo impersonale, luogo del Godot. Non è casuale il salto, è sceneggiatura. Non si vuol dire con ciò che Felisberto aspiri a divenire film, non lo credo possibile; Felisberto, che è un desaparecido al reaparecer sobreviviente e Ignacio sembrano costituirsi in un terzo atto mai scritto per Vladimiro ed Estragone; del tutto anticinematografici; se mai uno sceneggiatore dovrebbe puntare a mettere a fuoco i molti dialoghi stralunati e incoerenti di Felisbo e Gnacio; se Vladì ed Estrago sono surreali gli altri due come dire, sono schizofrenici… ohi ohi come sono stupide le etichette; il vaga(me)nte io che scrive, le trova simili al professor Unrat dell’Angelo azzurro, clown sotto il colletto duro. Ci sono migliaia di parole in Felisberto da leggere una a una, quasi dimenticando che un romanzo è una costruzione da visitare ma come quest’ultima vale per ogni singolo corridoio, andito, terrazzo, solaio – ricordo molto bene la visita a casa Batló di Gaudí a Barcellona – occorre sentir risuonare di Felisberto ogni svolta che la traduzione oltrepassa in modo magistrale, ovvero creando un italiano plausibile in spagnolo e non viceversa com’è comune ai traduttori – per tradurre occorre essere artista quanto, se lo è, l’altro; per scrivere occorre essere pittori o musicisti, mai giornalisti o pubblicitari, vade retro allievi di corsi di scrittura, la scrittura è un dono degli déi non la pagella di una scuoletta; ricordo l’uggia delle traduzioni da Molière o Shakespeare che sconciavano gli originali usando il vernacolo toscano o una lingua asessuata, se si potrà ancora dire asessuata oggi che di sesso non si può dire, ma di genere e sono trentacinque, a stare a sentire, ma tutti uguali, il che a logica è illogico –. La traduzione qui è una sorta di italiano straniato dall’italiano, una traslitterazione del voluttuoso idioma ispanico del Baires – lo immagino, non lo so come sia l’originale ma mi piacerebbe saperlo – in un italiano voluttuosamente acquisito e ripensato dal catalano, così come quest’ultimo fu ripensato per una comunità di luoghi costruiti, per l’appunto, sulle memorie di persone dalla memoria ricostruita, tali gli emigrati. Il bello di una traduzione è quando rende plausibile la sensazione, fino a tramutarla nell’ipotesi che di traduzione non si tratti ma di originale; così ogni tanto il traduttore Aséro sagacemente lascia suonare parole locali, campanelli che ricordano al lettore, guarda che sei lì non qui dove credi; sei in volo sopra Buenos Aires non per Buenos Aires. Scendi, pilota/ fammi vedere, scendi/a bassa quota/che guardi meglio/e possa raccontare/cos’è che luccica sul grande mare, cantava Paolo Conte in Aguaplano e Yo tengo la suerte de ser argentino, cantava un vecchio vals, valzer, mi appartiene il destino di esser argentino…
Sopraffatto dalla ridondanza del dire altrui su qualsiasi argomento, convinto che i miei argomenti sono cosa rarefatta più che rara, scopro la bellezza del non voler dire niente, del non appellarmi ad alcuna autorità, persino del non avere niente da dire. Intanto noto che ridursi al poco è come aprire lo stomaco al minimo; una scatola di fagioli e quattro pomodori, olio, gnam.

Gilbert Sorrentino(1929-2006)
Giuseppe Verdi. Simone Boccanegra. Finale atto primo. Ormai in là negli anni Simone Boccanegra regge da tempo la Repubblica di Genova con mano da intelligente ex pirata, Putin insomma; a parlamento nel bel mezzo di una rivolta popolare per futili motivi e ad un complotto per invidia – del pene – del suo rivale Paolo, allo sfondare della folla le porte del consiglio, Boccanegra grida, Ecco le plebi…
1:18:45
Leggere oggi sul NYT che la signora Pelosi è intesa convocare il Senato d’America per scongiurare con un legge ad hoc il tentativo dell’attuale direttore delle poste, signor Louis DeJoy, e megadonor (sic) trumpiano, di minare il servizio postale e quindi lo svolgersi del voto a distanza; leggere sul Figaro l’allarme del governo circa le derive islamiche di alcuni sindaci; leggere su varie testate l’intestardirsi a dire che il popolo, ma quale, bielorusso è in rivolta contro il signor Lukaschenko e che l’Europa si esorta alla storiella che il popolo medesimo vuole la libertà, ma quale – quella di polonesi e ungari di darsi un governo fascista, chi lo sa, – ; leggere che per via delle discoteche chiuse, discoteche che danno, chi lo sa, così tanto lavoro alla ‘ndrangheta, quella della fascistissima feticista Santacchetipassa resterà aperta – mentre troupes cinema e orchestre e cantanti lirici e attori e operatori e focus pullers e macchinisti e postproduzioni sono a spasso, pochi sembrano percepire il baratro che li attende e nessuno ne scrive – ; leggere sul Tirreno di qualche tempo fa che madre di un figlio spiaggiata da qualche parte da altra spiaggiante cui chiedette di di non sostarle appresso causa bambino debole di globuli e dunque facile alle infezioni, dalla detta si è sentita apostrofata e virgolettata con, Se hai il figlio malato tientelo a casa; leggere che folle di signore e signori protestano per il porto di mascherina inteso come abuso di potere e pericoloso sistema di morte – ah ahi ahi ahi si respira strillano la CO2 come se l’aria a Milano o Chicago fosse miscela di gas nobili e i suv borghessi e i motorini a due tempi scoreggiassero mugòlio e palo santo – quando queste democrazie caucasiche hanno pervertito il loro stoltus sociale al senefreghismo, non al diritto di salvare la pelle ma al diritto personale assoluto, libertà libertà libertà di battere l’epidemia a suon di macarena, ovverosia di diversamente macumba; le stesse democrazie fondate sul sangue di migliaia di miserabili che chiesero e conquistarono pane, orario di lavoro, diritti dei lavoratori, voto alla donne e infine libertà libertà libertà di non essere ammazzati da una qualche o tonaca o camicia nera o bruna o azzurra ( c’era la variante; ogni coglione glabro o peloso si inventò le sue camice, taluni si sa indossando sotto sotto lo chémisier pervinca); leggere tutti i giorni sui muri del ramo del lago di Como i nomi degli eredi diretti degli assassini dei fratelli Rosselli, F.lli Angurie & Salviette di Taglia che, inneggiano sindaco un faccione dall’aria post ictus e gradito al locale Circolo Canottieri e CAI; leggere e mica tanto tra le righe il rieditato Il conformista del Bertolucci; leggere infine pubblicità a favore di opere meritevoli che garantiscono a pochi irrimediabili infelici con difetti genetici oltre che genitali e che i genitori hanno partorito a dispetto della sorte, che essi tuttavia hanno schiere di ricercatori bianchi e meritori nel cercare il rimedio al male assoluto senza rimedio; leggere che intanto in Niger o dovunque vi pare ciuffi di mencheultimi crepano di fame, così tout simplement. Ma la carità. Saper leggere non c’è che dire è un bel vantaggio. Tutti gli eSipodii – un esipodio due esipodii, Totò – si situano dovunque li si voglia situare, ed è facile cucire insieme focolai di stupidità, miseria, cialtronaggine orrore e carogneria per dar loro valore di sintomi; lo fa la letteratura, per esempio nei feroci libelli censurati di Céline o di Houllelbecq per esempio in varie opere, ma da ultimo in Sottomissione; non starei a fare il tentativo di una diagnostica, che è una tentazione, ma non sono e non studio né da Masaniello, né da Marx, mi limito da sempre a confrontare la colpevolezza sorniona della realtà con l’innocenza feroce dell’arte che è il mio mestiere; del resto Cassandra la cui visione era maledizione ma, ma ma ma…
… nel 1971 Hollywood se ne uscì fuori un film bello, fantascienza solida, ricca, con un attorone, Charlton Heston, Occhi bianchi sul pianeta terra, ossia The omega man che, racconta la spiega Imdb, a seguito di una guerra batteriologica, New York è toccata da un’epidemia che distrugge l’umanità. L’unico uomo sopravvissuto grazie a un vaccino lotta per combattere gli zombi e per trovare un antidoto che possa salvare il resto della popolazione. Questo film che io vidi e rividi impegnò qualche pagina della mia tesi di laurea qualchi anni dopo – la mia tesi non piacque al mio relatore Umberto Ecco perché classificata spiritualista, quando era sottilmente spiritosa – e, per la precisione l’unico uomo sopravvissuto non è l’unico ed è biologo militare; egli vive con milioni di supermercati e armerie a disposizione e in una graziosa palazzina che ha blindato, gli alloggi in città vengono via con niente; scopre che, lui a parte, l’umanità si divide in due gruppi, infetti e resistenti sani, uno sparuto gruppuscolo dal sangue vivo e fresco che, scoperto il medico, tenterà di aiutarlo nella sua quotidiana lotta contro i folli sopravvissuti, non zombi ma devastati dalle malattie, glaucoma, clorosi e una rara forma di psicosi maniaco-depressiva che li ha riportati a delirare un medioevo oscuro e feroce; guidati da un santone, inteso Messia, demonizzano la scienza e la tecnica che, nella loro testolina, li ha conciati così, vivono non si sa come e perdono il tempo in un furia iconoclasta di tutti i totem della civiltà scienza e tecnica. In particolare sono accaniti con il medico Heston. Della battaglia finale non ricordo quanti morti ma non finisce bene né per gli omega men né per Heston, e infine nemmeno per gli spettatori che dicevano allora, tempi grulli, Ma figurati sempre catastrofici gli americani. Sempre catastrofici già. Fine del discorso. Non solo.