Detto tra noi, ti iòdio.

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Incubo abbandona due donne dormienti, 1793, Heinrich Füssli (1741–1825)

Non ho letto il combinato ma conosco le mascherine italiane e dunque, da un punto di vista tecnico-politico, di questo dispositivo antiodico messo in piedi in fretta e furia dal Senato, autore la senatrice, o autrice la senatora, o autiera la senatore Segre, mi pare si possa dire che more religioso intende vietare un sentimento, più che antico consustanziale all’umano, sentimento da cui procede a volte un desiderio, quello di non vedersi aggiro l’inimico o supposto tale; o, nel caso contrario, nel caso dell’amor cha nullo amato, il desiderio di posseder l’amando. Pensiamo all’ira di Achille e agli infiniti addotti. Ma finché però non c’è atto né indotto, la semplice messa in parola di qualche impulso, non ha valore effettuale. Mi spiego. Se dicessi a una ragazza che mi piace esprimo un parere, se le dico ti amo un sentimento, il gorgoglìo delle mie interiora messe in moto da molteplici fattori estetici; quasi di sicuro la desidero e basta e viceversa, può accadere – anche le donne è accertato hanno un’anima, diversa magari ma sempre anima – resta da vedere, first of all, se la cosa interessa alla ragazza, and second, come posso ottenerne il consenso informato (oggi è pericolosissimo lo so, il chièd e ti sarà dàt vale solo in particolari condizioni); così resta da vedere anche se la bontà che i cattolici dichiarano essere il loro spirito guida si manifesta negli atti. Oh sapeste quanti buoni parrocchiani vedo nel mio specchio di Medusa sfuggire alla mano del mendicante o del venditore di stringhe e bindelle negro. Gli è che pensano, Me va’ che mi faccio il culo per guadagnarli i soldi e so di  finanza e ragioneria di golf, di comunioni e di golfini e tu pallido negro che fai dimmi che fai… Rispondo io per il blackie o per l’ultimo generico, Sto sulla strada al freddo o alla calura per portare l’incasso al Peachum di ventura che in cambio mi dia una branda da dormire e un tetto. Sarà che con l’età sto rimbambanendo ma sempre di più quello che posso ci do ai mischini, anche di più, anche se non di rado mi infastidiscono le loro richieste, o il modo, o le facce che chiedono; tuttavia e concludo, mi pare utile che ognuno provveda all’ognuno come può; di là dal fastidio che procura lo zingaro o Chicche e Sia. A me per esempio stanno sul pelo che non ho dello stomaco i circoli velistici, del bridge e del golf, del rotary e l’opus dèi. Ma finché non sparo col mio M40 o Mosin Nagant ( preferisco questo a quello per solito, meno roboante, più preciso) al monsignor Chiappalabilia che sta facendo le sue buche domenicali in clergyman che male gli fo a dirgli,  Bro’ – a fra’– you’re busting my balls – me stai su’ coglioni. Riacchiappando il discorso dal principio mi pare evidente che l’idea stessa di sanzionare un sentimento, significhi voler sanzionare in previsione un pensiero, persino l’idea che ha partorito un certo pensiero. Dunque in primis detti e scritti, vedasi il caso Céline. Ricordo qui che Socrate non fu accusato di pensare e dire le cose che diceva ma di corrompere alle larghe, la gioventù propugnando la sovversione sociale; l’atto quindi, supposto, dimostrabile o reale che fosse; ma Socrate era greco e la Grecia era pagana, figlia del molteplice, del variabile, della differenza che differisce, non del ciclope eterno dentro il triangolo dei suoi bermuda, non della stella del Davide (che il Golia doveva proprio molestargli lo scroto), non del Corano ( presto le donne potran guidare ma col cambio automatico ché la sinistra non sappia se la destra per caso…) Ricordo qui che Socrate fu condannato con un’accusa capziosa, utile alla politica, che non fece onore alla democrazia ateniese e da un tribunale più o meno speciale; ed è questo mi pare cui prelude la commissione Segre. A quando una commissione che giudichi la pornofilia, il piacere (il piacere punto e basta), l’amore pel tacco 12, per la narcisìa, per profumi e balocchi. Non sto scherzando, l’armamentario che fa sferragliare il Senato a distanza puzza di Castel Dant’Angelo ( siori, la dì nol xe un refuso) di Spoletta di Conte Scarpia, il maiale con le mutande etiche. Vardé vardé che un fantasima s’aggira per l’Europa, Saper vorreste/Di che si veste…? (G.Verdi, Ballo in maschera, 3/15) Ohibò benon, da maledetta Tant’Inquisizion. Ricordo qui l’orrore della caccia alla streghe, a Salem ( leggi Hawthorne) e a Washington in tempi non così lontani; e per chi volesse dimenticare che Spinoza fu giudicato e condannato per le sue idee da una tutta speciale inquisizione ebraica; qualcuno dirà che fu solo espulso da Amsterdam, e dannata la sua opera, non bruciato vivo a Campo dei fiori (Rm) come Giordano Bruno; sì sì ma, rispondo con il motto di un prigioniero a Norimberga alla domanda di un collega di scodella che in un vecchio film -ricordarsi quale mah, forse Vincitori e vinti– si domandava, Come è stato possibile – tutti gl’ambaradan di treni, di campi di forni – È solo questione di metodo. Escludo per concludere la lista dei miei odi personali che qui sarebbe troppo lunga ma mi affido in succinto all’efficacia di Paolo Sorrentino…

Tutto quello che non sopporto ha un nome.

Non sopporto i vecchi, La loro bava. le loro lamentele. La loro inutilità…

Non sopporto i giovani. La loro arroganza. La loro ostentazione di forza e gioventù…

Non sopporto i bambini capricciosi e autoreferenziali e i loro genitori ossessivi e referenziali solo verso i bambini … come sopportare tutti quelli dediti alla lotta, al comizio facile e al sudore diffuso sotto l’ascella… Non sopporto i manager… Non sopporto i piccoli borghesi… i fidanzati, poiché ingombrano… le fidanzate poiché intervengono… Non sopporto quelli di ampie vedute… poiché boicottano la cattiveria. Quindi, sono insopportabili… Non sopporto i giocatori di biliardo… il commercio equo e solidale… i dolcificanti, gli stilisti, i registi, le autoradio, i ballerini, i politici , gli scarponi da sci… Non sopporto i timidi, i finti misteriosi, i pazzi , i geni, gli eroi… Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso Soprattutto me stesso. 

Solo una cosa sopporto. La sfumatura. (Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione, Feltrinelli, Mi 2016, pag 9-13) 

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Film brutto o della non misura

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Quale sia e se vi sia un criterio per definire una demarcazione tra il bello e il brutto, senza esitazioni, il canone di un’estetica per dir così scientifica, si sa ch’è stato studiato, proposto voltato e rivoltato in vari modi, per lo più accapigliandosi tre loro le teorie e i teorici; sfioro l’argomento, mio ma solo nella pratica non nella grammatica. Alle grosse quindi mi azzardo a dire che gran parte delle persone dabbene concordino che l’oratorio sfrancesco di sales (che non pochi diranno ormai seels), sotto casa, con annessa scritta gusùcìama, necessiterebbe della devastante puntualità d’una bomba ma molto intelligente, e che il parroco reo dello scempio, dell’immissione di calcestruzzo nell’anima umana, ebbene quello avvitarlo a una croce, drildrildrill col blackedecker. Di là dal joking (vedrete che torna la paroluccia incolpevole) solo pochi imbecilli si beano dei palazzacci polifemi, non solo nelle periferie, delle villette di cubature al cubo, dei via vai di capannoni lungo le vigevanesi di tutto il mondo unite, dei texas e degli abudhabi, implacabili, resistenti alle magnitudo di qualechesia terremoto o tsunami. La bruttura è come il cancro, non sei tanto sicuro di debellarlo e quando ricompare è già metastasi.

Girellare per Macerata; è confortevole piaceretto assorbire la bellezza (oh sì bellezza) sontuosa del laterizio che struttura ogni palazzo dal principesco a quel del magazzino, fino alla Sferisterio, bellezza che pure qualche architetto valente, e senza speranza, ha tuttavia cercato di conservare nei palazzi fuor delle mura. Per i Greci, per gli antichi il bello coincise grosso modo con l’armonico, col misurato; non che avessero torto i Greci perché di certo questo è uno dei criteri, senza andare sul difficile, senza entrare nel territorio dell’arte, per distinguere un bicchiere dell’Ikea da un di bric-à-brac cinese; per i Greci chissà, la signora Teresa in estasi sarebbe risultata brutta e vattelapesca le opere di Gaudí, un pastrocchio insostenibile alla vista; difficile domandare a Fidia che cosa penserebbe dei tortiglioni barocchi.

È utile ricordare del resto che qualcuni meglio di me attrezzati, Edmund Burke (delightful horror A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, 1757 ), Immanuel Kant e Shiller e, e, e Schopenhauer si preoccuporno di andar oltre il bello a caccia di sublime, sintesi e contrasto di orrido e magnifico, di Dionisiaco e Apollineo, avrebbe concluso Nietzsche; finché, nel 1947 per Presses universitaires de France, M. Gabriel Deshaies, dottore in lettere e capo del dipartimento di Clinica all’università di Parigi, pubblicò un libretto, L’Esthétique du pathologique, l’estetica del patologico dal quale la preziosa immaginetta qui sopra. Ora si guardi allo specchio chi non si è visto allo specchio e chi non ha provato brividi di attrazione per un volto devastato dall’acne cistica o per il corpo mutante di un’obesità endocrina. Ora, mi pare che la quistione del criterio uno e infallibile corra dietro a una fenomenologia del bello, in quanto gradevole (ma per chi?) o del brutto( idem) che terrebbe conto di molteplici fattori e di tre paradossi, il proprio mi piace non mi piace, mi (con)muove non mi (con)muove, e mi attira non mi attira; tensioni molteplici quanto vaghe che, a mio avviso, rendono l’estetica un etica differenziale, scienza solo nella proprorzione in cui manifesta alla coscienza non l’uno ma il variabile, commensurabile; destino della sensibilità che, sia ben chiaro e tondo, senza educazione, studio e apprendimento a coltivare, non va più in là d’un tremotìo ddi’ ccore.

Me ricorda che da piccino amava i colori criardi di una brutta enciclopedia per bambini, Conoscere mi pare si chiamasse, con tavole che oggi non giudicherei nemmeno kitsch; poi si cresce e s’impara ad estasiarsi fronte alla Madonna del parto, del Piero della Francesca, non saprei dire se di più ma certo diversamente che in vista del kouros, esposto a Catania (cfr. A.G.Biuso in https://www.biuso.eu/2019/10/30/unestetica-teologica/); mi fossi fermato all’ouverture 1812 di Čajkovskij oggi potrei ascoltare solo la banda dei carabinieri che suona La leggenda del Piave; invece, a furia di ascolti, rifiuti e rapimenti, sono arrivato a Schönberg su su fino a Fiona Apple (1977 -); chi non conosce quest’ultima provi a sorprendersene. Con gran divertimento ricordo adesso che fui preso per frocio, in gioventù per i miei gusti sub-limi ( ci fu un greco anonimo che scrisse di ciò che va sub limen, dentro, sotto le righe più alte) anche in materia di fimmine, datosi che la che maggiormente m’attizzava ieri e tutt’oggi, ma con molto ponderati effetti emotivi, è la ballerina, alta e affilata, dalla modesta seconda di seno, appunto perché il pettone da balia me ne guasterebbe l’immagine armonica; l’androgino Primavera del Botticelli, Ofelia di Millais o Persefone di Rossetti dotato di sorprendente mobilità. Brutte donne (o brutti uomini) secondo il punto di vista, per la maggior parte dei maschi docg, tutti granito e salamelle. Duole osservare ora che tutta questa varietà corrompe di ogni arte il motivo conduttore, la ratio, equabile e ben temperata della misura che allontana gli eccessi della possessione del soggetto da parte di un inconscio onnipotente, scatenato, preteso espressionista quando è solo demente, precostituito assassino della forma. Misfatto di Pandore e Pandori, Via il tappo dai vasi e buonanotte al secchio. Ovvero bugliolo, ché anche la merde è espressione, direbbe il Manzoni, quel che l’inscatolava.

Così, in compagnia di questi lugubri, ma non per certo sensati pensamenti, sono uscito infastidito dalla visione di un film osannato; più che di una qualsiasi artigianalità, secondo me prodotto da un marketing oculato e con lo stile della noia; raffazzonato copincolla di opuscoli di psichiatria democratica, di fumettoes e marx-sìsmo hippie; eh ciao sì, ippiahéh ippiahòh. Un film brutto ma senza l’attenuante o il pregio di essere deteriore. Intendo dire che fossi costretto preferirei, ma senza esitazioni, I mercenari di Stallone, con Schwarzenegger. Ma questo Joker al contrario prenderà l’Oscar, statene certi, oh lettori, ormai è destino; e l’automa, il burattino that struts and frets his hour upon the set, in front of a camera, signifying nothing, sarà il miglior attore, vista l’assenza di un regista a regolargli le molle; apoteosi della sedicente espressione, del far schizofrenia invece che, almeno, spettacolo. Non dirò dell’assenza di strategia narrativa, di scrittura meditata, non dirò delle sequenze a mmuzzo, di dronerie, carrelli, gru, steadycam, se non ho visto male anche di gabbiani (il seagull è per antonomasia inquadrare l’inutile), confusione e sbadigli; non dirò del finale di folla in rivolta come noi assistentini della Scala (Teatro alla) avremmo meglio di meglio fatto, e facemmo in Otello (Verdi, a1/s1) ordinati da Franco Zeffirelli a capire che la massa va distribuita a saturare il quadro o mille figuranti sembrano cinquanta o i cinquanta, due; e che ogni singolo deve fare qualcosa che crei movimento e attenzione, come in un quadro futurista, o in Kurosawa. Avesse visto ‘stu reggisto joking, non si dice studiato, soltanto visto, osservato con qualche attenzione una scena di insieme concertata da Fellini eh bè, sì bè ho visto un film… che piangeva a esser così malfatto e insensato, brutto che parlarne oltre annoia chi scrive e quindi basta così. Ma andate andate a vedervelo il Joker. Punizione meritata. Giurare che qualcuno lo troverà bellissimo e adatto alla conversazione a cena, non so se imbesuito ma certo addestrato dalla pubblicità al gusto corrente del riempirsi il carrello di assorbivulve e salsicce saltinbocca. Ite, messo lì.

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Il kouros ritrovato – Catania -Castello Ursino

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Sabato 26 Ottobre​ – Assedio ed Esilio

IMPAGINO INVITO

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Assedio & Esilio – 26 ottobre

IMPAGINO INVITO

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L’ElzeMìro di Martedì 15 ottobre

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro. Cadenza quindicinale.

Olio di lino 8ª

Tempo d’attesa

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73126

***

Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Perché non grassetto

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Francine van Hove (1942 – )- Senza titolo 

Per puro diletto accademico, mi spiace ma ogni tanto ce vo’, provo a spiegare  alle corte perché ho in uggia l’uso nefasto di grassettare i testi; per modesti o importanti che i 277 li trovino anche i qui presenti ne sono esenti. L’uso del grassetto è determinato dalla volontà di chiamare l’occhio cioè l’attenzione del lettore su di un determinato passaggio di questo o quel discorso, diciamo articolo per comodità. All’occasione, secondo me, può anche essere tollerabile per sottolineare, ma a volere nei Mac per esempio c’è una combinazione apposita per farlo, per mettere in risalto il succo di un discorso inutile quanto noioso. Ma l’autore che voglia segnalarmi che per lui è importante assai la frase, la sventurata rispose, ebbene… il lettore accorto non ha bisogno di farsela sventolare sotto il naso come il cencio insanguinato che esponevano in meridione al balcone, il mattino dopo le nozze, ‘sì da far intendere che la vergine, o la gallina per il brodo al maschio vincitore, erano state sacrificate, e le nozze come il brodo, consumate si diceva. Al lector accorto e di buon orecchio, ché i buoni scrittori pare parlino assai di più di quanto scrivano, quella frase, la sventurata rispose, che con un punto chiude qualsiasi Oltrarno al capoverso, qualsiasi commozione inopportuna, basta e avanza, l’accorto sa, una volta di più che cosa sta leggendo; il decimo capitolo di un capolavoro. Come ognuno può osservare ho corsivettato la frase di Manzoni per segnalare solo che non è mia (e vorrei saper scrivere un frase siffatta). Punto. Ma meno il testo ha peso e autorità, ovunque cioè, più lo si infarcisce di grassetti e incisi che non incidono per niente, se non con la lancia della noia (i recensori di film o di musica pop seguono appositi corsi di inciso e di metafora iperbolica). Mi pare che solo Massimo Fini, Nunzio La Fauci ( iddu cu fu) e Alberto Biuso nei loro blog non ostacolino la capacità discrezionale del lettore col grassetto. La BBC lo usa con inglese rarefazione, El Paìs preferisce, e non è male, un cortese azzurrino per le frasi che ritiene topiche, idem fa il NYT che tuttavia sottolinea all’antica ma interi brevi periodi, Sputnik, l’unica rivista sovietica al mondo e che me gusta per eccesso (mi piace leggere di bombardieri come non se ne sono visti mai, di navi ciclopiche, di bellezze russe al bagno, come ai tempi di Kruscev non era forse consentito), grassetta frasi fuori contesto quali sarà ora responsabile, con il soggetto lontano e la conclusione sconclusionata. Ma siamo nell’ambito dell’ilarità stampata, cioè del giornalismo. Quaggiù nei ducati si grassetta tutto, pronomi, avverbi, virgole e traveggole, i nomi di Jessica Ìlari o Jerry (per Girolamo) Attenti, come se tutti dovessero o potessero conoscerli e stare attenti a quei nomi illustrati dal giornaliero ma illustri manco pe’ gnente; magari sono solo i vincitori della terza tornata di Misfattor ma si dà per certo che ognuno gorgogli di benessere a comprendere che il lusso del grassetto inorgoglisce l’articolo che di Ìlari e Attenti si adorna sicché, saputolo, egli lui lector non legge nient’altro e passa all’info sulla carneficina del giorno, dove leggerà con gusto, esplosi 23 colpi strage questore fiori sirene. Tutto un esplodere di tumori grafici, di singhiozzi, Gulp e blurp, skreeetcc ohnnoooo uhhhhh, da fumetti. Ebbene si evitino i grassetti e si scriva a fumetti. Ecco perché qui no, qui non leggere è un diritto ma leggere tutto è un obbligo.

Per concludere, ecco il paragrafo della sventurata, dal decimo capitolo de I promessi sposi  di Alessandro Manzoni modificato e adattato per la  rete.  Cioè per chi non ha tempo e non aspetta tempo ( onde andare a sciare a Bormio, deo concedente)

-Tra l’altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per compensarla di non poter esser badessa, c’era anche quello di stare in un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de’ tanti, che, in que’ tempi, e co’ loro sgherri, e con l’alleanze d’altri scellerati, potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato. Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall’empietà dell’impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose.-

Amen.

                 da B.C. di Johnny Hart

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L’ElzeMìro del 1 Ottobre

In Gli amanti dei libri

Olio di lino 7ª

Malagueña salerosa

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73047

Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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L’ElzeMìro del 17 Settembre​ 2019

In Gli amanti dei libri

L’ElzeMìro

Cadenza quindicinale.

Olio di lino 6ª puntata

Tango

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72971

 

Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Muzzu ri minchiati

https://youtu.be/3vzLWsMG110

Nel ringraziarvi del credito che mi accordate ancora, cari 276, non so se leggendo ma perlomeno rimanendo iscritti alla mia mailing list -non mi azzardo a dirvi come si fa a levarsene, e confido che in generale sia vostra la facoltà di non leggere- desidero soprattutto rendere l’onore a quelle persone che mi segnalano il loro gradimento o gli affioramenti della loro immaginazione con un mipiace (like). Ne sono contento e ancora grazie. Questo detto, proseguo col diffidare dal darmi retta, più di quel che già farà da sé, il lettore esigente. Ogni cosa che scrivo è priva di qualsiasi motivazione commensurabile. Con i perché, chi vi scrive ha pochissima dimestichezza, tanto che, e non ne dubito affatto, parrò apodittico o/e supponente; c’è una parola francese che ben si attaglia al mio modo di procedere che è spesso tranchant, tranciante. Ma è ovvio; più di una volta a premessa di questo o quel discorso ora su un libro ora sul cinema ho detto che non sono critico, esegeta o analista. Per definirmi, oltre che osservatore estetico, potrei usare un modo di dire caro ai bidelli del mio istituto, nel tempore illo, tutti ammirati per non ho capito mai cosa di me, tanto da ripetermi sempre, spesso, più e più volte, Ah lei maestro qui dentro è l’unico artista. Allora io tra me e me pensavo, unico forse, artista hmmh, maestro poi uhh, ma essere ammirati si sa che piace e ho sempre lasciato dire, ché tanto male non fa, e poi qualunque qualifica rallegra chi la esprime. Però è vero che io non ho nessuna attitudine né capacità a dimostrare ciò che dico, a spiegare perché. Ricordo e si può rintracciare dint’o tiubbe -fatelo da voi se ci tenete- una lunga intervista a De Chirico, il pittore sapete, fratello del più geniale fratello Alberto Savinio. In quella sede l’intervistatore, colto il maestro al lavoro dopo la sua pennica quotidiana, non sapeva che domandargli. Sicché giù a chiedergli incauto, Come mai un sole nero, maestro (?). E il caro Ghiorghios, Giorgio, contadino in greco, a rispondere, Ma così, mi pare una buona idea. Ora occorre riflettere sul fatto che un artista anche quando riflette si riflette, o guarda e vede a traverso quegli specchi di polizia, di qua sì di là no. Sa lui quali fili insegue, tecnici per lo più, che lo legano al come non al che cosa. Non sa perché fa, non di preciso e non con gli strumenti dell’intelligenza geometrica, ma lo fa ed è (quasi) sicuro di non sbagliarsi ( quando abbia finito di correggere il fatto) e il più delle volte accade che altri, dotati di infiniti regoli calcolatori, asseverino ciò che egli disse o fece mmuzzo, tanto nel senso indicato dal Vocabolario della Crusca I e IV ed. Muzzo=di mezzo sapore. Lat. medii saporis, ottimo è il sugo delle mele muzze, tanto nel senso che certo lessico giovanile recupera forse invece all’uso siculo, Muzzu-Mucchio, muzzu ri minchiati un mucchio di fesserie, per estensione anche a vanvera, Parrari a’ muzzu=Parlare a vanvera.
Ora, molti mi chiedono, la mia vicina di casa per esempio, donna gentile e sapida e piena di curiosità ammirative, oh come faccio, oh come mi viene in mente, oh perché dico così o cosà. Ebbene la risposta è e sia sempre non lo so. Apodissi, ipsedissi, biribissi e già lo dissi qui in questa sede parlando del film di Schnabel su Van Gogh. Va precisato che un artista anche quando voglia fare la voce dotta, puttoppro parra a muzzo. Non ha niente da dimostrare. Mostra e basta; tranne i casi disperati, incurabili di quanti prima pensano e poi fanno seguendo una bandiera (Basti ricordare Hermann Hesse, il propagandista più noioso della letteratura, e la ricca messe di predicatori nell’arte modesta ma petulante di oggi; se non hai niente da dire chiacchiera, con accenti ispirati e stizziti, di libertà, spirito, diritti e donne, vedrai che ti pubblicano ché quando uno si pone e finisce al centro di un cicaleccio di cui sia ascoltatore e interprete, finisce allora o assassino o profeta o abbraccia le due carriere). È il suo, dell’artista, gusto, quale sia sia, la sua sensibilità a insegnarli la strada, strada beninteso educata in anni di osservazioni, pazienza pratica e ascolto, letture senz’ordine, a catturare di un’immagine, di una musica, di un testo, la polpa, l’architettura; la sua intelligenza lo guida nel tessere la coerenza di tutto questo quantum, persino una verità. Ebbene ho visto un film che io definirei meraviglioso per questi motivi e perché, a ridànghete, dire non saprei, Dolor y Gloria, di Pedro Almodóvar. Ne posso dire poco, che è un film solo per adulti (come Il posto delle fragole di Bergman mi ha ricordato mia moglie). Escludo che possa apprezzarlo chi ha meno di cinquant’anni, e non sia accostumato a silenzi ed ombre (vivi così nello oscuro è una battuta del film – la traduzione è letterale) o abbia maturato appunto dolor y gloria, almeno un po’, qualunque sia il significato e il peso che ai termini si voglia dare. È un film da ascoltare, chi può, come lo scrivente, nel bell’idioma castigliano, meraviglioso, decaduto e opulento, come il nostro siciliano, anche quando a parlare sono dei contadini. È un film che inizia nel finale, con l’ultimissima sequenza che scopre a sorpresa il protagonista, l’anziano cineasta Salvador, nomen omen, a sigillare, parafrasiamo Artaud, il Film e il suo doppio, col suo fatale cut, che in spagnolo si dice, Corta, e che invece la dice lunga; dice, Non facciamola lunga. E tutto finisce. Sarebbe errato dire che è un film nel film Amor y Gloria o, peggio che è un film sul cinema, o peggio che è autobiografico (c’è chi di mestiere cerca l’aneddoto, il pettegolezzo, la cosiddetta vita vissuta in ogni opera, come se Verdi avesse vissuto i tempi di Rigoletto, Don Carlos, Macbeth) ma qualcuno che l’ha detto c’è di sicuro, e di sicuro qualcuno avrà scritto che è un’opera senza lo smalto (ai critici subito da bambini piace la parola smalto) di Almodóvar. Minchiate a muzzo. Potrei parlare degli attori, di quanto siano ammirevoli e li abbia ammirati lo scrivente, a partire da Banderas, ma sono tutti così straordinari com’è straordinario il loro mèntore e burattinaio Almodóvar che, a parlarne mi annoio da me stesso. Potrei dire invece del bellissimo apparso, Salvador, il bambino che chiappa tutte le note del pentagramma; Salvador, ma dde chi e dde che, icona di Necessità e Destino (Τύχη & Ἀνάγκη). Potrei dire ma non voglio, sarebbe triste come la madre che rientrasse nella casa vuota e oscura con la cartella del figlio morto per la strada in spalla, e non riuscisse a piangere. È una citazione? Sì, amen.

P.s. la colonna musicale, un discretissimo basso continuo, che ho apprezzato molto è di Alberto Iglesias, figlio di Julio.

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