My life closed twice before its close

A scanso di malintesi;  pubblico la signora Dickinson perché mi piace e mi piace condividerne la genialità con qualcuno cui possa piacere.

My life closed twice before its close—
It yet remains to see
If Immortality unveil
A third event to me

So huge, so hopeless to conceive
As these that twice befell.
Parting is all we know of heaven,
And all we need of hell.

Emily Dickinson, 1896

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I post-reason

I tipi come me dovrebbero farsi il piacere di suicidarsi; valendo poco da vivi e senza ragionevoli prospettivie di valere qualcosa da morti; nemmeno come morti; seccante, vero?

Non so chi l’abbia e soprattutto se qualcuno l’abbia detto o scritto; di chiunque sia il pensiero lo avallo, better, lo avello.

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I reason, earth is short

I reason, earth is short,
And anguish absolute,
And many hurt;
But what of that?

I reason, we could die:
The best vitality
Cannot excel decay;
But what of that?

I reason that in heaven
Somehow, it will be even,
Some new equation given;
But what of that?

Emily Dickinson

in TIME AND ETERNITY. XXIII.

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Paris canaille

Sono impressionato di dascola.me , ho bisogno di dire . Davvero non spesso ho incontrato un blog che è ogni educativo e divertente , e mi permetta di informare, di aver colpito il chiodo sulla testa . Il vostro concetto è eccezionale , la difficoltà è una cosa che persone non sufficiente si parla in modo intelligente circa. Sono molto felice che mi sono imbattuto in tutto questo nella mia cercare qualcosa riguardo a questa. saluti

Dascola.me prega di non ridere, soprattutto di non deridere il bizzarro italiano; il commento qui sopra arriva da un sito di prostituzione parigina via un indirizzo mail gay…@gmail.com che, nelle iniziali, promette e non so né voglio sapere che cosa possa o non possa mantenere. Parecchio immagino. Ho cancellato il commento come spam per prudenza; tuttavia pensare che non uno stupido in vena di scherzi perversi, ma una vera prostituta e forse anche gaia senza essere fioraia né chiamarsi mimì, mi riservi i suoi occhi per leggermi e onori di un suo commento e così lusinghiero e affaticato nella ricerca della sintassi opportuna, mi dà un curioso e non sospettabile piacere in più. Avendone pochi in genere.

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Colle Val d’Elsa

a E.G.

In certe occasioni la lucidità lo mette alle strette; vede se stesso dal di fuori mentre critica, lui che sta viaggiando, mentre le vite sono tanto difficili.

José Saramago – Viaggio in PortogalloPer un chicco di grano non fu Lisbona

Colle non appare chiara da lontano; ci sono tre approcci logici da nord; uno da badia a ripoli, firenze, inadatto al praticante del tra mezz’ora ma consigliabile al tirocinante del non so ancora dove, lungo la 222 chiantigiana fino a castellina e poi giù per la rapida 429; il secondo che scorre lungo la pessima superstrada firenze-siena dal galluzzo; l’altro che dalla porta romana di firenze, esce dalla città, corre su e giù da una serie di crinali, aggettivare i quali non è indispensabile ma sì, si può ben dire che sono spettacolari, lungo la via cassia, statale 2 si diceva un tempo, quando c’era uno stato cui nel bene e nel male uno credeva di appartenere, in qualche modo, anche nel più scomodo. Colle non appare chiara dall’alto, là dove la strada cala su poggibonsi, bombardata nel ’44 al punto che pogghibonsi fu per gli alleati e per un po’, sintesi di altrimenti indescrivibile devastazione, poi sparisce, poi, quando si è ormai arrivati al cartello che annuncia, COLLE VAL D’ELSA, non la si vede. Si intravede la città bassa contemporanea, gli edifici che già nelle cianografie dei capomastri che li costruirono abdicarono invece di aspirare al ruolo di modello, di temperamento, di volontà e rappresentazione del proprio qui e adesso, in breve di appartenenza a un progetto, per servire da capanna condominiale, rifugio angusto e ostile cui sfuggire, chi avrebbe potuto poi farlo, a bordo di fiammanti mercedes, finché sono fiammanti. Certe automobili, certe marche o tipi, sono, nella fantasia di chi guarda, a volte epitome perversa, a volte  diniego della propria nazionalità interiore. Se esiste.

Colle è nell’insieme divisa in partes tres. Il paese antico steso come una collana su una collina, l’allitterazione è volontaria, il paese vecchio, ai piedi di quest’ultima, con le sue ciminiere rossastre di manifatture desuete, ottocentesche; e il paese nuovo, di cui sopra. Sulla collina ci si ritrova tra le pietre e le pietre di tante età, dal medioevo fino quasi, non è lapsus quello che arriva, ai gironi nostri. Lastricati, spallette, pilastri, contrafforti, stipiti, colonne e architravi, mura e muri di tufo, mattoni bassi e rossi, pietre che non si sa come classificare a non essere geologi, pietre da costruzione e, all’improvviso, così come si adeguerebbe a una minima variazione della luce, l’occhio si adatta alla misura degli ordini architettonici antichi, alle proporzioni degli edifici, riflesso della mente e della lingua usata da chi vi pose mano. Via via che cammina per le antiche scale, chi guarda si accorge di assentarsi in un romanticismo, eh beh sì diciamolo, che stringe poco a poco le budella di chi sale in estasi, e sa poco perché, e scende malinconico e sa che lo è. Sia chiaro alla mente di chi legge che non è domenica, nemmeno una di quelle domeniche che si vorrebbe non arrivassero mai, né un sabato e che non siamo in un villaggio; è giovedì e sono passate da poco le sei di sera. La cittadina è vuota, i negozi, pochi e spenti e sì c’è un gran silenzio, forse qui non esistono nemmeno antifurto. È vero che la cosiddetta stagione estiva è alla fine, all’occaso, ma fanno tenerezza gli insoliti turisti in coppie isolate anziché in branchi ciabattanti as usual e in cerca di fotografie da scattare. Non fai fatica a immaginarti di essere parte della pattuglia, non si può essere sicuri che si trattasse di una pattuglia né se di americani o scozzesi o indiani o australiani o francesi o neozelandesi o brasiliani o gallesi o ebrei della brigata ebraica o il che è della seconda guerra mondiale, della prima pattuglia che entrò dal cammino basso della cittadina, nello stesso o ben maggiore silenzio, osservata dagli occhi delle persiane serrate, occhi che non vogliono ma alla fine vogliono vedere e vedono nuove divise e gesti diversi, timorosi e amichevoli. Colle fu liberata il 7 di luglio del 1944, tutti dovrebbero sapere da chi e da che cosa o farebbero bene a ricordarsene.

È l’ora di cena o, che sia o non sia l’ora, pare che la quiete dei colli intorno, delle inquadrature strazianti di terra e cipressi che si aprono agli occhi nei rari respiri tra una casa e l’altra e, forse non è da escludere, dell’odore superbo di un arrosto ben addomesticato che arriva da una minuscola finestra serrata dalle sue sbarre di ferro, ricordino che fermarsi e mangiare, senza averne necessità in apparenza, è una cosa bella; fermarsi per una buona simulazione del restare, fermarsi per gustare il fermarsi. Il cibo è squisito e tanto inusuale da trasformare solide patate in un ricordo. L’ostessa è giovane e attenta e si affanna a sostenere il proprio ruolo, la propria recita fino agli abbracci finali. Poi, nel silenzio e nel vuoto ancora più profondo delle strade ti immagini quelle finestre vuote di persone con un futuro che non sia l’indomani, di giovani coppie che progettino i loro amori, private di attività che non superino la soglia della sussistenza e forse nemmeno della persistenza sufficiente a farne tesoro e memoria. Ti prende un dolore inatteso, uno scoramento, un senso di che cosa vuoi, non c’è niente da volere, tutto è stato voluto e fruito. Fine. Al fresco di alberi generici per chi guarda, alcune pensionate chiacchierano sedute su panchine di pietra, le  borsette ritte sui ginocchi; dei pensionati giocano con bocce mai viste, sembrano e forse sono di tufo; il campo ha sponde ellittiche che imprimono eleganti parabole alla corsa delle bocce. Immaginando vuota l’alta casa che ti sta di fronte viene voglia, una voglia mortale, di varcarne la soglia, cercare l’interruttore della luce e spengersi e dire, eccomi. L’ultima boccia si ferma a pochi millimetri dal pallino.

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La formicuzza per il grande dolore, 
prese uno spillo, se lo ficcò nel cuore

Arriva la notizia che le arnie si stanno svuotando; che mancherà il miele tra poco. Che le olive sono indietro, ma dove. La siccità. Una siccità imponente. Le api non hanno trovato fiori. Mangiano il miele da loro stesse accumulato. Difficile asserire se sia così che succede, difficile da verificare ma il punto non è se sia vero o non lo sia. Il prezzo dei carburanti per fortuna continua ad aumentare.
Asciano è un borgo a sud, un sud est di siena. Saranno 25 kilometri, forse di più ma che importa. Asciano è in mezzo a un mare di colli di creta che ondeggiano, si usa dire a perdita d’occhio, proprio come fa il mare. Il paesaggio intorno è rivelatore, qualunque altro aggettivo sarebbe fuori posto. Uno, uno che si domandi, si domanda come faccia il paesaggio a sostenere così bene il proprio ruolo e per così lunghi periodi; a meno che non arrivino i capannoni. Asciano confina a nord a sud con campi di grano ondulati; a est e ovest con boschi,  più estesi meno estesi, e ulivete. Se qualcuno pensa sia meglio dire oliveti, lo pensi. Asciano è steso per il lungo su una bassa cresta, è comune a molti borghi toscani questa disposizione; le mura dal medioevo lo tengono lì stretto. Dentro le mura, le strade assecondano quella disposizione tutto sommato molle del paese, viene in mente paolina bonaparte sul suo canapé, poco medievale se si crede che il medioevo fosse epoca di assolute asprezze e di ruote di tortura in luogo di ruote del lotto. C’è uno strano contadino, dipinto da luca signorelli nei fumetti sulla vita di benedetto da norcia, nel chiostro del convento di monte uliveto maggiore. Benedetto è li che ammaestra dei bruti visti dalla mente di un uomo rinascimentale e in disparte c’è una figura, si direbbe una persona tanto l’occhio del pittore l’ha dipinta autentica, un contadino appunto, maschio o femmina poco importa, bello bello bella bella; stivali molli al polpaccio, le gambe ben disegnate, incrociate una sull’altra con un che di ironico, escono dalla veste aperta per tutta le lunghezza delle cosce, su fino all’anca; la manica destra ha un lezioso  strappo ovale appena sotto la spalla. A chi la/lo guarda sembra che la figura pensi qualche pensiero colorito, malizioso, consapevole della propria robusta grazia. La figura accenna un sorriso. Bionda, ricciuta e di gentile aspetto. Si tolleri l’ovvietà.
Piove ad asciano, piove su una fontana del cinquecento, sulle strade di pietra, piove dappertutto finalmente ma è da escludere che  scenda il prezzo delle preziose benzine; piove  sulla cattedrale romanica che, non avendo spazio per un suo sagrato sta ritta in cima a una scalinata, cadendo dalla quale si sarebbe certi di  morire. Davanti al portone chiuso, un uomo in abito scuro, ninna un fagotto di panni bianchi, da dentro il quale sporge la testa addormentata di un bimbo. Ore 17. Il portone si schiude di poco, ne esce un altro uomo con abito e fagotto analoghi. Il portone si richiude dietro di lui, mosso dall’interno. Si è portati a dedurre che è in corso un battesimo di gruppo, di massa forse. Gli uomini non vengono più costretti con la spada di acciaio, questo è noto, ma la spada di damocle della morte sospesa, pensata anche solo di sfuggita, basta a forzarli ai loro non si sa mai. C’è una piazzetta ad asciano; si allarga tra due vie parallele, una più su una più giù. Tredici gradini di pietra grigia collegano il sopra con il sotto. Piove sempre si noti. Nella piazzetta 4 alberi verdi, modesti, ben tonsurati. Sul lato a, un alimentari, alimentari tipici c’è scritto sull’impennata; di fronte, sul lato b, una forneria che reca la scritta boulangerie sul bordo del tendone giallo fradicio. Accanto un caffè, che non si chiama caffeterìa ma bar, bar hervè, con verandina. Si entra e si vedono dei babà, stesi dentro una vetrina spoglia cui i babà non riescono a cedere il calore che non hanno. La padrona al banco ha un’aria obliqua e il parlare campano; anche due tipi che chiacchierano davanti alla latrina parlano tra loro con il rumore di un falansterio situato alla loro periferia. Trentenni, uno, una; uno con la pancia d’ordinanza, una con i sandali altissimi, capelli neri tinti di nero, il viso che fa pensare a un sesso troppo o troppo poco praticato e a un corpo che pare afflitto della malattia comune dei tempi attuali, l’ignoranza. Queste è ovvio che siano impressioni di un nevrotico; magari la donna in questione è in pausa-sigaretta tra un cambio e un altro di pannoloni alla vecchia madre o al meno vecchio ma devastato padre. Chi scrive ha chiesto  caffè e latte e la chiave della latrina ma la chiave non si trova. La vescica attenderà. La padrona al banco serve un cattivo caffè in bicchieri freddi. Tutto stride. Fuori dal locale tre uomini di legno parlano tra loro nel vano riparato di un portoncino di pino morbido, battiporta in ottone lucidissimo. Parlano, così pare, una delle lingue sovietiche riconvertite all’ortodossia bizantina e alla folla delle piccole patrie miopi.
Mentre si allontana sotto la pioggia, si registri che ora è lieve, a chi scrive e che ora sta per smettere, viene in mente chi sa perché, questo po’ di Metastasio

Se a ciascun l’interno affanno
si vedesse in fronte scritto,
quanti mai, che invidia fanno,
ci farebbero pietà!
Si vedrìa che i loro nemici
hanno in seno; e si riduce
nel parere a noi
felici ogni loro felicità.

E non vuol dire niente.

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Ţara arde şi baba se piaptănă

Un simpatico proverbio romèno canta, il mondo brucia e madame si fa i ricci, ţara arde şi baba se piaptănă. Mi spiace ma sono allegramente sordo al mio rifiuto di occuparmi di bassezze, ma affiché la mia valvola tricuspide non si schianti sono costretto a ridere pubblicamente. Rito catàrtico e catantàrtico.

Leggo infatti per sbaglio, sbaglio verso me stesso, che il sindaco di malanno, la città dove vivo in confino semi-coatto, in parte dovuto alla sindrome di stoccolma che colpisce un poco tutte le vittime consapevoli di esserlo, leggo per sbaglio che in risposta all’apertura del registro delle coppie di fatto in comune, la curia tuona con lo stesso tono di un tale,  ossesso di varese che minaccia il presidente di questa repubblichina pizzaiola con la frase, al nord fanno i fucili, insomma la curia tuona avvertendo sul pericolo della poligamia. Argomenta anche le proprie ragioni, fatto che peggiora in luogo di migliorare la posizione dei signori della curia. Argomentare il proprio delirio questa bizzarra religione burocratica lo fa da sempre, è la sua forza, sembra così motivato e motivazionale l’argomento, del resto hitler era inoppugnabile, avrei aderito anch’io, portava bene la divisa, il nero si addice al biondo e il bruno ai bruni, il rosso sta bene su tutto, fa sangue; è straordinario il ragionamento; per i forti di stomaco vale la pena leggere i giornaletti quotidiani per adulti per documentarsene, sono tutti rigorosamente pornografici, nel senso che eccitano senza concedere nulla alla fantasia e al gioioso contatto dei corpi. Ebbene mi concedo di esprimere lo stupore mio fronte a una gerarchia religiosa che da due millenni è ossessionata dalla lunghezza del  pène di cui si è fatta convinta di essere stata castrata. Il mondo del potere si allinea e blatera di temi etici e spread senza soluzione di continuità. Madrid brucia şi baba se piaptănă.

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L’impero e la vecchietta

L’impero e la vecchietta

Di qui si vede l’impero,
da lì, una vecchietta, con la sporta della spesa in mano. 
Quante vecchiette con le sporte
furono necessarie per costruire l’impero,
quante sporte restarono vuote,
quanti imperi crollarono nella polvere.
Onore ai costruttori degli imperi!
Onore ai loro distruttori!
Ma la vecchietta con la sporta
e i denti che le mancano in bocca
è comunque la speranza del futuro

Natan Zach, נתן זך, Berlin, 1930

Se cito Natan Zach è solo perché è un poeta; non ne so nulla a parte questo, e non voglio rovinarmi la biografia immaginaria che me ne sono fatto scoprendo che è un sostenitore accanito della politica democratico fascista di israele. Non si sa mai. So che ebbe delle noie quando affermò che era una follia mescolare il meglio della cultura ebraica europea che aveva costruito israele con i sefarditi iberici che paragonò a uomini delle caverne. È una constatazione e peraltro non propose, mi pare, di buttare a mare, tatuare o prendere le impronte digitali ai sefarditi, chiunque essi siano.

Non è nelle facoltà di uno scrittore andare oltre il ruolo di cassandra di tutte le epoche sbilenche in cui, malgré lui, si trova a vivere; nemmeno gli scrittori hanno il privilegio di scegliersi la data, il luogo e la temperie culturale in cui vivere. Vedi zach. Mi limito, perché non ho altri mezzi a osservare quest’avrupa frigida e fondo monetario orientata da lontano, da un esilio cautelativo per le mie già un po’ anziane coronarie. Mi limito a osservare che questo ben sostenuto governo italiano, il governo di tutti i governi, il taglia che ti passa, via ospedali e scuole, non chiese ed eserciti offensivi, perché questo è il ruolo del soldatino latino in afganistan; sul crocifisso e sul fucile giammai un risparmio. Del resto il nostro è un paese dove il singolo comune di milano, livida e sprofondata per sua stessa mano, ivano fossati,  statuisce 3 milioni di euro per elevare ben costruite transenne tra la città stessa e il rappresentante del dio degli eserciti in terra che, a motivo del suo ruolo belligerante, ha di che temere; non solo, ma che  se proprio dovesse trovarsi sulla strada della croce, vorrebbe d’oro lo strumento o lo farebbe disegnare da un noto architetto, meglio se di sinistra, tanto è lo stesso.

Ebbene, io posso indignarmi e nel segreto del mio inconscio vedere le armi brillare e far fuoco contro questa ben orchestrata orchestra autoconsensuale di consenso, in questo i giornalai giornalieri sono ineffabili nel difendere l’indifendibile e solo perché il precedente accozzo governativo lombrosiano era di sicuro molto più brutto a vedersi rispetto all’attuale concerto grosso di sobri consiglieri/ -gliere di amministrazione. Lo sogno e so che non è realizzabile per il semplice fatto che tutti noi abbiamo uno smart phone al posto della coscienza di classe e non solo, che non ci sono classi tranne una generica marmellata di subalterni cui tutti siamo stati inglobati.  In my opinion, le rivolte inglesi hanno ben dimostrato per ora la non attuabilità politica di una bella sollevazione con tanto di ghigliottine e rob et pierre a sganciarne il grilletto. La bellezza intrinseca della piazza disordinata di atene si è scontrata prima con le squadre catafratte delle polizie, tutte uguali, tutti feroci, tutte all cops are bastard, poi con il fatto che tutti i lanciatori di sassi a un certo punto si devono essere detti coralmente e oralmente, tutti a casa o il padrone di casa ci butta fuori di casa, mono, bi, trilocale con vista su spianata di cemento, se ci vede in una della milionate di fotografie svendute dai giornali alla curiosità dei delatori, la stampa libera ha trasformato tutti in delatori di sé medesimi e stop e, poi, compagni, ho perso il mio telefonino. L’unico posto che dimostra che si lotta per la vita e la tua morte è a gaza. È malsano ma conflittualmente corretto.

Non mi auguro di preciso l’evento perché non sarà indolore ma, come cassandra sulle torri di troia, me lo predico e mi metto in guardia dalla massa enorme e fantastica di diseredati africani; la libia ha avuto le sue elezioni grazie a tutte le f e le b  volanti del globo, l’europa, il più aggiornato modello di malleus maleficarum, si è fatta la sua immaginaria prova generale della conquista ed è convinta che dopo un buon bombardamento non c’è niente di meglio che indire elezioni, fanno figura e in fondo costano pochi miliardi di dollari, soldi ben spesi via, tanto poi si taglia una cattedra o un ambulatorio;  ma il  giorno in cui un buon comitato politico facesse capire loro, agli africani, agli arabi, che meglio di farsi prendere in europa sarebbe prendersela, l’europa, oh allora saremmo tutti morti; mi dispiacerebbe, ho solo questa vita da perdere e quella di poche persone che della mia vita mi sono quasi più care, ma capirei chi me la volesse togliere. Oh se lo capirei, quasi lo aiuterei. Spero che in quell’occasione si limiti a spararmi. Non capisco gli assassini disordinati e iracondi. Cou cou.

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Kropotkin

The peoples of the world are becoming profoundly dissatisfied and are not appeased by the promise of the social-democrats to patch up the State into a new engine of oppression.

Kropotkin Pëtr Alekseevič 1842,1921

Mi ero promesso di non intervenire mai in questo mio blog in questioni direttamente politiche. Mi contraddico e parlo in prima persona, fatto questo che mi dà un certo brivido, come il primo tuffo dall’alto di una roccia per quanto di modesta altezza.

Rileggo per caso la biografia di kropotkin. Chi era costui sarà certo la domanda di molti. Un rivoluzionario, uno dei padri di una rivoluzione affogata per mancanza di uomini. Fu un aristocratico russo, molto aristocratico, imparentato con lo zar, ufficiale cosacco, vide in siberia il sistema di sorvegliare e punire su cui si basava e si basa tuttora qualunque regime. I regimi sono sempre qualunque, è la loro forza. Ingannano con la loro aria pop e il loro lusso. Ai suoi funerali una folla di moscoviti partecipò issando mille bandiere nere, le bandiere degli anarchici che allora non erano ancora e di nuovo destinati a morire in siberia. Mio padre lo stimava molto come inventore del comunismo anarchico, mio padre e lenin. Mio padre stimava molto chi fosse intelligente ovvero almeno molto intelligente, meglio se molto molto intelligente, per meno faticava a scomodarsi, e chi avesse idee. Mio padre morì avendo prodotto una discreta quantità di idee e nessun successo personale tranne quello di avere vissuto consumando tutte le sue risorse per vivere come desiderava, eticamente; è morto tanti anni fa, lo feci bruciare con la sua camicia rossa di partigiano. Le sue idee non sono andate in fumo, non ancora, sono io, in discreta parte. Leggo d’altra parte che signori e signore il cui unico pregio è di comprare treni e farli correre su e giù per la penisola o di addobbarsi casette in canadà di marzapane bianco come il loro lifting decidono sulla scorta di molti esempi indigeni e internazionali di entrare in politica, come se equivalesse a varcare la soglia di qualche lussuoso albergo di roma, proprietà del vaticano, dove una camera per loro è sempre prenotata. La stampa borghese plaude unanime. Assisto incolume per fortuna, e inerme mio malgrado, al passaggio di un ricchissimo monarca assoluto per la città che con molti sforzi abito, da qualche parte però occorre pur stare, tra ali di borghesi lombardi che, ignari di tutto da sempre, battono il tempo del ce n’est qu’on début continuons le combat avendolo trasmutato nelle loro testoline alchemiche in saluto al papa, e ali di poveri che appena appena osano pigolare sull’immane spesa pubblica occorsa per orchestrare e realizzare la visita del santo papà. Il sindaco conquista il cuore dei cattolici. Ma sono felici perché hanno visto svolazzare l’abito celeste dei loro inappagabili desideri. Come quei pellegrini miseri e defedati che si accalcano tra deiezioni animali e umane per vedere un simpatico ometto grasso e bene rasato che li benedice, e si dice che sua santità il dalai lama emani oltre che modesto sudore come tutti gli umani, anche fascino carismatico. Sorvegliare punire e sedurre.

Io vedo che sempre maggiori sforzi sono fatti dai regimi del capitalsimo totalizzatore e totocalcico per convincere the peoples of the world to be proudly satisfied of the system which they’re embedded in; a convincerli  every now and then, persino e soprattutto con le sue malefatte palesi, della meraviglia insita nel suo essere ciò nonostante, il sistema. La regola newtoniana dell’universo mondo. Il verbo caro factum. Il verbo putre fatto, so to say.

Io credo che si debba tornare a pensare comunista, quello di coloro che pensavano.

Io sono comunista e non lo sapevo bene.

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Sopra uno scroll di immagini erotiche

Lui ti amo, beh così pare

Lei già

Lui vorrà dire qualcosa

Lei qualcosa sì

Lui mi sento stupido

Lei non del tutto zuccherino, non del tutto

Gwyneth Moreno I diari di Austin Texas


La signorina aftermath ha un lavoro irreprensibile in un irreprensibile ufficio da cui la vista, è un bel vantaggio, domina il mare, il porto e l’oceano laggiù a ore 12 ama dire il capo, s.a., come società anonima ma sono le sue cifre personali;  ufficio  dotato di tutti comfort, colleghe stupide per esempio, con cui è necessario discutere di amenità, cioè di uomini in tutte le loro rappresentazioni e segni zodiacali; colleghi invidiosi attenti ai campi di competenza; per chi non lavorasse in un ufficio irreprensibile spieghiamo che il campo di competenza porta sé stesso all’antica e mai bene dibattuta questione del tu hai fatto una cosa che non dovevi fare, hai pisciato nel mio vaso usano dire i più irriguardosi, hai abusato della mia disponibilità i più cortesi e ingenui, in tutti i casi si conta che il lettore sappia sulla propria o sull’altrui pelle di che stiamo parlando, quella pelle cioè che può capitare venga lisciata a torto o ragione con tela smeriglio acuminata. Quanto alla signorina aftermath è invulnerabile, con il suo modo composto di stare a proprio agio davanti al suo ordinatore, suo non è, è ovvio che  esso appartenga alla switch & limes seguros s.a., di ottima marca l’ordinatore e dallo schermo ampio; lassù nello schermo corrono i nomi e i files di centinaia di assicurati di cui la signorina aftermath nulla sa né deve sapere, la signorina aftermath ne cura gli interessi con cura, appunto, controlla le scadenze, le polizze auto, incendio, furto, premorte; ci sarebbe da dire su questo tipo di polizza, dal latino medioevale apòdixa derivazione greca of course, essa non  le previene né le garantisce con rimborsi in denaro dunque non si riferisce alle percezioni classificate sotto l’ombrello inglese di new death experiences ma al più semplice caso che una morte avvenga a una certa data ma solo prima di altre date prevedibilmente adatte all’evento da tutti ritenuto a ragione o a torto disagevole e pauroso. Ma l’argomento di questa improvvisata narrazione non sono affatto le polizze, né di preciso la morte per la quale no, no vale la pena di aspettare a parlarne, ma la signorina aftermath la cui compunzione non è un atteggiamento solo momentaneo, né in relazione all’hic et nunc di chi legge, né al tempo leggermente spostato nel tempo della signorina stessa; ella è compunta sempre, bene e sommessamente vestita non lascia che il suo grazioso seno né che le sue ben costruite gambe inducano con atti pensieri o ostentazioni alla benché minima fantasia o ardire chi la circonda, soprattutto la dr.ssa logrona; della switch & limes seguros s.a., casa solida, capitali inglesi e di chissà dove in questi tempi di declassamento del sud del mondo da parte del nord che tracolla ma non lo dice, nessuna impiegata ha mai voluto resisterle, alla dr.ssa logrona non alla s&l s.a, quella per piaggeria, chi per difficoltà personali, alcune per ragioni economiche data la generosità della dr.ssa dopo nel distribuire premi e agevolazioni, molte, e ciò pare davvero lodevole, molte invece per curiosità estetica; la drssa è una donna, come si dice, avvenente, non nel senso che avviene ma che diviene in certi abiti e sotto luci adatte molto desiderabile, ma non ha mai attratto la signorina aftermath; intendiamoci non perderemmo tempo a dire di una che è molto sicura di quello che fa, cui non sfugge un dettaglio svantaggioso da celare con abilità al cliente pignolo, se non avesse occhi inglesi tali da essere adatti al confronto con oceani settentrionali cui un pittore avrebbe in passato voluto copiare tutte le sfumature dei grigi e dei blu affogate nel bianco titanio; a motivo di ciò e per sfuggire a frasi che mettano in relazione i suoi occhi con l’oceano di queste parti, uguale a quello di lassù  benché un poco più caldo, la signorina aftermath evita di apparire, si lascia andare a una normalità gradevole e sfuggevole agli uomini di genere maschile che non vedono più in là di una trina, abituati come sono al travestitismo. Ebbene si dice che la signorina aftermath seduta per ore sei al suo ordinatore riceva solo ogni tanto telefonate dal suo attuale convivente, in quanto essi convivono, tale lp, sì sta anche per long playing, volendo parlare di  analogie complesse tra la sua passione di tenore dilettante con qualche successo nel nuovo teatro municipale in vari ruoli di grossolani, dal duca di mantova a alfredo germont, e la sua infuocata resistenza nei diletti di letto, insomma un uomo che la diletta pare e che per di più fa il pompiere, non suoni né lapsus né ironia pesante, egli si preoccupa di spengere incendi che per fortuna sono rari in una città sul mare come quella di cui stiamo parlando, dove il pericolo maggiore sarebbe una tempesta tanto perfetta che con un’onda sola potrebbe l’oceano travolgerla del tutto, la città, scavalcarla e affondarla insieme con il lungo dito di roccia su cui fu costruita; il tenore è intuito più che noto nell’ufficio della signorina aftermath, convivente,  per il tenore delle sue telefonate che non si deve credere infuocato, dato il suo mestiere; la coppia condivide tutto con ardore, pardon, con quieta passione, dai vomiti influenzali alle cene celebrative di eventi sparsi nel corso degli anni come tutte le piccole dolcezze care ai mortali incluse quelle del sesso in cui la signorina aftermath a dispetto del mondo e della sorte, come scoglio immota mai non resta.  Sì è una dotta citazione di un noto autore di libretti d’opera che si adatta all’allusione nella presente vicenda. E non creda il lettore che essa riguardi una donna, la signorina aftermath, dalla condotta amorosa priva di quella decenza, umiltà, pudore, intransigente fedeltà e insomma non dotata di tutte quelle grazie che agli occhi di molti tiepidi fedeli una donna deve avere; non è così e qui entriamo nel vivo del nostro racconto

A presto chissà. L’Autore

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