Il salotto delle prove 2a

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Seconda puntata

Non mi pare utile riassumere quanto già scritto nella prima parte di questo post pubblicata sabato ultimo scorso e che, nel titolo, ripete quello di una sorta di trasmissione di rete dedicata a questioni musicali in generale  e teatrali in particolare. Gli autori della brillante trovata, Elisa Dal Corso e Gianluca Cavagna, hanno fatto sì che, in somma delle somme, non fosse un modo per passare il tempo in confinamento ma una elegante soluzione per far parlare e mettere alla prova persone per natura distanti, confinate in altri lidi d’Italia, che l’è lunga, e che nemmeno si conoscono. A me ha fatto piacere essere stato invitato a tenere questa specie di corso di regia e a partire da un testo poco noto ormai. 1 giugno. Chiuderemo il giro di prove di cui con Sonia Grandis e Stefano Ferrara guidiamo da seniores il percorso. Ad ogni puntata attori giovanissimi si sono lasciati dirigere da me e mi auguro con qualche beneficio. Lunedì primo giugno, note per gli attori.

Parlando da reggisti. Reggetevi forte. Interpretazioni punti di vista. È un po’ molto il secolo dei punti di vista il XIX e della crisi dell’autoleggittimazione dei popoli europei a mettersi nella testa degli altri, come felicemente scriverà Gottfried Benn nel 1937 in Osteria Wolf, è il secolo della dissoluzione delle forme. L’arte ha fatto la Cassandra della dissoluzione del potere, del sistema stato, delle grandi potenze, del pigliamoci il mondo imperialista da metà ottocento in avanti, mangia mangia, e che si suiciderà nel 1914 con ripetizione nel 1939. Con un antipasto importante, sostanzioso: la guerra di Spagna. La dissoluzione della forma sonata o dell’impressionismo coincide con la trovata di forme nuove, incrinate. Schönberg perde la musica di vista, diventa dittatura del pensiero/sistema, che lo stesso Nietzsche aveva così ben frantumato. Lo stato diventa dittatura dello stato, già con la Comune 1871. Mahler e Proust aprono la strada a Shostakovich o Ravel a Kafka; andrebbe osservata l’evoluzione di Malévic, il pittore suprematista. In trincea la poesia esploderà in schegge. Ci vorrà per ricomporla. A questo capitolo di dissoluzione lenta, della forma, appartiene Come le foglie; 1900, anno di Tosca, Vissi d’arte vissi d’amore, Mario Mario, mentre Scarpia è insieme Bismarck e il Re del Belgio che devastano il mondo. Manca poco alla trovata di Bresci che uccide il Re a Monza. È il 1900 l’anno della Interpretazione dei sogni. Ai sogni appartiene Come le foglie. Non meno del Tre sorelle di Cechov, stessa data 1900, che con a Mosca a Mosca si riassume,. Ibsen concludeva Spettri, nel 1882 con un Mamma dammi il sole. A Come le foglie manca uno slogan. Al filisteismo senza cultura dalla famiglia Rosani manca persino un’ambizione da mettere in parola, è il deserto senza tartari. Non c’è del tutto una storia. Ma una preistoria che si allunga nel corso di quattro atti giustificati solo dal fatto che occorreva far vedere nell’intervallo gli abiti delle signore e vendere gli aperitivi del buffet. La famiglia del signor Giovanni, borghesone rovinato, per sua stessa ammissione dall’essere un cretino. Costretti dunque a vender casa e a espatriare da emigranti di lusso a Ginevra. Questo è l’antefatto, poi chiacchiere chiacchiere. L’esasperazione delle parole che girano intorno a una mascherata, a un sogno. Vabbè Shakespeare lo disse meglio trecento anni prima. Sogno.

Ciascuno convive col proprio. Giovanni quello di tornare ad essere il travet che chiossà è sempre stato. Nessuno ha un problema, l’unico, la lotta per il fine mese viene eluso, verworfen. Tommy il figlio maggiore nel sogno del viveur, di un signor Max senza talento imitativo. Alla fine della propria catastrofe etica sposerà una miliardaria. Non dice niente come tutti intorno ma lo dice benissimo La moglie del Giovanni, Giulia è un nuddu ammiscato cu ‘nnenti., una madame Verdurin, ma con un intelligenza da rettile, sogna l’arte in alternativa al sesso, ma forse, quando il pittore Helmer glielo offre è tutto un vorrei e non vorrei poco convinto, poco convincente. Poi c’è Massimo il cugino, che è a suo modo la classe l’industriosa, tra l’operaio e l’ingegnere, vede lontano ma non troppo e lavora in Svizzera, amministrando con oculatezza i suoi anni e Nennèle la figlia minore di Giovanni che vive nel sogno di nume tutelare di un fantasma famigliare, una poltrofiglia. Non riuscendo ad avere una frase che la qualifichino le sue ultime parole sono, Massimo vieni. Nulla TELA. Tutto questo e altro ancora a che cosa serve, a niente. Tutta questa dotta prolusione ha lo scopo preciso di creare agli attori il fondale su cui proiettarsi le proprie biografie immaginarie. E cominciare lavorare sulle parole. E le parole sono in mano agli attori che sono i soli personaggi in cerca d’autore, di sé medesimi cioè, sulla scena. E un abracadabra che susciti l’incantesimo del teatro. A riuscirci naturalmente.

Due paroline per ampliare il discorsino della scorsa settimana. Si è detto è vero che in teatro non si sceglie mai, sì forse qualche super-dìvola, forse Gassman hanno scelto i loro testi, per il resto l’attore soprattutto, è chiamato alla lettera a farsi piacere l’incarico per cui è stato scelto; e spesso non capisce perché, non si sente all’altezza, e lì cominciano le rogne. Sai Calindri disse che finalmente a settant’anni si sentiva abbastanza pronto per sostenere un ruolo di Molière. non ricordo, l’Avaro mi pare. Una cosa che credo importante da sottolineare e che s’è detta è che però le prove sono un tale studio dell’opera altrui che alla fine ci si ritrova si trovano in essa segreti e rivelazioni che alla semplice lettura – il testo è un pretesto non è un romanzo che ti chiappa proprio solo per la sua funzione di recit, di chanson de geste, di epica in cui tu lettore sei subito spettatore di quel che leggi o ascolti  – alla semplice lettura non compaiono e piano piano invece facendosi scoprire finiscono per farti apprezzare quello che fai. Insomma ti piace. Ora di questo Come le foglie chiunque potrà osservare che è assente, come diceva Gadda, l’erotìa. Inutile ululare della società repressa fin de siècle, era repressa ma l’erotico è presente in tutta la letteratura, anzi è il motivo della letteratura otto novecento, Traviata fece scandalo. Il romanzo è potente. Solo le coreane pensano che Violetta e poi Mimì sono vergini delle rocce. Non Giacosa che scrive tre capolavori a loro modo molto pizzicosi, Mimì la dà al Viscontino ma prima a Rodolfo, che gelida manina tutti i tenori che ho frequentato per avventura, in prova la cantavano che gelida vagina. La gaia fioraia nel terzo atto piange di dolore con Marcello per come la tratta Rodolfo ma poi scappa col viscontino che la tiene finché non si accorge che lei la gli macchia tutte le lenzuola di sputi tubercolotici. Per non parlare di Tosca che convive col pittore e che Scarpia si sa che cosa vuole fare di lei, vissi d’arte ma una coltellata è meglio. Quanto alla nipponappa col bell’americano anche lì si capisce. Ma insomma che cosa  più erotico della scena di mamma dammi il sole. La signorina Giulia ahi ahi. Ebbene in Come le foglie assistiamo a un gruppo di famiglia con imbalsamatore. Nessuno ha uno zic di trasporto per niente e per nessuno, sì ti voglio bene ma perché si dice così. L’arte di Giulia non è sublimazione per mancanza di cazzo con Giovanni, il cui erotismo nemmeno in casino, è tutto un biascicare e di sé, sa dire una delle poche battute chiaritrici, Sono un cretino. And not fishing for compliments. Giulia gioca a fare l’Ombretta sdegnosa come se avesse undici anni con un Helmer che ha il fascino di un abete appiccicoso di resina, stante che pare un ebete. Massimo ha una diga nelle mutande, Tommy non è nemmeno un puttaniere. E così Narciso che ormai si vede senza specchio e l’immagine è di devastante pochezza. Quanto a Nennèle avrebbe l’occasione di dire a Massimo ti voglio bene, mi sei caro, non dico ti amo, ma non lo dice; si limita a un NON HA CAPITO; ed è lei che non ha capito nulla. E tutto non finisce. Insomma Come le foglie è il dramma dell’assenza di tutto, passioni, sentimenti, secchi come le foglie appunto. Poar’a Freud. Che cosa serve tutto questo che ho detto, a notare delle cose. Certi registi invece ne approfitterebbero, anzi così fan tutti per mettere gli attori nudi in un bidet che si sciacquano e si sfregano fino a farsi sanguinare passere e piselli. Noi queste cose non le facciamo perché sappiamo che l’immaginazione la deve mettere lo spettatore non noi. Noi possiamo pilotarlo. Come ogni attore, che sia attore di sé stesso, sia arrivato e stia arrivando a definire il suo ruolo nel mondo che si inscena, non può essere una domanda. Può esserci arrivato pregando gesucristo o alzandosi all’alba per il primo martini dry;  questo non interessa che  lui stesso; al regista deve interessare, mi rivolgo a quanto vogliono svolgere questa attività per guadagnarsi il pane, deve interessare se o no il risultato che si sta delineando o che è già a buon punto di maturazione è o no, guardate in una parola, se funziona o non funziona. Se funziona siete a cavallo. E da quella quota tirate calci a Riccardo III e eeee ho detto tutto come Peppino con Totò. Cominciamo.

Fine

 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Il salotto delle prove 2a

  1. Tina Messineo says:

    Come mai in questo “salottino” non ci sono chiacchierate? Mi perdoni, Pasquale, tutti la leggono in religioso silenzio? Di quante cose si può parlare!!!
    Ma forse si tratta di una lezione/consigli, giusto?
    Caro amico, lei è proprio una persona notevole.
    Grazie,
    Tinù

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    • dascola says:

      Oh gentile Visitatrice, l’unica credo di non addetti. Grazie. Le rispondo in privato. Ma sì roba didattica. Un caro saluto Psq.

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