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Blog di Pasquale D’Ascola

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Si vòtano i cessi
Sono andato a votare. Sono andato controvoglia. Sono andato a votare come capita in questo paese di far atto di presenza a un funerale cattolico; dove il prete non conosce il defunto, i canti sono informi ululati, le parole gomma da masticare ( ma già masticata) e l’edificio stesso uno sconcio. Mi sono detto amen. Aristocratico? Sì. Lo stesso è la politica. Un funerale cattolico e/o una trovata mefistofelica – che peraltro in Faust di Gounod è proprio tale. La politica va bene a Goebbels. E infatti. Lascio da leggere qui https://www.pangea.news/paul-valery-saggio-dittatura/
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Tagged funerale cattolico, Goebbels, Pangea, Pasquale D'Ascola, valery
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Risparmi
Ti dico, io al pari di altri vengo da un pianeta dove si mettevano da parte in apposito cassetto e/o scatola ex di biscotti, americani nel mio caso, gli spaghi dei pacchetti. Dovunque le cose comprate erano fatte su nella carta, prima oleata per il cibo, non esistevano vaschetta e alluminio, poi carta semplice per chiudere e… ricordo alla perfezione il gesto del salumaio, allora non ero vegetariano, che troncava con la stessa coltella del formaggio o del prosciutto la coda dello spago con cui, credo per magia aveva chiuso il pacchetto; le asole sul nodo permettevano di girare con la confezione appesa a un dito. Abiti o che so, le commesse, tutte donne, li infilavano nella carta velina prima e poi, niente sacchetti ma altra carta, la piega abile dei lati minori e l’abile gioco della mani per voltare e rivoltare il pacco slandrone sul banco per porgerlo fatto al compratore, stretto da un nastro colorato, ma non di rado da uno spago più robusto. A casa la carta veniva stirata e piegata e anch’essa messa da parte per usi prossimi. Si conservavano anche il sacchetti del fornaio e del fruttivendolo. Si conservavano i giornali con cui si pulivano i vetri ma soprattutto con cui si riempivano, appallottolati, le scarpe fradice di pioggia. Inoltre il giornale si metteva sotto il maglione per il freddo o nelle scarpe ben ritagliato a misura per isolare. Non era in voga la doccia, il bagno lo si faceva con poca acqua tanto poi ci si sciacquava, spesso con la spugna. Una mia amica d’infanzia in casa aveva la baciassa di zinco, la ricordo a bagno lì dentro. A dire il vero qui c’era un po’ di spreco. In compenso scarpe e vestiti e tutto andava usato per anni, finché duravano la pelle o le suole che poi venivano rifatte da abili ciabattini, gli abiti finché non mostravano la trama. Ricordo benissimo di avere tenuto per venticinque anni un maglione, rosso vermiglione, passatomi dalla mamma di un altro bambino. Si usava così. I fratelli maggiori passavano ai minori tutto, calze comprese: se bucate si rammendavano con l’apposito uovo di legno. Oggi io le butto tanto il filato è così scadente che ad accomodarle ci vorrebbe più fortuna che pazienza. Ma si faceva. Non sto ad elencare tutte le cose che permettevano di vivere lo stesso quasi senza sprechi, la spesa si faceva giorno giorno, i due supermercati di Milano erano luna park per scatolette; mia madre non sapeva che cosa comprarci: rare volte certi budini di gelatina americani per me che li adoravo per il colore, e la chatka, un amalgama sovietico credo a prezzo sovietico di polpa di granchio. Del cibo gli avanzi via sul davanzale in inverno, via in ghiacciaia d’estate, chi l’aveva: l’uomo del ghiaccio passava col suo carro, un sacco di iuta in capo come un mezzo saio di cappuccino: sulle spalle caricava le stecche di ghiaccio tagliate e misura e le portava nelle case. Il mondo mi sembrava più sobrio benché avvolto in una nebbia, quella che si vedeva solo lei tanto era nebbia. Sono il replicante di Blade runner : I have seen things too ma molto terra terra. E la guerra fredda garantiva la tranquillità delle nostre tiepide case. Rimpianti no, osservazioni, If a memory is something you have or you’ve lost. È la battuta di chiusura in Another woman di Woody Allen
Tra Lidi e Campielli

Letteratura: come (non) andare da nessuna parte. Fine. La proposizione, lo statement afferma e riduce a reduce il discorso appena accennato. Lo confina fino a farlo sconfinare nella terra dell’invisibile. Della letteratura. La letteratura non è qualcosa ma sta da qualche parte. Anywhere. Così tanto da qualche parte che a rintracciarla, figurati. Il resto sono nemmeno premi ma soltanto giochi a premi. Alla letteratura si sovrappone, macché si sostituisce proprio, avatar avataris, la notizia ; del resto il reale non è razionale né altro, solo notizia di qualcosa o qualcuno, talvolta solo una foto e in calce una frase un rigo appena, un prestanome inteso scrittore: fac-dissimile, per carità; non c’è letteratura ma riccioli bruni. Io premio, tu premi, ei premito. Se guardi bene della Mostra del cinema al Lido ciò che resta sulle retine sono i tacchi 12. I film, oh quelli. Se sia verosimile ciò che ti dico, non saprei
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Tagged Anywhere, avatar, Letteratura, Lido, Mostra del Cinema, Pasquale D'Ascola, tacco 12
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Lisboa Oriente
Il breve testo Lisboa Oriente, che qui ti sottopongo come fu nella misura obbligata di 15.000 battute, e apparso un anno fa in un volumetto antologico delle Edizioni Orizzonte Atlantico dal titolo La vita al tempo del Covid, ho l’impressione, non di più, che abbia nella sua inattualità un nesso virtuale con l’orrido oggi. Sono stato tentato dall’idea di modificarlo ma no, no, ne ho persa la voglia e te lo lascio in lettura così com’è.
Lisboa Oriente
© Pasquale E.G. D’Ascola e Orizzonte Atlantico
The magical mystery tour is hoping to take you away
Lennon-McCartney
Si avvinghiavano a quel treno tutti quanti, bisognava essere molto vivi, molto flessibili, molto opportunisti
Graham Green Il treno per Istambul
And when you talk I just watch your mouth
Steinberg-Kellly So emotional
Il tempo è un love affair di pippe tra tonache… Non fosse stato per il caldaista mascherato, affannato in cucina con la caldaia ostinata a non buttare acqua calda, Frederico Outeiro avrebbe chiuso così l’ormai quasi finita recensione del saggio in corpo 12, Tempo Relazione Sostanza Metafisica, di don Oriano Ronfani, capo della chiesa cattolica locale e professore di filosofia all’istituto paritario, nido, primarie, liceo delle scienze umane santa Teresa di Lisieux – lisiü, lisìǝ, lisiè secondo il parlante locale – commentare l’ultimo tomo del quale professore e prepósto, era obbligo del quotidiano semiminimo per cui Outeiro con lo pseudonimo di Ottimo Passato scrivacchiava – ecco un uso molto indicativo del tempo imperfetto – e la cui testata cantava Provincia con orgoglio identitario e Libertà ma da che bah, forse dal pensare – dato il taglio del giornale e la sua obbedienza a ogni santa madre – garantita dall’editore, primo e unico produttore di proiettili e pistole della valle, e da un direttore brillante negli elzeviri e ammiccante all’antica teoria del tanto peggio tanto meglio, del centro, quindi – conclusione realista di Outeiro – diversamente fascista ma fascista; Provincia e Libertà, labari lugubri e parapà.
‘Cudìiu; bestemmiando nel suo dialetto che il divino disintegra al suo primo apparire, il caldaista frantumò il sarcasmo montante di Outeiro come una bestemmia in lingua non riesce, e la pasquinata – il tempo è un love affair di pippe tra tonache – restò per disincanto dov’era, cioè nel quadernone a quadretti degli scritti codardi d’Outeiro; il pezzo sul saggio metafisico havea da esse’ quel che il direttore s’aspetta, cioè un liebig d’inexcelsis-qui al prelato, domino della cittadina alquanto a oriente dall’oceano Atlantico e del suo orizzonte culturale, bande in piazza, gospel in duomo… caldaie… conferenze dei meglio pupazzi reazionari, conservatori del quo ante, del quo dopo, del quiquoquà. Impeccabile nei suoi bei completi grigi, d’intelligenza indefettibile, ubiquo a concerti, proiezioni di film polacchi, presentazioni di libri – i suoi soprattutto dai compratori assicurati – intoccabile dunque il tònaco per il suo potere simbolico e reale, in ogni occasione di cui è irrinunciabile conduttore o ago della bilancia nei dibattiti a seguire o precedere, il religioso trova in generale il modo di ricondurre ogni terzo movimento di seste sinfonie, canto di vergini zanzare o segno pittorico di gerani a bellagio alla forza del simbolo in presenza del mistero – oh magical mystery tour – ; e qui dal vero non s’allontanerebbe troppo il presule, non volesse del mistero spacchettare l’involucro col puntiglio della sua mistica mimetica, rivelandone la banalità del contenuto particolare; ma a includere nella propria orbita seduttiva qualcuno dei diciotto pensatori liberi igt del paese – goccia che scava la roccia –, ei gioca la modestia dell’opinione nei teatrini sociali, li spalanca su inconsueti paesaggi ecumenici, fa la signorinella pallida, Mi scuso se parla la ragione della mia fede ma nondimeno del mio cuore, custodendo in canonica la superba purezza della Tanta inquisizione. Il caldaista annunciò, Era il flussometro.
Outeiro avrebbe voluto metterci ma una particola autentica nell’articolo, contraddire il tònaco, mostrare con cognizione di causa che il tempo è questione di vascelli spaziali o parassiti e predatori delle api di cui però ignorava quello che è difficile da comprendere, ossia quasi tutto; oppure e soprattutto di canto, letteratura e pittura pittura, la cui storia insegnava con successo a mettere da parte nel locale liceo artistico G. Raverta; Qual’è il tempo de la grande jatte – Outeiro a una classe di instagrammi – quale il tempo tra il primo e il terzo atto, quale il time to die, qual’è il tempo che snoda un racconto o annoda una canzone, quale il tempo nel cinema – oh ah del baseball di cui Outeiro sa solo che una partita può durare alla n – ecco ogni vera questione; vantaggio del musicista poterlo sancire di ogni composizione fino alle più strampalate frazioni, solido delirio per una tagliatrice di torte, 7/1, 4/5, 9/7; De la primavera il tempo sapete qual’è – concludeva Outeiro alla campanella – L’infinità degli sguardi perduti.
Il caldaista concluse la lista di guasti e ricambi, timbrò il libretto d’impianto, Outeiro pagò euro 180 poi, prima di salvarla nel mac, prese a riavvolgere a mente la propria recensione al nastro dei volteggi del Ronfani su pei vetri insaponati, addimostrando l’eterno in persona, tre addirittura, ben dentro sostanza e relazione e ben oltre metafisica e tempo, ma un frèmito della vescica e il trillo di una breaking news dalla posta lo distrassero, Outeiro non il tripperuno – Yemen 43 fronti di guerra fame colera covìd-19 a folate miserabili 14 su 24 milioni di abitanti – tuttavia shut up and lovenpiss, Outeiro andò al gabinetto e pisciò, poi aprì il rubinetto, la caldaia cantò buttando l’acqua subito calda, lui si lavò le mani contando i secondi, tornò al mac e con juicio prese a cercare, correggere, ossia mascherare ogni residuo sospettabile dal documento, prima di adelantarlo al direttore. Poi salvò, spedì e sopraffatto dal caldo si addormentò ciondoloni sulla tastiera.
Meticoloso spione dell’arcinota sanculotteria paracula di Outeiro, sempre così ben camuffata da indurgli il desiderio ma non l’agio, se non di una pubblica accusa almeno di una pubblica strigliata, letto, riletto, smontato e meditato il testo, per propria consueta disdetta il direttore non vi trovò niente d’infido… tuttavia… risolse per l’avvertimento mafioso; impugnò il telefono come una sentenza e, A buon intenditor, malignò con sé stesso prima che l’altro rispondesse, Per ferragosto caro utéro ma anche fine mese se vai in vacanza – Outeiro ne ignora gli standard – guarda mi scrivi una meditazione sul còvid… un qualchè… morte resurrezione e nobiltà utéro… dilungarsi ché taglio… attingere a ronfani ah sai una cosa… trovami utéro una parola o due che aprano il teatro della speranza… comunicare consolazione dal prima a sostenere nel dopo insomma un bel coccodrillo utéro… umanità… totalone sull’umanità. Ad imitazione del suo gatto, soriano e sornione nel rimuginare sonnellini solenni via dal sole del terrazzo, Frederico Outeiro languì per giorni in pigiama nell’ombra di casa a rimuginare o la resa al compito o la sua transustanziazione in vendetta di ferragosto.
Who’s who Frederico Outeiro e perché fa niente per aiutare il lettore nel processo d’identificazione – alieno insomma alle tensioni interiori di eroina e ostile alle congetture sentimentali – perché ama l’ombra, perché usa il panama d’estate e un fedora d’inverno, perché detesta il rumore – partorirai a motore – e i suoi profeti a due tempi cui augura ogni volta di inchiodarsi; perché studia con struggimento gli orari dei treni a trovar coincidenze per Lisbona – Lisboa Oriente e non partire mai – perché è lo spaesato adoratore di Whitney Houston e in amazon si suona e si canta le sue so emotional songs. Domande che vorticano in un oceano di risposte, ma intanto, il nome; là tra le elevate al cielo fu trascritto all’anagrafe Federico Utéro, per colpa del padre Inácio, inteso Inassio, che non osò opporsi all’uso di storpiare la grafia dei nomi altrui a beneficio del suono; Frederico si è lasciato traslitterare dal suo tesserino sanitario, dalla patente di guida e dalla carta di identità elettronica – non sei un robot – e dove lo Stato gli versa lo stipendietto di professore di storia dell’arte e il giornale quattro baiocchi, ecco, alla banca non è nemmeno raro che qualche impiegata lo apostrofi, Un autografo qui signor l’ùtero, senza fermarsi la malaccorta a pensare da quali inciampi una farsa possa nondimeno ruzzolare in tragedia; antenato di sé stesso per necessità di esule, Frederico parrebbe appartenere soltanto ai suoi documenti, al certificato di matrimonio, di divorzio e al ruolo di portoghese, forzato a sgattaiolare senza biglietto nel mondo e in un paese che ricorda ehssì lo stivale, cioè un calcio in culo. Dal limbo dei nonni emersi da un Portogallo sottomesso, dall’ultimo re paladino Manuel di Braganza ai Sidonia, dai Salazar ai Caetano, in una patria dimenticata prima che vi si potesse bagnare di nuovo, suo padre si trovò nella condizione di poter vivere bordo lago da odontotecnico, sua madre, come professora di euritmìa nel locale istituto per bimbi dabbene Waldorf; Frederico, artista per procura, coltivò sin dall’infanzia l’inglese, lingua che maneggiare oggi maneggia in punta di penna, tanto bene che per un po’ la sua temperie creativa l’ha sedotto a scriverci, a inseguire Pessoa; ingannevole però la temperie l’abbandonò presto all’arte d’altri e nella versione storia che lui rimestò in biografie più finte che romanzate di rari pittori d’america, di un cellista tisiologo, di un timpanista marxista; auto tradotte e pubblicate, riuscito mai a venderne una copia, esporle in vetrina nemmeno sorridendo alle libraie.
Parola morte resurrezione – riflessioni a media luz di Outeiro – Questo è il che… che il direttore s’aspetta da te… fronteiro… un panegirico chiaro chi l’è… lo sneak… such a similar word to snake… la talpa… l’ingesuito gabbano who whispered the brief… pàpà ‘na parola per drento i verba che manent del primal daddy… listen freddino sai cosa… al direttore lapàppa papòla amapòla… gliela dai te la parola… distopìa.
Le damazze dello yacht club, versione sdegnosa del canottieri – qui si comprano le scarpe da barca del New Hampshire là le scarpe da barca si comprano Nel New Hampshire – dicono distòppia. Outeiro l’ha sentito l’editore poppare distóupia da uno spritz svolazzante e sua moglie lolandese ammiraglia al burraco, ovaie da scrittrice per edificabili bimbi, in capo un groviglio alla diossina, sentirla come dice distóupia affilando col dior ultra rouge il filo dei labbri in grado di ciucciare via il cazzo a tutti i sansóuni, centinaia, strage dei deficienti, sentirla. La morte, shit. Frederico Outeiro crede da tempo che svanirà com’un tamburino di latta a pila, tiptòp tiptòp to stop sicché, in un mattino umido e accecante nel luogo che più di ogni altro rivela l’umano, il gabinetto, egli – scrittore puoi scrivere di tutto dappertutto o non sei tale – egli vide l’istantanea del titolo per un pezzo epico di fine estate, Il baseball o il fantasma di Whitney Houston.
Prima delle chiusure per ferie, Outeiro si calò a Milano per giorni nel particolato di archivi deserti, la Bertarelli ad esempio; disinfettante in tasca, mille volte lavandosi le mani, correndo nel gelo o nella fornace dei treni, sudando su per scale infinite, al termine di defatiganti giornate a suonarsi la sua diva e a ordinare la nomenclatura di un eden, balk, báse búnt cátcher dóuble play fóul pítcher, swing, alle prime luci di sabato 15 agosto, in cui dal prato vicino un sucaminchia del re ebbe la pensata di segargli i coglioni col rumore del suo tosaerba, malgrado il frastuono, Outeiro però ebbe pronto un fulminante de profundis sul baseball di cui niente aveva capito ma che nella sua interpretazione era sintesi perfetta dell’immaginario; e sulla Houston, l’immaginata, che sovrapposta a un tale Babe Ruth – 1927, 60 fuori campo – egli costituì in traslato della bellezza in quanto negligenza suprema. Ecce là la resurrezione. Batté salva e strike.
Quella notte, durante un intenso cannoneggiamento in cui gli elementi acqua e vento ed elettricità, rumble rumble toil and bubble, si coniugarono per far fuori ogni metafora in culla, nel bel mezzo di un sonno stordito Frederico Outeiro fece un sogno bizzarro e che solo la nozione privilegiata dei fatti di chi narra può riferire con esattezza. Sognò a colori di scendere giù per le scale tutte erte e deserte di una metropolitana, giù fino alla banchina affollata di qualcuni latini. Tutti con eguale mascherina e infradito, tutti in maglietta e bragoni bianchi e grigi, tutti legati al piede borsoni accozzati a stracci e spazzoloni, a Outeiro parvero tutti sopravvissuti a un giorno messicano dei morti fissato dall’occhio del National Geographic; tra lampi di luci gialle, una voce ripeteva, Prìsoners prìsone prì. Arriva in banchina una sola oblunga motrice d’un viola rossetto, fari sgranati, in fronte i glitter accesi della scritta non-stop; le porte si aprono, nessuno dei latinos si muove, esita Outeiro però sale a bordo del treno, le porte si chiudono con uno swing. In fondo al vagone, arredato come per una resa campale senza condizioni, un letto sontuoso; nel letto il soriano, un fantoccio in pigiama e un donna che pare, oh sorpresa, ma sì che è la Houston, la Whitney divina che scivola via da sotto i lenzuoli, immersa in una vestaglia – la Austen scriverebbe incantevole – ma sotto è nuda come la Austen faticherebbe a definirla; si avvicina a Outeiro la Whitney, Io sono la principessa Leszczyńska – gli dice – Regina di un portogallo… tu uomo che vuoi, e Frederico che in quel momento sa di sognare languore e rimpianti replica, Whitney sei da tutta la vita il mio amore. Un fischio in la buca il sogno e, come la vestaglia vola via di dosso alla Houston, il treno vola via in avanti e si conficca nel tunnel. Si udrà una voce, Next stop Lisboa Oriente.
Questa novella non ha strade alternative a un vicolo di spoglia brevità. Sulla sparizione del gatto e di Frederico Outeiro e del suo licenziamento in effige dal giornale per assenza ingiustificata, l’editore seppe e grato tacque; tacquero e risero scambiandosi barzellette gli homeworkers della redazione. In ferie dai suoceri a Grado-Friuli il direttore si obbligò con orgoglio a riscrivere di morti e resurrezioni. Si compiacque d’aver trovato lui la parola, il Qualcòvide.
Lecco agosto-settembre ’20
cartelle caratteri 14.058 inclusi spazi, titolo, esergo
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Tagged Babe Ruth, base bunt, distopia, double play, la grande jatte, La vita al tempo del Covid, Lennon-Mc Cartney, Lisboa Oriente, New Hampshire, Pasquale D'Ascola, Pessoa, pitcher, Portogallo, principessa Leszczyńska, Steinberg Kelly, swing, Whitney Houston, Yemen
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“O Nacht! Ich nahm schon Kokain, / und Blutverteilung ist im Gange”… Gottfried Benn – O Nacht*
C’è qui nel mio condo una brava e pia donna, impeccabile professora e benestante; le rare volte in cui la incontro per le scale e le chiedo, per buona creanza, del figliolo, la brava e pia donna lamenta il fatto che quello a 15 anni non viva che per disegnare. Frequenta il liceo artistico, è mite, riservato, alto, bellino, aggraziato e, Disegna disegna tutto il giorno, si affligge la matrona. È un’illazione ma, a giudicare dal suo tono accorato, immagino che la brava e pia donna sospetti nel ragazzo una qualche deviazione; in sintesi che sia fidanzato con le penne e aspiri al matrimonio con Photoshop. Ragazze non ne circolano nel palazzo. Nè ragazzi.
Non annuncio alcuna novità: l’arena politica è lo specchio di un paese, di molti paesi: la Russia applaude Putin, se l’è cercato, la Turchia Erdogan, la Spagna a 47 anni dalla fine dalla tirannide ottusa e feroce di quel calzacorta sanguinario di Franco ne insegue con voluttà rinovellate la Vox, poi c’è l’talia, l’Italia che appesta… inutile seguitare l’elenco dei paesi dove il vile, lo sconcio, il rozzo e triviale e infine il criminale costituiscono la massa democratica che sceglie i propri regolatori dell’umore – ché a questo ruolo ruolo mi pare intesa la casta dei politici che ha confinato la politica – tra i peggiori tra i vili e gli sconci, tra rozzi, triviali e criminali… a propria immagine e somiglianza. È uno dei detti che la Bibbia ha diffuso con nessuna cautela.
È noto che Beethoven non salvò i tedeschi dal trasformarsi in SS. Nella musica trovarono anzi l’espressione del superomismo magico di cui erano selvaggi ubriachi. L’alcool e le ideologie sono una miscela tossica, chissà la peggiore. Quella dell’alcool del resto è un’ideologia. Ma è noto che in Germania si diedero alla fiamme i poeti, in effigie; in Russia invece in corpore vili. È senza paragoni la decimazione praticata con metodo tra gli artisti. Se alcuni sopravvissero bisogna imputargli il peccato di aver voluto salvare la pelle: non so, modestamente, se posto di fronte alla minaccia del gulag offrirei il petto alla mitraglia. Riuscendo mi sarei travestito e sarai scappato col gatto e il violino. Atto questo che medito nel caso si avveri la minaccia che i più rozzi, i più triviali, il più delinquenti, i più vili, i più sconci vincano le prossime elezioni. Democratiche signora mia democratiche.
Per quarant’anni ho predicato con umili risultati la necessità che in tutte le scuole e persino nelle scuole d’arte, per esempio nei conservatori, si affermasse la necessità di un’educazione estetica. Ci ho scritto un saggio, Il pieno è il vuoto?, e perseguito in tal senso un’intesa didattica con gli studenti, non dissimile da quella di Patch Adams con i pazienti. Ovvero la pratica della sensibilità capace e intelligente. Non si creda la scala e l’arpeggio non sono veicoli che di sé stessi. Non rivelano nulla che non sia meccanica di artigli se non c’è un corpo in ascolto: una mente prossima all’innamoramento e alla dedizione, altruismo, abnegazione dell’amore. C’è nella musica, nell’arte in toto, un rivolto che non si apprende coi precetti. È la parte pura e malinconica della materia d’arte. Un humus, da cui humile. È da quel terreno che nascono i Modigliani e, appunto, i Gottfried Benn… etc.
Ora invito a leggere questo editoriale di una rivista che di recente ha cambiato forma, di Pangea il Panottico. Io la leggo, e l’approvo quasi sempre, di là dall’enfasi e dalla veemenza che impiegano i suoi redattori nel disperarsi. Ecco l’ultimo editoriale firmato dal sig. Davide Brullo
https://www.pangea.news/poetica-della-politica-poesia-elezioni/
Speciale elezioni! I nostri futuri governanti imparino a scrivere una poesia. Sapremo valutarli come si deve
Secondo Iosif Brodskij – formulò questo pensiero nel discorso di accettazione del Nobel per la letteratura – i capi di Stato, insomma, i padroni delle nostre vite, andrebbero scelti dopo un dibattito intorno a Stendhal, Dickens, Dostoevskij. Non bisogna interpellare costoro su questioni politiche – dicono tutti le stesse inutili cose – ma interrogarli intorno agli scrittori e ai libri che hanno cambiato la loro vita. A dire del poeta,
“Già per il fatto che il pane quotidiano della letteratura è l’umana diversità e perversità, la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana”.
Che molti elettori non conoscano Stendhal, Dickens, Dostoevskij, ma neppure Manzoni, Leopardi e Montale, non è indice di un decadimento della civiltà ma il sintomo di un tempo inchinato all’istante, genuflesso al presente e a un asfittico, sfitto individualismo, proprio di una società, per lo più, di schiavi. Soltanto la letteratura in particolare e l’arte in generale, infatti, liberano dalla prigionia dell’oggi, dalla protervia petulante del più abbiente, del più forte, del più scaltro. Ecco: una civiltà che ha destituito la sprezzatura in favore della scaltrezza, che preferisce le basse manovre delle iene alla sapienza, è degna di fogna.
Iosif Brodskij, tuttavia, ne fa una questione morale e infine laterale (i politici, alla bisogna, sapranno esprimere un giudizio anche sull’opera di Salman Rushdie). Brodskij crede nel primato della letteratura e, in fondo, al suo compito educativo. Orrore, errore. A me basta la decenza formale – la poesia non educa ad altro che all’eversione dal verbo –, purché sia l’asse su cui si regge la formula politica.
La dico così: “poetica della politica”. No, non si tratta di cipria colta sul ceffo del politico: i poeti in campagna elettorale fanno la figura dei pagliacci. Piuttosto, vuol dire recuperare una prassi antica, arcana, alle origini della strategia politica. I grandi sovrani erano, spesso, consapevoli letterati: alternavano il compito della guerra alle necessità della penna. Il potere, dagli albori, è impaniato nel poetare. Così – irriflessi residui di conoscenza liceale – Giulio Cesare, eccelso stratega, scrive il libro che fonda l’impianto grammaticale romano, la struttura del pensiero latino: il De bello Gallico ha l’austera eleganza di un acquedotto, di un ponte, di una strada; pura architettura della conquista. L’imperatore Marco Aurelio ha scritto uno dei testi più affascinanti del tardo stoicismo; Augusto dettò le Res gestae con la nobile perentorietà che distingue la raccolta dei detti di Aśoka, sommo sovrano indiano. L’imperatore giapponese Junna canta l’autunno e la magnificenza del paesaggio – “Da sempre il nostro sire volge il cuore ad ameni paesaggi” – mentre Lorenzo il Magnifico magnifica la giovinezza e le ragioni della gioia, istintuale.
I poeti che frequentavano le corti – da Orazio a Poliziano, da Otomo no Yakamochi a Wang Wei –, necessari a fondare l’immaginario di una civiltà, non erano figure d’ornamento, bestie impagliate o grigi copisti, ma autentici sapienti. La presenza di un poeta a corte, cioè, a tratti assumeva i contorni del fool: era un punto di discordia, un segno di contraddizione e di maldicenza, non alieno a ribellioni più o meno plateali. Il dominio della parola incute timore. Eppure, il Mikado indossava la stessa dedizione nell’allargare i propri possedimenti come nell’organizzare immani antologie in versi, imperituro monumento al proprio governo. Il più noto di questi vertiginosi abbecedari lirici, il Kokin Waka shū insegna che
“La poesia, senza ricorrere alla forza, muove il cielo e la terra, commuove perfino gli invisibili spiriti e divinità, armonizza anche il rapporto tra l’uomo e la donna, pacifica pure l’anima del guerriero feroce”.
Ecco il compito sottilmente politico della prassi poetica, che resta, nel suo intimo, magica – visto che scarta la comprensione in favore dell’ispirazione, scosta l’utilitarismo della grammatica in virtù della liturgia musicale, adempie l’oracolo non certo il vocabolario. I grandi imperatori bandivano gare di poesia per scegliere tra i propri consiglieri chi sapeva commuovere e stupire, geniale scrutatore dei cuori. D’altronde, fino all’altro ieri i funzionari cinesi per essere assunti e assurgere agli scranni più alti della dignità politica, dovevano passare estenuanti esami di retorica e di poetica, dimostrando la perfetta conoscenza dei “Cinque Classici” raccolti da Confucio. La disciplina storica – simboleggiata dagli “Annali delle primavere e degli autunni” – era congiunta a quella divinatoria; la sapienza poetica – il “Libro delle Odi” idolatrato da Ezra Pound, che ne ha dato traduzione in The Classic Anthology Defined by Confucius – era ritenuta la quintessenza dell’abilità politica (il sistema di reclutamento politico in Cina è spiegato nel romanzo di Inoue Yasushi Tun-Huang, ancora inedito in Italia, si può leggere in inglese). D’altronde, la Rivoluzione russa attecchisce ed esplode grazie alla forza dei poeti prima che degli ideologi – che poi, passato dallo stato liquido a quello stabile un governo brighi per sbarazzarsi dei poeti è viltà nota.
Intendo dire. Torniamo a scremare le ‘forze politica’ tramite la prassi poetica. Il futuro politico, il parlamentare e il ministro che, ci piaccia o meno, governerà i nostri averi, la nostra identità, abbia l’obbligo di conoscere i classici della poesia italiana, s’impegni nello studio della metrica, impari quando scegliere il novenario piuttosto che l’endecasillabo e quando è utile il verso libero o la prosa poetica, si eserciti nel sonetto, nella canzone, nel sirventese o nell’ode; abbia dimestichezza con l’ottava e il madrigale. Impari a scrivere una poesia sulla primavera, una sulla guerra incipiente, un’altra sull’amata, coniugando l’emozione nell’efficacia estetica, stabilizzando l’estasi.
Il punto, ovviamente, non è letterario ma pratico. Non c’interessa che un politico sappia scrivere buone poesie – la poesia, da sempre, è altrove – ma che ben governi. Beh, saper governare le parole, condurre in forma appropriata i propri pensieri, domare il caos in formule esatte, è il principio del governo. La poesia – dicono i romantici – esprime l’essenza dell’uomo: il compito di un politico, essenzialmente, è conoscere l’uomo, prevedere i suoi desideri, orientare le sue attese. Dedicarsi alla poesia – cioè: calare l’estro nella regalità del verbo – è già un gesto di potere: chiarisce i propri atti, percuote di dubbi le proprie fatue certezze, impone l’arguzia del conciliare e la perizia nel non demordere.
Ah, certo, diranno i gonzi, quelli che la sanno lunga, che sanno tutto, c’è ben altro a cui pensare, altro che la poesia… Benemerita idiozia scolastica che ha ridotto la sapienza marziale del poetare in svago iniquo, domenicale, da dopolavoro per puri di cuore. Non esiste attività più seria, per la propria ascesi, che la poesia – il resto, è baccano, infamia, illecito in chiacchiere, lo sfregio del blabla, l’oggi.
©Davide Brullo-Pangea
* O Nacht -:
O Nacht! Ich nahm schon Kokain, / und Blutverteilung ist im Gange,
das Haar wird grau, die Jahre fliehn / ich muß, ich muß im Überschwange
noch einmal vorm Vergängnis blühn.
O Nacht! Ich will ja nicht so viel, / ein kleines Stück Zusammenballung,
ein Abendnebel, eine Wallung / von Raumverdrang, von Ichgefühl.
Tastkörperchen, Rotzellensaum, / ein Hin und Her und mit Gerüchen,
zerfetzt von Worte-Wolkenbrüchen -: / zu tief im Hirn, zu schmal im Traum.
Die Steine flügeln an die Erde, / nach kleinen Schatten schnappt der Fisch,
nur tückisch durch das Ding-Gewerde / taumelt der Schädel-Flederwisch.
O Nacht! Ich mag dich kaum bemühn! / Ein kleines Stück nur, eine Spange
von Ichgefühl – im Überschwange / noch einmal vorm Vergängnis blühn!
O Nacht, o leih mir Stirn und Haar, / verfließ dich um das Tag-verblühte;
sei, die mich aus der Nervenmythe / zu Kelch und Krone heimgebar.
O still! Ich spüre kleines Rammeln: / Es sternt mich an – es ist kein Spott -:
Gesicht, ich: mich, einsamen Gott, / sich groß um einen Donner sammeln.
(Fonte: Benn Gottfried: “O Nacht -:”. In: Gedichte. Reclams Universal-Bibliothek Nr. 8480. Philipp Reclam jun.: Stuttgart 2006. S. 24/25.)
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E ci s’adatta a ttutto
Se non si punta dritti al PD o credo ad Azione, questo come cassa di voti al centro e a destra, il primo come massa d’urto, entrambi come presidi sanitari mica altro, quello che ci aspetta il 25 settembre, l’ho già detto, è motivo per un eventuale esilio volontario. Ah ma sono stato contestato da una conoscente in merito, Buon viaggio mi ha scritto, qualcuno resterà qui a combattere. Vecchia cianfrusaglia di sinistra, la lotta per la lotta. La lotta redentrice, ispiratrice di sol degli avveniri. L’800 a marcia indietro. Mentre il presente è in folle. Ma che te vuoi combattere. La democrazia non ha antidoti alle infezioni totalitarie. Anzi se le procura da sé. Non si accorge di stare poco bene e se la racconta, Passerà. L’istinto è del diniego e poi il corpo s’adatta a tutto, è vero, subisce o perisce senza un nitrito di disappunto, mentre l’apparenza democratica va in fumo tra bikini e minishorts, birette, spritz e un tiro di coca. Se in segreto si preparano polizie politiche, guinzagli alla magistratura, museruole alla stampa, all’arte e magari chissà qualche campo di concentramento poco importa, la Chiesa cattolica salvi la movida. Ora, bisogna abbonarsi, ma chi avesse voglia di sapere come da New York (che non è l’America, non il terzo stato che Trump e la Corte Suprema stanno creando in seno alla federazione) vedono l’Europa – in particolare l’Ungheria che è la sua fiamma tricolore – , provi a leggere il lungo articolo di Steven Hilltner https://www.nytimes.com/2022/08/15/travel/budapest-hungary-memories.html?campaign_id=61&emc=edit_ts_20220815&instance_id=69363&nl=the-great-read®i_id=59741813&segment_id=101448&te=1&user_id=4c38068a029f6747e66420909d60a636 sul NYT di ieri. E sempre ieri ma da un punto di vista spagnolo di Andrea Rizzi su El País questo https://elpais.com/internacional/2022-08-15/las-plagas-globales-arrodillan-a-un-mundo-incapaz-de-afrontarlas-unido.html#?rel=lom. Non indugio sulla mia personale desolazione
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