So long sour Elzemiro 9 luglio

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

dal 2 fino al 30 luglio 2019

L’ElzeMìro Antologia

Oggi

L’orologiaio e il vecchio signore

Idillio fiorentino

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-9-luglio/

Buone cose

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

L’omino macchina per scrivere  immagine di Desideria Guicciardini – coll. priv.
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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So long sour ElzeMìro

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

dal 2 fino al 30 luglio 2019

L’ElzeMìro Antologia

 

Oggi

So long sour ElzeMìro

Zin Zan Zen 

I discorsi degli uccellini a Sils Maria

   

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Buone cose

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

L’omino macchina per scrivere  immagine di Desideria Guicciardini – coll. priv.
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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Onu uno oh no

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Srebenica ( Bosnia Erzegovina) 1995

20 giu 2019- Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha ufficialmente lanciato il 18 giugno scorso il piano d’azione ONU contro i discorsi di incitamento all’odio: una nuova strategia, che si basa però sui principi fondanti delle Nazioni Unite.

Lo Statuto delle Nazioni Unite fu redatto in un momento storico in cui il mondo era appena reduce dalle conseguenze tragiche della Seconda Guerra Mondiale e dell’escalation di odio che aveva condotto all’Olocausto degli ebrei. Guterres ha ammonito gli stati membri che “c’è il pericolo che quella lezione venga dimenticata”.

Nella nostra epoca stiamo assistendo ad un crescente odio verso specifici gruppi di persone, che viene esacerbato dall’uso incontrollato delle tecnologie digitali. I discorsi di incitamento all’odio non solo vanno contro i diritti umani, ma minano anche la coesione sociale, erodono i valori comuni e gettano i semi di azioni violente.

Il ‘Programma d’azione delle Nazioni Unite contro i discorsi di incitamento all’odio’ si pone l’obiettivo di identificare, prevenire e affrontare in maniera efficace i discorsi di incitamento all’odio. Sebbene questa tematica venga discussa nell’Agenda 2030, la nuova strategia va oltre, raccomandando un’azione comune, con il fine di identificare i soggetti che incitano azioni di intolleranza…

listen more to http://webtv.un.org/watch/player/6049631091001

… Lezione dimenticata, olocausto valori comuni… me mi par chiaro che solo alla parola valore tra una beghin de beghin Carnate-Lecco-Colico-Tirano e un anarchinsurrezionalista verbale, chi scrive per esempio, c’è da parte dell’una un vaderetrosatàn, dell’altro fastidio… che vuol dire valore e condiviso, si domanda all’Unonano. Li mia, valori, ma non sono solo, sono quelli della letteratura specchio oscuro del reale, del pensiero discostante, del dubbio sistematico; con la béguina dove potrei incomunarmi so mica… sul fatto che io non vorrei farla fuori, lei non so, ma tenersi alla larga perché ho ancora nelle narici l’odore di grigliata del Giordano Bruno, dei Catari, dei sacri macelli… ma mi tollera, dite. Bon io non voglio essere tollerato tal che è vero, nessuno mi tollera, tranne qui 270 lettori finché durano e 7 amici, numero chiuso… E son di Prao e vogli’esser rispettao, posa il sasso e mangia i’ bao (sono di Prato e svoglio essere rispettato posa il sasso e mangia il baco) Tollerato… begin a tollerati te le tu’ creste di gallo beguina.

Quand’era piccino vedea in questi organismi inorganici, Onuonano, Europunita, il mito del benessere generale, del vigile accordo tra diversi pe’ non pestarsi a martellate nelle parti molli… arrivai persino secondo in una gara pubblica per il più bel tema sull’Europa (Lombardije unita 1964 o giù di lì)… preciso che per me la letteratura è un’esperienza di vita preferibile a essere buttati giù da un’auto previa violenza di gruppo… ora non escludo di avere la vista appannata, in fact distacco bilaterale dei vitrei, ma non ho contezza di grandi atti tesi a salvaguardare la vita, cioè i corpi di questo  o di quello sparsi, alla lettera, nel mondo, non c’è o non ricordo o sono pochi, i massacri che non siano stati messi dalle parole ai fatti sotto l’occhi vigili dei caschi blu, che guardavano dall’altra parte, dico sempre spannometricamente. Ora leggere La Chiesa di Céline (vedi se vuoi) mi pare che rischiarerebbe la vista a molti che non sono nell’uno né nel trino. Insomma l’Uno mi pare una meritevole organizzazione di incravattate dame di svincenzo; danno pacchi di primo soccorso e poi lasciano che ciascuno crepi nella propria immondizia come meglio  può, cioè fino a crepare; del resto salvare tutti non si può né mi pare auspicabile, siamo già troppi qui tra obesi e anoressici che campano  riempiendo i carrelli sua di carne rossa, colacola light e pingui pinguini dico a dozzine a confezioni, a torrenti a fiumi a riomari.  

Non ci vuol molto a dire che di nazioni unite o disunite ne mastico niente però vengo là dove batte la lingua quando qualcosa duole, il cloîtroride. Perché mi me par che ciò che divisano le parole dei sommi sacerdoti della Chiesa, sia una violazione del chiostroride personale. Tal che tacere bisognava andare avanti mi pare l’imperativo che ne potrebbe saltar fuora, Non si dice non si dice… di divieti ce n’è mai bastanza e di solito cascano tra le pagine a stampa, ieri Céline, oggi Benoist, ma anche Fusaro l’immodesto modesto, persino qui n’i blogghe l’Onanuno potrebbe scovare qualche incitamento all’odio, perché diciamo negro come l’Ariosto e, sempre per orgoglio di vocabolario, pederasta non queer… al Piave al Piave, tutti accoppati. Il pensare ridotto a crema di philadelphia morbida e leggera. A omogenato di cazzi e mazzi. È vero, ha ragione il Nuno, ci vuol niente a scrivere un Mein Kampf e a scatenare una bufera mondiale… niente poi, una beneamata favolella, ci vogliono quattrini a non più contarne, sigari e zippi, molta birra e armi, quelle come se piovessero dall’altro dei cieli e invece le procurava la Krupp, le procura la Beretta e l’Unione bancaria. Ci vole inzomma il Kapital con turbocompressore tritatutto. Sappiamo… Nonna Unna che occhi grandi hai, per controllarti meglio, piccìcina che te tu facci la bravina. Ma mi me par che qui si stia divisando dal governo di un coglione isolato, un isolato, un quartiere, una multinazionale di coglioni al governo. Questo mi preoccupa perché la forza dei coglioni è il numero. Sarà per questo che la natura ha deciso di contenerli nel numero di due per ciascun individuo ma, moltiplicalo per millanta individui e te tu me la racconti la mi’ bella mascherina. Peraltro si temono le parole di odio… oh santa Venere, l’odio, promemoria, è un sentimento molto diffuso, basterebbe leggere Omero o i tragici greci ma oggi sono e si vorrebbero in gran misura sostituiti dai twerking di fantamamme, fantababbi e  figlie del pirata Buonu; l’è sentimento che tiene in vita chi si vuole vendicare e anche chi vuole sopravvivere in condizioni che ne mettono la sopravvivenza stessa a repentaglio, l’odio tonifica e converte lo spirito suicida. Bene non se ne può parlare ché solo i cristiani in passato ebbero il monopolio dell’odio, oggi conventicole meno vaste, talebane, telebane e talbefane, jihadiste e pedopiste non lesinano voci squittite e squirtate, e van gridando pace e van gridando amor. Altre altro che cortei, banderole, arcobaleni, quelle non hanno il dono della parole, a parte il delirio dallì allà; sparano e si direbbe che senza detto passino diretti all’atto. Quindi mi pare che la Chiesa di Ginevryork sia un po’ indietro coi fatti e che la Chiesa di Céline fosse avanti. Mein Kampf non se ne scrivono più, ché bisogna pure avere fatto qualche scuola, Hitler per esempio arrivò fino all’accademia di belle arti, era bravo in ornato e allora s’insisteva molto sulla calligrafia e sull’ortografia. Insomma dietro ogni Mein Kampf c’è un metodo che magnifica la parola affinché essa si faccia ciccia o burger della ciccia altrui mi dicono i cattolici più informati. Farla breve me mi pare che la coppa dell’Ohnò voglia essere servita a tutte le tavole degli analfabeti funzionali del mondo unitevi perché si fàccino ancora più massa, più folla. Persino questo blogghe appunto, domani potrebbe essere accusato di odio e non lo è, è molto surcritico co’ bischeri e co’ grulli, ma mi si dica il peccato dov’è. Invece si comincia col deprecare e si finisce col censurare. La Chiesa, di Roma, della Mecca, di Cantù-Cermenate lo sonnu bene. Tra l’Unno e quei tal barbudos che giustiziarono in effigie il signor Salman Rushdie mica c’è differenza. O si fa d’ogni erba, ma è così che si vuole colà dove si puote, un fascio. Come staccare gli icebergs dal pack. Sai mica dove comincia l’alluvione.

L’animal qui ne peut plus dormir, pour remplir la vacuité des heures, pour échapper aux nostalgies végétatives s’est forgé un monde de fantômes, de croyances et de chimères. Au lieu d’utiliser ses ardeurs à la volupté intemporelle d’écouter les choses et les silences, d’adoucir le mal de sa division d’avec le tout, de combler par des doutes ou des extases la déchirure qui le sépare de l’univers anonyme, il s’est lancé à la conquête de la vie dans l’espoir d’oublier qu’il est le vrai mourant. Il a voulu couvrir sa mort(…) l’idéal inavoué des chacun est de manquer sa propre mort(…) L’appareil des idéaux et de la foi est là pour y aider.

L’animale che non riesce più a dormire, per riempire il vuoto delle ore, per sfuggire alle nostalgie vegetative s’è forgiato un mondo di fantasmi, di credenze e di chimere. Invece di usare i suoi ardori per il piacere senza tempo di ascoltare le cose e i silenzi, di ammorbidire il male della sua divisione con il tutto, per riempire di dubbi o d’estasi la lacerazione che lo separa dall’universo anonimo, s’è lanciato alla conquista della vita nella speranza di dimenticare di essere il vero moribondo. Ha voluto coprire la sua morte (…) l’ideale inespresso di ciascuno è quello di mancare alla propria morte (…) L’apparato di ideali e della fede è lì per aiutare. 

E.M. Cioran – Exercises négatifs – Gallimard pag. 35

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Stazione Centrale

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Tomer Hanuka. Film poster for The Man Who Fell to Earth by

Di un film che egli ha visto… io no, vidi l’originale in cemento e ossa, New York, nel 1976 quando occorreva girellare con venti dollari in tasca, il costo di una dose di qualcosa, sempre, giorno e notte ma a notte solo in taxi da dove volevi partire a dove dovevi andare, l’autista ti lasciava di preciso davanti alla porta di una trattoria, dove stazionava non di rado una sorta di guardaspalle, mai lasciarti attraversare la strada; il taxi aspettava che tu fossi al sicuro nel locale e ripartiva, il denaro per la corsa glielo passavi per una specie di cassetto apri e chiudi -descriverlo ha stessa importanza che parlare di beltempo, maltempo, ondata di calore- gli appartamenti avevano blocchi interni, serrature, stanghe infilate per sbieco nel pavimento, le finestre molle di ritegno a senso unico, insomma tutto l’armamentario per un assedio non rilevato dalle cronache o dai bollettini di guerra; poi in qualche modo la faccenda finì ma a parte gli inni cinematografici di Woody  Allen, di New York non so niente di più… conservo l’impressione che il prof. Biuso racconta qui in https://www.biuso.eu/2019/06/22/new-york/

Nelle città americane -non soltanto in esse naturalmente ma in esse in modo particolare- il denaro è tutto, è davvero l’«equivalente generale» del valore (Marx), compreso il valore delle vite umane. Vite che dunque, come quella di Lee Israel, danno per naturale il sopruso, (lo comprendono come metodo anche quando lo subiscono n,d.r.) il regime della lotta, il senso e il significato incarnati nella merce che consente di ottenere tutte le altre merci e l’illusione della soddisfazione: «Der Amerikanismus ist die historisch feststellbare Erscheinung der unbedingten Verendung der Neuzeit in die Verwüstung. Das Russentum hat in der Eindeutigkeit der Brutalität und Versteifung zugleich ein wurzelhaftes Quellgebiet in seiner Erde, die sich eine Welteindeutigkeit vorbestimmt hat. Dagegen ist der Amerikanismus die Zusammenraffung von Allem, welche Zusammenraffung immer zugleich die Entwurzelung des Gerafften bedeutet». (Martin Heidegger, Schwarze Hefte 1939-1941 [Quaderni neri 1939-1941], Überlegungen XV [8-10], in Gesamtausgabe, Band 96, Vittorio Klostermann 2014, p. 257; traduzione di Francesco Alfieri).

L’americanismo è la manifestazione storiograficamente consultabile dell’incondizionato declino dell’epoca moderna nella devastazione. Nell’evidenza della brutalità e rigidezza, il carattere russo gode contemporaneamente di una zona sorgiva piena di radici nella sua terra, la quale si è destinata preliminarmente un’evidenza mondiale. Al contrario, l’americanismo è la raccolta disordinata di tutto, una raccolta che significa sempre, allo stesso tempo, lo sradicamento di ciò che è stato accumulato

Le piante… osservarle, una bellezza ai bordi delle linee ferrate, vanno dove vogliono, spuntano dai getti di cemento dimenticati… nel nostro paese sempre orfano di un pilastrino, di un terrazzo mai finito, di un mausoleo di lenin per pellegrini con le varici e le macchie di sugo, ogni tanto si fa uno scasso e un getto di cemento, per poi lasciarlo lì a invecchiare come un saluti da Bellaria 1957… prosperano le piante malandrine, commando botaniche, addestrate a resistere, si piegano, si nascondono diresti, piante partigiane al passaggio dei convogli, poi di nuove al sole, manco innaffiate, bevono di notte la rugiada, fioriscono infischiate di pisciate e ferodi, qua e là spunta persino un Convolvolo bianco, una Granpa ott, una Heavenly blue, strisciano le belline piccole pechinesi, se lo trovano scalano un pilone della corrente di quei nuovi, graticciati. Amo, oltre agli animali, le piante e le pietre, che, loro, non te/se la raccontano. 

M’è capitato di vedere due film, un documentario e uno a puntate… posseggo la televisione per vedere film e documentari da che nel 1996 bloccai i programmi di Berlusconi, poi della Rai. E vero che sono abbonato alla rete di un orco satellitare, non so più chi è ora, non Murdoch che credo viva con un cocktail d’aria dei Caraibi infilato nel naso… si sa la saturazione, la cardiopatia colpisce i tiranni e gli squali, tutti anche i più piccoli, eccesso di carne rossa… e poi c’è chi ci piace il calcio, a me gli sparatutto dove l’eroe compie acrobatiche assurdità e spara le pallottole di cinque da un caricatore solo… mi è capitato allora di vedere il documentario della scalata, come si chiama altrimenti l’andare il cima al mappamondo ovvero Polo nord… Der unaufhaltsame Aufstieg (citazione parodistica del titolo brechtiano La (ir) resistibile ascesa di Arturo Ui) in sci di tre neozelandi deliranti, zio, padre e quindicenne fanciullina di Ebéte fulgida figlia. Tutti insieme appassionatamente a sbanfare nove ore al giorno per quindici giorni, 160 chilometri dal nulla al nulla, beh sì tanto ghiaccio, al polo lo stesso, eguale anche a guardare il pel nell’uovo di Colombo, e il sole piazzato un po’ a modo suo all’orizzonte, ma in quella, mentre gioiscono per l’impresa, si abbracciano, si scambiano tra loro battute da telefilm volemosebbene, flitterte flatterte i nostri vengono raccattati da quel prodigio della fisica che è l’elicottero, prenotato stile taxi. Ah dimenticai, gps per orientarsi, bussole, radio, telefono satellitare per videoparlare con màtete giù nelle neozelande, qualche migliaio di dollari di tecnologie occidentali per andare a visitare lo zio Pak. Imprese analogamente grulle, magari con segreto desiderio di incontrare Babbo Natale, ma senza elicottero e niente gps le fecero altri indietro nel tempo, compreso un italiano, il comandante Nobile. Qualcuno passò sotto il polo nord in sottomarino, Nautilus, ma lì il gioco era di vedere come silurare i sovieti da dove meno se lo aspettassero. Chi lo sa. 

L’altro film Černobyl (26 aprile 1986, non riassumo i fatti, ognuno si arrangi) narra il momento e il dopo il disastro… si rischiò un po’ tutti un pelino di pioggia al cesio, ti dicevano di non mangiare insalata, fragole, di lavarti bene, cose grulle, i telegiornalai mostravano cartine con la nube, l’andazzo dei venti e che cos’è il cesio, non escluderei che a qualcuno di noi stia sfagliandosi pianpianino qualche meccanismo cellulare… l’incapacità prima, la resistenza politica della politica ad accettarne la grandiosità dell’orrore, le conseguenze o altrimenti compagni, l’immensa macchina militare per far evacuare migliaia e migliaia di persone, per portare milioni di metri cubi di sabbia e poi di azoto in sito e tutto il resto con nobile esaltazione del noto coraggio, della tenacia quasi sovrumana dei russi; è commovente l’episodio dello scavo sotto il reattore da parte dei minatori che nudi per il calore, (come un tempo i picciotti nelle zolfare) a picconate fanno il buco necessario a installare uno scambiatore di calore dove altrimenti la fusione avrebbe bucato lo scudo di cemento del reattore esploso e poi la terra sotto, i ciuchi, i servi della gleba formato Stakanov che superano i padroni con il doppio petto à la Kremlin. I russi pare abbiano questo magnifico temperamento da api, da formiche. Tutti insetti da amare.

Mi torna alla mente mio figlio minore che da piccino si dilettava a raccontarsi per ore delle storie, a volte in duetto col fratello di poco maggiore. Ricordo quella di Isabella e Colombo che terminava così…

Isabella (a Colombo, seccata)

Ma come io ho speso un occhio per questo viaggio e tu mi torni con cosa? Tre pomodori.

Live alla stazione di Milano Centrale. Nell’unica toilette per settanta milioni di persone,  ci sono lavabi in manutenzione dal principio di maggio, non tutti, alcuni, ma aumentano di numero man mano che se ne lavano le mani, le transenne di accesso ai binari sono sempre chiuse, tranne due, ma  la folla…  una sfida per Eichmann, migliometri cubici di ossa… a vista occorre considerare le anoressiche… cellulite, culame, alluci, di tutto, che è lì a fare cosa, a farsi prendere dal treno, andare, ognuno col suo tipo uguale di mutanda, di gelato industriale, di bottiglietta d’acqua, in borsa, in collo, a mano e glu, sette metri e 40 centimetri e glu glu, poi a piacere, forse cinquanta di metri e gluglu glu, la stazione imita bene una Calcutta vomitata da Cronos, (Tempo, quel che si mangiò i figli come Verdun) soldati esibiscono quanto hanno di più caro, il loro manganello, un agente della vigilanza, solo tra ininterrotti fiumi di profugame in fuga da villeggiatura, a tutte le domande arrisponne con un tz siciliano, o una levata di mento che viene a significare, Qua per di là o per di giù; variamente etichettati vanno, corrono, sudano sudano, strascinano valige… si fermano ad ammirare l’ultimo ritrovato in fatto di maglietta con scritte e glitte(rrr) da una vetrina di pulci, una pena… da chiedergli perché, dirgli, Tutti a casa. Poi c’è chi va solo dal medico, un’anarchico.

Ora, con molta bella pretesa, fatti questi bozzetti  di civiltà vogliano ricordare Lao Tzu, Lao Tse, Lao Tze o Lao Tzi e il suo Tao Te Ching, Daodejing e, dell’epidemia chiamata umanità, tutto l’esistere sotto le bandiere, anche cinesi, della voluttà di conquista, di Poli, di pali, peli quelli da radere per prepararsi all’estate che non finirà oramai più, Americhe, atomi con corollario di bim bum bang. Tutto uno strurmintrupparsi a volte persino ad ottenere piccoli benefici collettivi, vaccinazioni, frigoriferi e ristoranti con vista lago. Altre volte bah. Tutto ha un limite e dunque anche queste osservazioni ma pare che in tutti i contesti sia proprio la linea di limite, il confine, a non essere occhieggiata, o non inclusa nella lista della possibilità. Bon, dei Maya si sa che costruirono e ammazzarono, per lo più prima di essere ammazzati; morivano di qualche morbo che nessuno si curava di curare, persino il calcio era un giocattolo con lo scopo di far fuori qualcuno, il vincitore dicono… variante bizzarra ma non stupida… dominavano i preti, potenti, qualche stregone, il solito; ma di templi, ahi loro, palazzi, strade, magazzini e barchette sono rimasti lacerti qua e là. Il resto le piante hanno provveduto. 

XX Differenziarsi

Tutti gli uomini sono sfrenati

come a una festa o un banchetto sacrificale,

come se in primavera ascendessero ad una torre.

Sol io quanto son placido! tuttora senza presagio

come un pargolo che ancor non ha sorriso,

quanto son dimesso!

come chi non ha dove tornare.

Tutti gli uomini hanno d’avanzo

sol io sono come chi tutto ha abbandonato.

XXII. L’Umiltà che eleva

Se ti pieghi ti conservi,

se ti curvi ti raddrizzi,

se t’incavi ti riempi,

se ti logori ti rinnovi,

se miri al poco ottieni,

se miri al molto resti deluso.

XLVI. Esser parco nelle brame. 

 Quando nel mondo vige il Tao

i cavalli veloci sono mandati a concimare i campi,

quando nel mondo non vige il Tao

i cavalli da battaglia vivono ai confini.

Colpa non v’è più grande

che secondar le brame,

sventura non v’è più grande

che non saper accontentarsi,

difetto non v’è più grande

che bramar d’acquistare.

Quei che conosce la contentezza dell’accontentarsi

sempre è contento. 

XLVII. Scrutare ciò che è lontano

Senza uscir dalla porta

conosci il mondo,

senza guardar dalla finestra

scorgi la Via del Cielo.

Più lungi te ne vai meno conosci.

Per questo il santo

non va dattorno eppur conosce,

non vede e più discerne,

non agisce eppur completa. 

LXXX Isolarsi

Piccoli regni con pochi abitanti:

il popolo (…)

Tema la morte e fuori non emigri.

Se anche vi son navigli e vi son carri,

il popolo non tenti di salirvi;

se anche vi son corazze e vi son armi,

mai e poi mai le tiri fuori il popolo.

(…) Se stati vi vedessero vicini

tanto che cani e galli se ne udissero,

invecchino così, fino alla morte

quei due popoli: senza alcun contatto. 

 Lao Tze –  Tao Te Ching trad. di Luciano Parinetto (vedi) Edizioni La vita Felice – Milano 1995 d.p.

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Cioran l’opera al bianco

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Chi afferma, Ho capito, dichiara il più delle volte senza poterla ammettere la propria stupidità, altrimenti, e si tratta di situazioni insidiose, la propria insufficienza a comprendere. Quando si comprende ciò vuol dire che si è compresi, che si contiene del tutto, ma un po’ può essere già un lusso, dunque che si è contenuti da ciò che, opera, ambito, ambiente, situazione, persona, prediligiamo senza spesso afferrare il perché di questa affinità, di tanta sintonia; in questo caso non è raro liquidare ogni questione dicendo, Mi piace o l’amo. Potrà sembrare un tantino apodittico questo discorso ma devo ammettere che anche se lo comprendo, non sempre capisco quel che scrivo, o dico. E m’accontento pensando che ad altri potrebbe sembrare del tutto a posto, coerente, non un discorso campato per aria e di uno schizofrenico o entrambe le cose. Molte e molte volte mi sono trovato, per esempio a teatro, a sentirmi spiegare da qualcuno ciò che avevo fatto. Stupefatto dalla plausibilità del discorso altrui, mi trinceravo in un solido fortilizio di, Certo, precisamente, persino di capisco asseverativo-confermativi; o di, Lei dice, (anche lì a spaglio qualche capisco) interrogativi, presi questi ultimi per manifestazione di una nobilissima umiltà. Il pubblico e non solo, chi ti stia intorno senza particolari segni di distinzione, pretende certezze e da un artista, o supposto tale, che abbia l’attitudine e il vocabolario sufficientemente spinto del profeta. La verità sarebbe stata contenuta in un rapido non lo so, anche al condizionale condiscendente.

Per fortuna con Cioran non si tratta di capire ma di comprenderlo, parlare di ogni singola sua opera, qui a mo’ di esempio il fulminante inedito Exercises negatifs,  e a dispetto del fatto che egli ne abbia scritta una sola, mi pare, divisa in diversi volumi intervallati nel corso della vita come soste-tempo, una qua uno là, è un’impresa, un’opra senza nome. Cioran mi pare così vicino, e per la verità così oltre la poesia che il suo territorio occorre averlo nel cuore, come qualcuno potrebbe dirlo di Emily Dickinson. Che cosa, domandarselo, quale combinazione fortunata, quale perfetta alchimia fece di Tabucchi un cantore di Lisbona, del Portogallo, fino a impararne la lingua, scoprire come fosse suo, e lo era, Pessoa, che di suo comprese così tanti da essere tanti. E infine Cioran come fu possibile che saltasse non solo in Francia dalla Romania ma che entrasse nella lingua, scrivendo in francese la totalità dei suoi lavori. Ma di che scriveva Cioran, francese a parte, ecco una domanda che qualcuno potrebbe porsi senza che chi ne scrive sia in grado di rispondere se non con un, Non lo so. Cioran scriveva, scrisse per necessità la necessità, non scriveva di qualcosa ma qualcosa, condizione rara. Non parlo di sacro fuoco, ispirazione o di furore uterino, quello che anima le innumerevoli donne Ferrante di questo secolo oscuro. Parlo di Ἀνάγκη, Necessità e destino della poesia di farsi carne. Poesia, ποίησις, poiésis, emanazione del verbo ποιέω-poiéo-fare si controlli nel vocabolario Rocci, significa in greco costruzione, creazione in concreto, lacrime pelle e sangue. Struttura. La poesia in quanto metafisica incarnata. We are such stuff/ As dreams are made on; and our little life/ Is rounded with a sleep* – W. Shakespeare. The tempest. A4/S1 vv. 148-158. Cioran scriveva di niente, niente, scriveva il nulla. Egli produceva così come le piante si spingono verso la luce, sprizzano rami e fiori, emettono frutti. Domandereste a una rosa perché è una rosa e che cosa vuol dire, interrogarsi. La rosa avviene e non ha nemmeno lo scopo di farsi guardare. Convinto di questo trascrivo qui con grande cura un passo da  Exercises negatifs, Gallimard pag. 23… 

Ce que nous poursuivons nous tendons à le convertir en inconditionné: d’un être, d’une opinion ou d’un objet, il n’est pas en notre pouvoir de ne pas faire une idole; la vie dans sa diversité, est une coexistence d’idolâtries contradictoires, presque toujours grotesque et quelquefois sublimes. Tout imite un dieu; nos croyances, de quelquenature elle soient, prolifèrent des caricatures d’absolu. De notre audace, grande ou petite, à nous y assimiler, dépend notre proximité ou éloignement de nos frères déraisonnable, qui eux, sont ce qu’il croient. Sur le plan de l’adhésion, il se révèlent les moins ratés de tous ceux qui ont entrepris ce grand travail de l’illusion auquel personne ne peut se soustraire sans risques. Pourtant il en est qui fuient pas ces risques, qui ne veulent pas de cette folie douce ou furieuseoù les autres, poussés par le dieux qu’il cachent dans leur sang, se complaisent dans l’inventions de nouvelles idolâtries.Mais le doute n’est pasfacile dans ce jardin de démence où les fruits de l’incorrigible espoir tentent nos appétits et exaspèrent nos soifs. Notre dignité consiste à élargir les distance qui nous éloignent des choses et des êtres. La fonction de l’homme séparé est de s’appliquerpartout à la création d’intervalles. Et quand ces intervalles sont suffisamment profonds, il n’est plus complice. E.M. Cioran – Exercises négatifs en marge du Précis de décomposition

Ciò che perseguiamo tendiamo a convertirlo in incondizionato: di un essere, d’una opinione o d’un oggetto, non è in nostro potere non farne un idolo; la vita nella sua diversità è una coesistenza di idolatrie contraddittorie, quasi sempre grottesche e talvolta sublimi. Tutto imita un dio; le nostre convinzioni, di qualunque natura siano, proliferano di caricature dell’assoluto. Dalla nostra audacia, grande o piccola sta a noi farla nostra, dipende la nostra prossimità o distanza dai nostri fratelli irragionevoli, loro che, sono ciò che credono. In termini di appartenenza, risultano essere i meno falliti tra tutti coloro che hanno intrapreso questo grande lavoro dell’illusione cui nessuno può sfuggire senza rischi. Eppure ci sono alcuni che non fuggono da questi rischi, che non vogliono questa pazzia dolce o furiosa dove altri, guidati dagli dèi che nascondono nel loro sangue, si cullano nell’invenzione di nuove idolatrie.Ma il dubbio non è facile in questo giardino di demenza in cui i frutti di una speranza incorreggibile tentano i nostri appetiti ed esasperano le nostre arsure. La nostra dignità consiste nell’allargare la distanza che ci allontana dalle cose e dagli esseri. La funzione dell’uomo separato è di applicarsi ovunque alla creazione di intervalli. E quando questi intervalli sono abbastanza profondi, non è  più  un complice.
* Siam fatti come son fatti i sogni e la nostra vitarella sta tutta in un sonno.
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L’ElzeMìro di Martedì 25 Giugno

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 25 giugno 2019

 Olio di lino

4a puntata

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72541

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Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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Houellebecq 2 – Sérotonine

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Michel Houellebecq in Ean – Journal de Littérature

Dire bene pubblicamente dell’opera magnifica altrui non è così facile e intuitivo come sembra, e enfin occorre capirsi sul perché ci si prende la briga di farlo, con che scopo, didattico, informativo, esornativo ivo ivo oh. Può darsi che agisca la convinzione che parlandone si compia un atto di omaggio dovuto a quell’opera, a quel tale… come visitare la tomba di Proust al Père Lachaise, passare da Meudon a vedere la casa di Cèline o cercare delusi i luoghi di Satie ad Arcueil-Cachan (Paris toujours Paris)… e finché il Sole/Risplenderà su le sciagure umane… epica di non poco conto quella del sgnor Foscolo – Dei sepolcri -v. 295. In ogni modo ogni scelta, in qualsiasi ambito, o è clinica della comprensione, o ci rimanda un’immagine di chi che siamo; sposiamo in genere i nostri specchi. Parlare male di quassicosa, merdità s’intende, è tutt’affatto facile, assai gratificante per chi scrive; la stessa soddisfazione che si proverebbe prendendo a schiaffi un che ci ha irritato, offeso, qualcosa del genere. Lo schiaffo è la la leva con cui l’aristocratico misura la distanza tra sé e l’universo dei fetenti. Ah ‘na billizza, co’ ‘na  manata precisi che le nocche non ti sporchi a tirare pugni, né vuoi far male, non tanto alla sua faccia, quanto proprio a Narciso, vuoi avvilire, e chissà tentare di redimire, far sentire lo schiaffeggiato ‘na schifezza, ‘na schifezza, ma ‘na schifezza ‘e uommene (Edoardo De Filippo in L’oro di NapoliIl pernacchio) Ma non sono qui a parlare di schifezza bensì di un grande scrittore, l’avevo promesso e ripromesso a me stesso, come visita dovuta al monumentale appunto, benché il mio commendàbile sia piuttosoto vivo, Michel Houellebecq – Sérotonine. Flammarion

Intanto per chi ha deciso che conoscere questa lingua è necessario, suggerirei di optare per l’originale. Houellebecq non è uno scrivitore; è letterato, architetto della sua lingua in punta di lapis. Che cosa narra in Sèrotonine è presto detto e lo riassumo in forma criptica perché mi dicono che levare ai bimbi il gusto infantile della storia… tutti vogliono storia e felix ending a costo di leggere storielle di alpinisti, velisti, velieri, pensionate in sala medica, nuotatori, mamme, tante mamme, sin di affogati… non sta bene dicono, dunque non sarò cattivo coi bambini. Del resto i bimbi si divertono se sentono culo, tette cacca. In poche parole Sérotonine è l’illustrazione d’un che scientemente decide di adeguarsi alla propria depressione fino a… Florent-Claude Labrouste, come Henry l’architetto ingegnere costruttore della biblioteca nazionale di Francia, l’Io narrante di Sérotonine, è Oblomov fino alle estreme conseguenze… fa il Nulla… incruento ma studiato, anche se… anche se lo vagheggia, architetta un infanticidio per esempio. E intanto viaggia viaggia sulla sua Mercedes 4×4.

In Sérotonine però non c’è nè redenzione da viaggio, sai Conrad, né consolazione da paesaggio; Florent-Claude si muove in un deserto; ad apertura di sipario, l’incontro con le belle chattes (passere, bernarde, fighe insomma) in calzoncini è a un distributore di benzina con intorno una terra di nessuno, non detta, ma percettibile. Non ci sono cime tempestose, né parchi, nulla, nessuna corrispondenza tra il richiamo sessuale delle giovani donne, richiamo odisseico, e la cornice ambientale. Si legga si legga. Florent si muove per chilometri e chilometri su una tabula rasa, su una geografia di pubi pornografici, in einem Nacht ohne Ende ( pag. 251), in un’Indocina alla Jean Tardieu (Lettre de Hanoï NRF-Gallimard) rigogliosa, orgogliosa, distratta. In quest’Indocina Florent individua un albergo e poi un appartamento, dei Nowheres, in einem Nacht ohne Ende ( pag. 251)vi si installa, Kurtz cuor di tenebra nella foresta, appare, scompare, vi ritorna, poi il romanzo  al momento dello sparo finale, lì, finisce. Solo il castello del nobile Aymerich collude col suo proprietario che, lui sì, si uccide. Non è questione di coraggio ma di amor proprio sufficiente. Sbam davanti alla polizia schierata in assetto da guerra, egli si spara en grand Maïtre. Prima ha la benevolenza di istruire l’amico Florent alla bellezza delle armi senza che questi ne colga e ne abbracci la potenza simbolica. Credo che il lungo episodio di Aymerich d’Harcourt (autentico e antichissimo cognome aristocratico) sia in certo qual modo lo snodo narrativo dell’opera, un po’ come in Macbeth, quello di Verdi intendo, la visita di Macbeth, per magia, ai passati re scozzesi conduce dritti al precipitare degli eventi. Non parlo di proposito della quête des chattes viventi o pallenti che in Sérotonine palpeggia qua e là  il lettore senza portarlo a nulla. Soltanto una gibigiannna, utile a far dire a certe pallide signore che il romanzo è volgare (ma non quanto si aspettavano, è chiaro, quando ti dicono che schifo è perché non sono ancora sazie). Florent non sente nessuna mancanza di vita, intellettuale, per esempio; non cerca il riscatto della propria intelligenza;  egli flotta alla deriva tra centri commerciali e bottiglie di Calvados, senza essere alcolista. Cèline direbbe che è semplicemente un francese.

J’avais l’impression de glisser sur un plan incliné, c’était étourdissant et un peu écœurant, comme chaque fois qu’on plonge dans le vrai ( pag 247)*… come in altre opere il genio di Houellebecq trasforma la meccanica che ingrana tra loro le cose e i fatti, in  cosmo poetico, attività che è più del poeta… si legga Gottfried Benn, Lo stile è superiore alla verità, lo stile porta in sé la prova dell’esistenza – in Pietra Verso Flauto – Adelphi (cito a memoria, chi legge mi creda e mi chieda, e gli ritroverò il passo se solo e quando ritroverò il volume smarrito)… più che del romanziere, così attento di solito costui, non parlo di veri romanzieri come Houellebecq, a fare l’occhiolino con le parole e spesso solo dietro di esse alla lettrice; ci sono solo lettrici al mondo, anche i lettori. In Sérotonine la distillazione cui Houllebecq sottopone il linguaggio può sembrare una riduzione chimica, o la sintesi alchemica tra opera al nero e al bianco; di semplicità vigile, il dire è scandito, a me piace molto, dal respiro delle virgole usate come le pause d’ottavo e sedicesimo nei recitativi dell’opera antica, dico in Cimarosa, Mozart, Rossini tanto per dire, pause che determinano una prosodia assai precisa, un andamento della dizione, Houllebecq parla. Interrogazioni all’anima. Così ottiene che la poesia prema alle porte della sintassi e la forzi oltre le parole. Con altri mezzi lo faceva Céline. Bon, non solo lui. Quanto Cioran si interroga sulle tentazioni che l’esistere comporta tanto Florent-Claude Labrouste, dalla stessa sirena attirato non risponde, Ulisse legato da sé al Captorix, farmaco che ha una promessa nel nome, mettere, lo si coglie leggendo, una distanza navigabile tra sé e l’esistere infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso (Dante – Inferno XXVI-142.) Tentazione di esistere che è, non si creda, anche nel pensiero del suicidio, suicidio che Florent progetta, da ingegnere, ma non attua, con coerenza totale o esisterebbe… J’avais l’intention d’opérer de nuit, pour ne pas être arrêté par la vue du béton de l’esplanade, je croyais peu à mon propre courage. Dans la séquence que j’avais prévue, le déroulement des événements était bref et parfait(…) C’était bien la peine d’avoir fait des études scientifiques longues: la hauteur h parcourue par un corps en chute libre en un temps t était en réalité précisement donnée par la formule h=½ gt2 , g étant la constante gravitationelle, ce qui donnait un temps de chute (…) de quattre secondes et demie, cinque secondes au maximum si l’on tenait absolument à introduire la résistence de l’air(…) J’ attendrais le sol à une vitesse de 159 kilomètres/heure, ce qui était un peu moin agréable à envisager, mais bon, ce n’était pas de l’impact avant tout dont j’avais peur, mais du vol, et, la physique l’établissait avec certitude, mon vol serait bref. ( pag 343)**

*Avevo l’impressione di scivolare lungo un piano inclinato, era sconcertante e un po’ rivoltante, come ogni volta che ci si immerge nel vero.
**Avevo l’intenzione di operare di notte, per non essere impedito dalla vista del cemento del piazzale, credevo poco al mio coraggio. Nella sequenza che avevo previsto, lo svolgersi degli avvenimenti era breve e perfetto.(…) Valeva proprio la pena aver fatto studi scientifici e lunghi: la altezza h  percorsa da un corpo in caduta libera in un tempo t era in realtà data dalla  formula h=½ gt2,  g essendo la costante gravitazionale, dava un tempo di caduta (…) di quattro secondi e mezzo, massimo cinque a volere assolutamente introdurre la resistenza dell’aria(…) Sarei sceso  al suolo a 159 km/ora, cosa meno piacevole da divisare, ma bon, non era dell’impatto soprattutto che avevo paura, ma del volo, e, la fisica lo stabiliva con certezza, il mio volo sarebbe stato breve.
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L’ElzeMìro di Martedì 18 Giugno

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 18 giugno 2019

 Olio di lino

3a puntata

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72511

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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Houellebecq

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Katy Richards( cont.) – Bite Your Tongue

Purtroppo nella mia vita ho collezionato a centinaia i particolari di cose, fatti i e detti e immagini, i cui legami ho smarrito per strada, la mia, a mai più; un’approssimazione forse evoluta in finzione mi induce da tempo a ricordare però una battuta, arrivata vai tu a sapere da che film, da Vincitori e Vinti pluripremiata opera di Stanley Kramer con Spencer Tracy, Burt Lancaster e Marlene Dietrich, da qualche cupo documentario, da Il processo di Norimberga con Alec Baldwin bah, non sono capace di scaricare nulla dalla rete; youtube spesso vale un tubo. Vabbè; in una scena di questo film misterioso e in bianco e nero e doppiato, ho ricordi in bianco e nero per lo più, alcuni ufficiali nazisti alla sbarra nel processo più famoso del mondo, quel di Norimberga per chi se lo ricorda, nella mensa del carcere dove sono prigionieri discorrono tra una cucchiaiata e l’altra, diononvolesse si suicidassero a forchettate; sono reduci da un’udienza in cui indovinate che cosa è stato proiettato alla corte, bon, e uno degli ufficiali, scosso dalle immagini, a un certo punto si domanda e domanda ai suoi colleghi al tavolo, ma come è  possibile, sempre indovinate che cosa. La risposta di uno più smaliziato tra i commensali è, Possibile sì è solo una questione di metodo. E sappiamo che dopo Auschwitz nessun metodo ci dovrebbe far accapponare la pelle o arricciare il nasino di stupore e poi ad azzannare, cotto, il tacchino. Pensate a un orrore qualunque, bosnie, sirie, apocalissi assortite, e zac la soluzione c’è. È solo una questione di metodo. È solo questione di avere la tecnica e creare l’industria adatta. 

A corollare tutto ciò, giorni fa di mattina presto, ore nove precise, mi telefona un amico per riferirmi che ha visto alla televisione un delizioso commercial di un fabbrica di polli, fabbrica sì, sì e bio. Ora in una panoramica su un agro di fantasia tutto luci smeraldine e violacciocche tra erba e alba degradée, nel film una masnada di polli vanno beccòttando, razzolanti come se aspettassero un’intervista, come si sta qui e che cibo il cibo e la sistemazione all’aperto e mangiati sì ma al meglio del miglio, non è così. L’intervista non c’è nella pubblicità è naturale, e i polli non parlano, non come noi intendiamo; ma intanto una canzoncina deliziosa di quelle che solo dei musicisti venduti possono pensare, giuggiola a chiusura del commercial Il mio lavoro è SELEZIONARE, il cibo migliore per un pollo tutto Bio. Selezionare, bio. Oh il bel progetto, selezionare, le parole non piovono mai a caso, nemmeno su un allevamento a terra. Poiché bio biobìo bìos sta per esistenza, anche per i polli, si tratta dunque di inferire che anche per loro polli c’è vita dopo la morte ché senza il disturbo di un funerale religioso si diventa bio. Ai polli è riconosciuto il diritto all’ateismo, che è senza dubbio alcuno un vantaggio per loro e un vantaggio per chi li mangia, non sanno di crocifisso. La realtà è come sempre altro dalla pubblicità che è invece la propaganda del mondo come gli Junker  – ah il cognome che titola una schiatta infausta- dell’Europa unitaria, vorrebbero che lo vedessimo. In modo che alcuni eletti lo realizzino. È il progetto nazista, sono loro ad avere vinto la guerra, sse semo detti coll’amico. C’è del metodo nella banalità e nell’azzardo.

Ora io avrei parlato volentieri di uno scrittore che amo, Michel Houellebecq. Forse forse ci tornerò ma ora, dopo la ben premeditata premessa vegetariana voglio semplicemente citare un lungo passo del suo ultimo libro Sérotonine-Serotonìna, libro che, che, checché ci tornerò sì. Senz’altro commento però, con traduzione in calce per chi non apprezza il francese e dunque non si è mai posto il problema di saperlo, eccone ora un passo che mi sta a cuore, per così dire, o sullo stomaco, se si preferisce. È in tema, vedranno i lettori:

Je connaissais parfaitement cet élevage, c’était un élevage enorme, plus de trois cent mille poules, qui exportait ses œufs jusqu’au Canada et en Arabie Saudite, mais surtout il avait une réputation infecte, une des pires de France, toute le visites avaient conclu à un avis négatif sur l’établissement: dans un hangar éclairés en hauteur par de puissantes halogènes, des milliers de poules tentaient de survivre, serrées à se toucher, il n’y avait pas de cages, c’était un élevage au sol, elles étaient déplumées, décharnées, leur épiderme irrité et infesté de pou rouge, elles vivaient au milieu des cadavres en décomposition de leur congénères, passaient chaque seconde de leur brève existence – au maximum un an – à caqueter de terreur. Cela c’était vrai même dans le élevages mieux tenus, et c’était la première chose qui vous frappait, ce caquètement incessant, ce regard de panique permanent  que les poules vous jetaient, ce regard de panique et d’incompréhension, elles ne demandaient aucune pitié elles en auraient été incapables mais elles ne comprenaient pas, elles ne comprenaient pas les conditions dans lesquelles elles étaient appelées à vivre. San parler des poussins mâles inutiles à la ponte jetés tout vivants, par poignées dans les broyeuses. Je connaissais tout cela (…) mais l’abjection commune dont je savais comme tout le monde fair preuve m’avait permis de l’oublier. (…) Comment les hommes pouvaient faire ça? Comment pouvaient-il laisser faire ça? Je n’avais rien à dire à ce sujet, que des généralités inintéressantes sur la nature humaine.(…) Comment des vétérinaires(…) pouvaient-ils visiter ces endroits où la torture des animaux était quotidienne et les laisser fonctionner, voir collaborer à leur fonctionnement, alors qu’ils étaient, au départ, vétérinaires? ( …) Après tout il y avait surement des médecins, avec un diplômes d’études médicales, dans le camps nazis. Finalement là aussi, c’était une source de considérations banales et peu encourageantes sur l’humanité, je préférai me taire. (…) Je m’abstint également de préciser que ce n’était pas mieux pour les porcs, ni même de plus en plus souvent pour les vaches (…) Michel Houellbecq – Sérotonine – Flammarion pag. 166-168.

Conoscevo perfettamente quell’allevamento, era un allevamento enorme, più di trecentomila galline, che esportava le sue uova fino in Canada e Arabia Saudita, soprattutto aveva però una reputazione orribile, tra le peggiori in Francia, tutti i controlli si erano conclusi con un una segnalazione negativa: in un hangar illuminato dall’alto con possenti alogene, migliaia di galline tentavano di sopravvivere, serrate tra loro da toccarsi, non c’erano gabbie, si trattava di allevamento a terra, erano spiumate, scarnificate, la pelle irritata e infestata dagli acari rossi (Dermanyssus gallinae n.d.t.), vivevano tra i cadaveri in decomposizione delle loro consimili, passavano ogni secondo della loro breve esistenza – un anno al massimo – a schiamazzare dal terrore. Ciò accadeva in verità anche negli allevamenti migliori, era la prima cosa che ti colpiva, questo schiamazzo senza riposo, lo sguardo di panico fisso che le galline ti lanciavano, sguardo di panico e di non comprensione, non domandavano pietà non ne sarebbero state capaci ma non capivano, non comprendevano le condizioni in cui erano destinate a vivere. Senza dire dei pulcini maschi e inutili alla cova gettati a manciate, ancora vivi nelle trituratrici. Sapevo tutto questo (…) ma l’abiezione comune di cui come chiunque sapevo dar prova mi aveva permesso di scordarmene (…) Ma come potevano gli uomini far questo? (…) Come potevano lasciare che si facesse? In merito non avevo niente da dire, altro che cosette poco interessanti  e generiche sulla natura umana(…) Come potevano dei veterinari (…) visitare questi luoghi dove il quotidiano era la tortura degli animali e lasciarli funzionare, ossia collaborare al loro funzionamento, benché fossero, di principio, veterinari?(…) Dopotutto c’erano di sicuro dei medici, con studi e diplomi medici, nei campi nazi. Anche in questo caso, si trattava in fin dei conti di una sorgente di considerazioni banali e poco incoraggianti sull’umanità, preferì tacere.(…) Egualmente mi astenni dal precisare che per i maiali non andava certo meglio, né tanto meno e sempre più spesso per le vacche.

p.s. Leggo una piccola informazione del tutto inutile su un quotidiano volonteroso ma ma’nzomma, Il fatto quotidiano, – ahi ahi ahi ma cosa legge dr. D’Ascola, alza il ditino la maestrina dalla penna rosa –  leggo di una donna scappata di casa da un piccolo inferno africano per non essere mutilata, poi catturata in Libia, violentata a gogó, impregnata da mostri di un mostricino sul cui destino deve decidere, dicono, come se si trattasse di una scelta  indecidibile, tra l’offesa e una vita di stenti, a lavare cessi in qualche bar di Torvajanica, per ricordarsela, l’offesa, e reprimere l’istinto di vendetta in omnia saecula. Questa la notiziuola con un piccolo commento personale. Nell’articolo tanto l’estensore quanto la vittima parla delle bande di tagliagole e slabbravagine, definendoli, animali, bestie, disumani.  Solito tran tran di aggettivi. Mais non, mais non, che sono umani, umanissimi, proprio la quintessenza dell’umano. Carogne, già lo disse Céline in ogni sua opera. E che l’ultima, Rigodon, dedico aux animaux-agli animali. Che non massacrano, non erigono campi, non imprigionano, non stuprano nessuno. Nemmeno il loro territorio, non lo popolano di plastiche e motori. Qualcuno dirà, Eh vuoi mettere  ma non hanno l’intelligenza. Ah bè sì bè ah bè sì bè. ( Enzo Jannacci- Ho visto un re)

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L’ElzeMiro di Martedì 11 Giugno

In Gli amanti dei libri

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Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

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