Più o meno… più meno che più… tutto sommato

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Passaporto di Alphonsine (Du)Plessis, la Dame aux camélias

Il culto, che prelude alla dittatura dell’eguale, dell’indifferente lo quale però vuole emergere dal suo brodo, acqua calda quando è caldo, si rivela con il paradigma del titolo. Apprendo e rivelo che in una peraltro ridente e pittoresca, non più o meno, e non più meno località, qui né più né meno del lago lacustre, degli scellerati hanno inscenato uno spettaccolazzo sulla Belle Époque, più o meno la bell’emeglio. Per non parlar dell’opera lirica  più meno che più  assalita da borseggiatori e tagliagole, anche il teatro di prosa, prosaico cioè, viavacchia più o meno, salvo cioè luminosi esempi; ma è come dire delle biblioteche conventuali nei secoli bui; il deserto con intorno fortezze di libri prive di acqua calda ma tutto sommato… Macchine, pari indietro adagio; dunque dello spettacolazzo non recensisco il quantum ché non è il mio mestiere ma preciso che  serate del genere occorre disertarle, fischiarle, rumoreggiare, scagliare sedie, meglio sassi, com’era costume quando il pubblico aveva carattere o, se mai uno sciagurato parente o amico o dirimpettaio degli scellerati autori ti invitasse, è obbligo o defilarsi con accorta bugia, o partecipare per l’educazione formale che da questo ombone immaginario è già stata difesa; andarsene poi non visti a fine primo atto, è però obbligo perentorio. Sapete com’è, Nobblesse (due bi)obblige(due bi), la nobiltà è obbligatoria, Totò in 47 morto che parla, di Carlo Lodovico Bragaglia. 1950. Veniamo adunque alla loCantina che merita una citazione e disanima puntuale:

“Café Belle Epoque” (corrige accento, Époque) è uno spettacolo scoppiettante che ricrea l’atmosfera indimenticabile dei mitici Café Chantant (corrige plurale Café-Chantants) parigini durante l’affascinante periodo della Belle Epoque (corrige accento, Époque). Luoghi  incantati e scintillanti (corrige il soggetto implicito dopo un punto fermo, modificare la sintassi precedente) in cui si consuma la romantica e commovente storia d’amore tra Alfredo (corrige nome, nel romanzo è Armando Duval) e Margherita  i due amanti resi immortali dalle parole di Alexander (Corrige il francese, Alexandre) Dumas e dalla musica celestiale de la Traviata (Alfredo Germont, qui sì, e Violetta Valery) di Giuseppe Verdi. Un allestimento particolarmente emozionante dove le note di Verdi strizzano l’occhio ( mai strizzato l’occhi a niente il Verdi, soprattutto non ad atmosfere frizzanti di vent’anni dopo) alle atmosfere frizzanti del Moulin Rouge per poi fondersi con la suggestiva scenografia creata dalle magnifiche e seducenti donne (presenti in sala le signore?) di Giovanni Boldini (1842-1931 n.d.r.); pittore italiano divenuto uno degli esponenti principali della vita artistica parigina durante il periodo della Belle Epoque (corrige accento, Époque; corrige, di quel periodo).

N.d.r. stralciamo dal dizionario Boch – Zanichelli 2019

La Belle Époque è il periodo che si situa tra la fine della crisi economica del 1873-1896 (la grande dépression) e lo scoppio della prima Guerra mondiale nel 1914. Questo periodo, fortemente condizionato dalla seconda rivoluzione industriale, è caratterizzato in Francia da una rapida crescita economica, dal conseguente benessere della borghesia e da una rinnovata fede nel progresso, culminata nella Exposition universelle de Paris 1900. L’espressione Belle Époque, coniata dopo la prima Guerra mondiale, è emblematica dell’atteggiamento nostalgico verso quest’epoca spensierata, dovuto soprattutto alla guerra.

Ed ora per conoscenza acquisita in lunghi, ma lunghi anni di faticati studi e letture si segnala che 

La dame aux camélias, di A. Dumas figlio (1824-1895) è del 1848, l’anno delle rivoluzioni non dei cicipciciàp, e rivela la mancanza di bellezza del suo tempo proto-industriale; la brutalità dei rapporti tra padroni e servi e serve, cioè tra ricchi, aristocratici, capitalisti e loro mantenute, le lorettes o cortigiane, nonché appunto tra il figlio di papà Armando Duval e la Filomena Marturano ante litteram, Margherita Gautier. Il romanzo non è per limiti d’età romantico, come non lo è l’amore tra i due; Margherita dal palazzo, dove è riccamente attelée, quando arriva il suo protettore a trombarla caccia Armando che le moment venu tromba con la forza del masculo che pretende, una Margherita del tutto  divorata dalla tubercolosi. Chi si diletta di usi e costumi cerchi il perché del titolo, perché cioè la signorina Gautier indossa, in certe date, una camelia. Chi vuole legga del romanzo anche la bella versione in cinque atti in milanese, La sciora di cameli del Carlo Righetti, scapigliato, cfr. B.N.B. Milano bid.braidense.it:7:MI0185:PUV0556958. Possiamo dire che se il linguaggio di Dumas è solo agile e, nei limiti, spinto, non cerca il realismo di Zola, ma a mio giudizio lo anticipa. Sì, poi qualcuno potrà dire che la scena prima, molto Orson Welles se vogliamo, ma romantica… All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne/ Confortate di pianto è forse il sonno/Della morte men duro? (U. Foscolo, I Sepolcri, 1807)  bah non direi; si apre con l’esumazione di Margherita, si immagini quello che vede Armando, che Dumas descrive e se ne legga. Quanto al consumare, Armando e Margherita consumano un sacco, caffè non sappiamo mai però al caffè. 

La Traviata, di Giuseppe Verdi (1813-1901) è del 1852. Di belle e di époque non ha cronologicamente nulla. Traviata andò in scena alla Fenice di Venezia, allora Impero Absburgico, fu uno scandalo e fu sospesa. Poi vabbè sappiamo il successo. Solo, oops è difficile definire uno che definisce celestiale la musica di Verdi in generale e nello specifico. Verdi, noto ateo, musica celestiale non ne ha mai scritta; Traviata in particolare è musica da tragedia, si potrebbe osare dire che è shakespeariana tanto alterna il registri di commedia a quello tragico e buffonesco. Per il resto è straziante, violenta, questo sì, chi scrive ci piange su da tutta una vita. Non do le coordinate, si evitino tuttavia le corali monzesi e la filarmonica di Cucciago, ma chi ha voglia ascolti, atto secondo, Non sapete quale affetto/vivo immenso m’arde in petto/ che né amici né pareti io non conto tra i viventi… cosa frizza, non è Rugantino, è  l’insulto alla mitologia familiare borghese, e si ascolti cosa risponda il padre di Alfredo, signor Germont, un dì quando le veneri/ il tempo avrà fugate/ fia presto il tedio a sorgere/ che sarà allor, pensate,/ per voi non avran balsamo/ i più soavi affetti/ poché dal cielo non furono/ tal  nodi benedetti. Non traduco per ovvi motivi, chi capisce, capisce che qui il vecchio disegna a Violetta l’orrore di un legame non istituzionalizzato dalla Chiesa (quella di Roma nd.r.). Si ascolti si ascolti, il trinomio, Scala, Toscanini, Callas, fa ancora testo. (Anche se chi scrive, sotto la direzione del maestro Giovanni Pelliccia, allestì una molto bella, vocalmente e musicalmente  parlando, edizione dell’opera al Teatro sudcoreano di Dae Jong.) 

Orbene, qualcuno mi potrebbe obbiettare che  più o meno, un po’ più meno che più, tutto sommato, gli autori della scellerata presentazione, e se tanto mi dà tanto del non meno scellerato spettacolo, hanno messo insieme per sentito dire, da chi sa chi lo sa, da un parente, da una vicina di casa, da un poliziotto municipale, da un maestro di catechismo promosso assessore alla cultura, tutto quello che c’è da sapere sull’argomento prima di un weekend a Parigi con cena al Moulin Rouge in compagnia di crocieristi del Tennesse o di Cantù; o di un prete pederasta in ferie. A Parigi peraltro se non è, Sai solo tre giorni tutto un po’ di frèetta, si può visitare la tomba di Margherita, ossia di Alphonsine Plessis, al cimitero di Montmartre. Ricordo una barzelletta salace dei miei anni di liceo, la della sposa novella alla prima notte di nozze che allo sposino indaffarato a mugolare, dopo un po’ di andirivieni sussurra perplessa ma decisa, Senti amore non capisco… deciditi… o dentro o fuori. Ma tutto questo più o meno è di preciso ciò che è esiziale in arte e se vogliamo che ammazza la cultura, e non meno la politica, intesa come l’intesero i Greci. Riferire, presentare nella fattispecie, comporta l’obbligo etico e di savoir vivre di essere precisi e usare, specie per sé, pochi aggettivi. O è il frutto di copia incolla e marketing da strapazzo; non so tuttavia se ne esista che non sia tale. In arte però non si fa più o meno, o si fa più o se ne fa a meno. Ma i tempi concorrono a piuomenàrla. Tranne là dove si oppone resistenza, e questo è uno di quei luoghi dove le parole sostituiscono il Kala 47, cfr. Wikipedia, in qualsiasi ambito, si rincorre l’approssimazione per difetto, la scappatoia, la  facilitazione, si punta all’indifferenziato, come la pattumiera: più o meno. Ah signor no. 

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L’ElzeMìro di Martedì 4 Giugno

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 4 giugno 2019

 Olio di lino

1a puntata

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72437

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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L’ElzeMìro di Martedì 28 Maggio

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Will Eisner 1917- 2005

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 28 Maggio 2019

Temi e variazioni 9.

L’anàmnesi – 5ª puntata

da La metamorfosi di Franz Kafka

Finale – La metamorfosi

   

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-95a-finale/

la I puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72185

la II puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-8/#comment-55941

la III puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-9-3a-puntata/

la IV puntata

https://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-94a/

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

 

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Labbrate

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Non si tùrbino i settentrionali pii, labbrata non è atto da confessionale benché della lingua sì si tratti che a tutti ci compete, il toscano e s’intende colpo dato sulle labbra col dorso della mano(1767) -cfr. Zingarelli-. Bin ban bon, ricordo bene la labbrata appunto, ma non troppo forte, per mano di mia madre, qui disait gifle, quando in un temporibus illis… ahaha indovinala grillo… ebbi la svedutezza di non dire, Oh oh  buongiorno signora come sta, how do you do, dùddudùddudù, alla mamma di quel che diventerà il mio amico d’infanzia ed è ora di vecchiezza. Atti sbadatti. Mica finisco qui, mio padre esigeva che salutassi con un léggio stack di tacchi e un inchinetto picio picio, l’adulto qual ch’el fussi; e ierimo anarchici po’ bon e per un altro po’ poveri, ma mia madre, che aveva letto De Amicis per imparare l’italiano, recando un certo dolce in dono a degli amici più di noi malmessi ma che c’invitaro a cena, mi raccomandò, Tu di’ che non ti piace tanto, loro sono più poveri di noi. Fui imparato da i’ mi’ babbo a rannodarmi la cravatta e da mio nonno la papillon, si prescrivevano  anche d’agosto i calzettoni con certi sandali cogli occhi dicevamo noi bambini – preso dalla lettera me li tenea anche sui ghiaioni marini in opposizione a tutte le predatorie snudezze femminine e d’ogni masculo le mutande mirilpisello signoramia; agli esami tutti in giacca e cravatta e mazzi di fiori alle madri di questo e di quello per ogni invito, festa o affini cui s’era invitati in questa o quella occasione; anche a un pomeriggio di compiti e merenda presso chicchessia seguiva telefonata di riconoscenza di ogni madre ad ogni madre. Tutto ciò detto per significare la lontananza di chi scrive dal monco mondo ch’eppur si vive e non si sa perché. Non ho rimpianti, vivo nel futuro benché di settant’anni fa ma: faccio un favore, forse due, notifico che pubblico questo o quello, non a estranei, gente che mi conosce e, gnanca un plissé un mi rallegro, vado a parlare gratis per qualcosa e mi interrompono presi da una loro epilessia, consegno un dono, un altro, scrivo una lettera, quelle che altri chiamano mail, per chiedere o dare informazioni o per illustrare qualche intrapresa altrui con parole belle -passo per un che a parole ci sa fare-  gnanca una frase un rigo appena per accusare ricevuta, per replicare chissenefrega ma almeno con savoir faire o buon tuono ovvero uso di mondo… ma uso di che mondo che il mondo non c’è più mannaja la santa vinedda… enfin non fosse che per darmi atto che prendon atto che esisto, even if they do not give a damn, oh dear. Ci sono modi assai per infischiarsi senza fischiare troppo. Eccolo qui però un globo di muti, ciechi e sordi e divi; esigono di essere riconosciuti con parole altre che li elevino alla porpora (cfr.Treccani), tutti a reclamare diritto e identità… l’avete sì ch’avete l’identificità ma di méntule e vagine… e ti cancellano te nell’atto senza detto fatto. O ti insultano, ti gratificano col tu fascista, sapete se per caso te tu osservi che non si fuma in treno, o se tu scrivi un commento su un giornale… tapim tapum dieci corazzate sotto falso nome, ma si chiama nickname, ti scaricano addosso tutta l’artiglieria del loro livore perché, perchì, per cu autru fu… e allora puoi dirti nello specchio di chi non ha più brame: insultato dunque sono. La villania non svilisce solo me, ché questa è l’intenzione, è evidente. Potrei allungare a dismisura il brodo degli esempi qui e non è il caso. Intenda chi ha orecchie e voglia intendere. Non ho rimpianti, pochi, uno sì… di non avere me il privilegio di tirar labbrate.

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Shut up, fascist

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 Il cattivo Frey appeso ai suoi ultimi minuti; la Libertà anche sotto forma di statua, non lo perdona.

Ho visto o chissà rivisto da quanto poco lo ricordavo un capolavoro di Alfred Hitchcock, Saboteur, (Sabotaggio, qui sopra una delle ultime immagini)). Il panciuto inglese fu famoso per la grazia con cui trasformava, in capolavori appunto, soggetti esili o peggio soggetti da grassi polpettoni. Grazia che, esagero ma non troppo, mi ha fatto sempre pensare a Shakespeare; Grazia maiuscola e tout court, umorismo, non di rado nero, sornione che chi scrive predilige, gusto amabile del paradosso, birichineria beffarda; Why do you think always in sex, dice l’uomo scheletro alla donna barbuta in bigodini; Hitchcock è stato la primula rossa, interpretata da Leslie Howard, del cinema mondiale. Va da sé che queste sono tutte piccole osservazioni di un ammiratore, critico nada, ripeto; in gioventù, A.H. era il mio modello di artista, del tutto distaccato; assente dal set, avrebbe detto di sé, un suo film avrebbe potuto essere realizzato da chiunque tanto era preciso ed esaustivo nella scrittura. In fondo un  guardone e a debita distanza anche dalla loupe. Quello che avrei voluto diventare. E che sono tutto sommato diventato, uno che sta fuori dalla porta a guardare quel che succede. Vivere sì, un po’, poco, con juicio. Nietzsche scrisse ( in Umano troppo umano chissà) che all’uomo dabbene non si addicono né  pianure né  vette, ma le colline, solo così si vede bene. Torniamo al film che è del 1942. La storia è simile a quella che poi sarà di Notorius (1946), un branco di americani, ricchi bricconi, eleganti e nazisti – siamo in piena guerra – anima un’organizzazione di sabotaggio dello sforzo bellico. Mandata a fuoco parte di una fabbrica di aeroplani, – che bello l’occhio della mdp. che inquadra il crescere del fumo assassino mentre gli operai sono alla mensa, gli affamati, nota il cuoco quando si aprono le porte dei reparti per la pausa – il saboteur Frey, lascia in campo da solo, nella storia e nei campi del film, un generoso operaio che da testimone oculare del delitto è subito trasformato in sospetto e poi braccato da una polizia deliziosamente ottusa, per Hitchcock. Nella peripezia per scoprire il colpevole autentico e sgominare quella che scoprirà essere un banda, l’uomo ne passerà di tutti i colori, fino al finale con i cattivi assicurati o all’FBI o alla morte, anche grazie all’impertinente sagacia di una ragazza che dapprima sospetta, poi teme, poi ama e riconosce innocente a prescindere il bell’operaio e lo aiuta, persino meglio di quanto lui si adopri per sé. Si noti che il film termina con la parola Finis. Di là dall’osservazione che si tratta di un’opera da studiare questa e che il cinema di A.H. fosse in generale il Cinema per Godard (cfr. J.L.G. Histoire(s) du cinéma) e per Truffaut (cfr. F.T. Il cinema secondo Hitchcock-Il saggiatore) v’è da goderne l’assunto; i cattivi impomatati, primule nere con la protervia di tanti Jago, ordiscono trama e ordito dei loro sabotaggi a un mondo ingenuo, onesto e tenace, coraggioso e laborioso, l’americano di quel tempo, forse illuso di possederle le  virtù  in elenco, e proprio per questo autentico nel difendere il giusto anche contro la legge che nel film non è lontana dal sopruso e che i buoni, per legittima difesa, si adoprano allegramente a gabbare: un camionista furbo che distrae la polizia in caccia, un cieco solitario che presente l’innocenza del fuggiasco e lo protegge, un gruppo di artisti freaks di un circo che fa altrettanto coralmente, in una delle più belle scene del lavoro; dialoghi inestimabili, contrappunto mirabile. I poveri, i modesti, gli operai, quelli che fabbricano, gli americani, contro i padrini, gli azzimati zerbinotti, i fanatici dell’abito da sera mentre il mondo brucia, pare raccontarci A.H., dame e dami in festa a palazzo – come in Notorius – con bene impressa in corpo la convinzione che il mondo ha da essere il parco giochi di una razza superiore, di sfruttatori, se non genetici, monetari.  Dopo tanta strage – 71 milioni 87mila 9cento e dieci morti (cfr. Joseph V. O’Brien, Dpt. di Storia – John Jay College of Criminal Justice, NY, USA) – il dopo dopoguerra, l’oggi realizzeranno assai bene la piroetta e il capitombolo sociale tenuto a bada dalle dottrine e pratiche keynesiane. Quindi i vinti, e i maimorti che agitano ancora oggi le piazze, col senno di poi e sulla lunga distanza, possiamo dire siano stati i vincitori; non più Panzerfaust e faccette nere ma FMI. C’è una battuta semplice che uno degli artisti del circo l’uomo scheletro, sputa in faccia a un altro, il nano Major (sic) che dalla sua misura vorrebbe tanto denunciare il fuggitivo; una battuta che nella memoria dello spettatore accorto potrebbe chiudere il film, Shut up, fascist.

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A.G.B. L’UNIONE EUROPEA DI HAYEK

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Questo articolo non è mio ma rimanda qui a un pezzo del professore Biuso che, a sua volta rimanda a un ottimo articolo della signora Giovanna Cracco a pagina 6 della rivista Paginauno dal titolo che riportiamo, Biuso e me, qui in testa. Chi sia stato il signor Hayek è facile da evincersi consultando la semplice Wikipedia. In estrema sintesi fu un Milton Friedman ante litteram, non proprio un violentatore di neonati con la baionetta ma bucaniere del liberismo, e dunque morbidissimo con i bucanieri dei liberalismi compiuti, oh sì eccome. Del resto il premio Nobel per l’Economia, la Medal of Freedom da parte dello spensierato Bush e l’Order of the Companions of Honour appiccicatogli dalla Regina Elisabetta II per volontà della signora Thatcher, la contano su lunga assai assai sull’uomo.

È morto nel 1991, dunque non temo la querela chiamandolo bucaniere. Termine che non insulta ma riconosce come quando si dà del fascista a qualcuno. Ciancio alle bande, ecco i fatti che compendiano dottamente quanto ho già scritto qui in NazionalonanismiBuone cose.

https://www.biuso.eu/2019/05/25/lunione-europea-di-hayek/

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L’ElzeMìro di Martedì 21 maggio

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Will Eisner 1917- 2005

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 21 Maggio 2019

Temi e variazioni 9.

L’anàmnesi – 4ª puntata

da La metamorfosi di Franz Kafka

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-94a/

la I puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72185

la II puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-8/#comment-55941

la III puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-9-3a-puntata/

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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Nazionalonanismi

Quint Buchholz-Boy with book-2013.

Mumble mumble mumble, ho visto ier sera un buon filmo di Spike Lee, BlacKKlansman. Avec son petit air de chat qui s’amuse, Lee alterna nel gioco narrativo modi che appartengono ad altri linguaggi, al fumetto mi pare, alla grafica, non saprei, sono cose che la mia generazione devastata dalla guerra all’intelligenza di questi ultimi 70 anni o aborre sfiorandole, o se ne ne infischia ignorandone le ascendenze che discendono chissà dal manga, dal tanga, dal minga che tenga o saddio da quale diavoleria del mercato spettacolare minore; ma non è un male, l’ibridazione è in arte come in botanica, anche in genetica per esempio, un buon fattore di sviluppo; non dico di crescita, che non di necessità significa un fiorire del buono. Prendi uno spermio e un’ovuletta e non si sa se diventeranno Hitler o Pol Pot o Trump o..o..o… gli spermi, direbbe un ingenuo, hanno questa bizzarra facoltà di scegliersi l’orrore da interpretare. Il film narra le peripezie di un giovanotto nigger arruolato nella polizia di un paesello grigio degli statuniti  che, assegnato a un compito di intelligence scopre una rete del KuKluxKlan e la sgomina, fingendosi, al telefono, un Bianco Anglo Protestante. Al suo doppio bianco e poco ariano, gradevole trovata, è affidato il compito di infiltrare di persona personalmente i malvagi BAP, Wasp in inglese, e patatrac. L’ultima sequenza vede l’uomo e la sua morosa, schierati e armati contro i crociati brusolanti, sapete le croci fiammanti, i cappuccioni, le mantelle bianche, le emorroidi esasperate da cibi malsani; ogni razzismo e affini potrebbe essere solo il frutto di cattiva digestione e dunque di stitichezza ( cfr. F. Nietzsche Ecce Homo 1.Tutti i pregiudizi vengono dai visceri.); da cui l’umanità salvabile da clafoutis di prugne non da… cuori immacolati. Tornando al film; a sorpresa, negli ultimi cinque minuti spezzoni del ieri, 2017, scontri di ghetto e marce della maggioranza silenziosa, la candela che piace, la notte che compiace, lo snodarsi dei cortei, l’umòr da iniziati epilettici o schizofrenici al tempio, quella roba lì e Trump che disarticola le mandibole, secondo me ha qualche difetto gnatologico e dunque qualche difficoltà intestinale, per dire che sì ci sono marce di naziati ma non tutti, che ci sono anche brave persone che sfilano e… finisce così il film, col beneficio dell’incubo.

Da lì a qua. Poco prima di ier sera a Malanno ci fu il comicaio della sfilata finale dei salvinisti. Non sto a commentare ma mi pare che l’homm abbia concluso la propria più a lui consona deriva; non saprei dire dunque quanto contraddicendo il suo liceo classico al Manzoni- Via Orazio 20123 Malanno, giusto appiccicato alla piazzetta dedicata al fascista, quel lì di sicuro, don Escrivà. Bon, manca solo una settimana al dì dell’elezioni, e i fuochi sono assai sudati a preparar metalli, l’oro cioè delle preziose poltrone di Bruxelles. È evidente immagino a tutti che l’homm ha speso l’anno che lo separa dalla sua assunzione al mistero dell’interiora, per farsi pubblicità senza investire niente per nulla che non sia stato il suo guadagno personale. Faccio Cassandra, vuole fare il residente del Cansiglio e ha attirato come nemmeno Grand Hotel, la vecchia rivista di fotoromanzi, la peggio feccia della nazione, gl’irriducibili della demenza senile e infantile alle sue stalle pe’ ffaggli franger le croste che non hanno mai digerito, ovvero il fatto che non viviamo in un mondo del tutto ecclesiano, del tutto brianzolo, del tutto polenta e pensione, del tutto le si sciupa la vagina alla signorina che la tromba col negrino, del tutto-un-cuore, possibilmente in due mani affidabili, due auto, tre motorini e una villetta a Cantù Cermenate – chi ricorda Una vita difficile di Risi capirà e ricorderà la battuta di Alberto Sordi, Ma vacce te a Cantù Cermenate. Sicché l’homm sa che queste elezioni almeno in Italia servono a stabilire chi cela più lungo il mànego, se lui o monsignor De Mayonnaise. I terzi staranno lì a dire che hanno tenuto, 2 per cento oh eccome – e i piddofili, che non possono né osano smentire la loro vocazione autentica al potere qual costi, al liberismo lurido e coatto perché rende sul tavolino medianico, fanno pallide imitazioni vuote di contenuti umoristici e mistici, di santi e di vecchi comici bolliti, che tacciono nell’occasione; non si escluda perché han capito, parlo del vecchio S. Benigno di Los Angeles.

In questa situazione il 26 toccherebbe andar a votare, e non a vuotare, mannaja la santa vinedda – imprecazione calabrese – il parlamento immaginario con poteri da fantascienza di una nazione fantasma. È ovvio che non andare proprio agli scatolotti elettorali È la scelta migliore, più anarchicamente corretta e prova provante la condizione fantasmatica in cui nuota la politica, mentre il pianeta molto terra terra soffoca così bene che i suoi abitanti se hanno nell’auto il sistema di autospengimento del motore lo disattivano perché dà lorroar fastidio che la brum brum non continui a macinare ossidi di perossidi mentre sono fermi ai semàferi. A volere andrebbero messi sul rosso permanente i semàferi e vacce te a Cantù Cermenate. Ma non si fa, la politica continua imperterrita a giocare a chi ha più nemici da macinare, a strillare in altra forma i suoi ejaajatrullalà, i suoi white power; pasticcia previdenze improvvide o marginali da mettere dalla parola all’atto. Cincischia. Far funzionare e ripristinare in pieno il sistema sanitario nazionale, ecco sarebbe una bella vittoria. Avere un Iva all’8 per cento come in Ischvizzera, eccone un’altra, comprare treni funzionali per chi da mane a sera naviga nelle langhe e nelle brughiere per andare alla sua schiavitù quotidiana, eccone un’altra ancora. La lista riassunta, rendere vivibile il quotidiano. Ciò detto e concludo, non saprei che fare domenica 26, se astenermi dall’uscire di casa, perché serenamente c’è nuddu ammiscatu cu’ nnenti da eleggere o prendere queste elezioni per quel che sono, ovvero il misurarsi tra lori la medida nazionalonanista dei cazzi, assumendo un blando lassativo, ossia gli stellati; dar loro man forte, al fine duplice di 0. aumentare il loro quoziente di preferibilità al fine di 1. stabilire chi nel governo ce l’ha più duro, e per età dovremmo credere il De Mayonnaise, in modo 1 bis. da mettere in chiaro i rapporti di forza e sospendere la campagna continua e le mire del Salvin pescatore. 2. evitare la jattura senza frontiere di un capitombolo del governicchio in atto, nuove elezioni, nuova campagna sadico-orale come certi rapporti non consenzienti… Mma vacce te a Cantù Cermenate.FILETTO alle 14.29.30

Uno spezzone da Una vita difficile (1961) di Dino Risi con Lea Massari, Alberto Sordi, Lina Volonghi, Franco Fabrizi, Claudio Gora, https://www.youtube.com/watch?v=F5qALqXRnGY

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Chiesa contro Chiesa

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Clive Smith (1967) – Interiors

In Philosophie pratique (Editions du minuit pag. 20) Gilles Deleuze di Spinoza scrive: Dans toute sa manière de vivre et de penser, Spinoza dresse une image de la vie positive, affirmative, contre les simulacres, dont les hommes se contentent. Non seulement ils s’en contentent, mais l’homme haineux de la vie, honteux de la vie, un homme de l’autodestruction qui multiplie les cultes de la mort, qui fait l’union sacrée du tyran et de l’esclave, du prêtre, du juge et du guerrier, toujours à traquer la vie, la mutiler, la faire mourir à petit au long feu, la recouvrir ou l’étouffer avec des lois, des propriétés, des devoir, des empires: voilà ce que Spinoza diagnostique dans le monde, cette trahison de l’univers et de l’homme.* 

Non cito Deleuze per il gusto di assumere i panni del filosofo che non sono; quanto al breve estratto ciascuno, com’è naturale, vorrà interpretarlo a suo modo, persino preti, giudici e guerrieri… e giornalisti, oh oh contestandolo o irridendolo, Ah Deleuze, chi che iera costui…  ben che vada di qualcuno che ha pensato, passato prossimo, si dice che è superato ó-ché-sì-mà… tuttavia e per mia buona sorte non ho 14/15mila influenced ma solo duecentosessantasette lettori fluttuanti, quindi oh men di trecento incliti e forti saltiamo sul treno in cui stato possibile in un giorno di qualche giorno fa, imbattersi in una manica di Appartenenti; ovvero sia una donna, certa nell’occultare l’età che si fa inesorabile certezza di sé, e che appartiene a una qualche confraternita sportiva, occhilosà, e importante, a giudicare dalle scarpe accurate, dall’abito scelto e che per un’ora circa chiama, chiude, aggancia, riaggancia dei qualcuni mascherati dietro/dentro il su’ telefono; e parla e parla di giurie, di giurati, di ordini, di date di date di date di Sulmone e di Frosinoni con il tono del comando incapsulato nelle corde vocali. Accanto a me una batteria di dirigenti, agenti, cogenti dell’editoria, un maschio con tre femmine in un frùllero di ipad, squadernati ordinatori, telefoni, uno per mano, di diagrammi, e di pro-memoria e di manda-melò-ché-télo-màndo-mandato-telò, e compiacimenti nel mostrarsi in treno tanto ma tanti, di dove e quando e come mettiamo questo con quello e a che ora facciamo l’intervista… siamo in prossimità fisica e intenzionale al salone dell’immobile, il libro, di Torino. Tutta gente che appartiene, penso, e dal mio angolo di vista non sono nuovo al senso di estraneità che ogni ambiente, dai compagni delle elementari, ai bambini del quartiere, in su e in avanti, mi ha sempre suscitato, lì dalle corde del ring che è l’esistenza comune – trovai modo di definire vita finta quella del teatro in cui mi trovavo a lavorare, Napoli, San Carlo, maggio 1980 – dove dell’appartenenza si fa vessillo necessario, da sbandierare appunto nei corridoio di una frecciarossa scagliata sulla ferrovia insieme con tutti i segni del potere, tutte le macchinette elettroniche che tutti insieme li porterà lontano tanto lontano da pietre e palestine, come chiamarle non saprei, magari dal reale della realtà. Chi appartiene, appartiene prima a un fantasma. C’è da chiedersi se non si tratti di schizofrenia per procurato aborto, ovvero che si procura il suo corridoio di certezze e vincoli che la tengano attaccata all’immaginario della sua condizione. Questo mi pare l’appartenere. Il costituirsi in chiesa poi, il costruire da pietre, mannaggia, chiese; il fabbricarne una e più e tali che possano combattersi, e/o andare a braccetto. Un tendenza dell’umano parrebbe quella di trovare tutto uguale quel che non può spiegare e/o che teme e allora con ciò va a patti. La differenza sconcerta, rende incerta l’esistenza, la giustificazione della comune che non abbia fatto comunione e cresima di soldato d’un quale che sai sia redentore. Per questa necessità di chiese, di ogni tipo, professionali e accademiche, nate sull’esempio delle forti e cattive, le massonerie, le mafie e le camorre… la camorra gestisce stipendi ai miserabili, la massoneria ordisce stipendi in più ai ricchi… la chiesa di Roma non è che il prototipo e il modello de luxe di tutte le chiese possibili. Anche quelle della sportivissima e dei dirigenti editoriali sul treno per Torino. Non appartenere è faticoso e difficile. A volte ci si domanda perchè mai mancare il traguardo della prima comunione che ti assolve dai peccati e ti immette sui mercati. Manca poco alle cinque del mattino e sto scrivendo e a centinaia le voci degli uccelli, celate tra le fronde si preparano al risveglio, alle opere loro, a un universo senza scopo o ragione. Ascolto quel che è il dire degli uccelli, così meraviglioso canto alle mie orecchie, o chissà sia lamento, appollaiato anch’io da qualche parte; sicché agli uccelli, ai ragni, ai gatti alle foglie d’acanto che salgono al cielo senza sforzo a todo eso voy, de todo eso vengo e appartengo. Al canto. Che mi spegne. 

Spinoza ne croyait pas dans l’espoir ni même dans le courage; il ne croyait que dans la joie, et dans la vision. Il laissait vivre les autres pourvue que les autres le laissent vivre. Il voulait seulement, inspirer, réveiller, faire voir. ( G. Deleuze, ibidem pag. 22/23)

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*  In tutto il suo modo di vivere e di pensare, Spinoza apparecchia un’immagine positiva, affermativa contro i simulacri, di cui si contentano gli uomini. Non solo se ne contentano ma l’uomo,  della vita astioso, che della vita ha vergogna (o che da essa si nasconde n.d.t.), un uomo dell’autodistruzione che moltiplica i culti della morte, che attua la sacra unione tra tiranno e  schiavo, del prete, del giudice e del guerriero, sempre allo scopo di braccare la vita, mutilarla, per farla morire poco a poco a fuoco lento, per seppellirla o soffocarlo con leggi, proprietà, doveri, imperi: voilà ciò che Spinoza diagnostica nel mondo, questo tradimento dell’universo e dell’uomo.  2. Spinoza non credeva nella speranza e nemmeno nel coraggio; non credeva in altro che nella gioia e nella visione. Lasciava che gli altri vivessero purché  gli altri vivere lo lasciassero. Voleva soltanto ispirare, risvegliare, far vedere. 

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L’ElzeMìro di Martedì 14 Maggio

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Will Eisner 1917- 2005

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 14 Maggio 2019

Temi e variazioni 9.

L’anàmnesi – 3ª puntata

da La metamorfosi di Franz Kafka

   http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-9-3a-puntata/

la I puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72185

la II puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-8/#comment-55941

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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