Peyhotel

Dancing allegorèico

  1. Ingresso del pubblico. Scena vuota. Il brusio del publico viene catturato da alcuni microfoni, mixato e restituito poco alla volta in sala, amplificato e distorto fino a costituire un frastuono. Creare fastidio, e riso perché nel chiasso si colgono frasi smozzicate, modismi grossolani familiari al lessico senza familia. All’ingresso e per la sala si aggirano misteriosi personaggi in maschera. Nessun riferimento a una tradizione,  non è raro che costoro affrontino questo o quello del pubblico e lo facciano sparire con modi bruschi. Nessuno dei tre segnali di luce che annunciano l’imminenza dell’evento; in sostituzione rumori inquietanti, grida di strazio forse che sì forse che no; l’ultimo è un lungo prolungato ululare di sirena, la sala piomba nel buio, via anche le luci di servizio. Nero assoluto. Tornano, poi,  almeno le luminose delle uscite di sicurezza. Dal buio arriva un coro plumbeo. Nello spazio scenico che poco a poco si illumina, una moltitudine nera ferma come in una foto di gruppo senza vere signore canta infatti mormorando, prediligere le voci basse, do not touch me the sea of Marmara, do not let me rhyme to more mora. Dall’alto calano lenti stendardi neri con la ripetuta scritta Peyhotel in lettere bianche, variamente aggraziate.
  2. Un principe, named  Céliaco, entra all’improvviso come un disperso nel deserto. Il suo smarrimento è palese, a solo, pas de là bas. Si sente gorgoglìo e rompersi di acque. I neri si trasformano in onde. Il principe è sul punto di annegare.
  3. Animazione di sfondo: distesa di grattacieli languenti che perdono con calma pezzi sciogliendosi. Voce off metallica, come di portavoce: Upset penguins near tzantzababeelia’s gates. Sotto l’occhio vigile di due gigantesche statue della polizia, che avanzano da destra e sinistra, la polizia basta e avanza sempre, 18 pinguini tentano timidi bagni nell’acqua calda che lambisce l’asfalto, si scottano le zampe. Pas de dix-huit. Risate sinistre e destre in diffusione. Nugoli di frecce scaturiscono dai lati senza colpirli.
  4. L’animazione stinge in un acquerello pallido che fluttua d’ora in avanti sullo sfondo. Corale tango luterino sul tema B:R:A:H:M:S: ‘cause all the flesh eats winter’s grass, and all human desires are frozen leaves. Pas du tout. I neri formano una montagna nera di corpi e stracci. Vento che tormenta tutta la sala. Microfoni nascosti colgono gli infastiditi commenti del pubblico.
  5. Appare la stella del nord. Apparizione meravigliosa. I pinguini accorrono a pregarla. La adorano. Lei balla da sola. Frecce la trafiggono come una sansebastiana. I pinguini  svengono. Buio
  6. Entra un pullman turistico tutto di cartone. Ne escono sigari parlanti, penne stilografiche che schizzano inchiostro come calamari e mutande boxer che fumano dalla patta. Lettere che volano nell’aria e lettere bipedi  che, infilati piedi in vaschette di ghiaccio, eseguono un tip tap generale fino all’arrivo di una gran paio di labbra lunari su carro nero trainato dagli uomini neri. Fumo. I Pinguini si destano tossendo e scappano. Buio
  7. Lungo intermezzo al buio. Lampi e bòmbiti, rumori sinistri e destri. Cannonate. Broum broum. Musica agghiacciante. Odore di schifo. Fino al comparire di una…
  8. … Aurora dalle dita d’affogata tre le braccia del principe Céliaco che tenta di rianimarla con un tenero lingua in bocca e ci riesce. Il principe Céliaco recita, Sono il più ricco dei romantici e se fossi ricco quanto sono romantico avrei più stelle ai miei piedi che piedi tra le stelle. Non mi cattura il beneficio del sarcasmo. Alla terza o quarta ripetizione disagio. La stella del sud scende dall’alto attaccata a un grosso cavo da jumping. Pas de deux sincopato dai salti all’insù della stella. Penombra aurorale.
  9. I neri da come e dove sono si muovono lentamente formano una composizione di cadaveri galleggianti che canta di nuovo il tango ‘cause all the flesh eat winter’s leaves. Cala attaccata a un altro cavo la stella del nord, attacca a un cavo il principe. Clapotant pas de trois. Sgancio dei cavi frettoloso. Recuperare l’aurora che non ha ancora recuperato le sue dita di rosa. Voce off, dal sen fuggita, le grida ῥοδοδάκτυλοςἨώς, ma più richiamar non vale. Dal cielo piovono armmentari dell’olimpo perduti. Fuga generale all’irrompere del…
  10. … pullman di nuovo. Cantata dei sigari e dalle mutande e delle stilo sul tema tout va très bien madame la marquise. Sigari e mutande si stringono le mani, si fanno fotografie; tentano l’un l’altro graziose variabili mastrbatorie mentre piovono dall’alto sorrisi appesi a catenelle d’oro. E lingue canine penzoloni appese a tubi colorati stillano acqua nera. Le statue della polizia passano sullo sfondo recando i pinguini incatenati per il collo. I neri irrompono gridando quello che loro pare. Spavento e concertato generale in stile neo rossiniano: ‘cause all the flesh eats winter’s grass and frozen leaves.
  11. Voce off a loop: el agua negra del imperialismo jankee (coca cola) dappertutto. Bikini, sacchetti di plastica, mutande, copertoni, ossa. Entrano a nuoto le due stelle tra rifiuti galleggianti. Pas de quatre.
  12. Tornano i neri con il singhiozzo. Gran scena del singhiozzo. Si ride. In platea il pubblico è costretto a bérsela la coca cola distribuita da babbi natali puzzolenti e dal ghigno mortale. Odore e rutti in diffusione.
  13. Effetto lanterna magica: stormi e stormi di bombardieri neri che sorvolano palco e sala. Piovono farfalle elettriche che esplodono a mezza altezza. I neri scivolano dentro da tutte i possibili passaggi. Sono centinaia. Cantano il loro tango d’inizio e afferrano il pubblico, lo smanacciano lo costringono a danzare. Il principe, le due Stelle e Aurora, riescono a districarsi dal brulichìo. A fatica si cercano e si ritrovano.
  14. Deus ex machina. Tramonto sfolgorante di luci blu scende sul carro alato in stile corinzio a illuminare quello sfacelo di una luce da cinema. Canta una sorta di vocalizzo da regina della notte, ah è un contraltista, su due righe dell’inno a Ermes di Omero: ἠῷος γεγονὼς μέσῳ ἤματι ἐγκιθάριζεν, ἑσπέριος βοῦς κλέψεν ἑκηβόλου Ἀπόλλωνος, τετράδι τῇ προτέρῃ τῇ μιν τέκε πότνια Μαῖα. Nessuno deve capire ma riconoscere la lontananza da cui arrivano le parole mentre zefiretti aulenti volanti per aria gettano volantini con il testo completo dell’inno ad Ermes, ma solo in greco; la voce del Tramonto si moltiplica ad arte. Il principe  e le stelle si uniscono al canto come possono. Tramonto li invita sul carro. Essi accorrono, si aggrappano, tableau, catalessi, e assunzione al cielo. Il tramonto tramonta. Marcia dei neri verso l’uscita. Trionfo musicale. Quasi di soppiatto le statue della polizia trascinano una catena di pinguini macellati. Escono. Il pubblico rimane da solo. Si suppone stordito. Nessuno si presenta in scena per gli applausi. Dissenso diffuso provocato ad arte. La gente corre alle uscite indispettita. Molti gridano, Luce, luce, altri Duce, altri Dice. Non si accendono le luci di sala. Qualcuno si accorge che gli ingressi sono sbarrati. Al terrore, alle urla al panico, concedere con grazia sadica finalmente la luce di una grande luminosa che annuncia la parola interrogativa Thend,  si spalancano i velluti degli ingressi ma…
  15. … il pubblico trova all’uscita i misteriosi personaggi in maschera che distribuiscono l’invito a un impossible-da-identificarsi locale, il Peyhotel, con indirizzo, piantina e numero di telefono e tutte le indicazioni indispensabili a trovare un posto che non c’è. Ancora. Stop.
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Grandi e piccini

Aggredita dal noto e antico muschillo papalino Renato Rascel con le parole brutta vecchiaccia, la grande Paola Borboni replicò, Sì sono brutta e vecchia ora, ma sono stata giovane e bella io, tu alto, mai.

Le persone piccole d’animo e d’orizzonti che si beano di una vista raccorciata e piatta e pretendono una visibilità ridondante, giudicano invidia nei grandi quel che in questi ultimi alla peggio è disgusto, prospettiva per solito, alla meglio diagnosi.

Guardarsi intorno e vederci chiaro è abilità di pochi, a quanto pare. Il loro silenzio una minaccia. La loro parola una dichiarazione di incompatibilità. Per questo si fa di tutto per sopprimerne gli atti. Talvolta non solo.

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Dèi, i dèntici e gl’idèntici.

… on  a beau dire ce qu’on voit, ce qu’on voit ne loge jamais dans ce qu’on dit, et on beau faire voir, par des images, des métaphores, des comparaisons, ce qu’on est en train de dire, le lieu où elles resplendissent ce n’est pas celui que déploient les yeux, mais celui que définissent les successions de la syntaxe.*

Tra un evento anche di minimo interesse ma che a noi stimola la fantasia di riferirne, tra un oggetto che ci attrae al punto di voler condividere lo stupore dell’incontro , tra una persona che colpisce il nostro gusto, o il nostro desiderio con intensità e modi così singolari da spingerli imbambolati lì sull’orlo dell’indicibile, ecco che si para davanti al nostro demone volenteroso di dire, il muro delle difficoltà. Nel ridirlo, nel ridirne, persino nel rìderne, qualora si tratti di un episodio che a noi abbia suscitato il riso, come  trasmettere il brivido della seduzione ianattesa, lo choc della rivelazione dell’ istante e del dopo, ecco questo si costituisce da subito in problema. In fondo è molto spesso il tema nella vita di un attore che sia attore di se stesso. La meraviglia, lo stupore, la curiosità o la repulsione e tutta la gamma di impressioni che si instaurano in noi insieme con le dimensioni misurabili della cosa, diciamo così il suo tonnellaggio, possono essere messi in parole e, per loro tramite, darsi e dare senso a quella cosa: la precisione nel conformarsi a una descrizione per quanto minuziosa e partecipe non sarà mai la cosa; ammesso e non concesso che quella cosa vista o subita o sperimentata  appartenga comunque alla realtà, le parole creano un’altra realtà alla cosa, una realtà parallela, copia non credo piuttosto avatàr, ma in un altro tempo che, per associazione può essere assimilata tanto a quell’altra, all’originale, tanto da ricostituire in noi le stesse impressioni o altre simili ma di analoga, non di rado maggiore intensità. Nel caso deprecato della letteratura d’occasione, e di più nel caso deprecabile di un loro uso imbastardito, rozzo, rudimentale, semplificato, alla portata di tutti, il giornalismo che oggi ha sostituito la letteratura, e nemmeno, per paradosso, in quello in cui le parole si sforzano del contrario, di ricostituire la cosa, esse, le parole non arrivano oltre la sua descrizione,  se non ne colgono, se c’è, l’anima: le parole parlano una lingua a sé, nemmeno nel vocabolario riescono a restituire agli oggetti, agli eventi la costituzione che loro è propria. Nel dire mia di una casa, occorre che io sia in grado di modulare l’intimità, la coincidenza, il pathos e l’intimità, la coincidenza, il pathos tra mia e casa. O è una semplice classificazione catastale. Nello scrivere dovrò ricorrere alla letteratura. Che è ricerca, scoperta, studio della forma coerente del pensiero con il pesniero.                                                                                                                                               Words, English words, are full of echoes, of memories, of associations dice Virginia Woolf (in Craftsmanship, BBC Aprile, 29, 1937).

Come un cartello stradale cui non segua né la strada da percorrere né il paesaggio, la meta alla sua fine, i cazzo vuoi ma fottiti significano solo, e per lo più senza precisione, ciò che enunciano, in quella vulgata primitiva che è la soi disante letteratura contemporanea degli aménti, la scrivitura, il romanzerìerismo dei trogloditi del parlato, che in genere non sanno non solo parlare, ché loro manca l’attrezzatura minima per avventurarsi su per le pareti aspre e verticali del dire, ma nemmeno pronunciare, figurarsi scrivere: che non è, attenzione, del dialetto, del parlare popolare ma della sua assenza, del suo impoltronirsi, rinunciando, anzi distruggendo i ponti con le origini del sé; a possederlo beninteso. Del resto la manifestazione di tutto questo è in Gadda, dopo Manzoni in cui il manzonismo degli epigoni è assente, e in Camilleri il cui sicilianesimo andrebbe salvaguardato tanto da imporlo nelle scuole di italiano; la cui vastità e duttilità strumentale sta in questa ricchezza che ad altre lingue difetta o è stata inventata con mezzi alternativi.                                             In the old days, of course, when English was a new language, writers could invent new words and use them. Nowadays it is easy enough to invent new words – they spring to the lips whenever we see a new sight or feel a new sensation – but we cannot use them because the English language is old. You cannot use a brand new word in an old language because of the very obvious yet always mysterious fact that a word is not a single and separate entity, but part of other words. ( Virginia Woolf ibid).

Cazzo cazzo figa figa è solo l’ultima spiaggia di camorristi obesi e dei rapsodi dell’incultura. Oltre c’è solo l’emòticon. Parlare, parlare bene, per dirsi, per raccontarsi è atto culturale. Non sto a citare le tradizioni antiche che dalle stalle su per gli anfiteatri greci, dimostrano ‘stu fattu. Uno qualunque dei pennaiuoli per autoelezione d’oggi manca invece del tutto della ricchezza, nell’articolare il proprio dire, che il Carducci attribuiva a qualche sua signora Lucia** con tutto il sirventese che poteva avere quella donna nel suo orecchio, ma persino, ai gironi nostri, di un pizzicagnolo di Cerbaia Val di Pesa- cervaia – o di una valligiana di Piatéda, toponimi che invito i più volonterosi a ritrovare in qualche loro geografia. Se è vero come asserisce Lacan, e io lo seguo, che l’inconscio è costituito in linguaggio, il linguaggio è bisogno di completarsi, arricchendolo di continuo, di svelarsi svelandoselo, e disvelare il proprio intorno, l’altro prima del proprio contorno e delle proprie pallide interiora; chi non ha parole, le limita e le semplifica, non ne vuole avere, ecco tutto, e pretende lo stolto: in buona sostanza colui non è, come si crede, un artista ma un autista, termine che induce al riso dacché l’autista non riesce proprio a guidare se stesso da nessuna parte se non a qualche forma di dissoluzione del sé, non c’è. Allora sono in sostanza le parole ad assumere, ad assorbire radiandola, tutta la numinosità che le cose, gli eventi possono o non possono sprigionare ma, una volta tradotte, ri-create, le cose resteranno sullo sfondo come in  una  vergine dietro le rocce che Leonardo avesse dipinto ma dietro le rocce, là ad aspettare di determinarsi in qualcosa di ineffabile che pure è già lì.*** L’arte avvicina alle stelle come la loro pura contemplazione  ma in misura maggiore. I Greci, non quelli avviliti dalla BCE, lo sapevano e dei poeti capivano la difficile posizione di staffette tra uomini e dèi, senza ritenerli di questi profeti o peggio figli,  ma complici e mediatori della forma e dell’equilibrio che sono proprie alla cose naturali, la loro sezione aurea: il maso alpino non gareggerà mai con le cime, nemmeno con quel grosso masso erratico lì  a pochi passi, ci si appoggerà. Osservare una nuvola fino ad avere il sospetto di  non distinguere più l’osservato dall’osservante, come Andrej Bolkonskij ad Austerlitz, ci permette di essere assorbiti, di poco almeno per un poco, dall’olimpo.

Michel Foucault. Les mots et les choses – Gallimard Tel – pag. 25 : Si ha un bel dire ciò che si vede, ciò che vediamo non alberga mai in ciò che diciamo e si ha un bel far vedere, con delle immagini, delle metafore, delle comparazioni, ciò che siamo sul punto di dire, il luogo dove esse risplendono non coincide con ciò che gli occhi spiegano e dispiegano, bensì quello che definiscono le successioni della sintassi.
** Giosué Carducci- Davanti a San Guido. La signora Lucia, da la cui bocca, /Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,/La favella toscana, ch’è sí sciocca/Nel manzonismo de gli stenterelli,/Canora discendea, co ‘l mesto accento/De la Versilia che nel cuor mi sta,/Come da un sirventese del trecento,/Piena di forza e di soavità.
*** All’accademico che, dato il compito di copiare una vergine accademica, rimproverò a Dalì di aver dipinto invece una scala, il giovane maestro rispose, Può darsi professore che lei veda una vergine in quel quadro, io ci vedo una scala.
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Marcel Proust

…. mais aussi parce que maintenant  j’étais détaché d’eux. D’eux, c’est-à-dire de moi.    Nous désirons passionnément qu’il y ait une autre vie où nous serions pareils à ce que nous sommes ici-bas. Mais nous ne réfléchissons pas que, même sans attendre cette autre vie, dans celle-ci,  au bout de quelques années, nous sommes infidèles à ce que nous avons été, à ce que nous voulions rester immortellement. Même sans supposer que la mort nous modifiât plus que ces changements  qui se produisent au cours de la vie, si, dans cette autre vie, nous rencontrions le moi que nous avons été, nous nous détournerions de nous comme de ce personnes avec qui on a été lié mais qu’on a pas vue depuis longtemps (…) On rêve beaucoup du paradis, ou plutôt de nombreux paradis successifs, mais ce sont tous, bien avant qu’on ne meure, des paradis perdus, et où l’on se sentirait perdu.

Marcel Proust Sodome et Gomorrhe – Nrf. Gallimard pag. 859

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Guerra o pace in gita a Lecco

Allego il commento che segue, insegue e, credo, persegue il senso del  dire nel filosofo Alberto Biuso la cui lettura in generale suggerisco, e oggi in particolare cito: http://www.biuso.eu/2015/08/22/tolstoj-la-storia-gli-umani/

E lascia aperto il suo romanzo non soltanto nella sua dimensione teoretica ma anche in quella narrativa.

Anche narrativa, anche, anche.
Alberto Biuso, giunge a proposito con il suo bel pensiero, fresco in questi tempi possi e decotti e tanto affumicati che di nulla sanno dire, soffocati in culla, e in fondo è meglio così. Dopo Manzoni e Proust, nel catalogo indagato dal filosofo di quei sette pilastri della saggezza che per dirla tutta sono un pochino di più, non poteva mancare, Guerra e Pace; chissà, direi, l’opera tutta del russo, dove per opera credo bene dover intendere, l’opera che di sé Tolstoj fece. Operazione comune agli autentici grandi, non sto a citare, e che, per esempio contrario, non riuscì a incompleti come Rimbaud. Con sagace intuito Camus individuò in lui, e non solo, l’epìtome fallimentare e preventiva di ogni romanticismo; in  L’homme révolté infatti, Camus diagnostica prepotente nel poeta ribelle il côté di signorina in preda alla più sfrenata borghesìzia, dopo altrettanto sfrenato cavarsi le mutande. L’uomo si rivoltò alla sua opera: è, in minore, la tragedia del ridicolo Frankenstein. Ci vuole fegato per essere Leopardi, o la meglio è lasciar perdere. Per questo Emily Dickinson osò invece l’inosabile: dimettersi lasciando le dimissioni in costante attesa. Ogni letteratura autentica, non intesa a distrarsi, intendo dire, e a distrarre e a raccontare plus ou moins séduisantes conneries ma a interpretare il possibile, è un progressivo risolversi del conflitto tra opera e autore: Madame Bovary c’est moi. Un saldarsi graduale dei due lembi nella ferita dell’esistenza. Non c’è dissidio, tormento, o se c’è, come ebbe a scrivere De Chirico in un suo racconto gentile, Una gita a Lecco, allora non c’è ingegno. Allora la meglio è lasciar perdere*. La letteratura sia chiaro che non costituisce MAI, non deve, non può, MAI costituire una cura, un cerotto per incostanti nevrosi. Letteratura, se proprio si vuole, se proprio, assomiglia, è, In Wahrheit singen, ist ein endrer Hauch. Ein Hauch um nichts. ein Wehn im Gott. Ein Wind**. Dèi.
Ogni letteratura che tale sia, è critica della letteratura stessa. (Ciò vale secondo me anche per la pittura, intendo la pittura pittura, o non si spiegano i 58 studii picassiani -Barcellona, Museo Picasso, per Las meninas di Velasquez) E sono convinto di potere aggiungere che ogni letteratura sia, gli esempi son lì da leggere se mi concede il filosofo di osare tanto, è un modo diverso di fare filosofia. Non ho citato Camus a caso, si digerisca Céline. (Sì, Sartre anche Sartre, certo si può andare avanti a elencare anche esempi al revés, che rovescio non è). Credo che di Guerra e Pace da filosofi*** è bello e meglio occuparsi. Da antropologi. Interrogando qua e là è facile ascoltare la sentenza che Guerra e Pace è noioso, giudizio categorico, categoriale del resto, che giudica ma chi lo emette, e che accomuna il russo alla Recherche, ai Promessi sposi-che palle su fino al nostro Saramago-pfhh. Ho fatto l’esperimento: la più parte dei lettori ( del tipo B, i non ho tempo /rinunciatari distinti dal tipo C, gli ignoranti programmatici) dicono che non c’è trama e alla fine nel plot cercano il plot, il plot plot, il pol pot che faccia fuori per loro la letteratura stessa – i lettori B type sono per vocazione khmer rossi – il frùcchete frùcchete hahhh di qualche cazzuccio per nonnullam figam velut alibi; cercano la distrazione, la seguccia in guanti di filo bianco, il riposo dal riposo costante del pensare, laddove l’autore implacabile con se stesso, è filosofo appunto, indaga le verità: il momento di Andreji ferito sul campo di Austerlitz sotto un cielo di nuvole è sintomatico: il tempo che si dilata, senza che accada nulla, che anzi si distorce per sé ma senza fratture, come un luogo topològico**** che assimili l’orizzonte di chi ha scritto, dello scritto, di chi legga, del pensato di chi legga: 4 dimensioni. Ciò spiega perchè la letteratura oramai piace poco, se mai è piaciuta ( i 25 lettori possono anche diventare un milione ma restare 25). Si cercano storielle, o si ascoltano i telegiornali che è lo stesso, si cerca chi le racconti nel quadro compìto di un compito in classe, tot parole a cartella, corpo 12, interlinea 1.2, di quella globale classe di educande o, al contrario di renitenti, che è il mondo contemporaneo, un’affollata o mitragliata spiaggia di mutandàti turistici: è il reader’s digest. Indigesto benchè in digesto. Scrittura creativa la chiamano a non crea nemmeno un bel nigutìn d’or fasü con la carta d’argenta ( lomb. per un nulla dorato ricoperto di carta argentata). Da lì al comunicato dell’Isis il passo è invero breve; ciò che mi terroriza del terrorista è in primis, senza secundis direi, l’ambita ignoranza, la ben curata rozzezza, l’irripetibile puzza di piedi: e pensare che Rilke era puntiglioso non solo nell’ordine domestico personale ma pure non si permetteva  che un biglietto di auguri partisse dalla sua scrivania senza essere passato al vaglio della sua vigile critica*****. Già, ma i tempi oggi non fruttificano more. Via, stop.

*Giorgio de Chirico – Ibid, in Aria d’Italia – aprile 1939: Per salvare la faccia (i pittori oggi) hanno inventato il cosiddetto tormento; ma c’è poco da vantarsene; se c’è  tormento non c’è ingegno e se non c’è ingegno la meglio è piantarla. cfr. la bella e intelligente mostra Una gita a Lecco – Lecco Palazzo delle Paure. Fino al 20 settembre 2015.

** Reiner Maria Rilke Sonetto III dai Sonetti a Orfeo. Ognuno si faccia la propria interpretazione dell’Hauch e del Wind, del Wehn e del Gott. Go to.

*** Anche da fisiologi, o Madame Bovary non avrebbe dilatato un cognome da indizio genealogico a sintomo patologico. Domandarsi se senza Nietzsche sarebbe stato possibile Freud.

**** cfr. Enciclopedia Treccani alla voce Topologia.

***** cfr. Stefan Zweig – Il mondo di ieri

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Modismi

Il Florentiner dice che presto nel Belpaese, lo stato delle cose sarà tale da impedire ipso facto, ovvero rendere vana, l’affermazione, Piove governo ladro. Oggi  che magnifica giornata e il governo è onesto, sarà evidenza lapalissiana a tutti per… vivere finché c’è gioventù perchè la vita è bella la voglio vivere senpre più… Senza orrore di se stessi.

https://www.youtube.com/watch?v=KfKjFAJaGg4

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Boycott them 2

A margine delle mie precedenti impressioni suggerisco senza commenti retorici l’ascolto di questo signor Varoufakis, dal bell’inglese levantino, che profuma di fondachi e sacchi di sesamo; e di confrontarne termini e modi con quelli del nostro primo ministro, che denunziano il bar Acli La cinghialata. Spero che, dopo l’ubriacatura exponenziale, vi saranno dei postumi in seguito ai quali stabilire una non ardua sentenza. Capitale, gli piacerà.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/19/grecia-parla-varoufakis-nessuno-crede-a-questo-accordo-tsipras-si-e-arreso-io-resto-e-combatto-per-la-causa-del-paese/1887971/

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Boycott them

L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte;
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.

Alessandro Manzoni – Marzo 1821

Dunque come da me suggerito Tzipras è un articulo mortis. Il troiume della troika l’ha giurata alle reni della Grecia e 70 anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale i forti di forte vigliacco hanno vinto la terza, o quarta secondo il parametro calculatorio, della guerre mondiali. Un rendere al Kaiser ciò che è del Kaiser. Un bel patto di patte sbottonate ha alleato gli ex nemici, la Grecia è un ‘espressione geografica adatta al turismo di migliaia di tette e testicoli bianchi, e ha soffiato a Hitler il primato con una guerra tutta bianca, nemmeno all’arma bianca. Oh una guerra che farà al massimo un po’ di suicidi tra Corinto e il Dodecanneso, per fame, per fallimento, per disperazione, per depressione grave. Ma niente di più. Monsieur Verdoux lo dice nel suo finale, rispetto al Potere costituito un assassino seriale è un modesto dilettante. È il numero che redime il delitto e lo trasforma in epica. Se Agamennone avesse rotto le corna a Paride in proprio, duello rusticano a coltello, Omero non si sarebbe mai sognato di cantarne  le gesta. E il troiume può vantarsi oggi di avere inaugurato una nuova forma di genocidio, quello economico. Il vantaggio è che i forni crematori li mettono le vittime e si risparmia una cifra sul gas. Guardo di questi böse Zwerge dei fondi monetari e di caffè, dei fondi lavaviastati, le facce tedesche e pesanti, da culi di pietra – Nietzsche, Aurora, se non ricordo malee come di rado mi capita sento l’odio che palpita, un cuore d’odio verso i nani cattivi dell’ecco-nomato-per sempre lo spirito europeo. Dei partiti democreonti. Tutti del nord si noti. Tutti virtuose formiche. Oh fosse permesso il DDT.

Oggi al supermercato ho comprato quello che c’era di greco. E come per Israel, boycott them. Di ogni pacchetto controllerò che non venga dalle gallie, dai paesi rennicoli, dai paesi olandici, ma va’ girà l’ulanda.  È niente e non è poco. Sono sempre stato, fin da bambinetto europeista, arrivai persino terzo a un concorso nazionale per il miglior tema sul’Europa. 1963. Ma … Già le destre hanno strette le destre…

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¡Viva la muerta!

Non so quanti riescano a ricordare Peter Sellers, indiano finto e finto trombettiere coloniale, nella scena di apertura di Hollywood party, 1968; colpito a morte dalla sceneggiatura, esauriti i bang bang degli artificieri, nonostante le urla, Cut Cuut CUUUT, del regista, lo stolto continua a rialzarsi e a suonare la sua trombetta.

Poiché difetto di illusioni e del conforto di quella scempia che è l’ultima a morire, propongo invece ai miei pochi ma pugnaci lettori e riporto qui di seguito, una letterina; lo spunto della quale ho pescato dai due articoli qui collegati in calce. Letterina conclusiva di un dibattito che i miei seguaci sopravvissuti sono liberi di immaginarsi se vero o falso, letterina a quegli increduli che si dichiarano stufi di sentire ancora, more 68ttino nel loro pensare, di sentire ancora chiamare fascista questo o quello per me pari sono. Per me non sono pari, anzi dispari, anzi per me il termine fascista non è deceduto nell’uso, anzi mi pare abbia subito un upgrade tale che, laddove anni e anni fa ci si schierò in una guerra tra democrazie liberali e fascismi, oggi mi pare si possa affermare che c’è sempre la lotta, la si ama,q e tanto è più amata quanto è più cruenta, ma tra fascismi. O, sempre more 68ino, tra opposti fascismi; uno dei quali patinato e pieno di buone intenzioni purché si trotti al suo passo, un altro nudo, crudo e labaràto as usual di negri làbari, e al passo del quale trottare è difficile, giacché per un ben noto gusto del sangue, di Thànatos, dèa senza limiti, tende a tagliarti i garretti prima che tu ti adegui. Se a qualcuno piacesse il sale amaro dello pane altrui ecco dunque la letterina.

Miei cari stufi e stufati, giusto due notiziuole per illustrarvi quanto il poco peso che meritano io dia ai ripensamenti in chiave liberista di chi è stanco dei conflitti, pur con qualche ragione, ma dimentico che nei conflitti ci si dibatte finché non li si supera, riconoscendoli; e quanto dovuto sia invece il peso che le compete alla parola fascista. Non semplice quanto vuoto epiteto ma ampio termine clinico, termine che compare nel mio personale Dsm, manualetto statistico dei mental disorders, tra fantasma e fastidio.

Benché intitolata magari a un papa, magari a un assassino per procura come quell’Escrivà hispanico di lugubre memoria, vi induco, cari, allo sforzo lieve di immaginare una istituzione scolastica N, un’istituzione italiana, e sottoposti gli insegnanti alla commissione di valutazione interna. Sotto la legge di riforma della squala voluta da un picciottedru con gelato e da un prognàto equino con nome, Gian… netta, estrapolato dalla commedia dell’arte, la miscela alchemica di detta commissione, dipenderà dal direttore, ovvero dal capo fabbricato. E chi, chi il capo fabbricato nominerà mentor, plurale mentors o mentos come le caramelle bucate, è prevedibile; coloro che più faranno comodo al proprio di lui status quo. L’unico status. E quale criterio di valutazione adotterà detta commissione di buchi, è facile da divisare; primo fra tutti l’indispensabile stupidità a sostenere il potere personale del capo; poi l’ànilingus, senza escludere per la ley mordaza delle pari opportunità, il cùnnilingus, che sono i primi motori motivazionali del nostro paese; poi l’ordinarsi a modelli didattici e pedagogici iscritti per lo meno nella categoria dell’ovvio; ho imparato così insegno così, si dicono i maestri, e più sono maestri più sono cretini, tanto che per confermarsi in vita tendono a infliggere agli allievi la stessa presenza punitiva che hanno subito loro; infine ma non c’è fine, l’essere buoni cattolici, dal greco κάτωλύκοι, ossia kàtolükoi ossia sotto sotto lupi, costituirà di certo la dominante e l’odio personale la sensibile, nell’accordo maggiore del potere per il potere. L’egemonia stupidaria può essere ampliata a misura di uno stato che si fa status-sine-qua-non, in mancanza di libertà, indipendenza e autorevolezza comune del pensare, conquista peraltro difficile; su tutto stesa la coperta antincendio dell’autoritarismo, di un rinnovato, Viva la Muerte; lo stesso strillo di Astray* ma declinato in camicia bianca sbottonata e maniche renversés invece che in rigorosa camicia nera cravaté. Tra professi e i maestri, nell’istituzione N sottoposta alla vostra fantasia, ci sarebbe chi ambisce a cariche nulle come peggio non si può, solo cioè per ottenere un miserabile scatto di stipendio e non un riconoscimento di valore quantificato in giusto stipendio… poi poi, non dubito della fantasia altrui per cui esercitatevi  a pensare miei cari le variabili nell’esercizio dell’abuso in una scuola dove per sopramercato non siano rari gli ex-compagni di scuola, i mister io ero con Tinozze al quarto mentre lui con Sanpietrini al secondo anno/piano. Una barca in balia per anni x dell’un nocchiero per x+1 dell’altro o dello stesso; in tutti i casi non donna di provincie ma bordello per la servitù. A questo punto io preferirei avere un ingegnere o un uomo marketing a dirigere l’Istituto N; sarebbe più arrogante, più ignorante non so, ma dico chiaro, bonu o tintu ca fussi, perlomeno non intento a farsi alleanze per ricandidarsi, anzi più autentico nello spargere il sale dei suoi motivi personali sulla squola al fine di fecondare il terreno della propria ascesa sui passi perduti della politica senza pòlis, ma tanta police. Di un gompiuterr, Mac naturalmente, mi fiderei di più. Divertitevi cari tutti a pensare i particolari di questo scenario e con questi a completarlo. Sempre che vogliate. Tenevo a chiarirmi con voi, se mai di bisogno, che nessuno chiamo fascista a caso. Ché le mie non le son interpretazioni ma diagnosi; e non ho mai sbagliato. Come Cassandra e Schnitzler, il medico del Reigen**.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/10/ucraina-rispunta-lalleanza-nazi-islamica-lisis-a-fianco-delle-brigate-neofasciste/1861019/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/03/riforma-scuola-come-funzionera-lavanzamento-carriera-dei-docenti/1473072/

* in De unas Munus. ivi, 14.11.11
** Il girotondo. Dramma devastante. Vienna 1903. Raighen si legge. Not reigen, nor riigin,
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El marchión di gamb avert

Intervengo su un tema che la congiuntura meteorologica rende di ora in ora più brucente… detto in vernacolo così che intendano anche a Righnano am Arno… la questione greca. Tutti ne hanno detto e scritto e non pochi e con le migliori ragioni e tanto a proposito che aggiungermi al coro delle peneloponnèsie e delle cassandre a sproposito, mi par e fuori di luogo, specie da questo palco che è e vorrebbe restare letterario, a dispetto del fatto che ogni letteratura autentica è critica della letteratura e ogni critica autentica è atto politico, cioè della pòlis. Aggiungo solo che il signor Tzipras mi è simpatico, forse sbaglio a provare tanto sentimento, per quella sua aria da sud del mondo che ci accomuna, me lui e il mio editore calabrese, tra quelli che perdono anche se vincono, anche se si ha ragione. Poi non so, magari è tutt’altro, come la maggioranza degli uomini assunti dalla politica, un bravo travestito da Trintignant  ne Il sorpasso. Non lo so. So invece quello che resta da fare al fondo monetario senza fondo: far uccidere Tzipras e far girare subito la lotteria-genera- stati per piroettare la Grecia in un’altra bella masquerade dittatoriale. Ai latinài la pornocòpula di renzini & verdeschi, agli iberici la legge che morde & non fugge, all’ungaro quello che sia sia, un po’ di canagliume nero in cosacchia, un po’ di cattolicume in polacchia. Resta ben poco dell’Europa tranne quel suo sciàuro di fascistissimo sudore, di maschio bratwurst e di rutto coloniale che nessun disodorevole riesce a seppellire nemmeno nel parlatànto di Brükzell. E mr. Obama-màma-màma ha detto o non detto che dopo averli creati è bene eliminare califfi e califfati e il governo Assad. Che è un un bel tuffo carpiato nell’incoerenza, qualsiasi cosa voglia davvero dire carpiato in tuffìstica. Sul fronte di quel que podemos nosostros, mi pare che sostenere – qualcuno non privo di ingegno inascoltato lo ha già pensato – un crowdfunding per i nostri simili greci, per simili intendo quelli che tirano la carretta con stipendi dissimili da quelli di Draghi e Marchionne (si legga quale paragone al contrario con El marchion di gamb avert-Carlo Porta), indire almeno un anno di campagna compriamolo greco  e imparare il greco come forma di simpatia  militante e di peripatetica antipatia per quel che di  english  non sia Shakespeare o Allen, sia il meno che si possa fare. Chi come me è partito da un liceo classico è avvantaggiato; sappiamo leggere tra tutte le righe la desolazione che vi alligna.

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