Fablìole – Irenèide renitente
O almeno di’ qualcosa, esclama Giovanni Moretti in Aprile fronte al televisore acceso su uno sciagurato Portaporta con D’Alema in trincea muta e sorniona contro le bave del Cavigliere in Vespa. Il resto della battuta è il celeberrimo, D’Alema di’ qualcosa di sinistra. Ho rivisto questo mercoledì e ieri l’altro i film del nostro, Aprile appunto e Palombelle rossa.
Quest’ultimo è proprio che te lo devi rivedere se hai voglia. Un po’ perché ti rendi conto di quanto acuto sia e profetico Moretti – ma sappiamo, poi girò Il caimano la cui profezia, almeno in superficie, ancora non si è avverata ma non si sa mai – un po’ perché è un piacere constatare a distanza di quarantanni i suoi tratti geniali, tratti caratteriali e d’arte in Habemus papam e da poco con il capolavoro in essere, Il sol dell’avvenire. ( qui in Aprile, 21, Una fontana zampillante) Ma ciò che mi ha colpito, guardando e riguardando questi film a memoria, è l’accento posto da Moretti alla questione delle parole: in palombella l’amnesia del suo eterònimo Giovanni Apicella va al passo con le ripetute esclamazioni contro la manipolazione del linguaggio… trend negativo… io non ho mai usato queste parole… trend negativo. Se hai voglia, ripeto, riguardi e ci fai attenzione.
Per concludere in profezia ti domando se per caso il nostro attuale cognato della “prima ministra poi chi lo sa”, dr.Insalatariccia, abbia scoperto la parola etnìa come titolo, succedaneo ma altrettanto machissimo e fascistissimo, per un altro rivisto de noantri in preparazione forse nel suo piccolo orto nero, La difesa dell’etnìa ( vedi foto) In effetti suona più grattaevinci che il nerissimo, La difesa della razza : https://it.wikipedia.org/wiki/La_difesa_della_razza.
Conosco assai bene l’esercizio retorico intorno al 25 aprile, esercizio che non ha fatto perdere un etto di peso alla retorica stessa. 71 anni il D’Ascola e, lo sai, rallevato a pane, venticinquiaprili e guarda che cosa indossavano i prigionieri nei campi, ho visto l’esplosione di retorica marxista, maoista, ista pista sista nel ’68; ma il ’68 ha avuto un pregio, fuor di retorica, di sbrigliare certi cavalli dalle lor poste, di portare attenzione davvero a cose antifasciste: in generale un’attenzione a questioni autentiche come quella della repressione femminile, in particolare la legge 194, il divorzio, la pillola per tutte, oggi gratuita e che tanto prurito anale provoca ai movimenti vitaminici dell’ultracattolicismo, epifenomeni di un fascismo inveterato, e nella chiesa cattolica, pensa a CL, e all’interno della borghesia italiana, specie la piccola, la miope, la del tinello maròn, passata spessissimo dalla sezione Agramsci del PCI a sostenere Lega e FDI contro i negri che ci portano via il lavoro … che non vogliamo fare o che ci piace fare grazie a un privilegio… siamo o non siamo tachsisti a Milano e spiaggiatori cortesi da Milano Marittima a Capoliveri ?
Sempre per questioni anagrafiche ricordo, da piccino e da un po’ più grandino, i discorsi dentro le famiglie borghesi, quelle patinate di certi miei compagni di scuola; ricordo un noto commerciante di tessuti, il signor A., ricchissimo mi pareva, megappartamento su due livelli a Milano e villa in Brianza, il tweed si sa che rende dopo la camicia nera e l’adesione a Salò; anche simpatico il tale ma bizzarro: una sera alla sua ricca mensa dove ero piccolo ospite gradito, ma da imbambolare, mi disse, Se chiedi a tuo papà vedrai che ti risponde come me che ci sono cose che si vergogna di avere fatto in guerra. Mio padre riferito della frase, mio padre, medaglia d’argento della Resistenza, ex ufficiale gappista delle Garibaldi e resistente fin dal ’35, un cv di antifascista da paura, lui e la famiglia, mi rispose, Dì al signor A. che non ho proprio niente di cui vergognarmi e che solo essere stato lui repubblichino per lui è vergogna bastante. Ricordo la signora B. che, occhi da Santateresa nell’estasi del reazionario, di ritorno da una vacanza nella Spagna balneare di Franco, mi raccontava di come lì tutto fosse in ordine, le strade pulite, la gente che sapeva stare al suo posto, la polizia che poliziava e che niente sindacati… lì la gente lavora. Ricordo anche il signor C. presso la villa del quale ero spesso ospite in vacanza: una mattina a colazione mi disse beato, Tu sai cos’è un norcino – domanda – il norcino è uno che castra i maiali e li macella… ecco i teroni – il lombardo risparmia sulle doppie – bisognerebbe darli in mano ai norcini, e zic fece il gesto delle forbici. Sapeva benissimo che parte delle mie origini affondano nel profondo sud e capirai che goduria sentirsi assimilare a un maiale. Passi il castrato ma sono vegetariano perbacco.
Il fascismo fu ovunque un’ostentazione furiosa di machismo, violento, truce, odioso, col nero anche tra le dita dei piedi, impomatato, smègmico – si guardi si guardi Una giornata particolare, si legga Gadda La cognizione del dolore – fu la canonizzazione dello stupro – lo stesso che invocava il cattolicissimo ( ma bravo scrittore) Claudel nel ’37 contro i rossi di Spagna – fu sistematico, brutale, schifoso, mafioso quanto lo è oggi quello di altre mafie: le donne sempre nel mirino, sempre, sempre, sempre e la menzogna nel taschino, al bisogno. Ora il 25 aprile, bisognerebbe guardare a mio avviso di sfrondarlo del tutto dalla retorica dei coretti e dei cortei, e anche dalla retorica delle memoria ma poi tutti a casa tutti al mare, e guardare al che cosa e se ha realizzato di utile al paese questa rettorica. Il fatto che oggi si torna a diatribare tra retoriche, tra accuse e volemose bbene, oggi che abbiamo un governo parafascista regolarmente eletto e una classe dirigente di sinistra che si distingue da quella di destra per proclami e strilli fuori labiale, non mi pare testimoni a favore di questa retorica ( riassumibile in un motto: chat and bags). Ognuno vede tuttavia che l’andazzo mondiale non è per niente favorevole alle democrazie liberali ( tenersele strette) che sono una scarsa manciata mi pare, rispetto ai paesi oppressi da una qualche forma di fascismo (tutte le dittature senza distinzioni lo sono e la religione, in questa o quella forma, ne è il combustibile), spesso spaventosa, guarda l’Iran e la Russia, la Cina, il Sudan, la Nigeria, il Congo, l’Arabia Saudita, la Tunisia… macché te lo dico affa’, più fasciste di così è difficile. Nella stessa Europa il quadro a oggi 25 aprile 2023 è cupo, se persino le superdemocrazie scandinave ay ay ay ay canta y no llores.
Poi apprendo che il socialista Costa in Portogallo ha avviato in pochissimo tempo un programma, osteggiatissimo dalla destra locale, di trasformazione ecologica del paese. Mi pare che il negazionismo climatico, come lo chiama il socialista Sánchez in Spagna, (tutto ne Il país di oggi 24 aprile) che il dagli all’Orsa del nostro ragionier Fratini in Picchetto all’ecologia, che le cabine di regia per l’emergenza idrica, che il trastullarsi con l’emergenza creata invece dai motori a scoppio e i noi difendiamo made in ita-lì, ecco tutta questa roba andrebbe ricordata il 25 aprile, Per li-be-rar-ce-ne. Non mi ci vi si fraintenda ma volendo, la lotta potrebbe continuare, a guardare in avanti verso il sol dell’avvenire… anche quello di Nanni Moretti of course.

In questo paese di ingrugniti che dettano legge e con successo perché l’arena cui si rivolgono è ingrugnita quanto e più di loro e perciò fa voti, ieri sera uno spritz di avventura e di arte: Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti ( qui a Lecco, città ingrugnita, al cinema Nuovo Aquilone che va detto del nuovo e dell’aquilone si fa paladino per virtù del suo promotore (don) Davide Milani, coltissimo cinefilo).
Io come sai non faccio il critico tanto che solo la parola mi annoia. Sono di fatto un guardone, sai quanti film ho visto per televisione con mia moglie durante la pandemia, punto di domanda, fai il conto due a volte tre al giorno per quanti giorni, 700 (?) Bon fa 1400 uno più uno meno. Porcherie spessissimo, remake dei remake di soggetti di cui noi anziani scommettevamo a prevedere ( mia moglie è più brava perchè è più critica e annoiata alle volte di me che, dico io, guardo le figure) il prossimo passo, la prossima inquadratura, il prossimo intervento musicale; senza mai perdere. Del resto il cinema oggi è così, un’industria che fa gioire i suoi padroni, le grandi società di affari, solo al constatare gli incassi ( in oltre 190 paesi-Nanni Moretti in op.cit.) Nel film di oggi dietro la pellicola non si percepisce o è raro percepire la gioia di chi lo fa, solo un bieco nulla che piace ai grugni. Me ne intendo e so di che parlo (da tutta la vita lavoro in arte, non mi conosce né riconosce nessuno tranne talvolta lo specchio, sì): il mestiere d’arte, il cinema nel caso, che non è il divertimento ( né l’intrattenimento) di cui gli stolti fanno e accettano la vulgata, è il gioco serissimo dei bimbi più belli, un’effervescente fontana di talenti ( nel film messi nell’inquadratura e non estromessi) di idee, di invenzione, di meraviglia: è del poeta il fin la meraviglia chi non sa far stupir vada alla striglia (G.B.Marino 1569-1625).
Questo compito di stupire è proprio dell’arte. L’arte o sorprende o non c’è, pensa a Morricone, per capirti. Bono. Tutto questo per dire appunto che il film di Moretti è una fontana delle meraviglie: lo stop al collega per dissertare sull’etica del mostrare o no la violenza con allegata telefonata a Scorsese deviata dalla segreteria telefonica, la danza derviscia improvvisata sul set, lo psicoanalista che confessa i suoi vuoti di memoria. Questo per significare oltretutto che il film è un film che non c’è, non sappiamo se ha un soggetto, una trama; è un cubo di Rubik, per usare una metafora, che non ha voglia di manifestarsi in una figurazione ortodossa (prendendo il film le mosse dall’anno delle rivolta antisovietica di Budapest la parola ci sta) ma che si scompone e ricompone su sempre nuovi e appunto sorprendenti e paradossali pattern. Guarda che cos’è la scena d’amore in cui Moretti, in coda accanto all’auto di una coppia in lite, suggerisce a lei che le ripete le battute di un litigio. Da schiantarsi per terra. Eppure il film specie per gli anziani non muove che a considerazioni come quelle di apertura qui; ma… [e fino allo sberleffo (o rebus a chiave) finale [che vabbè, una coppia di quarantenni lecchesi dietro di me non ha per niente inteso e sbuffava (ma chissenefrega, lasciali al loro Il fatto Quotidiano, testata ignrugnita di ignrugniti che ha stroncato il film, al loro Netflix, altra scena nel film da ribaltarsi, ma loro, i due lecchesi figurati se capiscono, muti come marmotte con la stitichezza)]… ma, ma, ma, ma come scrisse Nietzsche, cui il film sarebbe piaciuto e tanto, con il cuore che è una fontana zampillante. Di poeta.
IL POETA E LA MERAVIGLIA
Vuo’ dar una mentita per la gola
a qualunque uomo ardisca d’affermare
che il Murtola non sa ben poetare,
e c’ha bisogno di tornare a scuola.
E mi viene una stizza mariola,
quando sento ch’alcun lo vuol biasmare;
perché nessuno fa meravigliare,
come fa egli, in ogni sua parola.
È del poeta il fin la meraviglia
(parlo de l’eccellente e non del goffo):
chi non sa far stupir, vada alla striglia!
Io mai non leggo il Cavolo e ’l Carcioffo,
che non inarchi per stupor le ciglia,
com’esser possa un uom tanto gaglioffo.
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Senz’altro mi permetto di pubblicare l’ardita requisitoria di Leonardo Taschera in difesa dell’orsa Jj4, mi associo alla richiesta di chiamata a correo del Presidente della Regione TAA, chiamo i lettori a prendere partito e rifletto su possibili altre azioni.
Ai commentatori del post dieci orsi per ogni ranne’
Signor Presidente, Signori della Corte, Signori della giuria, siete chiamati ad emettere un verdetto di colpevolezza o di innocenza nei confronti della mia cliente, un’orsa denominata Jj4, accusata di aver aggredito e ucciso un escursionista, il Sig. Andrea Papi, intento a svolgere la sua pratica di running nel territorio onninamente noto come abitualmente frequentato dalla specie Ursidae, a cui appartiene la mia cliente. Non possiamo sapere come si siano svolti i fatti in quanto la mia cliente non ha il dono della parola e l’aggredito è, purtroppo, deceduto. Però possiamo affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, sulla base dei rilievi effettuati sul luogo dell’accaduto e della conoscenza delle abitudini di difesa e attacco degli individui di sesso femminile della specie di cui sopra, che la mia cliente, vedendo correre contro i suoi cuccioli un esemplare della specie Homo Sapiens, armato di bastone, specie a sua volta onninamente nota per la sua pericolosità in quanto a sistematica distruzione dell’ecosistema in cui vive e a sistematica predazione degli esseri viventi – vegetali o animali – di esso ecosistema fino all’estinzione di numerosissime specie animali e al rischio di estinzione di altre altrettanto numerose, la mia cliente, ripeto, madre premurosa e a buon diritto gelosa custode dell’incolumità e della vita dei suoi figli, ha reagito come ci si aspetta che ogni madre reagisca. Quale madre appartenente alla specie Homo Sapiens, non avrebbe difeso la sua prole anche a costo della vita, non solo propria, ma altrui? D’altronde che l’individuo femminile appartenente alla specie Ursidae sia noto come strenuo e temibile difensore della propria prole è noto dai tempi dei tempi. Mi sia concessa una citazione dal componimento di un poeta, vissuto tra il XVIII e il XIX secolo, Carlo Porta:
On’orsa, come disen i poetta,
Che la se veda toe da on cacciador,
O ferì, on orsettin sott a la tetta,
No la va in tanta rabbia, in tal furor
Come la sustrissima a vedè
Don Malacchia con in aria el pè!
Questa significativa similitudine la dice lunga sull’antica conoscenza delle abitudini di difesa e attacco dell’individuo di sesso femminile appartenente alla specie Ursidae. O noi vogliamo credere che il compianto Andrea Papi sia stato aggredito da un feroce orso predatore, quale viene descritto da Marjorie Kinnan Rawling, nel suo romanzo “Il cucciolo”, che narra, tra l’altro, di un povero agricoltore, la cui fattoria si trova ai bordi di una foresta della Florida nel 1870 e che deve difendere il suo magro allevamento – una mucca, qualche pecora, qualche gallina – dalle incursioni della bestia soprannominata Brigante? Ma via! Offenderei la vostra intelligenza se ritenessi per un solo istante che voi possiate credere a una simile situazione. Sta però di fatto che un individuo della specie Homo Sapiens è stato ucciso dalla mia cliente. E la si vuole punire, ma per quale reato? Per essersi comportata da madre – non dimentichiamolo, Signori, da madre! – quale la sua natura la obbliga a fare? Piuttosto domandiamoci quali sono le responsabilità a monte. Il territorio dove si è verificato il fatto è densamente antropizzato, in linea con la millenaria tendenza dell’Homo Sapiens ad espandere la sua presenza dovunque ed in qualsiasi modo. Per placare tardivamente i sensi di colpa dovuti allo sterminio dell’orso autoctono e per darci improvvisamente una veste di difensori degli ecosistemi – forse anche con la non confessata speranza che la presenza degli orsi in Trentino potesse essere un incentivo al turismo – abbiamo realizzato il progetto “life ursus” finanziato dalla UE, importando dieci orsi dalla Slovenia tra il 1999 e il 2002. È ovvio che gli orsi si siano moltiplicati. Quali misure sono state adottate per consentire una convivenza pacifica tra l’orso e l’Homo Sapiens? Quali informazioni sono state date ai turisti circa la presenza e la quantità degli orsi nel territorio? Quali i suggerimenti circa il comportamento da tenere in caso di incontri? Per concludere, Signor Presidente, Signori della Corte e Signori della Giuria, in prima istanza chiedo l’assoluzione della mia cliente in quanto ha agito per la legittima difesa della sua prole, e in seconda istanza, qualora la mia richiesta non venisse accolta, chiedo la chiamata di correo nei confronti del Presidente della Regione e dei responsabili della gestione del territorio.

Mi spiace non replicare ad ogni singolo amico – non se ne abbia ammàle – che ha voluto lanciare qui un commento alla modesta quanto paradossale proposta di ieri (paradossale mica è detto, vero Taschera?) in Dieci orsi per ogni rànne’ ; in tutta sincerità mi pare più opportuno postillare all at once i copiosi, almeno per questo modesto blog, quanto assai graditi interventi.
Intanto segnalo i capitoli della Genesi 1, 24-28 e 2 ,19-20 della Bibbia luterana in mio possesso per avvalorare l’orticaria che mi produce il suprematismo antropico asserito da quel testo, a prescindere dai dubbi interpretativi che nei saeculasaeculorum stanno alla base non solo di ogni traduzione ma in particolare, mi fu in anni tiepidi più volte spiegato dal mio maestro dr. Lax, semita e conoscitore degli idiomi complessi quanto ondivaghi del medio oriente, di ogni riversamento da quelli nelle nostre lingue razionali – razionali è una definizione di comodo che uso me da me medesimo per non scomodare nessun De Saussure –; del resto e spostandosi in Europa, chi come alcuni tra noi per un po’ abbia frequentato un medio testo greco sa bene fino a che punto la frase Platone si strinse nelle spalle può voler dire tanto questo quanto Platone indossò il mantello. Quelli che mi leggono sanno fin dove e oltre ami il paradosso, rivelatore di autentico; oso dire di vero.
Fatta l’ouverture salto dritto al finale atto terzo per segnalare l’ANSA delle notte appena passata: è stata siglata da un tal Fugatti la sentenza di morte per l’orsa Mj5, perché ritenuta responsabile della morte del corridor cortese re della strada re della foresta. Responsabile l’orsa di omicidio dunque senza quei dubbi interpretativi che responsabile comporta nella lingua qui dello Zingarelli. Mi scuso ora con i dottori per l’appropriazione indebita di virtù diagnostiche ma, per competente competenza, almeno l’amico Taschera sarà invece d’accordo con me nel dire che la sentenza di morte non desta perplessità cliniche circa la sua pertinenza: siamo in area psichiatrica. E non ho altro da aggiungere circa un fatto alla fine dei conti minore rispetto agli assassini quotidiani compiuti da parte dei bipedi nel dubbio di irresponsabilità. Amen e tanti saluti a sòreta.
