L’Elzemiro di Martedì 9 Aprile

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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René Magritte – La vie secrète – 1928 coll.priv.

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 9 Aprile 2019

6. Volontario di Mombello

Variazioni su un tema di R.M. Rilke Sonetti a Orfeo  Sonetto I, 3

        Ein Gott vermags. Wie aber sag mie soll/ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier?

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72019

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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Dumbo

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La signora Eva Green

Al paro di tanti altri prodotti americani moderni, sortiti dalle cravatte di giovinotti mondani del marketting, questo Dumbo è comme d’habitude una sintesi di astuzie atte a farne un prodotto di consumo ovvero l’indispensabile oggetto a obsolescenza pianificata pel desiderio delle folle, tuttavia, stante che per forza o per amore i giovinotti devono lasciare qualche po’ di briglia sul collo a tipi come Tim Burton – apprezzarne certe filastrocche o limericks scritte in passato non sarebbe male – dal suo stile solitamente eruttante, qualcuno ricorderà Sleepy Hollow etc., ecco risaltare qui immagini così dense da sembrare dipinte agli acrilici; pittorico è l’eccesso dei trucchi, Burton sa  che qualcosa si distingue grazie al suo opposto, così alterna pallori cerulei a maquillage da Toulouse-Lautrec; infine tutta una ridondanza di segnali visivi e non, la colonna musicale tende di regola la corda inversa a quella delle immagini, accorda e tiene sulla corda lo spettatore, chissà se ignaro o no, così da fare anche di Dumbo un’opera di un’arte tutta sua, quella di sfuggire all’occhiuta polizia della comunicazione, adattandosi o fingendosi adattata alla sua presenza o a’ raggiri sua. Burton non è un anarchico insurrezionalista ma riesce, suo malgrado o per ben temperata furberia, a confondere i suoi padroni; di coloro, in buonissima sostanza illustra non solo la ferocia genetica, propria al mondo umano in generale ma, in particolare, a quello americano, smascherandone con disinvoltura gli agìti più imperativi, la rissa, l’attacco per l’attacco, la mano pronta al bastone anche senza bastone, il comune luogo del volli-volli-fortissimamente-volli, del vincere e vinceremo, della risata troppo franca, dello sberleffo di potere dietro i modi facili quanto arroganti, celati dentro l’abito che raro fa il monaco, di regola il banchiere, e persino dentro i mutandoni della sensiblerie d’un tempo che fu, alla Disney. Così direi che per una precisa scelta estetica – mi pare normale per Burton che proprio in Sleepy Hollow deformava l’ottocento scientista nella sua perversione polimorfa – Dumbo è ambientato all’inizio dell’evo moderno cioè alla fine della guerra del ’14, che impresse per sempre all’umanità il suo autentico stigma, oggi marchio di fabbrica, che non è quello di Caino e basta ma, in termini di fabbrica, della meccanica, intesa a dominio e sterminio; il mio amico prof. Biuso, saprebbe citare a questo punto Heidegger con risultati molto più efficaci dei miei vagiti riflessivi. Aggiungo solo che la prima guerra moderna aprì la strada ai leviatani cingolati, alle masse e alla loro (auto)distruzione industriale. Alla devastazione fatta consumo e spettacolo della consumazione. Insomma vedere per credere; e, benché chiaro sia che chi scrive interpreta, tuttavia, rovesciata sossópra la medaglia, è possibile non solo che Burton sia del tutto inconsapevole d’aver messo in pentola gli ingredienti della ricetta; ma anche e all’opposto che questi ingredienti siano stati distillati ad arte dai suddetti cravattari del marketing; un po’ come mi dicono che fosse Com&Lib la fucina di note barzellette anticlericali. Farsi addosso la critica, non dico la polemica, per sopirla. È noto che in Italia la satira, massime la televisiva, salvo uno o due casi brutalmente levati di mezzo, non è più della Commedia dell’arte ma della Confindustria. E dunque, nel film l’anima artigianale e violenta del circo, sedotta in apparenza dal denaro e stordita dalla meccanizzazione dell’industria del divertimento, ovvero dello showbiz – spassosa la scena della visita al padiglione delle meraviglie del futuro rappresentate da frullini, frigoriferi e cucine automatiche, surrogato e concentrato di magnifiche sorti e progressive da esposizione universale – ebbene l’animella si ribella e riconquista la propria libertà e proprietà di mezzi; propriamente artigiani, rinuncia a conquistare, a controllare e recludere; Foucault guarda giù dagli occhi belli e rapinosi della signora Eva Green, protagonista femmina, douce France ma non tanto douce e sottomessa française; il cattivo, anzi i cattivi, gli americani, vengono sconfitti da un equipo atletico di piccoli e grandi alien, il direttore del circo non solo è l’italiano, Little  De Vito, ma risulta Medici nella finzione, lei la Green, anche lì più che l’orror o la mor’ potè l’amor e lei, completa di sontuosissime gambe e tutto il resto s’invalvola del bel mutilato e vedovo Collin Farrel, altra scelta che dico non casuale, e dei di lui picciotteddri. E Dumbo, diranno i miei piccoli lettori. Dumbo viene rispedito con la sua elefanta-madre per nave in India a cura di un simpatico addestratore di serpenti – bella la fugace scena in cui quest’ultimo, offeso dal, Questo lo saprei fare anch’io, di un monello chissà futuro imprenditore di carninscatole, gli scaraventa addosso il cesto con i cobra, e adess rangess pirla. L’elefantino, l’altro, ritrova la sua terra, una certa infanzia, vola libero di volare per volare accolto dai saluti della mandria, o tribù – non saprei come dire senza suscitar la stizza di qualche gruppuscolo in odor d’identità – di elefanti all’abbeveraggio e insomma, Shangri – là, facciam finta che ci sta. Inutile dire che la recitazione e tutto l’apparato illusionistico sono sorprendenti. Buona la visione. 

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Règne animal

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11 teste  (1935) – Pavel Filonov (1883-1941)

Al concludere la lettura di Régne animal di Del Amo – Gallimard, Folio 2017, Neri Pozza 2018 – La prima cosa che m’è venuta in mente è stata, L’uomo di sera aspetto una stoccata e muor. A voler guardare Rigoletto, Verdi in questa poca battuta del sicario Sparafucile  condensa gran parte del pensiero nitido di Émil Cioran sull’umano. Trascuro ad arte quel capolavoro di ateismo militante che è il credo di Jago in Otello, sempre di Verdi e Boito.

Règne animal l’ho letto su indicazione dell’amico Biuso e ho fatto bene cfr. https://www.biuso.eu/?s=Regno+animale . Se è un libro per molti versi importante, non saprei dire quanto distante o prossimo all’omonimo trattato del naturalista Cuvier di cui pare condividere il  giusto puntiglio tassonomico, feroce non lo direi ma, per altro, difettoso. Nondimeno volentieri se ne legge tutta la prima parte. Il primo spàsimo cui non segue alcuna catarsi. Un po’ come Germinal o l’Assomoir di Zola mette alla prova il vocabolario del lettore borghese, compreso qui lo scrivente, abituato a muoversi più tra chicchere e piattini che tra letamai, canali di scolo, funicoli testicolari e vulve; passata l’età adatta nemmeno quelle umane, figurarsi le maiale. Il ricorso al lessico zootecnico è costante e sconcerta. Tutta la prima parte,  che è quella davvero convincente è quasi un trattato di semeiotica medica, implacabile come qualsiasi testo che non si conceda, e fa bene; più che per ferocia, seduce per l’esattezza; i fatti sono ridotti a poco più o poco meno che alla biologia e situato il racconto nelle campagne del tolosano, le stesse dove visse la madre del qui sottoscritto per inciso, negli anni appena prima, durante e subito dopo la prima vera guerra, quella che tolse l’incanto romantico e l’aspirazione alla bella morte alle generazioni di allora e a quelle di dopo trasmise geneticamnete l’orgasmo del sangue, sicché accoppare accoppare accoppare; il secolo ventesimo potrebbe definirsi il secolo dei lumi spenti; è una domanda non un’affermazione. Condotto il racconto fino alla morte del vecchio contadino tra sputi e scaracchi, ecco che con il matrimonio del reduce, mutilato facciale, con la figlia di quello avrei chiuso la storia là dove si pretende che cominci, col farla diventare genealogia di allevatori di porci ovvero di porci essa stessa. A volere avrei a quel punto aggiunto a cuscinetto una cronologia semplice dei fatti occorsi da quella data, incerti anni venti, all’oggi, elencandoli alla stregua di cibi conservati nel frigorifero in involti di cellophane. Avrei riservato al maiale fuggito ridivenuto fiera un capitolo finale, il capitolo dell’eroe, e avrei chiuso. L’interminabile seconda parte dell’opera invece, a parer mio  e per quanto sia affascinante la competenza con cui Del Amo  parla del vivere di quei ricchi allevatori di maiali, pour conaissance de cause, mi sa che come il fattore di questo blog Del Amo ha una pletora di parenti agricoli in zona,  la seconda parte dicevo cincischia, incerta tra i pochi fatti e la molta introduzione a una psicologia dei personaggi che in un racconto epico quale pareva voler essere nella prima metà il lavoro, stanca chi legge con occhi epicurei, cioè indifferenti al pensiero nascosto dietro l’invenzione dell’essere fittizio che è il personaggio, le cui azioni dovrebbero parlare da sé. Dovrebbero. Il raccontarne la genesi, il sospenderla o spalmarla tra mille passi di hesitation, lo stiracchiare qualche motivo interiore di esseri tutto sommato tutti tanto uguali, finisce per far disperare che si arrivi a pagina 480 in gloria. Tante pagine in più che, credo, l’autore avrebbe potuto sottoporre a una severa inchiesta. Gli episodi si susseguono agli episodi senza che in sostanza nulla cambi dell’assunto già chiaro all’inizio; siamo porci in porcilaia, punto. Intendo dire che se vuoi disegnare un personaggio, tu sia Degas o Tolstoij allora devi impegnarti a estrarne i caratteri sui cui costruire piano piano, l’intera impalcatura della simulazione psicologica. Di preciso come degli attori che recitassero Il giardino dei ciliegi dovrebbero fare con le loro larve, altrimenti come in molte regie contemporanee ci si spiaggia sui simboli e su una recitazione eguale per tutti tale da fare risultare ogni carattere – character –  egualmente sospiroso, sempre in attesa di un’abboccata d’aria insomma, e senza carattere. Ma l’epica sostituisce, riferisce come in Omero. Ernst Jünger in Tra le tempeste di acciaio, RIFERISCE che gli stivali sente affondare nel pantano dei cadaveri in decomposizione, riferisce del tanfo, non usa aggettivi, non riporta sentimenti; ascoltate le parole decomposizione e tanfo; l’orrore che narra è prepotente e istruttivo per il lettore, l’epica è di suo interpretazione, la psiche, la nevrosi, s’annichiliscono coi fatti di cui costituiscono l’ostacolo. Il mondo brucia e tu ci vieni a dire che provi pietà, non sai chi che spara a quello che ti vuole sparare, non ci interessa il tuo patema caro, tu uccidi, tu sei carogna tra carogne, direbbe Céline e forse Blaise Cendrars, o sopravissuto programmatico o pupo tra pupi direbbe Omero in Sicilia, e tutto finisce nella voragine dell’annichilimento. Del Amo invece indulge nell’intreccio tra analisi delle motivazioni e una sorta di strutturazione narrativa alla Simenon. Ma Simenon sposta e dissolve la psicologia nei bicchieri di birra e Calvados, nel rumore delle scarpe, dei gusci d’uova sode, all’esterno; Simenon ausculta e può tenerti sveglio sullo scorrere del nastro d’inchiostro nella macchina per scrivere. Era genio e resta tale. Del Amo ricorre a una sorta di ibsenismo alla Spettri. Ma Ibsen non dice mai dove arriverà, Del Amo, un po’ come Hesse vuole dimostrare, ci vuol spiegare the motivations per cui una certa Marie Julie fa le pippe, masturbation, ai suoi compagni scuola. Scusi Del Amo ma se può interessare, l’atto, non lo butti via in due righe, precisi a quel punto come si impugna l’oggetto di tant’azione, se e quanta saliva ne occorre, se sia o no meglio levarsi anelli ed altri oggetti protrusivi, e ci risparmi pensieri e sentimenti della sua MJ in un age ingrat mai superato. La brutalità del fuori non differisce dalla parzialità del dentro. Insomma tra Bernanos e Bernadette (Soubirou, anche lei della zona dove parlava alla Madonna tanto per distrarsi dal tanfo di sè stessa forse) non sapremmo chi prediligere. Houellebecq o la Nothomb direi. 

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L’ElzeMìro di Martedì 2 Aprile

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi Aprile 2019

Temi e variazioni 

5. Le cartegloria

da Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo, pag. 113

http://www.gliamantideilibri.it/?p=71976

 

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Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

 

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L’ElzeMìro di Martedì 26 marzo

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Charles M. Schultz – Poets 

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 26 Marzo 2019

4. Lettera a una signora lontana

da August von Platen (1796-1835) – Das Grab am Busento 1-4

http://www.gliamantideilibri.it/?p=71943

 

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Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

 

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Assedio ed Esilio

 

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Due momenti della biografia di un Innominato antifascista che, assediato da un metodico disincanto assurto a principio supremo di giudizio, vivrà la sua vita come una morte in contumacia. Viene da chiedersi se il quaderno nero che lascia sia ciò che sembra (il tentativo estremo e patetico di ricostruire a posteriori la Weltanschauung di cui la sua vita è stata coerente preambolo: quindi il fallimento clamoroso e definitivo del soggetto) o sia piuttosto ciò che sembrerebbe (il sintomo del rifiuto, lucido e radicale, dell’autoinganno che rappresenterebbe articolare un sistema per sconfiggere un altro: quindi il trionfo clamoroso e definitivo del soggetto) Alberto Asero – Orizzonte Atlantico

 

Vincitore del Premio Letterario Internazionale Indipendente 2016 

https://www.orizzonteatlantico.it/it-2016-pasquale-dascola

illustrazione di copertina di Desideria Guicciardini

da oggi disponibile presso 

Aracne editrice – Roma

http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788825520316&s=366555&e=774

€ 10

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Imputtane alzatevi, le sottane

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Ogni tanto capita di occuparsi di, com’è che si dice, puttanate; ma questa puttana l’è particolare, cioè pertinente alla santa eucarEstia dei farisèi, falisèi, babbalèi della cultura dildominante ecchòmmene. Siparietto di remembering, scusino; chi scrive, anni e anni fa era nel bel mezzo di una lezione su Antonin Artaud, il testo e il pretesto, quando fu raggiunto da una telefonata della polizia. Mi s’invitava a presentarmi così e cosà, gentile né, tutto un non si preoccupi il telesbirro, e of course, dopo la lezione mi presentai. Un simpatico ufficiale, anche di gentile aspetto che non guasta mai, fresco di doccia, s’era in maggio, un bijou, mi notificò che ero stato querelato da un tale, un ex studente fuori corso, per due parole scritte avverso in una lettera ai colleghi, impeccabile cialtrone. Il tale insomma aveva ravvisato il vulnus alla sua statuaria e mi querelava. Nonostante le rassicurazioni del poliziotto che, No, sa la gente o vuole dar fastidio o vuole soldi, ma si figuri se un giudice gli dà retta, senta un avvocato, offrite qualcosa e la si chiuda lì. Mancoppegnente, il giudice accolse l’istanza e si andò, come d’uso, in penale; puro Scarpetta, la vittima dimessa all’inverosimile e con a’calcagni morosa ad armi cariche per un tiro al bersaglio, il bersaglio in camicia bianca, cravatta, fazzoletto nel taschino e profumo, anche lì come d’uso; noblesse oblige, la nobiltà è obbligatoria; il giudice che non capiva di che si stesse parlando, la pubblica accusa che sorrideva come a un déjeuner sur l’herbe, spettacolare l’avvocato della vittima che a un certo punto quando chi scrive disse che anche Totò in un film diceva a un tale, Lei è un cretino s’informi,che sì  l’endiadi citata era di suo pugno ancorché guantato di velluto, saltò sulla sedia, gridando, Ha confessato lo sente ha confessato signor giudice. Morale, nessuno ricordava Totò nell’aula e la condanna fu a settemila euro di risarcimento e l’iscrizione al casellario giudiziario. In appello tre giudiziose, come le Parche, si limitarono a scrutare le loro pandette, ridussero a tremila la pena, sempre gravosa per un insegnante del valore commerciale allora di nemmen duemila netti/mese, e mi evitarono l’iscrizione al registro. Onore salvo. Non faccio commenti. Solidarietà o aiuto dalla istituzione, dai colleghi tranne tre, nada, catena di sant’antonomasio  nix, Fessbuk citu. Né valse a rabbonire il giudice la condotta preclara e i meriti repubblicani del docente. Una beneamata mentula.

Ora risulta che nel già deteriore, si noti che deteriore può essere preso per insulto e forse anche la parola panorama è sospettabile, panorama dico della stampa nazionale, dopo quella pakistana credo tra le meglio piazzate in un’ipotetica lista nera, insomma anni luce adietro La corriera di Bellinzona, risulta dico che Repubblica, il quotidiano lavato con Perlano, ha imbastito una catena di sanantonio a favore del povero signor Saviano che senza essere professore, ha dato del buffone al signor Salvini che però è ministro della Repubblica, l’altra; ora è evidente che se sarà condannato il signor Saviano, cui consiglio di andare dal barbiere perché il processo non è una comparsata da Fibrafazio, se, dico, subirà una condanna a una qualche ammenda, per lui sei sette, diecimila, ma anche centomila euro saranno una sfrucugliata nel suo grasso portafoglio. Il decidere se buffone è un insulto o no spetta al giudice che farà quel che gli parrà, corpus iuris alla mano. Se sarà corrivo, farà capire al Salvini che buffone è cosa che si dice, un riconoscimento se mai;  se accoglierà il delirio retorico di un avvocato soubrette da  un giorno in pretura, farà felice il signor Ministro, anche se in appello tutto cambierà a favore di Saviano. E sempre che l’appello degli indellittuali europi non giunga al successo sperato e la catena di sansaviano funzioni. Il giornalista Saviano, tale anche se passa per scrittore, fatto indubitabile dato che scrive e sbraita e tutti gli danno credito in tal senso. Gli danno credito persino come intellettuale, parola cui non sempre è detto corrisponda una qualche forma di intelligenza e per carità un accenno anche modesto di arte. Ma è che qui si arriva alla farsa; ché il signor Gallimard da Parigiohcara si indigna per il trattamento riservato a San Savianne de la Marianne. Non si è indignato con sè stesso M. Galllimard, quando la sua casa editrice ha negato al defunto M. Céline la ristampa di tre libri autentici per esempio, letteratura doc come Bagatelles pour un massacre, L’Ecole des cadavres, Les Beaux draps e Mea Culpa, perché inopportuna. Benché in Italia si possa per fortuna leggerlo, quest’ultimo nell’ottima versione completa di Raboni, ed. Guanda. Euri 8,50, completa cioè di insultini razzisti. Quanto a Céline è fin troppo noto che quel genio assoluto e medico dei poveri francese si tirò la zappa sui piedi da sé tra il 37 et postea con qualche affermazione fuori da’denti sugli ebrei; fu preso di mira, gli sequestrarono la casa, gli rubarono tutto, i libri, i suoi scritti, la moto, nel 1945 fu imprigionato peggio di Landru, a Copenhagen dove lui, reduce decorato e mutilato della prima guerra, fu ridotto allo stremo, alla miseria fisica ed economica. Riabilitato per non avere fatto del male a nessuno, fu disossato da carognini politicamente corretti come Sartre, condannato agli ostraka dall’intellighentzia francese e non solo,  gente che a scrivere come Céline non riuscì mai. Ritirato da Traviata in un paesello fuori dal popoloso deserto che appellano Parigi morì nell’indigenza Céline. La damnatio memoriae perdura. Guai a dire che lo leggi, come me, Céline. Il granduomo Mitterand noto militante di Vichi ah no, quello è ancora monumento all’Égalifratérnitésansbidet, una sciacquata termale nelle parti socialiste e ti perdonano tutto. Non cito i casi italiani. È cosa dei nostri giorni ancora. Ora la stessa intellighentzia dichiara che un intellettuale non può essere condannato in assoluto per quel che dice, ed è inoppugnabile, nemmeno se dà del buffone a un Minestro, aggettivo in sé condivisibile; buffone quegli non so, ma ridicolo senz’altro nel dirsi offeso. Oggi tutti si offendono, soglia del dolore alle naticucce bassissima e tutti tirano in ballo fatti che prima hanno sepolto e poi riesumano a distanza di secoli per dirsi vittime di inenarrabili brutalità e abusi. A otto anni il tale mi ha fatto la bua, adesso che ne ho cinquanta, qualche bisogno di lifting e un gran bisogno di soldi me ne ricordo e mitù. Me par a mì tù che la gente farebbe bene a non ritenersi offesa per una parola, nemmeno, anzi soprattutto quando è pesante. Imparare a incassare e a suonarle quando sia, è un atto di intelligenza. Vera, solida, virile. Imparare dagli Inglesi. Schierare corazzate di penne per un trisillabo ed elevare cortine in similoro a difesa dell’intellettuale ma va là. Non sto con Saviano. Insultatemi, farò la mia arringa da me, vegetariana.  

Postrilla. Leggere per credere

https://www.laprovinciadilecco.it/stories/Homepage/celine-e-il-demonio-che-e-dentro-ogni-uomo_1268375_11/

https://www.repubblica.it/politica/2019/03/21/news/scrittori_difesa_saviano-222190842/

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ELzeMìro di Martedì 19 marzo

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

Romaine Brooks, Self-Portrait, 1923, oil on canvas, Smithsonian American Art Museum, Gift of the artist, 1966.49.1 

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 19 Marzo 2019

Temi e variazioni

3. L’altera della lampa 

da Carlo Porta vv. 19-30 I desgrazzi de Giovannin Bóngee

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Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

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Assedio ed Esilio

 

2018-524 copertina 2

 

Due momenti della biografia di un Innominato antifascista che, assediato da un metodico disincanto assurto a principio supremo di giudizio, vivrà la sua vita come una morte in contumacia. Viene da chiedersi se il quaderno nero che lascia sia ciò che sembra (il tentativo estremo e patetico di ricostruire a posteriori la Weltanschauung di cui la sua vita è stata coerente preambolo: quindi il fallimento clamoroso e definitivo del soggetto) o sia piuttosto ciò che sembrerebbe (il sintomo del rifiuto, lucido e radicale, dell’autoinganno che rappresenterebbe articolare un sistema per sconfiggere un altro: quindi il trionfo clamoroso e definitivo del soggetto) Alberto Asero – Orizzonte Atlantico

 

Vincitore del Premio Letterario Internazionale Indipendente 2016 

https://www.orizzonteatlantico.it/it-2016-pasquale-dascola

illustrazione di copertina di Desideria Guicciardini

presto prenotabile da

Aracne editrice – Roma

in http://www.aracneeditrice.it/index.php/pubblicazione.html?item=9788825520316

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Comparsate e cumparsite

Osservo con piacere le espressioni di gradimento, i succinti like, che di tanto in tanto, non di rado, fanno da corollario alle mie comparsate in questo blog che, parimenti deve a visitazioni fortuite e volonterose il piccolo ma costante incremento di suoi followers o, come dire, seguaci. Non sono in corrispondenza quasi con nessuno di costoro e il render loro l’interesse che dimostrano per questo sito costituirebbe l’occasione per un contratto di lavoro a tempo pieno. Impossibile per chi ne abbia già almeno uno. Ma tutti i miei misteriosi visitatori sappiano però che non poco sono lieto per la curiosità di cui mi fanno gradito e non meno fortunato dono. A tutti dunque grazie.                            

Copia di Firma allegabile

 

 

 

Schermata 2017-05-09 alle 10.58.25

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Prossimamente

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