Te lo dico col cuore: sono molto contento. Ieri sera e nonostante la consueta diffidenza per i cindarassbùm scaligeri, come ogni anno da qualche anno però, ho voluto assistere questa volta all’inaugurazione, da casa ovviamente, soprattuto per Musorgskij, autore che conosco quel poco e per la curiosità verso il Boris Godunov che non conoscevo affatto. Folgorazione doppia: dall’opera stessa – opera poi, ah vedremo – incontenibilmente geniale; e dallo spettacolo di cui il meno che si possa dire, ricorrendo a una terminologia riduttiva teatrale, è che è azzeccato, funziona. Poi se ne può dire di tutto, persino, vedremo, che ha qualche debolezza. Ma in generale quello che mi piace sottolineare è che ieri sera ho rivisto la Scala degli anni miei, di Grassi e Abbado, quando l’inaugurazione era una grande inaugurazione, con cast da paura, direzioni musicali di Abbado da pelle d’oca e tutto il senso del teatro, vero teatro: niente treni, allusioni ad anna magnani e lambrette e zeffirelle di torino con barba. Ci si intenda, l’opera lirica rimane quell’ibrido che è ma è inutile storcere il naso, la sua comparsa sulla terra va intesa a tutt’oggi come una meraviglia. Lo dice uno che non l’ha mai amata per principio ma per per la fine.
Premetto che non sono in grado di farne, ed è inutile peraltro perché di analisi della partitura ne esistono a schiovero e, anche ne fossi capace, perché mai farne un’altra. Dal punto di vista teatrale, quello che interessa qui, voglio farti notare qualcosa di non poco conto. L’assoluta genialità della struttura del Boris sta nel fatto che non è un’opera lirica. Circa 50 anni prima di Brecht, Musorgskij scrive una dramma musicale radicalmente nuovo (1869), cosa che a Wagner non riuscì preso com’era dalla sua ideologia da cigno. Boris sta all’Opera da tre soldi non ad altro. Certo è più impressionante ed anche meglio scritto ma quello che conta, a mio modo di vedere, è che è un dramma epico: l’azione è quasi di continuo narrata, epica appunto; è l’Iliade o se vuoi del tutto simile a Macbeth o ad altri drammi di Shakespeare in cui duelli, battaglie, le cose vengono raccontati: poi ci sono le canzoni e i cori. Detto questo hai detto tutto. Sulla funzione del coro, che è anonimo, popolo appunto o polis, non starò qui a ciabare. In Boris il coro non è il coro della Traviata. Tutto ciò avrà/ha quasi con certezza a che fare con una tradizione da cunto de li cunti , da conteurs se mai ce ne sono stati in Russia ma credo proprio di sì, che è con tutta probabilità incistato in quella tradizione e che a Musorgskij stava a cuore, contro la tradizione lirica europea: arie, cabalette duetti e piripì. Vabbè, nota bene dunque: epica. Su questa pietra si appoggia una dramma di squisita natura politica, veemente, tragicamente pessimista se vuoi, rivelatore di un pensiero che ieri sera mi è parso ben esplicitato ( ma senza, treni, carri armati e mitragliatrici) dalla direzione attenta di questo signor Holten e dal suo sodale Es Devlin: la Russia non cambierà mai finché non la smette di aspettarsi piccoli padri e messia. Finché non si riscatta dalla superstizione e dalla convinzione dei santi e di una sua immaginata grandeur. Dal suo misticismo primitivo. Dalla sua debolezza di mente. La relazione con l’oggi è automatica e ci sta proprio.
Trattandosi dunque di epica il sontuoso impianto scenotecnico, più che ottimamente secondato dai macchinisti della Scala, chapeau, è basato, avrai visto, su una sorta di struttura cavernicola fissa ad emiciclo, ostruente e obbligante come una scena greca. E da una serie di sipari che in realtà non sono tali; si tratta di illustrazioni da libro, vuoi per l’infanzia vuoi di cronache popolari. Queste illustrazioni di incredibile fattura e bellezza, alte come una casa hanno il duplice ruolo di didascalie e di conduzione dello spettatore dentro una sorta di matrioska di immagini che alludono, spiegano, portano nel mezzo di ambienti e situazioni suggerite, alluse, guarda, teatrali tout court. Per insistere sono i cartelli brechtiani elevati alla enne. Qualche imbecille, traviato dai vezzi delle fiammiferaie e dalle maîtresses della regia italo-europea di oggi, ha osservato, il povero facocero, che la regia era statica. Certo: un’opera parlata si parla mica si shake come una spear, a muzzo. Cosa vuoi agire un lavoro basato sulla solennità della parola, russa magnifica proprio perché non si capisce niente ( evviva i sottotitoli tuttavia) declamata, detta, cantata sì a suo modo e che tuttavia, te lo dico in serio, mi ha fatto piangere. Parola usata dentro l’orchestrazione non per volarne fuori nell’aria sentimentale ( sentimentalismo assente, sentimento tanto) ma per avvinghiarsi all’organico strumentale in un continuo avvicendarsi di soluzioni musicali che si discostano, ripeto, e dai numeri chiusi e da quelli aperti: Boris, a volere, dovrebbe essere eseguito dritto senza intervallo, non fosse che almeno per Boris il secondo atto è una fatica di presenza continua (per quanto? 75 minuti dicono). Di fatto lo spettacolo fila via liscio che nemmeno ti accorgi.
In sintesi, benissimo invece questa regìa accorta e attenta alla struttura e alla direzione musicale anche proprio nel senso dello stare attenti a Chailly e ad ogni richiamo dell’orchestra. Attenta a stare nei binari del rigore estetico. Qualche pecca minore. Se nel primo atto lo spazio scenico vuoto era del coro senza altre distrazioni, a parte la formidabile meraviglia del corteo di intronazione, con una porta che si spalanca per magia scenotecnica da uno dei sipari e si apre, (dirai su un corteo di lambrette? no no), una coorte di preti e e spose e labari d’oro e tutto un repertorio iconico semplice: un corteo, a piedi e stop; nel secondo atto l’intuizione corretta di fissare lo spazio in un interno un po’a Mosca a Mosca, un po’ biedermeier, allusivo dell’epoca di Musorgskij e quindi teso a levare la storia dalla storiografia per renderla l’eterna storia deteriore della Russia, casca un po’ nel genere attrezzeria Rancati ( vedi →). I tavolini e le abat-jours, il mappamondo, il lettone sì, vabbè ma non sono icone, non sono segni, sono arredamento. Pier Luigi Pizzi avrebbe messo un divano, ah certo, ma lungo 8 o 9 metri e con un tavolo, a volerlo, di eguale sproposito davanti. L’allusione alle dismisure del Cremlino di oggi avrebbe giovato. Il ricreare un ambientino da boudoir di Boris non è stato geniale come il vuoto da cappella del primo atto. Bello invece l’arrivo dei boiari, attaccati alla poltrona e bello in generale far notare con piccoli movimenti quale sezione di coro canta: tenori I, baritoni, bassi, II e idem soprani, mezzi e contralti. Un’esigenza di chiarezza che imparai fin dai primi giorni di Scala. Si vede che il signor Holten ha studiato. Bellissime le luci( nonostante la convivenza con quelle invadenti della televisione: che altro dire) Per me sorprendenti, dato che non sono più aggiornato in tecnologie di teatro, gli effetti di luce che colano come acquerello sui sipari, colando alla lettera ora in questo ora in quel punto voluto: non ti saprei dire che diavoleria hanno usato ma super-efficace ( perché poi sono convinto che sia semplice, all’antica). Ho apprezzato persino l’uso del seguipersona, quelle che tu chiamerai magari follower e che fa figo ma è la stessa macchina dei tempi del varietà. Ci sta.
Un cenno ai costumi di Ida Marie Ellekilde va fatto: ecco, non sono eccezionali e trovo che in generale, tranne quello delle guardie nere con la corazza ma anche i fucili, (ci stanno non disturbano, rendono l’idea dell’eterna polizia), non sapevano da che parte andare. Mescola mescola elementi del ‘600 russo alle consuete marsine ottocentesche il risultato è che i costumi erano un po’ da grande magazzino danese, schiavi di un design minimalista o puramente senza fantasia. Un panciotto marrone sotto un abito marrone fa Ermenegildo Zegna non Boris. Del resto la costumaia si presenta alla ribalta per gli applausi con un feltro crème da homassa ignorando che non è estate a Principina a mare e che in palcoscenico non si indossano cappelli. È pura ignoranza della buona educazione; sicuro che la signora si si sentiva quello che è forse: una turista danese. Intendi bene questa blanda osservazione leva poco a un spettacolo sontuoso e ripeto, azzeccato. I costumi alla fine non si notavano e va bene così.
Un cenno ai protagonisti va fatto. ( Il coro si sa è storicamente eccellente alla Scala). Ebbene di rado si sente cantare, fraseggiare, modulare, utilizzare il proprio strumento espressivo, la voce, con la maestria che tutto il cast, anche le parti minori hanno portato in scena. Poi tu puoi leggere i punta spilli della stampa. Eccezioni di spicco, diciamo un rigo sopra gli altri senza mai andare fuori dalle righe, il signor Boris e il signor falso Dimitri (qui di seguito tutti i nomi), entrambi peraltro di bell’aspetto. L’attitudine in scena, del tutto libera di darsi spazio e attribuirsi con vasta autonomia il gesto, ha contribuito a una visione senza peccati di psicologismo – assente nell’opera proprio ripeto per essere epica – o eccessi grand guignol. Una cosa non mi è piaciuta: la coltellata finale Boris che non c’entra. A mia moglie invece il transito ripetuto dello zarevich insanguinato dal principio alla fine dello spettacolo. Non dava troppo fastidio a mio avviso e la comparsina che ne sosteneva il ruolo era educata ad arte a non strafare. Ma vabbè. In definitiva, come ho accennato, una resurrezione della Scala. Ora se si libera piano piano dalle vetriniste… ebbè.
Inutile dire della regìa televisiva, indispensabile e attenta alla musica. Sbagliata nel ricorrere di continuo ai primi piani: ma si sa che il primo è il piano televisivo per eccellenza. Là dove il totale dall’alto schiaccia inesorabilmente le prospettive e non rende i volumi. Lo si sa e non c’è niente da fare. È tutto. Suggerisco di investire in un biglietto per una delle prossime recite. Stammi bene.
Boris Godunov – Ildar Abdrazakov (basso)
Fedor – Lilly Jørstad (mezzosoprano)
Ksenija – Anna Denisova (soprano)
La nutrice di Ksenija – Agnieszka Rehlis (mezzosoprano)
Vasilij Šujskij – Norbert Ernst (tenore)
Ščelkalov – Alexey Markov (baritono)
Pimen – Ain Anger (basso)
Grigorij Otrepev – Dmitry Golovnin (tenore)
Varlaam – Stanislav Trofimov (basso)
Misail – Alexander Kravets (tenore)
L’ostessa della locanda – Maria Barakova (mezzosoprano)
Lo Jurodivyi – Yaroslav Abaimov (tenore)
Pristav, capo delle guardie – Oleg Budaratskiy (basso)
Mitjucha, uomo del popolo – Roman Astakhov (basso)
Un boiardo di corte – Vassily Solodkyy (tenore)



Grottésco agg. e s. m. [der. di grottesca] (pl. m. -chi). – 1. agg. Stranamente e bizzarramente deforme, riferito in origine alle pitture parietali dette grottesche, e poi in genere a tutto ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, che muove il riso pur senza rallegrare. ( cfr. Encliclopedia Treccani alla voce ∽.)





La edad de la ignorancia
