21.01 Donare per avere

Cover Funerali atipici copia

Questo autoprodotto volumetto è la silloge del  premiato Idillio toscano con fiori – scritto per essere detto con musica; non un vero melologo ma una prosa ritmica per voce e strumento – e di 37 nuove liriche con il titolo unificante di Funerali atipici. Titolo che è indizio.

Un ottimo studio, la Graphus di Lecco, ne ha curato la grafica, la magnifica copertina – omaggio a L’Amante morta di Arturo Martini – è di Desideria Guicciardini, che è mia moglie e che tutti conoscono nel mondo dei libri; il logo in calce è di Anna Rimoldi.

Mi è costato parecchio, ma non ha prezzo di copertina. È un lavoro tuttavia e non posso regalarlo. Tu fossi interessato a leggermi puoi contribuire ai costi con una donazione. Dai quel che puoi. Spedizione a mio carico. Se deciderai di ordinare il volume e se, letto, ne vorrai fare un po’ di passa parola grazie.

PER ORDINARE la tua copia MAIL TO : pad8@icloud.com. Precisare nome, indirizzo per la l’invio in piego di libro e allegare ricevuta del bonifico effettuato.

IN ALTERNATIVA WHATSAPP TO : 320 44 68 432 con eguali modalità

BONIFICO A : PASQUALE DASCOLA – IBAN IT13G0623022900000015124696
CAUSALE DELLA DONAZIONE :  FUNERALI ATIPICI

12.02 da GRAPHUS copertina

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L’ElzeMìro di Martedì 17 gennaio

Fablìole – Il fotografo dei morti

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http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-fabliole-il-fotografo-dei-morti/
in  http://www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi

BAMANTI

Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
 
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Fund raising

Cover Funerali atipici copia

Questo autoprodotto volumetto di lirica in due parti  presenta nella prima il  premiato Idillio toscano con fiori, scritto per essere detto con musica; non un vero melologo ma una prosa ritmica per voce e, forse, chitarra. La seconda parte del volumetto riporta le 37 liriche sviluppate nel tempo che danno il nome alla collezione: Funerali atipici. Il titolo è indizio.

Un ottimo studio, la Graphus di Lecco, ne ha curato la grafica, di Desideria Guicciardini, che è mia moglie e che tutti conoscono nel mondo dei libri, è la magnifica copertina – omaggio a L’Amante morta di Arturo Martini – il logo in calce è di Anna Rimoldi.

Mi è costato parecchio, è un lavoro e non posso regalarlo. Mi pare quindi che la cosa migliore per te e per chi altri sia interessato a leggermi, sia contribuire ai costi con una donazione.  Ognuno dia quel che può. Spedizione in piego di libro a mio carico. Se deciderai di ordinare il volume e se, letto, ne vorrai fare un po’ di passa parola grazie in anticipo.

PER ORDINARE la tua copia MAIL TO : pad8@icloud.com. Precisare nome, indirizzo per la spedizione in piego di libro e allegare ricevuta del bonifico effettuato
IN ALTERNATIVA WHATSAPP TO : 320 44 68 432 con eguali modalità
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CAUSALE DELLA DONAZIONE :  FUNERALI ATIPICI

12.02 da GRAPHUS copertina

 

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L’ElzeMìro di Martedì 3 gennaio 2023

Fablìole – La verità. signori, sul brutto anatroccolo

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
 
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L’ElzeMìro di Martedì 20 dicembre

 

Fablìole –La stèle di Natale

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BAMANTI

Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
 
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Pederasti in turbante

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https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2022/12/08/iran-spari-ai-genitali-e-al-seno-delle-manifestanti.-eseguita-condanna-per-uno-studente-_34413cf3-4eba-40f6-8f2c-b00220d22a0f.html

Mi spiace caro mio e cara mia, oggi sarò sgradevole e brutale ma senti, se accetti e inghiotti senza un plissé la lettura delle notizie dall’Iran, dall’Afganistan e dalla Russia e se non ti vanno per traverso i piccoli corollari qui locali – per esempio che nel sacrario franquista della Valle de los Caídos dove i fraticelli si facevano gli orfanelli dopo averli imbriagati, anni ’60 – se non ti indigna che un deputato in parlamento metta mano alla Bibbia per stigmatizzare ex cathedra gli amori non consacrati dallo stigma del triangolo e della colomba, se non salti per aria a leggere degli attacchi alla senatrice Sègre da parte di uno chef bisunto e antisemita, bref, se non sei colto dall’orrore per quello, non mi verrai a dire ora che ti farò schifo io qui imponendoti una barzelletta turpe e rivoltante che mi fu raccontata secoli fa da un notissimo e bravissimo attore fiorentino ormai stradefunto e superomo, per quanto squisitissima persona. Ma insomma ognuno, se è intelligente e di gusto, ha, passa e smussa i suoi angoli deteriori, anch’io; se ne rende conto e chiede scusa a sé stesso, soprattuto per essersi offeso.

Non insisterò ora sul termine che leggerai e che è divenuto comune oggi, non nella mia giovinezza, tanto che le ragazze più timorate ne usano riferendosi, così mi è parso di sentire dire, a sé medesime e alle amiche. Osservazioni parzialissime fuori dai licei, ma non solo. Ebbene la ricetta: per non offendere oltre, la ricetta è ripeto turpe e offensiva e girava nell’ambiente di teatro e di omosessuali, ambiente in cui sono stato senza paure né fastidi, tranne in un paio di occasioni prepotenti alle quali mi opposi con bel garbo. Ma della prepotenza, del dileggio feroce, dello stupro mentale prima che fisico, della prevaricazione, in altre parole dell’abuso, mi pare sia assodato esista, sia largamente diffusa e propalata un’inguaribile, cultura è offendere la parola nell’usarla, quindi diciamola tradizione, costume, farlafranca. Sfondata questa porta aperta, e detto che ai tempi la barzelletta offese il mio femminile (parafrasando un detto tedesco Auch die Frauen sind Menschen-anche le donne sono uomini, dico con sicurezza: Auch die Menschen sind Frauen-anche gli uomini sono donne) si tratta di una ricetta di cucina e alla lettera eccola qui: la figa al mattone.

Udite: si prenda dunque una …vulva freschissima di al massimo 15 anni, la si tagli al carpaccio sottilissima, se ne pongano le fettine tra due mattoni roventi per un minuto e poi le si lasci marinare in (olio limone, pepe, sale al solito) per almeno un pomeriggio. Così come sono nella loro marinatura si avvolgano le fettine ciascuna su una bella oliva grande con una fetta di prosciutto, una foglia di alloro, si fermino gli involtini con uno stuzzicadenti e li si ponga su una fetta di pane casereccio su cui avrete disteso un bella fetta di lardo con un filo d’olio; pepate e passate in forno a 180°  per una ventina di minuti. Servite caldissima ma purtroppo sentirete che la vulva avrà ancora sapore di vulva.

È questo sapore di vulva, l’orrore per l’origine del mondo che a mio immodesto avviso suscita e tiene viva l’onta, larvata qui, schifosa lì, di violenza, di sopruso, di abuso, di dileggio, di prepotenza contro donne, bimbi e ultimamente uomini, basta essere indifesi o fragili o intesi tali, cioè donne. Ora mi lancino un fatwa che ci faccio un aeroplanino di carta, ma questi delinquenti iraniani, afgani, la duma, Putin, i popi e tutte le chiese ( vae la chiesa con la sua feroce esaltazione della donna tappata, denaturata, circonflessa, di fatto infibulata, offesa da uno spirito divino assassino – ma i greci non furono da meno –), vorrei che fosse chiaro: sono pederasti in turbante. Pederasti che non a caso oggi fanno i genitali delle donne al mattone sparando loro a brûle-pourpoint. Quindi altro che: blocco navale, blocco delle esportazioni e delle importazioni, ritiro dei diplomatici, delle banche d’affari e di tutti gli affaristi da chilli paiesi, rescissione unilaterale di commesse, contratti, transazioni. L’Iran com’è e gli altri citati vanno fatti fuori.

Con buona pace di personaggi come Massimo Fini che afferamno il contrario, non sono per niente d’accordo che ogni popolo abbia diritto a darsi la forma di governo e le leggi e i modi che più gli piacciono: esiste un diritto non saprei come dirlo, sovrumano, al bello e al buono che se offeso, intaccato, brutalizzato anche da quei genitori che coerciscono – non li si scambi per blandizie i battesimi, i catechismi, le comunioni – i figli a condotte familiari e religiose, è una bestemmia, un delitto di lesa umanità: non di genere. La religione è un delitto. Un delitto da pederasti.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2022/dec/09/britain-oligarchs-dictators-fear-us-britain

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Boris Godunov – Scala 7 Dicembre ’22

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Te lo dico col cuore: sono molto contento. Ieri sera e nonostante la consueta diffidenza per i cindarassbùm scaligeri, come ogni anno da qualche anno però, ho voluto assistere questa volta all’inaugurazione, da casa ovviamente, soprattuto per Musorgskij, autore che conosco quel poco e per la curiosità verso il Boris Godunov che non conoscevo affatto. Folgorazione doppia: dall’opera stessa – opera poi, ah vedremo – incontenibilmente geniale; e dallo spettacolo di cui il meno che si possa dire, ricorrendo a una terminologia riduttiva teatrale, è che è azzeccato, funziona. Poi se ne può dire di tutto, persino, vedremo, che ha qualche debolezza. Ma in generale quello che mi piace sottolineare è che ieri sera ho rivisto la Scala degli anni miei, di Grassi e Abbado, quando l’inaugurazione era una grande inaugurazione, con cast da paura, direzioni musicali di Abbado da pelle d’oca e tutto il senso del teatro, vero teatro: niente treni, allusioni ad anna magnani e lambrette e zeffirelle di torino con barba. Ci si intenda, l’opera lirica rimane quell’ibrido che è ma è inutile storcere il naso, la sua comparsa sulla terra va intesa a tutt’oggi come una meraviglia. Lo dice uno che non l’ha mai amata per principio ma per per la fine.

Premetto che non sono in grado di farne, ed è inutile peraltro perché di analisi della partitura ne esistono a schiovero e, anche ne fossi capace, perché mai farne un’altra. Dal punto di vista teatrale, quello che interessa qui, voglio farti notare qualcosa di non poco conto. L’assoluta genialità della struttura del Boris sta nel fatto che non è un’opera lirica. Circa 50 anni prima di Brecht, Musorgskij scrive una dramma musicale radicalmente nuovo (1869), cosa che a Wagner non riuscì preso com’era dalla sua ideologia da cigno. Boris sta all’Opera da tre soldi non ad altro. Certo è più impressionante ed anche meglio scritto ma quello che conta, a mio modo di vedere, è che è un dramma epico: l’azione è quasi di continuo narrata, epica appunto; è l’Iliade o se vuoi del tutto simile a Macbeth o ad altri drammi di Shakespeare in cui duelli, battaglie, le cose vengono raccontati: poi ci sono le canzoni e i cori. Detto questo hai detto tutto. Sulla funzione del coro, che è anonimo, popolo appunto o polis, non starò qui a ciabare. In Boris il coro non è il coro della Traviata. Tutto ciò avrà/ha quasi con certezza a che fare con una tradizione da cunto de li cunti , da conteurs se mai ce ne sono stati in Russia ma credo proprio di sì, che è con tutta probabilità incistato in quella tradizione e che a Musorgskij stava a cuore, contro la tradizione lirica europea: arie, cabalette duetti e piripì. Vabbè, nota bene dunque: epica. Su questa pietra si appoggia una dramma di squisita natura politica, veemente, tragicamente pessimista se vuoi, rivelatore di un pensiero che ieri sera mi è parso ben esplicitato ( ma senza, treni, carri armati e mitragliatrici) dalla direzione attenta di questo signor Holten e dal suo sodale Es Devlin: la Russia non cambierà mai finché non la smette di aspettarsi piccoli padri e messia. Finché non si riscatta dalla superstizione e dalla convinzione dei santi e di una sua immaginata grandeur. Dal suo misticismo primitivo. Dalla sua debolezza di mente. La relazione con l’oggi è automatica e ci sta proprio.

Trattandosi dunque di epica il sontuoso impianto scenotecnico, più che ottimamente secondato dai macchinisti della Scala, chapeau, è basato, avrai visto, su una sorta di struttura cavernicola fissa ad emiciclo, ostruente e obbligante come una scena greca. E da una serie di sipari che in realtà non sono tali; si tratta di illustrazioni da libro, vuoi per l’infanzia vuoi di cronache popolari. Queste illustrazioni di incredibile fattura e bellezza, alte come una casa hanno il duplice ruolo di didascalie e di conduzione dello spettatore dentro una sorta di matrioska di immagini che alludono, spiegano, portano nel mezzo di ambienti e situazioni suggerite, alluse, guarda, teatrali tout court. Per insistere sono i cartelli brechtiani elevati alla enne. Qualche imbecille, traviato dai vezzi delle fiammiferaie e dalle maîtresses della regia italo-europea di oggi, ha osservato, il povero facocero, che la regia era statica. Certo: un’opera parlata si parla mica si shake come una spear, a muzzo. Cosa vuoi agire un lavoro basato sulla solennità della parola, russa magnifica proprio perché non si capisce niente ( evviva i sottotitoli tuttavia) declamata, detta, cantata sì a suo modo e che tuttavia, te lo dico in serio, mi ha fatto piangere. Parola usata dentro l’orchestrazione non per volarne fuori nell’aria sentimentale ( sentimentalismo assente, sentimento tanto) ma per avvinghiarsi all’organico strumentale in un continuo avvicendarsi di soluzioni musicali che si discostano, ripeto, e dai numeri chiusi e da quelli aperti: Boris, a volere, dovrebbe essere eseguito dritto senza intervallo, non fosse che almeno per Boris il secondo atto è una fatica di presenza continua (per quanto? 75 minuti dicono). Di fatto lo spettacolo fila via liscio che nemmeno ti accorgi.

In sintesi, benissimo invece questa regìa accorta e attenta alla struttura e alla direzione musicale anche proprio nel senso dello stare attenti a Chailly e ad ogni richiamo dell’orchestra. Attenta a stare nei binari del rigore estetico. Qualche pecca minore. Se nel primo atto lo spazio scenico vuoto era del coro senza altre distrazioni, a parte la formidabile meraviglia del corteo di intronazione, con una porta che si spalanca per magia scenotecnica da uno dei sipari e si apre, (dirai su un corteo di lambrette? no no), una coorte di preti e e spose e labari d’oro e tutto un repertorio iconico semplice: un corteo, a piedi e stop; nel secondo atto l’intuizione corretta di fissare lo spazio in un interno un po’a Mosca a Mosca, un po’ biedermeier, allusivo dell’epoca di Musorgskij e quindi teso a levare la storia dalla storiografia per renderla l’eterna storia deteriore della Russia, casca un po’ nel genere attrezzeria Rancati ( vedi →). I tavolini e le abat-jours, il mappamondo, il lettone sì, vabbè ma non sono icone, non sono segni, sono arredamento. Pier Luigi Pizzi avrebbe messo un divano, ah certo, ma lungo 8 o 9 metri e con un tavolo, a volerlo, di eguale sproposito davanti. L’allusione alle dismisure del Cremlino di oggi avrebbe giovato. Il ricreare un ambientino da boudoir di Boris non è stato geniale come il vuoto da cappella del primo atto. Bello invece l’arrivo dei boiari, attaccati alla poltrona e bello in generale far notare con piccoli movimenti quale sezione di coro canta: tenori I, baritoni, bassi, II e idem soprani, mezzi e contralti. Un’esigenza di chiarezza che imparai fin dai primi giorni di Scala. Si vede che il signor Holten ha studiato. Bellissime le luci( nonostante la convivenza con quelle invadenti della televisione: che altro dire) Per me sorprendenti, dato che non sono più aggiornato in tecnologie di teatro, gli effetti di luce che colano come acquerello sui sipari, colando alla lettera ora in questo ora in quel punto voluto: non ti saprei dire che diavoleria hanno usato ma super-efficace ( perché poi sono convinto che sia semplice, all’antica). Ho apprezzato persino l’uso del seguipersona, quelle che tu chiamerai magari follower e che fa figo ma è la stessa macchina dei tempi del varietà. Ci sta.

Un cenno ai costumi di Ida Marie Ellekilde va fatto: ecco, non sono eccezionali e trovo che in generale, tranne quello delle guardie nere con la corazza ma anche i fucili, (ci stanno non disturbano, rendono l’idea dell’eterna polizia), non sapevano da che parte andare. Mescola mescola elementi del ‘600 russo alle consuete marsine ottocentesche il risultato è che i costumi erano un po’ da grande magazzino danese, schiavi di un design minimalista o puramente senza fantasia. Un panciotto marrone sotto un abito marrone fa Ermenegildo Zegna non Boris. Del resto la costumaia si presenta alla ribalta per gli applausi con un feltro crème da homassa ignorando che non è estate a Principina a mare e che in palcoscenico non si indossano cappelli. È pura ignoranza della buona educazione; sicuro che la signora si si sentiva quello che è forse: una turista danese. Intendi bene questa blanda osservazione leva poco a un spettacolo sontuoso e ripeto, azzeccato. I costumi alla fine non si notavano e va bene così.

Un cenno ai protagonisti va fatto. ( Il coro si sa è storicamente eccellente alla Scala). Ebbene di rado si sente cantare, fraseggiare, modulare, utilizzare il proprio strumento espressivo, la voce, con la maestria che tutto il cast, anche le parti minori hanno portato in scena. Poi tu puoi leggere i punta spilli della stampa. Eccezioni di spicco, diciamo un rigo sopra gli altri senza mai andare fuori dalle righe, il signor Boris e il signor falso Dimitri (qui di seguito tutti i nomi), entrambi peraltro di bell’aspetto. L’attitudine in scena, del tutto libera di darsi spazio e attribuirsi con vasta autonomia il gesto, ha contribuito a una visione senza peccati di psicologismo – assente nell’opera proprio ripeto per essere epica – o eccessi grand guignol. Una cosa non mi è piaciuta: la coltellata finale Boris che non c’entra. A mia moglie invece il transito ripetuto dello zarevich insanguinato dal principio alla fine dello spettacolo. Non dava troppo fastidio a mio avviso e la comparsina che ne sosteneva il ruolo era educata ad arte a non strafare. Ma vabbè. In definitiva, come ho accennato, una resurrezione della Scala. Ora se si libera piano piano dalle vetriniste… ebbè.

Inutile dire della regìa televisiva, indispensabile e attenta alla musica. Sbagliata nel ricorrere di continuo ai primi piani: ma si sa che il primo è il piano televisivo per eccellenza. Là dove il totale dall’alto schiaccia inesorabilmente le prospettive e non rende i volumi. Lo si sa e non c’è niente da fare. È tutto. Suggerisco di investire in un biglietto per una delle prossime recite. Stammi bene.

Boris Godunov – Ildar Abdrazakov (basso)
Fedor – Lilly Jørstad (mezzosoprano)
Ksenija – Anna Denisova (soprano)
La nutrice di Ksenija – Agnieszka Rehlis (mezzosoprano)
Vasilij Šujskij – Norbert Ernst (tenore)
Ščelkalov – Alexey Markov (baritono)
Pimen – Ain Anger (basso)
Grigorij Otrepev – Dmitry Golovnin (tenore)
Varlaam – Stanislav Trofimov (basso)
Misail – Alexander Kravets (tenore)
L’ostessa della locanda – Maria Barakova (mezzosoprano)
Lo Jurodivyi – Yaroslav Abaimov (tenore)
Pristav, capo delle guardie – Oleg Budaratskiy (basso)
Mitjucha, uomo del popolo – Roman Astakhov (basso)
Un boiardo di corte – Vassily Solodkyy (tenore)

 

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L’Elzemìro di Martedì 6 dicembre

 

Fablìole – Arturíto e l’orco dell’Humvee rosso

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
 
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L’indignazione, la parola e il gesto

GrottescaGrottésco agg. e s. m. [der. di grottesca] (pl. m. -chi). – 1. agg. Stranamente e bizzarramente deforme, riferito in origine alle pitture parietali dette grottesche, e poi in genere a tutto ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, che muove il riso pur senza rallegrare. ( cfr. Encliclopedia Treccani alla voce ∽.)

C’è una amabile polemica nominalistica, in supeficie, tra me e un mio amico circa l’attuale temperie politica e se vuoi sociale. Al mio indìgnati e parla e reagisci all’abuso egli risponde, calci in culo al grottesco. Ma ecco il punto il suo grottesco non è né goffo, né paradossale, non muove il riso, e non solo non rallegra ma indigna. Almeno me. Le parole portano conseguenze. Ma se non portano ai calci in culo fisici sono meno che aria.

Ora grottesco è termine della storia dell’arte soprattutto ma si è potuto applicare, alle corte, anche a qualche opera di cinema, ai lavori del polacco Gombrowicz e molto prima si sa ai giardini di grotte e mostri, vai a Bomarzo e vedi. In sintesi mi pare di poter dire che il grottesco derivi e molto ai limiti del barocco, forma che esalta le differenze, l’eccesso per certi versi decorativo che poi travalica nel rococò e insomma quelle cose lì. Ma Vanvitelli non è grottesco. In letteratura ti viene in mente Góngora e Marino: peraltro eccellenti, superaffettati ma eccellenti. Per pochi versi li ami, per il resto fai fatica: las Soledades o non si leggono o, se ne hai voglia, solo con una carta stradale per districarsi e a fatica in un reticolo esornativo, in un troppo che come si sa stroppia e, alla fine, annoia. Ma non  non muove al riso né indigna.

L’attuale contingenza politica, poi arrivo al grano, non è una silloge poetica tuttavia, non merita l’indagine estetica, che è etica e qui proprio non ci siamo; ripeto, scritto da un padrone della lingua, un libello lo sfogli e poi accantoni perché superato, lento, noioso, ridondante, l’attualità non annoia, tormenta e indigna. Il suo troppo non consiste in eccesso di decorativismo ma in eccesso di pecioneria e stracciaculismo, belle parole che mi ripeteva con enfasi la famosa Milly, chi se la ricorda, e si indignava e rispondeva male e mandava a farsi fottere i portatori malsani di quelle due virtù, esseri che nel mondo teatrale, nel mio di tanti anni fa, si aggiravano tra le quinte come topi a deturpare il lavoro degli onesti con le loro menzogne, le soperchierie, i trucchi. Niente di grottesco: malvezzi, maluso, mafia.

Ora, senza girare intorno di più: sai questa faccenda del limite di 60 euro all’utilizzo di carte di pagamento sotto il quale il commerciante può rifiutarsi di accettarne in pagamento. Come se non fossero soldi. Come se accettare il bancomat anche per due euro fosse una concessione che lo stolido leghista al banco(perché di questo si parla, di essere del tutto incistati nell’ideologia furibonda di Salvini) ti fa. Non è così: per ogni transazione intanto il commerciante non paga un pizzo ma una percentuale per il servizio: il servizio che la banca fa e che permette una rendicontazione automatica del traffico di cassa senza più occuparsi di nulla. La banca chiede 46 centesimi per ogni transazione, È troppo? La Confcommercio tratti con l’UBI o con chi vuoi tu per abbassare il costo del servizio , non chieda a me e te di rinunciare prima di tutto alla libertà di pagare come mi par ragionevole. Poi non mi chieda di favorire un’evasione.

Da dipendente, ma anche da libero professionista ho pagato e volentieri per anni le tasse dovute, anche a malincuore visto le vette percentuali che hanno raggiunto. La mia pensione è tassata. Ho pagato l’Università di Stato ai figli con i soldi che ho risparmiato; non sono mai andato in Thailandia e peraltro non me ne può fottere di meno della Thailandia e di Sharm el Sheik. Non scìo, non compro Suv ogni tre anni perché risparmio sul fisco, possiedo un’utilitaria che mi sono potuto permettere con dei risparmi, non la cambierò a occhio per i prossimi dieci anni, non non non corro a Bormio ogni fine settimana: non ci sta nel mio bilancio, ma se lo facessi non lo farei truffando il cittadino e chiedendo di essere trattato meglio di lui sul piano fiscale, così da da pagarmi ogni lusso e concessione, e ristoranti e la scuola privata per la bambina perché, altra presunzione, dalle suore è meglio (dio dovrebbe fare qualcosa alle suore).
Siamo tutti tartassati non si capisce perché alcuni dovrebbero sfuggire alla regola. Lottare per equilibrio tra entrate e uscite, tra perdite e profitti. Questo sarebbe il modo civile di procedere. Nascondersi sotto il taglio bionda diciottenne della signora Meloni o tra le gengive del signor Salvini, è porco, non grottesco. I calci in culo, come mi suggerisce il mio amico, non si possono dare ma si può cantare chiaro al commerciante se ti rifiuta il pagamento che per questo te ne vai, lasci la merce sul banco e lui ha perso un cliente potenziale e attuale. Punto.

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Holodomor ovvero agghiacciamoci nel fango

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There are two kinds of people in the world: those with loaded guns, and those who dig. Non è difficile parafrasare questa celebre battuta di Clint Eastwood in Il buono, il brutto e il cattivo, in questo modo, Ci sono due tipi di uomini: quelli che sterminano e quelli che sono sterminati. Il motivo è sempre religioso. Il sibilo religioso dei serpenti a sonagli a prescindere dal tipo di religione. Leggiti Saramago cui la Chiesa scagliò lo strale di essere pervicacemente antimetafisico, eh già, perché metafisica metafisica quanti orrori belli in tuo nome ; un prelievo di sangue quotidiano, ma coi vampiri non si viene a patti o si è stupidi, il sottogruppo trans dei due principali, quello segreto e molto diffuso di intrepidi umani sciroccati che si gettano nella vita come se esistesse un posto con questo nome. Non sanno niente e…

Holodomor(vedi in Wikipedia): milioni di Ucraini –– negli anni trenta, gli stessi in cui Parigi brillava, almeno in superficie e gli intellettuali, ma non Cèline, andavano in gita a Mosca per cantare le lodi del più ottuso, feroce, fanatico regime della storia ( forse) – finiti per fame con una carestia provocata, con una rapina, uno stupro genetico, ordinato scientemente da Stalin, il piccolo padre coi grandi baffi per nascondere le zanne di orco. O da porco mannaro. Impara oh babalone: milioni, un’ operazione malthusiana, avrebbe detto qualcuno che lo disse per il grande macello della prima guerra (in Giovanni Papini, leggi leggi: Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra) I rivoluzionari, dotati di una fede estrema e di un tavolino fisso al café des intellos, come i profeti di qualsiasi risma e i loro apostoli con e senza turbante-barba-trecce, sono in gara per manifestare le loro doti e le loro voluttà assassina. È Eros che allena Tanatos, altro che, e prevale per lo più. Il levissimo De Sade non guarda alle cifre, anzi si asciuga l’uccello appena sfilato da una qualche vulva e se ne vanta….un milione due, a che bella festa abbiamo ripulito il paese da aristocratici, kulaki, professori di francese o che solo parlano francese (vedi Cambogia, guarda Killing Fields) professori e borghesi variamente intesi (vedi alla voce Guardie rosse). Rivoluzionare coincide bellamente con far fuori e l’egida per l’atto è sempre, senza differenze, senza variazioni, un’idea, non malvagia a volte, sclerosata in ideologia, in martello: Malleus maleficarum (Kramer – Sprenger) fu dal 1487 il testo base dell’idea di Inquisizione: il martello delle streghe. Il rivoluzionario vede da sempre streghe in ciascuno che non è come lui: cioè della stessa banda o, talvolta, di una banda concorrente di assassini ( leggi LOpera al nero-L’Œuvre au noir di M. Yourcenar). Questo della lotta tra simili o sodali è un valore aggiunto nel primo gruppo umano descritto.

Ai bambini andrebbe inculcata la diffidenza del prudente verso i compari di scuola altro che volemose bene. Volemose bene finché non mi salti al collo a mani giunte o non mi chiedi di partecipare a qualche assalto ( leggi I Ragazzi della via Pál). Ma osserva che gli schiavi negri compartono da tre secoli la stessa religione feroce dei padri pellegrini, dei loro padroni bianchi: tacchini e t-bone steak. Finché c’è barbecue c’è speranza, anche se nel barbecue c’è tuo cugino. Il cambio vero in America e la sua possibilità di presentarsi in abito decente, sarebbe farne uno stato finalmente indifferente, nemmeno ateo che è già un calarsi in una posizione ideologica, che già pende dalla parte dei carnefici al bisogno e si è visto, ma opaco alla fede come il piombo ai raggi X. Fino a quel giorno niente di nuovo sul fronte occidentale. Quando sento usare la parola spirituale, che è l’avatar con cui i cattolici per esempio travestono la parola religione come e fosse un’istanza etica loro privata e più commerciale, dandole uno slancio di valore, non mi va la mano alla pistola ma so che la loro mano va alla pistola dei valori cioè dell’ideologia: non vale per costoro che un atto sia da valutare per utile o no, per non offensivo o no, per ragionevole o no, per criminale o no. Deve essere di valore e il valore se lo vanno a cercare nella metafisica. Parola, detto una volta per tutte, che è puro sound con un design preciso, corrompere la percezione dei fatti.

In mezzo a questo inferno vi sono i pochi che con qualche sforzo di immaginazione riescono a stare in equilibrio tra quelle due possibilità, evitando per quanto sta a loro di nuocere e senza subire troppo. Tutto questo si ottiene pare venendo a patti con tutti e infischiandosene un poco se dall’appartamento del vicino arrivano urla e richiami di aiuto. Anzi tutti pronti a dire che la vittima… ah poverina poverina… di cui si scoprirà il cadavere in una valigia se l’è cercata, che poi è colpa degli americani, della ziacia e che anche lui, il carnefice, ha le sue ragioni, lo hanno provocato, missili, senza dio, blasfemi, pederasti dappertutto alla porta di casa, e lui per forza poi, bisogna capire. Vedere della povera Saman lì nelle campagne emiliane. Degli assassini per familiari. Di che andare a nozze con Gide, familles je vous hais. Si potrebbe dire uomini bianchi europei vi odio perché vi ostinate a non partecipare alla grande kermesse tra sterminare ed essere sterminati? Pare di sì ma finché c’è riscaldamento c’è speranza di continuare ad averlo. Per questo motivo c’è da credere che qualunque governo occidentale sia adatto e abbia solo il compito di mantenere questa parte di mondo dalla parte di chi non vuole prendere parte alla festa del sangue ma non per dirittura: per vigliaccheria, per M5S, per tacere bisognava andare avanti. Con l’eccezion di questo è il mio sangue che però è allelujato per vampiri enologi. E con ragione è evidente.

Ci sono dei libri che a mio avviso dovrebbero costituirsi non dico bibbia, che è un decalogo per assatanati, ma decalogo per l’uso quotidiano di una vita ragionevole e pacifica e vigile, quelli di Saramago che si dovrebbero tenere a memoria, anche le interviste e gli articoli, e Indignatevi -Indignez vous di Stephane Hessel ( Add -Indigène ed.)
Il chi è di Hessel lo salto a piè pari, e tu guardati la scheda in Wikipedia, Britannica o dove meglio ti pare. Un uomo di temperie, Hessel, di solidità rispetto a noi nanetti paffutelli del capitalismo. Un uomo tout court probabilmente. Un bastione. Magari odioso ma amen. Morì nel 2013.
Indignatevi. In questi giorni c’è un gran farfugliare circa gli indignati per l’ambiente, che sconciano, ma solo i vetri di protezione, di celeberrime opere d’arte. Il senso degli atti, che non sono vandalici perché non vandalizzano una cippa, è: questo patrimonio idealizzato (ideologico)oscura la realtà di un patrimonio di terra, lo obnubila, accantona il patrimonio che ci farebbe vivere: la terra che calpestiamo, in senso proprio ma soprattutto lato. Corollario: amare Van Gogh o Klimt ma nondimeno il pianeta che si fa fottere a morte, mentre tu sfili in galleria d’arte con la tua audioguida perché tuttavia l’arte non ti distragga dalle tue congetture. Almeno a me pare che quegli atti si possano interpretare così. L’indignazione dunque nasce dall’osservare la cura, giusta, l’amore che si ripone nel conservare opere d’arte indubbie, eredità del meglio che l’umano abbia prodotto, e il disprezzo, l’indifferenza, la cupio dissolvi peraltro, sul dove l’umano abita e che scempia ogni giorno di più, tanto che alla fine sopravviverà ¿che cosa? una Maja desnuda che nessuno vedrà o che finirà in un bunker a beneficio di soldati buriati che ci si faranno le seghe( masturberanno) davanti? Non lo so.

A mio avviso questo e altri sono segni inequivocabili che il calderone delle streghe di Macbeth è prossimo alla deflagrazione. Questa è un agile metafora letteraria che un mio amico sostituirebbe volentieri con quella della voragine di merda, sul bordo della quale stiamo seduti in panchina. Così soprattutto noi di generazioni ormai nel decennio(Totò), per le quali ogni giorno scatta, ten nine eight, il conto alla rovescia prima del lancio nel nulla della morte. Ma le generazioni giovani agiscono a colpi di testa, con uno spirito che in sostanza è assassino; lanciare inchiostro su un paio di fiori di Van Gogh, sì, rivela un disagio grave e si capisce il gesto che vuole attirare l’attenzione sulla gravità di una situazione, una conferenza sul clima che andata a grandi passi indietro grazie a stati delinquenti/cui le chiappe tuttavia/ porgiamo riverenti. Però ottiene solo l’odio del borghese bianco. Nel film la macchina del tempo il professor Wells finiva in un mondo sfinito dove gli Eloi, generazione scialba e rosea di babalóni, a periodi andavano a farsi mangiare nelle caverne da una congerie di orchi stolidi e cannibali (come tutti gli esseri umani) i Morlock: un colpo di cerino al momento corretto scatenava la rivolta della carne fresca e pim pam pum… bum.
Il rovescio della medaglia è che il borghese da museo, quel che del di fuori dal museo non osserva la miseria su cui il museo è edificato, ah lui si indigna perché si offendono – pensa, crede, ha fede – , le onuste sacrestie dell’arte in esposizione. Quando l’onusta esposizione è offesa, a mio parere, non solo dalle cacche di cane e dagli sbocchi degli ubriaconi per strada ma dal fatto che a poche miglia da lì si vive in 60 metri quadri in dodici. L’arte come resto, o peggio come scarto, come dividendo ma senza addendo. O siamo al ’68 forse, quando la mostra del cinema di Cannes fu sospesa in quanto espressione appunto di una mentalità borghese: gli Indifferenti cara el noster Moravia.

Nel merito, circa la necessità di un’azione, anche o forse soprattuto da parte della nostra generazione scassata, si parlava giorni fa con mia moglie: nonostante la sua scarsa attitudine pasionaria ella con la severità del proprio olimpo si indigna. Naturalmente indignata. E indignarsi è un colpo di fionda verbale ma non meno efficace di uno schiaffo dato a Salvini e come merita, non si creda. Porque quien calla otorga disse Miguel de Unamuno di fronte a una platea di scalmanati franchisti nel 1937 nell’aula magna dell’Università di Salamanca (quante volte ho citato il venceréis porque teneis sobrada fuerza bruta pero no convenceréis). Poi morì è vero prima che lo facessero fuori. Ma non tacque. Ognuno ha le sue armi, proprie e improprie. E dire di no a chi esclama vadano a lavorare in galera e buttare la chiave meno male che qui c’è gente normale (parlando dei bianchi con bambini Pavesini), ecco che c’è da fare. Da inermi e poco adatti al combat. Ma fionda. Così: sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più – I’m as mad as hell, and I’m not going to take this anymore. Albert Finney in Quinto potere-Network.

Allora indignazione per… qui ciascuno che legga ponga se vuole la sua pietruzza come l’ebreo la pone sulla lapide del defunto… ché si infili nelle scarpe del potente la pietruzza e all’anima di chi t’è muórt- e stramuórt-

Guarda io mi indigno per l’Ucraina e per chi non distingue appunto tra vittime e carnefici, mi indigno perché non si capisce che tra i Russi, incolpevoli ci sono solo quelli che sono scappati e quelli che sono in carcere. Gli altri tutti assassini consapevoli. Compresi gli studenti pavidi che si trattengono nelle aule di musica dei conservatori nazionali.
Mi indigno per l’Iran, repubblica di assassini con cui tutti i filistei bianchi fanno affari.
Mi indigno per l’Afganistan, repubblica di assassini e pederasti di stato.
Mi indigno per l’Africa che da quanto, nonostante la ricchezza che coltiva è incapace di vivere senza Islam e corruzione di caporali assassini e la pervicacia di stati incanagliti e incapaci.
Mi indigno perché dove c’è abbondanza di tutto non ce n’è per chi crepa ad opera sciente di assassini. L’Etiopia buona non esiste, è morta e mi indigno.
Mi indigno perché si permette la Libia
Mi indigno perché si tratta con la Libia
Mi indigno perché i miserabili dei barconi non arrivano altro che per mangiare, e va bene così, e sostituire tuttavia la loro tribù ideologica alla ragionevole convivenza.
Mi indigno per quell’autista di autobus pubblico che ha imposto a 50 passeggeri tra Aix e Marsiglia l’ascolto a pieno volume del Corano in diffusione, dicendo a chi protestava che se ne scendesse dal bus se non gli stava bene.
Mi indigno perché si fa una conferenza sul clima al fine di compiacere un assassino. E l’anno venturo peggio.
Mi indigno perché esiste l’Arabia Saudassina.
Mi indigno perché la FIFA, in senso proprio, in cambio di gas concede la platea a un paese di schiavisti come i loro antenati e non è cambiato niente. I gratacieli grondano sangue. Pro bono pacis.
Mi indigno perché un ministro della Repubblica confonde frustrazione con umiliazione ponendo in essere un distinguo consapevole tra educazione e repressione. Il più cattolico di tutti.
Mi indigno per il deputato della Repubblica che ha portato la Bibbia a testimonianza dei suoi problemi con l’omosessualità. La propria.
Mi indigno perché si persegue la tradizione di far piacere alle nonne battezzando i bambini e poi alè catechismo, comunione cresima. Superstizioni.Mi indigno perché si ha timore a non crederci.
Mi indigno perché chi dovrebbe o potrebbe non si indigna.
Mi indigno per l’ignoranza perseguita con metodo come un compito in classe di somari.
Mi indigno perché si perverte il sì con il ci sto.
Mi indigno perché non c’è bisogno di Nietzsche per capire che fu un indignato.
Mi indigno perché esiste il patriarca di Mosca.
Mi indigno per chi parla di pace con il culo altrui, auspicandone la sottomissione in cambio di un chilo di gas.
Mi indigno perché un ministro della Repubblica fantastica di ponti sullo stretto e incentivi al matrimonio religioso e poi, crociere gli sbarchi.
Mi indigno per la Corte Suprema degli Stati Uniti che mette il dito nelle vagine altrui come il Vaticano.
Mi indigno per quelli che Trump.
Mi indigno perché Trump.
Mi indigno per quelli che il diritto ad essere armati.
Mi indigno perché in nome di ddio.
Mi indigno perché si traveste d’oro e d’argento l’ossessione assassina dei palestinesi.
Mi indigno perché Israele è uno stato di ossessi assassini che se la suonano e se la cantano facendo ciò che meglio gli riesce, le vittime che chiagneno e fottono. Sottoproletari napoletani in salsa hummus.
Mi indigno per Bolsonaro e solo perché esiste, come Trump.
Mi indigno perché è un porco mondo.
Mi indigno per me perché del mondo non voglio stare al gioco eppure dico che
mi indigno porque no callo y por lo tanto no otorgo.
E questo è il punto, il silenzio è il fantasma perbenino contro il quale s’ha da insorgere

Leggiti Saramago e ascolta Vasco Rossi.

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